martedì 27 Settembre 2022

Monica Vitti: “oltre”

«Scoprire di far ridere è come scoprire di essere la figlia del re.»

Ha segnato la storia Monica Vitti e non solo della settima arte. Interprete poliedrica e fondamentale del cinema del Novecento, artista camaleontica e donna squisitamente complessa, Monica Vitti è stata prima di tutto una mente in cerca di umanità vera, cruda, travolgente. Nata a Roma nel 1931, Maria Luisa Ceciarelli – questo il vero nome – è riuscita con garbo, eleganza e raffinata forza a fare un grande regalo al pubblico: riflettere la sua contemporaneità donando sé stessa, completamente. Oltre all’indiscutibile capacità di saper trasmettere veramente, Monica Vitti è ed è stata tanto amata perché affascinata dal caos della vita, tanto da farsi avvolgere da esso, innamorata. Con un atto di coraggio infinito, l’attrice musa di Antonioni ha stralciato stereotipi quando questi quasi non erano identificati come tali.

«Mi concedo un unico grande lusso: rifiutare.»

A partire dalla sua fisicità, ben diversa dalla donna giunonica ben più in voga negli anni Sessanta (anni in cui debuttò), fino al timbro della sua voce, al suo essere diva perché incoronata dagli altri come tale, nonostante lei della “diva” riconoscesse di non avere i tratti caratteristici, la corporatura adeguata, il modo di fare usuale…ma, soprattutto, della diva la Vitti non voleva avere nulla. E proprio questo nulla l’ha resa “tutto”.

«Le attrici, diciamo bruttine, che oggi hanno successo in Italia lo devono a me. Sono io che ho sfondato la porta.»

Indefinibile non perché incomprensibile ma perché capace di immedesimarsi nei ruoli più disparati senza mai prendere nessun personaggio alla leggera, donando così voce e dignità a tutte le donne a cui ha dato corpo e anima.

«Le donne mi hanno sempre sorpresa: sono forti, hanno ancora la speranza nel cuore e nell’avvenire.»

Figure cinematografiche che oggi sarebbero vissute forse in maniera diversa ma che hanno posto le basi artistiche per un necessario cambiamento sociale che lentamente provava a farsi strada. E vista la sorprendente inscindibilità tra la vita e la recitazione della grande attrice italiana recentemente scomparsa, non solo nei film ma nella stessa vita la Vitti è stata esempio di donna che esce e si libera da ciò che è dovuto. Negli anni della sua brillante carriera risultava ancora difficile ammettere di volersi realizzare come donna a livello professionale e non forzatamente con la famiglia stereotipata. “Famiglia” che lei non ha voluto per dedicarsi alla sua vocazione ma famiglia tipica che poi l’attrice stessa rappresentava eccellentemente nei suoi lavori. E se il cinema coglie la vita ed è riflesso stesso di quest’ultima, attraverso le pellicole di cui la Vitti è stata protagonista gli italiani rivedevano le proprie assurdità, mentre il sussurro del bisogno di una trasformazione sociale entrava nei loro cuori.

«A 14 anni e mezzo, sì. ho deciso che non mi sarei mai sposata, e non avrei mai avuto un figlio. perché lo ritengo in effetti una delle cose più difficili che una donna possa fare. non solo avere un figlio, ma aiutarlo a vivere […] e siccome io, a quell’età avevo già un’intenzione, quella di recitare, sapevo che le due cose insieme non si potevano fare. Allora dovevo scegliere e ho scelto. io non voglio un figlio per nessun motivo al mondo, ce ne sono tanti!»

E così Monica Vitti si è imposta, rifiutando di coprirsi di un velo d’ipocrisia, in un elegante mettersi a nudo come persona, come donna, come artista. A sua immagine sono stati cuciti ruoli indelebili per la storia del cinema italiano: Monica Vitti ha rappresentato una, cento, mille donne e di esse le infinite e articolate realtà interne ed esterne. Non solo, lo ha fatto in un momento storico unico nel suo genere, in quelli che sono stati film specchio di una società indifferente e in cerca di bisogni creati. Pellicole che l’hanno incoronata come l’antitesi della sex symbol, leggiadra musa immersa in un’atmosfera senza eguali. Prima scrigno dell’inquietudine, del nonsense, del silenzio assordante (come negli incredibili personaggi della trilogia dell’incomunicabilità di Antonioni) poi mattatrice mentre si destreggiava con perfetta armonia in ruoli del tutto diversi (con i film di Monicelli, Scola, le iconiche collaborazioni con Alberto Sordi, Gigi Proietti…) affermandosi come l’attrice più alta della commedia italiana. La grande qualità di una donna che recitava “Per non morire”, senza inganni o stratagemmi ma con la tenacia d’essere ciò che desiderava.

«Faccio l’attrice per non morire, e quando a 14 anni e mezzo avevo quasi deciso di smettere di vivere, ho capito che potevo farcela, a continuare, solo fingendo di essere un’altra, facendo ridere il più possibile.»

Un’attrice che aveva grande rigore, cultura e intelligenza: aveva studiato molto la Vitti e aveva ancora fame, si immergeva nei ruoli emotivamente, sì, ma con incredibile tecnica e dedizione. Aveva frequento la Silvio D’Amico e continuava a voler apprendere dall’ininterrotto flusso della vita e della sua stellata carriera. Non si prendeva sul serio, o forse era talmente cosciente dell’immensità di un mondo fatto più di sentimenti che di realtà tangibili, da rispondere con un sorriso, tanto importante per lei perché nato dalla consapevole coesistenza di gioia e dolore.

«Il segreto della mia comicità? La ribellione di fronte all’angoscia, alla tristezza e alla malinconia della vita.»

Dal drammatico al comico, Monica Vitti sapeva incarnare i personaggi senza mai cadere nel grottesco o in una qualche scontata caricatura, dando uno schiaffo morale a chi sosteneva – e sostiene – i luoghi comuni sulle donne tanto nel drammatico quanto nel comico. In oltre trentacinque anni di carriera, Monica Vitti ha mostrato come essere incredibilmente affascinanti facendo divertire, come essere felici nell’essere tristi, come essere divertenti con estrema eleganza e femminilità, senza bisogno di travestimenti strampalati. La “comicità al femminile” ha iniziato ad essere presa sul serio, “l’emotività femminile” ha potuto finalmente divenire “emotività umana”. Non debolezza, non fragilità, ma umana rappresentazione di un animo che in quanto tale va oltre il sesso, oltre il corpo, oltre le “etichette” mentre mormora deciso “Tutte le volte che ho cercato di comunicare con qualcuno, l’amore è andato via” (La notte, 1961) . Oltre l’immagine dell’interprete, oltre la donna, oltre il corpo e le apparenze… Monica Vitti sapeva di avere la grande responsabilità di dare voce al silenzio. Monica Vitti lascia parti di sé non solo nel cinema ma anche a teatro, nel piccolo schermo, nel varietà, nella radio…nei libri (Sette sottane del 1993 e Il letto è una rosa del 1995) e ancora nel mondo cinematografico come sceneggiatrice e infine regista (con Scandalo Segreto, del 1990). “L’angelo biondo” lascia infine ritagli del suo spirito in tutti coloro che l’hanno amata come professionista e come donna dalla profondità tanto immensa da essere “mille” e… oltre.

«Con il mare ho un rapporto travolgente, quando lo vedo muoversi, impazzire, calmarsi, cambiare colore, rotta, è il mio amante.»

[di Francesca Naima]

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