martedì 9 Agosto 2022

L’India si ribella ai colossi della moda usa e getta

I fornitori di grandi case di moda non pagano il salario minimo ai propri lavoratori. Nello specifico, ciò che emerge dalla nuova indagine dell’organizzazione internazionale per i diritti dei lavorati WRC (Workers Rights Consortium), è la grave situazione dei dipendenti delle maison nello stato indiano del Karnataka. Sono più di 400.000 i lavoratori tessili in Karnataka che non ricevono il salario minimo legale dello stato dall’aprile 2020 e, per questo motivo, stanno letteralmente soffrendo la fame. Il Karnataka è una delle zone più importanti per l’industria dell’abbigliamento dell’India e ci sono migliaia di fabbriche con centinaia di migliaia di lavoratori. Ecco perché si parla del più grande furto salariale dell’industria della moda e fautori di questa insolenza sono i fornitori di enormi marchi padri della cosiddetta fast fashion come Zara, Nike, Puma, H&M, C&A, Tesco, Gap, Marks & Spencer. Come riporta The Guardian, secondo la stima del WRC l’importo totale dei salari non pagati finora supererebbe i 41 milioni di sterline (quasi 50 milioni di euro).

I moti del WRC hanno avuto inizio due anni fa, quando l’aumento annuo del costo della vita fino al salario minimo – VDA (indennità a carico variabile) – è arrivato a 417 rupie indiane (circa 5 euro). Era aprile del 2020. Tale supplemento non è mai stato riconosciuto ai dipendenti indiani, per un totale di 8.351 rupie (99,24 euro) previsti a dipendente, mai pagati. Eppure i marchi sono consapevoli del loro ruolo fondamentale per fermare un furto salariale tanto grave che poi è sinonimo di menefreghismo e di violazione dei diritti di un enorme numero di persone. Tuttora, i lavoratori si trovano in una situazione ingiusta e disumana e, a soffrirne di più (come si apprende secondo i dati e le testimonianze raccolte dal WRC) è la forza lavoro femminile. Quando si parla con i fornitori, questi si difendono dietro un decreto che sarebbe stato emesso poco dopo aprile 2020 dal Ministero del lavoro e dell’occupazione. Tale decreto sospenderebbe l’aumento del salario minimo proprio poco dopo la sua attuazione. Ci sarebbe ancora un reclamo presso i tribunali del Karnataka, a loro dire…ma in realtà, a settembre 2021, l’Alta Corte del Karnataka ha definito come illegale il decreto a cui si appigliano i fornitori, imponendo l’obbligo di dare ai lavoratori il salario minimo con tutti gli arretrati compresi, a prescindere da qualsiasi procedimento giudiziario.

Sempre secondo il WRC, l’unico settore industriale a non conformarsi all’ordine dell’Alta Corte sarebbe proprio quello dei fornitori di abbigliamento. Ma gli svariati marchi che acquistano capi dal Karnataka hanno dichiarato di avere avuto ragioni per credere che i loro fornitori rispettassero l’ordine dell’Alta Corte. Nonostante un attento e acceso lavoro di protesta da parte del WRC, ciò che poi appare nei fatti è che i marchi occidentali sembrano non intervenire, tantomeno adottare misure efficaci per dare inizio a un cambiamento. Oltre a dichiarazioni piene di speranza belle parole riportate dal The Guardian, le grandi aziende di moda non fanno abbastanza o, apparentemente, proprio “non fanno” per riconoscere un problema strutturale che non riguarda solo i salari “non pagati per intero” ma una filosofia di sfruttamento che dovrebbe risultare abolita da tempo.

[di Francesca Naima]

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