mercoledì 30 Novembre 2022

L’ennesima gaffe di Biden: annuncia aiuti militari a Taiwan e poi corregge il tiro

Dopo un incontro con il primo ministro giapponese Fumio Kishida, Joe Biden ha tenuto una conferenza stampa che ha fatto molto discutere. Alla domanda «Non avete voluto immischiarvi nel conflitto ucraino per ovvie ragioni, ma sareste disponibili ad essere coinvolti militarmente per difendere Taiwan, nel caso succedesse una cosa simile?» rivoltagli da una giornalista, il presidente USA ha risposto: «Sì», aggiungendo poi che gli ipotetici tentativi della Cina di annettere Taiwan «non sarebbe una cosa appropriata». Attraverso le parole di Biden, l’America in mondovisione ha sostanzialmente mostrato un radicale cambio di strategia nei confronti della questione, tant’è che molti esperti hanno definito quel “Sì” una delle più potenti dichiarazioni mai fatte dagli USA nei confronti della Cina.

Per quale motivo? La risposta è abbastanza scontata. Se gli Stati Uniti intervenissero militarmente in difesa di Taiwan, in caso di invasione cinese, sarebbe di fatto una guerra che vedrebbe USA e Cina scontrarsi faccia a faccia. Per evitare che le tensioni arrivino fino a questo punto, è intervenuta la Casa Bianca, che ha cercato di mediare e ridimensionare le parole di Biden con un comunicato stampa: “la nostra linea non è cambiata”. Non è la prima volta che accade: il presidente USA tende spesso a fare delle uscite poco “ponderate”, a cui il suo staff deve porre rimedio in fretta e furia.

Infatti la strategia americana nei confronti di Taiwan è sempre la stessa da molti anni, e si basa su una specie di “ambiguità” e che consiste, di fatto, nel non sbilanciarsi mai né in un senso né nell’altro. In pratica, non si sa davvero in che modo potrebbero intervenire gli Stati Uniti in caso di attacco cinese a Taiwan, un’isola di poco più di 24 milioni di abitanti a sud della Cina. Questa “incertezza” tiene in piedi un precario equilibrio tra Biden e la Cina, notoriamente suscettibile sulla questione Taiwan. Spieghiamola un attimo.

Tra la Cina e l’isola la tensione va avanti almeno dal 1949, anno in cui a Taiwan (il cui nome ufficiale è Repubblica di Cina) trovò rifugio il governo nazionalista cinese cacciato dal comunismo di Mao Zedong, durante una guerra civile. Da quel momento la Cina fu divisa in due: da una parte un governo riconosciuto dall’Occidente (quello rifugiatosi a Taiwan) e dall’altro il Partito comunista appena insediatosi. Ci fu un cambio di rotta solo negli anni ’70, quando prima gli Stati Uniti e poi il resto dell’Occidente cambiarono idea e riconobbero come unico governo quello comunista di Pechino.

Ma la Cina può davvero attaccare Taiwan? Difficile dirlo. Ciò che è certo è che Pechino vuole avere il controllo sull’isola, che di fatto reputa già una sua parte e che il presidente Xi Jinping ha più volte detto di voler risolvere la questione, senza mai escludere totalmente il ricorso alle armi.

Tornando a Biden, poche ore dopo la sua dichiarazione, ha ribadito – probabilmente su suggerimento del suo staff – che al momento la strategia USA continua a seguire quell’ambiguità di cui vi abbiamo parlato sopra. «No, La politica non è cambiata affatto. L’ho detto ieri quando ho fatto la mia dichiarazione».

Ma non è la prima volta che Biden è costretto a correggere il tiro. Gli era già capitato nel 2021, quando durante un’intervista all’ABC News aveva detto che gli Stati Uniti avevano stretto un patto (definito “sacro”) che prevedeva difesa per Taiwan in caso di attacco cinese. In realtà un accordo del genere non c’è mai stato.

Tuttavia, a prescindere da dichiarazioni e smentite, in questi giorni Biden ha presentato in Giappone un piano di investimenti e rafforzamento dei rapporti commerciali chiamato Indo-Pacific Economic Framework (Ipef), che prende il nome dall’area di interesse in cui intende agire. Si tratta, infatti, di una strategia che ha l’obiettivo di rafforzare e ampliare la presenza USA nel Pacifico, arginando e contenendo l’espansione della Cina. È importante mantenere «un Indo-Pacifico libero e aperto», motivo per cui all’accordo «hanno già aderito 13 Paesi», che beneficeranno anche di agevolazioni economiche. Immediata la risposta cinese, secondo cui tale strategia è destinata a fallire, soprattutto se dovesse diventare uno “strumento politico” nelle mani americane.

[di Gloria Ferrari]

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