martedì 27 Settembre 2022

Territorio contro interessi privati: la paradossale storia del marmo nelle Alpi Apuane

In provincia di Lucca, nei pressi del cuore delle Alpi Apuane, è in corso un’aberrante diatriba che vede conteso il marmo del Monte Altissimo. Da un lato, la società Henraux, che rivendica la piena proprietà di terre demaniali sfruttate nelle diverse cave di cui è titolare, dall’altro il comune di Seravezza, che, dal canto suo, ritiene quel territorio appartenente ai beni fondiari. La disputa ha origini lontane, ma è solo in tempi recenti che la natura di ‘patrimonio collettivo’ del luogo è stata accertata. Nel 1983, con una delibera, l’Associazione Intercomunale Versilia individua il territorio del Comune di Seravezza, centrato nel settore del Monte Altissimo, come una delle aree da sottoporre ad indagine di verifica demaniale. Tra il 1984 e il 1987 furono così ricostruite le vicende storico-giuridiche e furono individuati quei beni fondiari su cui si riteneva esistessero diritti di ‘uso civico’ da reintegrare ai legittimi soggetti pubblici.

“I risultati delle indagini conoscitive – si legge in un documento reso noto da Il Fatto Quotidiano – vennero sintetizzati dai periti incaricati dalla Associazione Intercomunale in due relazioni redatte, rispettivamente, nel 1985 e nel 1987. In seguito, l’Ente comunale avviò le opportune procedure di ricognizione e formò il ruolo dei possessori, distinguendo tra occupazioni arbitrarie e possessi legittimi. Gli atti elaborati, quindi, vennero pubblicati e notificati individualmente ai possessori ‘illegittimi’, alcuni dei quali, successivamente, presenteranno istanza di opposizione presso l’Ufficio del Commissario per la liquidazione degli Usi Civici dell’Italia Centrale, a Roma”. Ed è qui che entra in gioco la società estrattiva Henraux. Tra le istanze di opposizione, la più importante, fu proprio quella avanzata dalla azienda manifatturiera lucchese. L’estensione areale dei beni da questa rivendicati è infatti notevole: con oltre 9 chilometri quadrati, la più estesa e con il maggior numero di attività estrattive. Dall’opposizione ne è inevitabilmente scaturita una causa tuttavia ancora pendente presso il Commissario agli Usi Civici. Tra il 1989 e il 2001 sono state ben venticinque le udienze fissate, tutte però rinviate “in attesa della conclusione delle trattative”.

Diversi cittadini, di riflesso, hanno tentato di riunirsi formalmente per ribadire la natura collettiva del luogo e, quelli aventi diritto, hanno costituito l’Amministrazione Separata dei Beni di Uso Civico (ASBUC) di Seravezza. Realtà, tuttavia, oggi sciolta per mancanza di persone disponibili ad accettare l’incarico di consiglieri. Allo stato attuale, è il comune ad essere subentrato come soggetto gestore in rappresenta degli interessi dei cittadini. Lo stesso comune che, al tempo, non ha però mai avuto l’interesse di istituire una pesa pubblica: la società estrattiva ha infatti da sempre autocertificato la quantità di materiale estratto stabilendo, autonomamente, la percentuale di tasse da versare all’amministrazione locale. Nel 2020, con sentenza di primo grado, è intervenuto il Commissario per la liquidazione degli usi civici per il Lazio, la Toscana e l’Umbria riconoscendo gran parte del territorio del Monte Altissimo di natura collettiva. La compagnia ha tuttavia richiesto la sospensione dell’immediata esecutività della sentenza. La prossima udienza è tra un mese.

Nel mentre, le escavatrici non hanno però mai smesso di ‘rosicchiare’ le Apuane. Un territorio, nonostante protetto in quanto ricco di biodiversità, martoriato da centinaia di anni per ricavare del pregiato marmo. Un paesaggio un tempo, ormai lontano, integro e di valore, ora, se visto da satellite, irriconoscibile: un’enorme cava a cielo aperto. L’impatto ambientale di una sistematica e continua distruzione delle montagne rappresenta una catastrofe ecologica senza eguali: inquinamento delle acque e dell’aria, disboscamento, interramento di pendici, valli e sorgenti sotto cumuli di detriti. Per ragioni economiche, le amministrazioni di ogni livello continuano, tuttavia, ad incentivare l’estrazione con finanziamenti pubblici e contorte concessioni. I fatturati sono indubbiamente notevoli: una cava di medie dimensioni rende, al proprietario/gestore, dai 5 ai 10 milioni di euro netti l’anno. Ricchezza che, nonostante le promesse, non ha alcun effetto positivo sulla collettività. «I comuni più poveri della Toscana sono proprio quelli che hanno più cave», ha spiegato Extintion Rebellion quando, nel 2020, per le strade di Massa «si è svolta l’ennesima manifestazione contro il saccheggio delle Apuane». Una mobilitazione indetta dopo che il Comune di Massa ha approvato, verso la fine del 2019, l’apertura di sette nuove cave dentro il territorio del Parco Regionale, di fatto, in contrasto con la legislazione nazionale vigente.

[di Simone Valeri]

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