giovedì 1 Dicembre 2022

Ancora suicidi nelle carceri italiane: le ragioni di una strage senza fine

È stato trovato con un lenzuolo stretto attorno al collo, legato alle sbarre della sua cella, nel padiglione C. Si è suicidato così Antonio, detenuto di 56 anni rinchiuso nella Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino dallo scorso agosto con l’accusa di stalking nei confronti dall’ex compagna (ma non aveva ancora ricevuto un giudizio definitivo). Nei giorni precedenti nessun campanello d’allarme: non aveva parlato con nessuno dei suoi problemi, racchiusi tutti in un biglietto trovato accanto al corpo in cui Antonio ha spiegato la scelta del suo gesto, principalmente dovuta a “motivi personali”.

Prima di lui, nello stesso penitenziario, dall’inizio del 2022 si sono tolte la vita altre tre persone. Anche Tecca Gambe, un ragazzo del Gambia finito in cella per essere stato complice del furto di un paio di cuffiette, si è ammazzato lo scorso 28 ottobre soffocandosi con un lenzuolo. Di lui le autorità sapevano poco, e in realtà non erano convinte neppure che quello fosse il suo vero nome. Cioè che è tuttora noto, invece, è che la sua morte è avvenuta circa 48 ore dopo l’arresto. «Se potessi tornare indietro non chiamerei la polizia. Non si può morire per delle cuffiette Bluetooth che costano 24 euro», ha detto la proprietaria del negozio dove è avvenuta la rapina. Un paradosso, dal momento che è giusto che chi subisce un furto denunci, così come è giusto che chi commette un reato paghi. Ma non con la vita e non in maniera così poco dignitosa. Prima ancora di Tecca e poi di Antonio, il 24 luglio si era impiccato anche un altro uomo, Nuammad, originario del Pakistan, e la stessa fine se l’è procurata il giorno di ferragosto Alessandro, un 24enne di origini brasiliane, con passaporto italiano.

Seppur diversi per storie e origini, tutte queste vittime raccontano di un’unica grande e drammatica situazione: quella delle carceri italiane, dove i morti per suicidio, dall’inizio dell’anno, sono ormai vicini agli 80. Altrettanto emblematico è il fatto che gli ultimi episodi si siano verificati a Torino, città in cui negli ultimi anni gli arresti sono passati dai 2.466 del 2014 ai 3.538 del 2019, ma il 77% dei detenuti è già in libertà dopo 48 ore, una volta cioè stabilita la sua posizione giuridica.

«Alla prima visita non c’erano segnali di alcun problema che facessero intuire la necessità di un percorso particolare. Nessuno», e per questo, come ha spiegato Cosima Buccoliero, la direttrice del carcere Lorusso e Cutugno, anche Gambe avrebbe potuto lasciare il carcere da lì a breve ed eventualmente scontare la pena in altro modo. Ma non c’è stato il tempo.

In generale l’Italia, con i suoi 0,67 casi di suicidi ogni 10.000 abitanti, è tendenzialmente considerato un Paese con il più basso tasso di persone che si tolgono la vita a livello europeo. Questa realtà però cambia totalmente dietro le sbarre, con 10,6 suicidi ogni 10.000 persone detenute (nel 2019 era 8,7 ogni 10mila, circa 13 volte superiore a quello delle persone libere). Tra le altre cose la fascia più colpita è quella che va dai venti ai trent’anni, ragazzi che in molti casi si trovavano in carcere da poche ore o che potrebbero essere liberati nel giro di poco, usciti in misura alternativa. Per quale motivo i numeri cambiano così tanto fuori e dentro le celle?

Partiamo dal presupposto che «ogni suicidio, va ricordato, è un atto a sé, legato alla disperazione di una persona», come ha sottolineato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. Tuttavia «quando i suicidi sono così tanti e in carcere ci si uccide 16 volte in più che nel mondo libero, l’intero sistema penitenziario e quello politico non possono non interrogarsi sulle cause di questo diffuso malessere».

E una fra queste è senza dubbio la condizione di vita di chi finisce dietro le sbarre. In base alle visite effettuate da Antigone in 85 istituti penitenziari negli ultimi 12 mesi (dal luglio 2021 al luglio 2022), nel 31% dei casi (1 su 3) gli istituti hanno celle in cui non sono garantiti i 3mq calpestabili per persona. Oltre al sovraffollamento che ne scaturisce, l’Associazione ha rilevato che metà delle carceri visitate non sono dotate di doccia (seppur previste dal regolamento penitenziario del 2000) e che nel 44% degli istituti ci sono celle con schermature alle finestre che limitano il passaggio di aria.

In Italia ci sono circa 120 detenuti ogni 100 posti disponibili, con circa 20mila (37%) fra i detenuti attualmente rinchiusi che devono scontare un residuo pena inferiore ai tre anni: molti di loro potrebbero ad esempio accedere a misure alternative, lasciando spazio in cella. Per non parlare di chi è ancora in attesa di giudizio. Se consideriamo che il 34,8% dei detenuti è in carcere per violazione delle leggi sugli stupefacenti, «intervenire sulla legge sulle droghe potrebbe già ridurre di molto il numero delle persone in galera». In generale il nostro Paese ha sempre mostrato una tendenza a concepire il carcere più come luogo di espiazione anziché di rieducazione. E lo dimostrano i dati. In Italia il personale dedicato all’amministrazione penitenziaria e alla custodia è superiore all’80% (la media europea è del 55%). Mentre i dipendenti occupati in attività educative e di formazione professionale sono circa il 2% (la media è del 3,3%). In sintesi, nelle carceri ci sono 1,6 detenuti per agente e più di 80 per educatore. La sfera psicologica ed emotiva dei carcerati è infatti spesso messa in ultimo piano. Le strutture molte volte limitano i contatti con l’esterno, le visite e perfino le chiamate. In molte carceri non esistono spazi adeguati a permettere gli incontri, che finiscono per essere rimandati e alla fine cancellati. Il rischio, come stiamo vedendo accadere, è di perdersi per strada tantissime vite umane.

[di Gloria Ferrari]

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