martedì 9 Agosto 2022

Omicidio Borsellino: il più grave depistaggio della storia non avrà colpevoli

Nessun colpevole, a livello penale, per il più grande depistaggio della storia repubblicana. È questo il responso della sentenza della Corte d’Assise di Caltanissetta, che ha dichiarato prescritto il reato di calunnia per il funzionario di polizia Mario Bo e l’ispettore Fabrizio Mattei, essendo per loro caduta l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra, e ha assolto un altro ispettore, Michele Ribaudo, in merito al depistaggio delle indagini sulla strage di Via D’Amelio. I tre poliziotti, che dopo gli attentati in cui persero la vita i magistrati simbolo della lotta alla mafia in Italia fecero parte del gruppo investigativo “Falcone-Borsellino” come collaboratori del “superpoliziotto” Arnaldo La Barbera, erano stati accusati dai pm di avere imbeccato il falso pentito Vincenzo Scarantino, il quale si auto-accusò di avere portato a compimento la strage in cui furono uccisi Borsellino e i membri della sua scorta ma che, in realtà, non era nemmeno un mafioso e non aveva avuto alcun ruolo nell’organizzazione e nell’esecuzione del massacro.

[Luogo in cui si verificò l’attentato di stampo terroristico-mafioso che causò la morte di Giovanni Falcone, di sua moglie e di 3 agenti della scorta]
Questa verità è stata già sancita, col timbro definitivo della Corte di Cassazione, dalla storica sentenza del processo Borsellino-quater. Sulla base delle affermazioni del reale esecutore dell’attentato, Gaspare Spatuzza, che si pentì soltanto nel 2008 e identificò nei fratelli Graviano, capi del mandamento di Brancaccio, i veri organizzatori dell’eccidio, sono state infatti riconosciute come false le dichiarazioni di Scarantino, le cui parole, frutto delle pressioni di “suggeritori esterni”, avevano portato allo sviamento delle indagini sulla strage, costato l’ergastolo a sette persone innocenti poi scagionate nel processo di revisione. Nelle motivazioni della sentenza in questione, i giudici della Corte d’Assise di Caltanissetta scrissero che “le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino sono state al centro di uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”, che fu il frutto di “un proposito criminoso determinato essenzialmente dall’attività degli investigatori, che esercitarono in modo distorto i loro poteri”. Inoltre, ha illustrato la Corte, “c’è un collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa di Paolo Borsellino (rimossa dal perimetro della strage poco dopo l’esplosione della bomba, ndr), sicuramente desumibile dall’identità di uno dei protagonisti di entrambe le vicende”. E l’identità dell’uomo in questione è proprio quella di Arnaldo La Barbera, il poliziotto che coordinò le indagini sulla strage di via D’Amelio. Secondo il parere dei giudici, il suo ruolo fu “fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia”. Inoltre, egli sarebbe stato “intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa”, che, mettono nero su bianco i giudici, “conteneva una serie di appunti di fondamentale rilevanza per la ricostruzione dell’attività da lui svolta nell’ultimo periodo della sua vita, dedicato ad una serie di indagini di estrema delicatezza e alla ricerca della verità sulla strage di Capaci”. Nel dicembre 2002, però, Arnaldo La Barbera è deceduto a causa di un male incurabile.

Il 28 dicembre 2018 sono stati rinviati a giudizio tre uomini di fiducia del “superpoliziotto”, Mattei, Bo e Ribaudo, accusati dai magistrati di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa Nostra, avendo esercitato un “pressing fatto di minacce, anche psicologiche, maltrattamenti e manomissioni di prove” al fine di indurre il falso pentito Scarantino a depistare le indagini. La Procura aveva chiesto la condanna a 11 anni e 10 mesi per Mario Bo e di 9 anni e mezzo per Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo.

Ma ora, pochi mesi dopo la pronuncia della Corte d’Assise d’Appello di Palermo sulla trattativa Stato-mafia, in cui gli uomini del Ros e Marcello Dell’Utri sono stati assolti dal reato di “violenza o minaccia a corpo politico dello Stato” (i primi “perché il fatto non costituisce reato”, l’ex senatore di Forza Italia “per non aver commesso il fatto”), la storia sembra ripetersi: due prescrizioni e un’assoluzione per i poliziotti di La Barbera. A pochi giorni dal 19 luglio, in cui si celebrerà il 30′ anniversario della strage di Via D’Amelio, Antonino Vullo, l’unico agente sopravvissuto all’attentato, si è così espresso sulla sentenza: «Sono amareggiato… da noi accadono gli eventi, ci sono situazioni comprovate, ma poi alla fine non paga mai nessuno». Ogni commento sarebbe superfluo.

[di Stefano Baudino]

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