sabato 1 Ottobre 2022

Vladimir Putin annuncia la “mobilitazione militare parziale” e avvisa l’Occidente

Il discorso di Vladimir Putin alla nazione, previsto ieri sera e posticipato a questa mattina, segna un punto di svolta decisivo nella crisi ucraina. Il presidente russo ha annunciato la «mobilitazione militare parziale» e la conseguente chiamata alle armi per altri trecentomila riservisti. Si tratta – probabilmente – del preludio alla fine della cosiddetta “operazione militare speciale” lanciata da Mosca il 24 febbraio scorso e della sua conversione in una guerra vera e propria. Una trasformazione che non è solo lessicale ma implica anche l’utilizzo di leggi speciali di guerra (già approvata in questo senso dalla Duma una norma che rafforza le pene contro i disertori) e che – secondo molti analisti – era chiesta da tempo da ampi settori dell’esercito russo che imputavano a Putin una condotta troppo timida della guerra di fronte alle difficoltà militari imposte dalla controffensiva dell’esercito ucraino e della sua dotazione con armi sempre più efficaci da parte dei Paesi occidentali. Si tratta della prima mobilitazione militare russa dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Secondo le parole di Putin, la «mobilitazione militare parziale» è stata resa necessaria dal fatto che l’Occidente vuole «indebolire, dividere e distruggere la Russia, come già è stata distrutta l’URSS». Nel discorso, trasmesso integralmente dalla tv russa, il presidente russo ha affermato che Kiev sarebbe stata disponibile alle trattative e ad accettare le proposte della Russia subito dopo l’inizio delle operazioni militari, ma che l’Occidente «ha istruito» l’Ucraina chiedendole di abbandonare i negoziati proprio allo scopo di far proseguire il conflitto e indebolire Mosca.

Alle dichiarazioni dello “zar” fanno eco quelle, forse ancora più esplicite, del ministro della Difesa russo, Serghei Shoigu, il quale ha parlato subito dopo il videomessaggio in cui Putin ha annunciato la mobilitazione. «Stiamo effettivamente combattendo contro l’intero Occidente e la Nato» ha dichiarato Shoigu. Quest’ultimo ha anche chiarito che saranno mobilitati trecentomila riservisti, corrispondenti all’uno percento della forza russa che dispone di due milioni di uomini, in quanto è necessario un consolidamento dei territori occupati, «la mobilitazione è necessaria principalmente per questo», ha affermato. Putin, invece, ha spiegato che «la leva militare riguarderà i cittadini che fanno già parte delle riserve e quelli che hanno svolto servizio militare nelle forze armate e hanno esperienza. I richiamati, prima di essere mandati al fronte, svolgeranno ulteriore addestramento». Ha aggiunto inoltre che i coscritti godranno delle stesse garanzie che vengono date al personale a contratto. Il decreto è già stato firmato e le «iniziative» in applicazione del decreto per la mobilitazione cominceranno da oggi.

La partecipazione attiva della Nato nel conflitto, le ultime controffensive di Kiev e gli attacchi lungo le aree di confine russo hanno indotto il Cremlino a rompere gli indugi e a seguire le indicazioni della Difesa e dello Stato maggiore per quanto riguarda la mobilitazione. Putin, infatti, ha asserito che «La NATO sta conducendo ricognizioni in tutto il sud della Russia in tempo reale, utilizzando sistemi avanzati, aerei e navi, satelliti e droni strategici» e che la Russia «è pronta a difendersi in ogni modo». «Useremo certamente tutti i mezzi militari a nostra disposizione – ha affermato – coloro che cercano di ricattarci con armi nucleari dovrebbero sapere che le abbiamo anche noi». Si profila, dunque, una pericolosa escalation del conflitto, che vede contrapporsi dai due lati delle barricate due superpotenze nucleari ostili una all’altra.

L’altra mossa di Putin nella strategia in Ucraina riguarda poi i referendum popolari per l’annessione alla Russia che si terranno nel Donbass e a Cherson: il Presidente, infatti, ha annunciato che il Donbass «è ormai parzialmente liberato». La fase successiva prevede, dunque, la sua eventuale annessione alla Federazione russa: «faremo tutto il possibile per garantire che i referendum si svolgano in piena sicurezza» e che i cittadini di quelle regioni possano prendere la decisione «di entrare nella Federazione Russa». I referendum sono previsti tra il 23 e il 27 settembre, come annunciato ieri dai leader filorussi di Luhansk, Cherson, Donetsk e Zaporizhzhia e qualora l’esito del voto decretasse l’annessione di queste zone – corrispondenti al 15% del territorio ucraino – esse per Mosca diventerebbero a tutti gli effetti parte del territorio russo e attaccarle equivarrebbe ad attaccare direttamente la Russia, con tutte le conseguenze del caso. Lo “zar” ha poi ribadito che l’obiettivo di Mosca in Ucraina rimane quello «irremovibile» della «liberazione di tutto il Donbass» e che i principali obiettivi dell’operazione restano invariati.

A stretto giro è arrivata la reazione dei Paesi NATO che hanno chiarito che non intendono riconoscere il risultato di questi referendum: ieri hanno esplicitato il no al riconoscimento sia il Dipartimento di Stato americano sia il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, mentre diversi ministri europei hanno parlato di pericolosa escalation, continuando a garantire il loro sostegno a Kiev. Russia e Occidente, dunque, continuano a procedere in due direzioni opposte, chiudendo definitivamente le porte al dialogo e alla diplomazia. Il capo del Cremlino ha concluso il suo discorso ricordando come quella della Russia non è una guerra contro l’Ucraina, ma contro coloro che vogliono dominare il mondo, con un chiaro riferimento agli Stati Uniti e ai suoi alleati: «I cittadini russi devono sapere che proteggeremo l’integrità territoriale del nostro paese. E coloro che minacciano di usare armi nucleari devono sapere anche che la rosa dei venti può girare nella loro direzione. È nella nostra tradizione fermare coloro che aspirano al dominio del mondo. E anche adesso lo faremo. Così sarà. Credo nel vostro supporto». Sullo sfondo rimane sempre più sfocata la prospettiva di una soluzione negoziale che appare oggi più lontana che mai.

[di Giorgia Audiello]

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2 Commenti

  1. Al di là del diritto internazionale è ovvio che l’occidente non accetterà mai l’esito del referendum che sancirebbe senza ombre di dubbio che quelle regioni sono russofane e questo sarebbe imbarazzante per tutti i governi occidentali nel riguardo del popolo (che non conta un cazzo) che comunque si incazzerà sempre di più e prima o poi raggiungerà il limite della sopportazione….

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