Cibo, pesticidi e ambiente: la guerra riporta indietro l’orologio europeo

Sull’altare della guerra e in nome della sicurezza alimentare, l’Europa appare determinata a sacrificare – ancora una volta – la sostenibilità ecologica. In questi giorni, infatti, sono diverse le misure a favore dell’ambiente derogate o rinviate a data da destinarsi perché – a detta della Commissione Ue – le priorità ora sono altre. In tutto questo però potrebbe esserci anche lo zampino dell’una o l’altra industria per cui la guerra è un’occasione ghiotta per rivendicare la propria fetta di torta. Gli indizi in questo senso non mancano ed è dimostrato che le pressioni arrivano da più fronti. Da un lato le lobby dei pesticidi e, più in generale, del settore agroalimentare, dall’altro, i governi – quello italiano in prima linea – e diversi gruppi politici europei. Che la situazione geopolitica sia attualmente instabile è un dato di fatto, ma il cibo sulle nostre tavole è veramente a rischio? O siamo di fronte a una manovra innanzitutto economica portata avanti da determinati gruppi di interesse?

A pezzi la nuova Politica agricola comune

In primo luogo, per far fronte ad eventuali carenze alimentari quella che l’Europa sta delineando è una vera e propria ‘agricoltura di guerra’. Ovvero, bisogna produrre il più possibile senza preoccuparsi, almeno per il momento, degli aspetti ecologici. Per ampliare la capacità produttiva dell’Ue – si legge in una bozza resa pubblica da alcuni ricercatori di Agricultural and Rural Convention 2020 – la Commissione ha adottato un atto esecutivo per consentire eccezionalmente e temporaneamente agli Stati membri di derogare ad alcuni obblighi del greening. Stiamo parlando di uno dei capisaldi della Politica agricola comune, per cui se gli agricoltori rispettano tre specifiche pratiche sostenibili avranno accesso a dei fondi previsti dai cosiddetti pagamenti diretti. In particolare – si precisa nel documento – è consentita la produzione di qualsiasi coltura su terreni a riposo che fanno parte di zone ecologiche prioritarie nel 2022, pur mantenendo il livello completo del pagamento per il greening. Una flessibilità temporanea che permetterà quindi ai contadini di espandere i loro piani di coltivazione pur ricevendo soldi destinati ad una conversione sostenibile dell’agricoltura. Eppure, se da un lato è vero che Russia e Ucraina sono rispettivamente il primo e il quarto produttore globale di grano tenero, dall’altro, è altrettanto vero che delle loro scorte in Europa arriva solo una minima parte. Le farine che utilizziamo, invece, vengono perlopiù da Francia, Ungheria e Nord America. Effettivamente a rischio sarebbero però le forniture di mais e di olio di semi di girasole, materie prime fornite da Russia e Ucraina in percentuali decisamente significative. Va poi detto che il rincaro generale dei prezzi legato al conflitto potrebbe compromettere la produttività agricola generale, ma se derogare le misure di coltivazione sostenibile possa arginare questi effetti resta un mistero. D’altronde, la stessa Strategia Farm to fork – che ora rischia di essere smantellata – nasce proprio con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza alimentare dell’Unione avvicinando l’agricoltura agli obiettivi del Green deal.

Addio al dimezzamento nell’uso dei pesticidi

Anche la presentazione del pacchetto di leggi per dimezzare l’uso di pesticidi nel territorio dell’Unione Europea è stata rimandata a data da destinarsi. La causa sarebbe proprio l’insorgenza di altre priorità conseguenti alle incertezze geopolitiche attuali. In un attimo, quindi, ci si è dimenticati dell’impatto di queste sostanze sull’ambiente e la salute umana così come di quanto solo un’agricoltura resiliente ed ecologicamente compatibile possa garantire il perdurare di una produzione sostenibile e garantita nel lungo periodo. Il rinvio del pacchetto di norme che avrebbe dovuto tagliare del 50% l’uso di fitofarmaci è arrivato poi proprio durante la Pesticide Action Week, un’iniziativa di sensibilizzazione che sottolinea come l’attuale crisi legata all’oscillazione dei prezzi evidenzi quanto il modello di agricoltura intensiva sia vulnerabile. Un modello tutt’altro che resistente che andrebbe stravolto anziché rafforzato. In questo caso, quindi, il Corporate Europe Observatory ha avanzato un’ipotesi alternativa accusando le industrie di approfittare del conflitto in corso per fare pressioni politiche. In particolare, l’Osservatorio europeo delle lobby, in un rapporto pubblicato di recente, ha evidenziato tre principali tipologie di tattiche portate avanti dalle grandi aziende per far valere i propri interessi: il finanziamento di studi scientifici a loro convenienti, lo sfruttare a proprio favore le pressioni di un paese terzo (gli Stati Uniti, che hanno lanciato la coalizione internazionale anti-Farm to Fork) e, infine, dell’immancabile greenwashing.

Non c’è spazio nemmeno per il ripristino ambientale

La Commissione Europea ha posticipato anche la pubblicazione della proposta di legge per il ripristino della natura. Questo nonostante le lettere inviate da oltre 13.000 cittadini, 166 Ong e un gruppo di ministri dell’ambiente. Anche secondo gli ambientalisti, in questo modo si fa il gioco delle lobby agroalimentari che, «ora – denuncia Ariel Brunner, a capo della linea politica di BirdLife Europe – stanno usando il conflitto in atto per sostenere la propria agenda contorta. La Commissione deve svegliarsi e ascoltare la scienza. Senza il ripristino della natura su larga scala, l’Europa subirà più inondazioni, più siccità e crescenti minacce alla vita dei cittadini e alla capacità degli agricoltori di produrre cibo». Tra l’altro, quel che si fa veramente fatica a comprendere è perché il Collegio dei Commissari non sia stato nemmeno in grado di fissare una nuova data. «Ritardare la proposta di legge sul ripristino della natura a un futuro incerto – commenta Sergiy Moroz, responsabile delle politiche per l’acqua e la biodiversità dell’European Environmental Bureau – va contro la scienza, le richieste dei cittadini e gli impegni globali dell’Ue in materia di clima e biodiversità. Ignora il passare del tempo e trasferisce ulteriormente il peso della crisi ecologica sulle giovani generazioni e minaccia i diritti fondamentali di tutti». La proposta, poiché focalizzata sulla tutela e la riqualificazione degli ecosistemi naturali, avrebbe dato una forte spinta al raggiungimento di buona parte degli obiettivi di sostenibilità aiutando in modo decisivo a contrastare la crisi climatica e a mitigarne gli effetti. Tuttavia, tale decisione non dovrebbe sorprendere, che l’ambiente naturale non sia una priorità dei governi è ormai da tempo appurato. Nel mentre, il ruolo delle industrie fossili nella risoluzione delle crisi energetica attuale è ancora dominante.

[di Simone Valeri]

 

 

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