giovedì 19 Maggio 2022

Draghi al Quirinale, il semi-presidenzialismo e l’Italia a democrazia limitata

Dopo l’approvazione della Legge di Bilancio, il Parlamento si prepara ad un grande appuntamento: l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Il Parlamento è già stato convocato per il 24 gennaio, ore 15, quando si aprirà il “conclave” per l’elezione del successore di Sergio Mattarella. In ballo, neanche a dirlo, c’è la sopravvivenza del Governo guidato da Mario Draghi, il grande favorito per salire al Colle.

Tra le righe di una delicata e complessa battaglia politica, si staglia però un evidente pericolo, nutrito giorno dopo giorno da segnali preoccupanti, che riguarda specificamente lo stato di salute della democrazia italiana.

“Mario Draghi potrebbe guidare il convoglio anche dal Quirinale – ha dichiarato il Ministro leghista dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti a Bruno Vespa nel suo ultimo libro, uscito lo scorso Novembre – Sarebbe un semipresidenzialismo de facto, in cui il Presidente della Repubblica allarga le sue funzioni approfittando di una politica debole”. Secondo Giorgetti, sarebbe dunque cosa buona e giusta bypassare il dettato costituzionale, consegnando lo scettro di un Paese in ginocchio ad un uomo che, una volta ‘impacchettato’ ed inviato al Colle da una politica subordinata alle sue ambizioni, andrebbe a rivestire non il ruolo di garante della Costituzione, ma di grande dominus. In qualsiasi altro Paese democratico, dichiarazioni di questo tipo avrebbero probabilmente scatenato una sacrosanta e durissima reazione da parte del mondo dell’informazione che conta. Invece, il “quarto potere” preferisce tacere e ancora più frequentemente acconsentire.

L’uomo della provvidenza, il grande manager che non si cura delle quisquilie della politica per dettare le sue regole e ottenerne la ratifica, sembra potersi permettere proprio tutto. Basti pensare al primato raggiunto dall’attuale Esecutivo guidato da Draghi: aver allineato una mole di 35 voti di fiducia in nemmeno un anno di vita, con una media di 3,2 al mese, battendo addirittura il Governo di un altro ex banchiere divenuto Premier, Mario Monti. L’ultima è arrivata proprio in occasione del via libera alla nuova Legge di Bilancio, approvata dalla Camera il 30 Dicembre con margini di discussione sostanzialmente azzerati. Addirittura, tre giorni prima la Commissione Finanze si era rifiutata di esprimere un parere sul provvedimento: le erano state concesse solo 3 ore per il suo esame. 

Intanto, in occasione della conferenza di fine anno del 22 Dicembre, Draghi ha fatto chiaramente intendere di ambire al Colle. Sommerso dagli scroscianti applausi dei giornalisti in sala, per farlo ha sfruttato i più elementari escamotage della comunicazione archetipica, definendosi “un nonno al servizio delle istituzioni”, cercando di offrire di sé un’immagine di attempato e sapiente servitore dello Stato, di uomo dolce e riflessivo che sceglie di piegare le sue prospettive carrieristiche al bene collettivo. Proprio quando la narrazione costruita ad arte dal potere fa a botte con la realtà, sarebbe compito dei corpi intermedi, in primis dei partiti e degli organi di informazione, quello di risvegliare un’opinione pubblica sopita e pretendere il rispetto del buon senso e della verità. 

Se guardiamo alle opzioni in campo nella corsa al Colle, la sfida appare complicata. Difficile prendere in considerazione la possibilità che, dopo un’eventuale mancata elezione di Draghi a PDR, l’attuale Esecutivo possa proseguire serenamente la sua azione: la figura del Premier risulterebbe ‘azzoppata’ dallo stesso Parlamento che sta reggendo le sorti della compagine governativa; l’ipotesi della rielezione di Mattarella, caldeggiata da parte di un Pd in forte difficoltà sulle strategie da praticare, è stata più volte smentita dal diretto interessato; le elezioni anticipate, anche in caso di mancata elezione di Draghi al Colle, sono il grande obiettivo di Fratelli d’Italia, l’unica forza politica che ha moltiplicato i suoi consensi, mentre tutti gli altri partiti sono contrari: a causa della legge sul taglio dei parlamentari, che diventerà effettiva in occasione della formazione del prossimo Parlamento, essi subirebbero un forte ridimensionamento numerico, non potendo garantire la rielezione a tantissimi dei loro parlamentari. 

Ecco che lo scenario al momento più probabile e, allo stesso tempo, più preoccupante, è proprio l’elezione di Draghi a nuovo PDR e la parallela salita a Palazzo Chigi di una sua pedina. L’obiettivo sotteso? Quello di instaurare proprio quel “semipresidenzialismo de facto” ventilato da Giorgetti, quella “democrazia limitata” che, con la scusa della crisi (economica prima, pandemica poi), il trasversale partito degli affari si è continuamente e subdolamente dato come bussola. In seguito alla sonora bocciatura da parte del popolo italiano della riforma costituzionale renziana del 2016, che delineava uno spaccato istituzionale ‘governo-centrico’, e ai risultati delle elezioni del 2018, che inflissero un durissimo colpo all’establishment finanziario e politico italiano, tutto sembrava essere cambiato. Invece, il vento caldo e rassicurante della restaurazione è tornato a soffiare più forte di prima.

[di Stefano Baudino]

 

 

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2 Commenti

  1. Io sono veramente molto perplesso.
    E’ vero che abbiamo un modello di elezione che di fatto n realtà non rispecchia la volontà degli elettori.
    Ma da li passare all’uomo forte di Mussoliniana memoria….sarebbe micidiale…

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