giovedì 19 Maggio 2022

In Brasile la crisi ucraina è un pretesto per sfruttare le terre indigene

Il governo brasiliano ha visto nella crisi ucraina un’opportunità per appropriarsi delle terre indigene, manipolando l’essenza di un problema reale così da avere il via libera sullo sfruttamento minerario in Amazzonia. Più del 90 percento dei fertilizzanti vengono importati nel Paese del Sud America, con la Russia tra i partner principali. Ma con la guerra e le sanzioni, il viaggio dei fertilizzanti fino al Brasile è stato interrotto. Un problema colto come un’eccellente scusa dal governo Bolsonaro, che ne ha approfittato per chiedere l’approvazione del disegno di legge volto a implementare le attività minerarie nell’Amazzonia, con l’obiettivo di estrarre potassio per i fertilizzanti nei territori indigeni. In verità c’è solo l’11 percento delle riserve di potassio nelle terre prese in considerazione e perché il mercato brasiliano possa coglierne i frutti sarebbe necessario attendere anni, tra l’adattamento delle infrastrutture e le varie licenze.

Per il presidente la soluzione da proporre rimane comunque l’estrazione dalle terre indigene e per farlo Jair Bolsonaro è tornato a chiedere l’approvazione della PL191. Ma il controverso disegno di legge, in lavorazione dal 2020 e redatto dai ministeri delle Miniere e dell’Energia e della Giustizia, è stato giudicato come incostituzionale dalla magistratura brasiliana visto come questa eliminerebbe ogni forma di tutela del territorio. Se e quando approvato, le tribù indigene non avrebbero più il diritto di veto e invasive attività di sfruttamento del territorio prenderebbero il via. Bolsonaro ha quindi giocato la carta della “Sicurezza alimentare a rischio”, una narrativa ingannevole che il presidente spera porti a coronare l’obiettivo di sfruttare massivamente i territori dei nativi. Anche se nella scarsità dei fertilizzanti legata alla guerra in atto Bolsonaro ha visto un’occasione da cogliere al volo per accedere alle terre indigene senza essere più ostacolato, per ora la riforma rimane bloccata. La camera bassa non ha votato e sembra non voterà almeno entro il prossimo anno, visto anche l’opposizione stessa dell’Istituto brasiliano di estrazione mineraria. Il mese scorso infatti, il disegno di legge è stato giudicato come “Non adatto agli scopi previsti”.

Per quanto il ritardo nelle votazioni e il poco appoggio ricevuto diano speranza, i leader indigeni vivono sotto una continua minaccia. Non è una novità quanto Jair Bolsonaro opti per lo sfruttamento economico dei territori indigeni, mettendo a rischio la vita di persone innocenti, oltre a minacciare interi ecosistemi. Le terre di cui Bolsonaro cerca di appropriarsi sono essenziali tanto per l’uomo quanto per la natura e gli indigeni stessi combattono da anni contro il severo disboscamento che fa tanto gola al loro presidente, contro le miniere e lo sfruttamento intensivo delle loro terre. Le organizzazioni brasiliane hanno già segnalato i circa 20.000 minatori d’oro illegali che hanno recentemente invaso le terre del popolo Yanomami, così come le 442 miniere d’oro identificate nel territorio Munduruku. Eppure, il presidente più che rispettare le richieste e i diritti dei nativi e salvare territori tanto importanti, cerca di atterrarli sempre di più, sfruttando ogni pretesto.

[di Francesca Naima]

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2 Commenti

  1. Succedesse in italia il parlamento tutto, compresa l’opposizione avrebbero concesso immediatamente l’autorizzazione allo sfruttamento, come già fanno gli amministratori locali concedendo ettari di terreni coltivabili ai capannoni amazon (le lettere minuscole sono dovute)

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