mercoledì 18 Maggio 2022

Recensioni indipendenti: “Dove bisogna stare” (documentario)

«In Italia oltre 10.000 migranti in fuga da guerre, persecuzioni, catastrofi naturali e miseria, vivono senza un tetto sulla testa e con gravi difficoltà di accesso al cibo, all’acqua e alle cure mediche essenziali. Queste persone sono escluse dai programmi di assistenza finanziati dallo Stato». Esistenze sospese a seguito dei tagli effettuati con l’applicazione del Decreto Sicurezza ancor più inasprito dal 113/2018 che abolisce di fatto la protezione umanitaria e stabilisce che, chi risulta ancora in Italia con questo titolo ottenuto in precedenza non ha più diritto all’accoglienza. Una situazione alla quale non si riesce a dare una adeguata soluzione in un paese incapace di governare il fenomeno se non con la perenne e deleteria logica dell’emergenza.

Questo film documentario di 97 minuti, presentato fuori concorso in TFF Doc al Torino Film Festival, e diretto da Daniele Gaglianone e Stefano Collizzolli prodotto da ZaLab in collaborazione con Medici Senza Frontiere, racconta, a differenza di altri documentari sul tema delle migrazioni, l’iter dei rifugiati che intendono usare il nostro paese come punto di passaggio verso altre destinazioni e dà una possibile risposta ad un problema che quella gente, spogliata da qualsiasi diritto, talvolta, perseguitata e ferita dall’ulteriore deprimente esperienza fatta in Italia si trova ad affrontare. Dove Bisogna Stare è un documentari che ci induce alla riflessione: quale responsabilità abbiamo sul nostro destino e quello di altri esseri umani? Come dovremmo confrontarci con quello che sta succedendo nel mondo e quanta partecipazione ci sentiamo di dare a ciò che ci è più vicino? Una risposta può essere l’impegno di grande umanità preso da quattro donne italiane, di età diverse e in luoghi diversi, che hanno deciso di impegnarsi, spontaneamente e gratuitamente, nella cura e nell’accoglienza di migranti e rifugiati. Elena in un paese di frontiera della Val Di Susa, aiuta molti migranti che rimangono bloccati e non riescono a passare il confine blindato e rischiano di morire di freddo cercando di attraversare le montagne per arrivare in Francia. Jessica ventunenne gestisce l’organizzazione di accoglienza in una grossa complesso abitativo occupato, al centro sociale Rialzo di Cosenza. Giorgia ventiseienne ex segretaria di una azienda di Como, è impegnata a combattere quotidianamente con la guardia di frontiera da quando la Svizzera ha cambiato politica e sono entrate in vigore nuove e più severe leggi sull’accoglienza. Lorena una psicoterapeuta in pensione, a Pordenone si occupa dei rifugiati in una vecchia e fatiscente struttura in disuso da anni nella zona industriale dove trovano riparo Pakistani, Afghani e Bengalesi  non riescono ad entrare nei percorsi di accoglienza istituzionali. Donne diverse e lontane geograficamente che si sono trovate davanti alla stessa scelta e vedendo la realtà con i propri occhi, hanno deciso di muoversi, agire attivamente e non voltarsi dall’altra parte mostrandoci quattro ritratti ma come fossero un unica oggettività.

Le seguiamo nelle quotidiane lotte per mettere al centro di tutto la vita e la dignità con umanità e giustizia per tutti quelli che ne hanno bisogno, mostrando che anche nel piccolo qualcosa si può realizzare facendolo sembrare una cosa normale anche se per questo atteggiamento si rischia l’incomprensione, talvolta il dileggio, si perdono amicizie e si viene giudicati o strumentalizzati. Una storia tutta al femminile dove queste quattro donne ci danno una grande lezione di vita mostrando di aver ben compreso “dove bisogna stare”. Loro fanno parte dell’Italia che agisce e così, come sarebbe dovere di ogni essere umano fare, in contrapposizione al fenomeno che emerge con forza dalle contraddizioni e dalle ingiustizie della nostra società, con una grande semplicità hanno un comportamento così spontaneo e familiare verso i rifugiati, da creare una confidenza e un’armonia talvolta commoventi.

«Il mondo dovrebbe essere così: chi ha bisogno, va aiutato»                                               Gino Strada

[di Federico Mels Colloredo]

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1 commento

  1. Certo che non bisognava andare così lontano per una storia del genere . Credo che al sud non abbiamo questa capacità di raccontare attraverso un film ,perché non abbiamo i mezzi per farlo ,o le capacità . Io so solo che lo sentivo dentro al cuore e ho partecipato al coordinamento sbarchi in Calabria ,ma ero l’ultima ruota del carro ,c’era gente che faceva questo volontariato da anni .

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