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sabato 16 Ottobre 2021

Australia, la foresta pluviale più antica al mondo è tornata ai nativi

I popoli autoctoni siano i migliori custodi delle foreste, polmoni del nostro pianeta, e questo è uno dei motivi per cui lo stato australiano del Queensland ha annunciato di aver ceduto la proprietà del Daintree National Park, foresta pluviale più grande e antica del mondo, al popolo orientale di Kuku Yalanji. L’area in questione, nella penisola di Cape York, la punta nord-orientale dell’Australia, comprende 160mila ettari di terra in pericolo per via del cambiamento climatico e delle azioni di disboscamento. Un vastissimo territorio risalente a 135 milioni di anni fa il quale, non solo è stato la dimora di generazioni e generazioni di aborigeni, è anche particolarmente prezioso per la sua biodiversità. Questo, infatti, pullula di animali e vegetali – alcuni rarissimi – tra cui oltre 3.000 specie di piante, 107 specie di mammiferi, 368 specie di uccelli e 113 di rettili. 

I coloni britannici colonizzarono il continente nel Settecento, emarginando i gruppi autoctoni, abitanti della foresta e, la significativa scelta di restituirla – simboleggiata da una cerimonia nella città di Bloomfield – è un chiaro segno di riconciliazione con quei popoli che, secoli fa, vennero sottomessi dall’avidità occidentale. Inoltre, nella dichiarazione del Ministro dell’Ambiente, viene sottolineata l’importanza dei Kuku Yakanji, della loro cultura, del loro diritto a possedere e gestire la foresta e a condividerne le bellezze con chiunque avrà il piacere di visitarla. Per il periodo iniziale, tuttavia, è prevista la gestione congiunta tra la comunità nativa e il governo dello stato del Queensland.

Poche settimane fa un report pubblicato dalla Fao ha reso noto che i tassi di deforestazione sono più bassi nelle foreste protette e gestite dai popoli indigeni. Le comunità indigene – secondo il rapporto – hanno una solida esperienza nella salvaguardia dell’ecosistema forestale. Inoltre, prediligono generalmente un’agricoltura più diversificata e su scala ridotta, meno impattante rispetto alle pratiche industriali. Fattori che fanno in modo che le foreste che sono tutt’ora nelle loro mani risultino molto meglio conservate rispetto a quelle a disposizione dell’uomo “civilizzato”.

[di Eugenia Greco]

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