mercoledì 7 Dicembre 2022

Prove di dialogo tra Usa e Russia, Zelensky lavora al sabotaggio

Da settimane proseguono sottotraccia i contatti tra Russia e USA per evitare che la situazione sul campo degeneri in una guerra aperta, ma anche per trovare dei punti condivisi atti ad intavolare un possibile negoziato. In questo senso, le aperture per eventuali trattative provengono dalle dichiarazioni di alcune massime cariche istituzionali statunitensi e da contatti di alti funzionari americani con i loro omologhi russi, fatti trapelare da organi di stampa americani. Allo stesso tempo, però, l’amministrazione statunitense risulta divisa sul da farsi, in quanto alcuni rappresentanti ritengono che non sia ancora il momento opportuno per trattare e che Washington non dovrebbe esercitare pressioni su Kiev. Quest’ultima, del resto, pare essere la prima a sabotare un accordo con Mosca: non solo, infatti, Zelensky ha firmato un decreto in cui si vieta di negoziare con il presidente russo Vladimir Putin – sebbene ultimamente abbia ammorbidito le sue posizioni in merito al defenestramento del capo del Cremlino su pressione di Washington – ma al G20 di Bali del 15 novembre ha elencano una lista di dieci punti per la “pace” che corrisponde, più che a una bozza di negoziato, alla resa incondizionata di Mosca. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha parlato quindi di proposta «irricevibile» e di punti «irrealistici».

A dichiarare apertamente la necessità di una trattativa è stato niente meno che il più potente dei generali americani, secondo solo al Presidente, il capo di Stato maggiore congiunto, Mark Milley: secondo il generale, gli ucraini avrebbero conseguito sul campo di battaglia il massimo dei risultati ottenibili prima dell’inverno, mentre la ritirata russa da Kherson rappresenterebbe una potenziale «finestra aperta per la pace», attraverso cui gli ucraini potrebbero rivendicare i territori riconquistati ai tavoli delle trattative. «Speriamo che, liberata Kherson e alle porte dell’inverno, si raggiunga almeno un cessate il fuoco, per poi schiudere una trattativa, e che il presidente Zelensky colga l’occasione», ha asserito il generale in un’intervista alla CNBC, aggiungendo che senza un negoziato «rischiamo una situazione tipo 1915, quando l’Europa si divise dietro le trincee, prolungando la Prima guerra mondiale per tre anni». Le dichiarazioni di Milley hanno preso in “contropiede” parte dell’amministrazione USA la quale ha sottolineato – come riporta il NYT – che «qualsiasi pausa nei combattimenti darebbe solo al presidente russo Vladimir Putin la possibilità di riorganizzarsi» e che non devono esserci pressioni su Kiev affinché opti per i negoziati.

Tuttavia, pressioni in tal senso sull’Ucraina sembrano essercene state, in quanto il governo statunitense è preoccupato dalla totale mancanza di predisposizione alle trattative di Zelensky che rischia di trascinare il conflitto ancora a lungo, rendendo sempre meno sostenibili gli sforzi in aiuti bellici dei Paesi occidentali, anche a causa del malcontento economico e sociale dei cittadini europei e americani. Si registra, dunque, una divergenza tra il piano comunicativo “ufficiale” – sul quale il fronte occidentale rimane compatto al fianco di Kiev attraverso il supporto materiale e morale – e quello diplomatico sotterraneo sul quale, invece, le alte cariche statunitensi cercano una via per il dialogo. In base a fonti del Wall Street Journal (WSJ), infatti, il consigliere per la Sicurezza nazionale americano, Jake Sullivan, avrebbe suggerito a Zelensky nel recente incontro a Kiev di mostrarsi aperto a possibili trattative, con «richieste realistiche e priorità» da portare ad un eventuale tavolo con i russi, inclusa una «rivalutazione» dell’obiettivo di riguadagnare la Crimea.

Sebbene le dichiarazioni pubbliche di Milley abbiano diviso la Casa Bianca, esse sembrano trovare uno sbocco concreto nel lavorio sotterraneo portato aventi dagli incontri riservati tra gli alti rappresentanti americani e russi: sempre secondo il WSJ, infatti, Sullivan si sarebbe messo in contatto con Yuri Ushakov, consigliere di Putin per la politica estera, e con Nikolai Patrushev, il suo omologo russo. L’idea non è solo quella di mantenere aperti i canali di comunicazione per evitare incidenti gravi, ma anche quella di cominciare a sondare i punti di un possibile accordo. Allo stesso modo, pochi giorni fa ad Ankara si sono incontrati direttamente il capo della CIA William Burns e quello dell’intelligence estera russa SVR, Sergei Naryshkin, in un “vertice delle spie” promosso dalla Turchia. Secondo alcune fonti, durante i colloqui si sarebbero poste le premesse per avviare una riforma sulla sicurezza in Europa superando le mappe disegnate all’indomani del crollo dell’Urss, come a lungo richiesto da Putin.

In questa cornice di colloqui riservati e trattative “segrete”, la posizione “ostile” ucraina imbarazza Washington che aveva già espresso irritazione nei confronti del governo di Kiev diverse volte, l’ultima delle quali riguarda una telefonata tra Biden e Zelensky in cui il primo ha perso la pazienza per le sempre maggiori e insistenti richieste del secondo. La volontà di fomentare la situazione piuttosto che sedarla è emersa del resto anche dalla vicenda dei due missili caduti in territorio polacco ieri 15 novembre, su cui al momento sono in corso indagini che sembrano – dagli ultimi aggiornamenti – propendere per l’ipotesi che la caduta dei missili sia frutto di un errore o di un malfunzionamento da parte ucraina. Subito dopo l’accaduto, mentre gli USA e i Paesi Nato – con in testa la Turchia – cercavano di gettare acqua sul fuoco – il presidente ucraino, dando per scontato che fossero russi, ha affermato che era «necessario agire», riferendosi implicitamente ad un intervento diretto della Nato contro la Russia, che porterebbe verosimilmente ad una guerra mondiale.

Le possibilità per un negoziato, dunque, sono ancora lontane e incerte, ma quel che emerge è la celata volontà delle due superpotenze di trovare una soluzione diplomatica. Sebbene il processo sia lento e progressivo, anche a causa delle resistenze di Kiev che continua ad insistere sull’“integrità territoriale”, inserendo all’interno di questo non solo il Donbass ma anche la Crimea che è sotto controllo russo dal 2014. La situazione sul campo, il logoramento socioeconomico internazionale e le pressioni americane potrebbero portare anche Kiev a riconsiderare le condizioni di pace e le sue prospettive. Dipendono in buona parte da questo, infatti, le possibilità per una soluzione diplomatica, la quale resta – anche secondo i consiglieri di Biden – l’unica strada per l’epilogo del conflitto.

[di Giorgia Audiello]

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8 Commenti

  1. SI, Grazie G.A. Articolo molto interessante che apre l’orizzonte su possibili scenari. Specialmente sugli USA che, come sempre, hanno fomentato e diretto i giochi e, come sempre, sembrano ripensarci quando la situazione tende a ritorcersi loro contro. Per business e immagine. Tanto per fare un esempio… armi e soldi “gentilmente” forniti a debito hanno svalutato e ricomprato l’Ucraina e permesso alle multinazionali americane Cargill, Dupont e Monsanto di accaparrarsi in Ucraina circa 17 milioni di ettari agricoli.
    Scenario Europa, che dire? Vogliamo ancora continuare a permetterglielo? Dare ancora fiducia a pseudo-politici che obbediscono loro? (alle multinazionali della finanza?)

  2. Sarebbe importante che gli Usa prendessero atto di aver esagerato e di aver mal considerato l’intera faccenda. Spero che la parte più responsabile dei politici usa prevalga su quella che segue le sciagurate pressioni inglesi e il fanatismo degli estremisti ucraini, nessuno dei quali tiene in alcun conto la stabilità dell’ Europa continentale e la volontà dei suoi cittadini.

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