Sudan, attacchi delle RSF a campo per sfollati: centinaia di morti e feriti
Cuba: l’energia solare con l’aiuto cinese per superare la crisi e vincere l’embargo USA
Con l’aiuto della Cina, Cuba sta muovendo importanti passi nella direzione delle energie rinnovabili, avviando un progetto che entro il 2028 dovrebbe vedere l’entrata in funzione di 92 impianti di produzione solare. Sei di questi sono già stati inaugurati e hanno da poco iniziato a funzionare. L’intento è quello di porre fine all’emergenza dovuta ai blackout di energia che si ripetono ormai da diverso tempo e negli ultimi mesi sono sempre più frequenti. Cuba tenta così, con l’appoggio di Pechino, di sottrarsi al blocco statunitense che da decenni non permette all’isola un approvvigionamento sufficiente di beni in svariati settori – incluso quello energetico. A causa di ciò, l’isola si trova ad avere una rete elettrica obsoleta e di difficile manutenzione. Grazie a questo progetto, tuttavia, i cubani potranno disporre di circa 2.000 megawatt di elettricità, proveniente interamente dall’energia solare.
Il deficit elettrico di Cuba ha un profondo impatto sulla vita della popolazione, dal momento che i frequenti blackout limitano l’accesso ai servizi di base – acqua, illuminazione, refrigerazione ed elaborazione degli alimenti e così via. Non di rado queste interruzioni di energia hanno esasperato gli animi della popolazione, dando vita a proteste e tumulti. Di fronte a tale scenario, causato dal decennale blocco statunitense che impedisce l’acquisto di carburante a sufficienza e di pezzi di ricambio per gli impianti elettrici, Cuba ha deciso di scommettere sulle energie rinnovabili e ridurre la propria dipendenza dai combustibili fossili. Il 21 febbraio, il presidente cubano, Miguel Diaz-Canel, ha inaugurato il primo dei 92 parchi solari che saranno costruiti entro il 2028 grazie all’aiuto della Cina (rappresentata per l’occasione dall’ambasciatore cinese a Cuba, Hua Xin), con cui saranno generati 2.000 MW di energia elettrica.
Il parco inaugurato a L’Avana è stato il primo dei 55 che dovrebbero entrare in funzione quest’anno. Alla fine di marzo erano già 6 i parchi solari inaugurati ed entrati in funzione, come mostrato anche dal ministro dell’Energia e delle Miniere, Vicente de la O Levy, che pubblica costantemente gli avanzamenti dei lavori e le inaugurazioni dei diversi impianti solari sul suo profilo X. Secondo quanto riportato, nuovi parchi entreranno in funzione ogni mese quest’anno. I parchi solari saranno di varie dimensioni, da quelli più piccoli, comunitari, ad impianti di centinaia di megawatt. L’utilizzo delle energie rinnovabili permetterebbe a Cuba di avere energia sufficiente per far fronte ai picchi di richiesta energetica e interrompere i blackout.
Il servizio elettrico cubano è da diversi mesi costantemente sotto stress, con interruzioni sempre più frequenti. Spesso, le tensioni sociali che ne sono derivate sono sfociate in proteste e disordini. Il deficit energetico è dovuto, in particolare, alla mancanza di carburante, alla bassa disponibilità di centrali e alle difficoltà esistenti nell’approvvigionamento dei pezzi di ricambio per le unità in manutenzione. A causare questa stiuazione è, in particolare, il blocco che gli Stati Uniti impongono da decenni all’isola, nel tentativo di far implodere il soggetto politico socialista sorto dalla rivoluzione cubana. Il 19 marzo scorso, la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha condannato la decisione di imporre nuove restrizioni sui visti statunitensi sul programma di lavoro all’estero di Cuba, una delle principali fonti di valuta estera per L’Avana, in particolare grazie agli operatori sanitari inviati all’estero. «La Cina si oppone alla diplomazia coercitiva ed esorta gli Stati Uniti a fermare immediatamente il blocco e le sanzioni a Cuba e a rimuovere Cuba dall’elenco degli Stati Sponsor del terrorismo», ha poi detto Mao Ning.
Una buona notizia per Cuba. Nel mentre, la Cina si conferma un punto di riferimento nella regione del centro-sud America, da sempre considerata dagli americani come il proprio “cortile di casa”.
Milano per la Palestina: migliaia in piazza
In migliaia hanno risposto alla chiamata delle organizzazioni palestinesi italiane, scendendo in piazza a Milano al grido di: “Fermiamo la macchina bellica! Palestina libera!”. Il corteo, partito da piazza Duca D’Aosta, chiede la cessazione del genocidio a Gaza e della deportazione del popolo palestinese, così come lo stop della corsa al riarmo e della repressione, per un chiaro messaggio all’UE, e al suo piano militare da 800 miliardi di euro, nonché al governo italiano, fresco di approvazione del decreto sicurezza.
Accordo nucleare, al via i negoziati USA-Iran
Sono iniziati in Oman i colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran. L’obiettivo è trovare un accordo che contenga l’espansione del programma nucleare iraniano in cambio della revoca delle sanzioni statunitensi. L’incontro è stato preceduto dalle minacce del presidente USA Donald Trump, che ha ipotizzato un attacco militare alla Repubblica Islamica nel caso in cui non si raggiungesse un accordo. La precedente intesa tra le parti, risalente al 2015, ha avuto vita breve: nel 2018, sotto l’amministrazione Trump, gli USA hanno reintrodotto le sanzioni all’Iran, che ha risposto intensificando il programma nucleare.
Il Corriere della Sera a processo: manipolò un’intervista per definire un politico “putiniano”
Il giornalista del Corriere della Sera Fabrizio Roncone e il direttore della medesima testata, Luciano Fontana, sono stati rinviati a giudizio dalla Procura di Cagliari per diffamazione ai danni dell’ex deputato del Movimento 5 Stelle Gabriele Lorenzoni. I fatti ruotano attorno a un articolo, pubblicato dal Corriere nel marzo del 2022, in cui Lorenzoni veniva indicato come «putiniano». Nello stesso pezzo, il politico veniva schernito per le sue posizioni in merito alla guerra russo-ucraina e per aver creduto a presunte notizie false su tale conflitto. Nello specifico, i pm affermano che all’ex deputato sono state attribuite affermazioni mai pronunciate, con una vera e propria manipolazione delle sue dichiarazioni tesa a dipingerlo come un «soggetto estremista che appoggerebbe le posizioni politiche e militari della Russia di Putin».
Nel titolo dell’articolo da cui trae origine il procedimento, Lorenzoni veniva etichettato come «putiniano», espressione che, nonostante la successiva modifica in «Filo-Putin», resta visibile all’interno del link e rappresenta il simbolo della controversia. Il decreto di citazione diretta a giudizio di Fabrizio Roncone e Luciano Fontana, emesso dalla Procura presso il Tribunale di Cagliari, evidenzia come i due imputati siano chiamati a rispondere del reato di diffamazione: nel dettaglio, Roncone risulta imputato ai sensi dell’art. 595, co. 2 e 3 del Codice Penale, mentre Fontana, nella sua veste di direttore, è accusato per aver omesso il controllo editoriale sul contenuto dell’articolo incriminato. Secondo l’atto d’accusa, il giornalista autore dell’articolo avrebbe deliberatamente alterato il senso dell’intervista, attribuendo al deputato Lorenzoni parole inesistenti e dunque «ledendo gravemente la sua reputazione personale e professionale». I documenti processuali, che fissano l’udienza al 24 giugno 2025, rappresentano non solo una formale azione penale ma anche un banco di prova per stabilire i limiti tra il diritto alla libertà di espressione e quello al rispetto dell’onorabilità personale. Insomma, l’evoluzione di questo processo potrà richiamare i riflettori su una questione ormai centrale: dove finisce l’analisi critica e dove inizia la propaganda mascherata da giornalismo.
«Questo è stato un classico caso di character assassination, un’intervista appositamente costruita per denigrare non solo una persona, ma una posizione politica – dichiara a L’Indipendente Gabriele Lorenzoni, che ora non ha più ruoli politici –. Avvenne nel momento in cui io e altri colleghi avevamo manifestato contrarietà all’annunciato intervento di Zelensky alla Camera dei Deputati. All’epoca feci un post in cui avevo riportato sia la versione ucraina che quella russa sui fatti collegati al bombardamento russo a Mariupol, mostrando un approccio moderato ed equilibrato rispetto a una questione assai articolata». Eppure, l’intervista mostra tutt’altro. «La loro finalità era ovviamente quella di farmi passare per lo “scemo del villaggio”, così hanno deciso di mettermi in bocca parole non mie – spiega ancora Lorenzoni –. La narrazione mainstream iper-bellicista non poteva tollerare posizioni di buon senso. Non poteva tollerare che io e altri invitassimo l’opinione pubblica a studiare a fondo il contesto del conflitto, non dimenticando gli otto anni precedenti di guerra civile, e che avvertissimo che contribuire al suo prosieguo senza puntare su un negoziato avrebbe prodotto un disastro».
Il caso Lorenzoni è comunque solo un piccolo tassello di una più ampia campagna mediatica, lanciata da alcuni grandi quotidiani, volta a stigmatizzare come «filorussi» o «putiniani» politici, intellettuali e personaggi pubblici critici verso la linea atlantista sul conflitto russo-ucraino. Un clima che, soprattutto nei primi mesi dell’invasione, aveva portato a un acceso dibattito pubblico e a un forte rischio di semplificazioni e delegittimazioni. Nello specifico, attraverso articoli, editoriali e inchieste, il Corriere della Sera ha contribuito a costruire la narrazione dei cosiddetti «putiniani d’Italia»: una categoria molto eterogenea che includeva parlamentari del Movimento 5 Stelle, esponenti della Lega, giornalisti, professori universitari, opinionisti televisivi e, più in generale, chiunque sollevasse dubbi sul supporto militare all’Ucraina o mettesse in discussione l’efficacia delle sanzioni contro Mosca. Il Corriere dipinse infatti l’esistenza di una «rete della propaganda di Putin» in Italia come una minaccia per la sicurezza nazionale, citando addirittura «materiali raccolti dall’intelligence» e indicando come bersagli principali vari nomi ed entità, tra cui quelli di Giorgio Bianchi, Alberto Fazolo, Manlio Dinucci, Alessandro Orsini, Maurizio Vezzosi e il canale L’Antidiplomatico. Un’operazione da molti considerata come un vivido manifesto della delegittimazione del dissenso.
È morto Graziano Mesina, ex primula rossa del banditismo sardo
È morto a Milano, a 83 anni, Graziano Mesina, protagonista della lunga stagione dei rapimenti a opera dell’Anonima sequestri. Ieri il Tribunale di Sorveglianza milanese aveva accolto la richiesta di scarcerarlo, poiché si trovava nella fase terminale di un tumore. L’uomo è deceduto all’ospedale San Paolo, dove era stato portato dopo aver lasciato il carcere di Opera. Mesina divenne famoso per le sue clamorose evasioni, con 22 tentativi, dieci dei quali riusciti, e per essere stato protagonista della pratica dei sequestri in Sardegna. Nel 1992, quando era in permesso carcerario, mediò per la liberazione del piccolo Farouk Kassam, rapito in Costa Smeralda.
“Brevità dell’amore”, una poesia di Franco Arminio (2017)
Lavoro come un fabbro
fino a tarda sera
per dare al nostro amore
un cancello, una ringhiera.
I poeti – sosteneva Percy B. Shelley nel suo scritto La difesa della poesia (1821) – «scandagliano le profondità dell’anima umana con uno spirito tutto comprensivo e penetrante e son forse essi stessi i più sinceramente attoniti delle sue manifestazioni, come di quello che non è tanto spirito loro quanto spirito del loro tempo… I poeti sono gli specchi delle ombre gigantesche che il futuro proietta sopra il presente; le parole che esprimono ciò che non intendono; le trombe che squillano a battaglia e non sentono ciò che ispirano; l’influsso che non è commosso ma commuove. Sono i non riconosciuti legislatori del mondo».
Senti davvero i respiri del vento, i mormorii delle voci degli anziani, le voci del «desiderio che squarcia i polsi», come lui scrive, nelle poesie che Franco Arminio ha raccolto in Cedi la strada agli alberi (Chiare lettere/Garzanti 2023) e provi la sensazione che non ci sia un poeta ma che le poesie abbiano usato lui e lo stiano usando per venire allo scoperto. Esattamente come canta in una sua composizione: «Noi non siamo qui per vivere/ma perché qualcuno/deve parlarci».
Arminio in sostanza raccoglie testimonianze, sembra un Ulisse sbarcato sulle coste lucane, che precipita ammaliato tra le braccia di una maga che parla sotto un albero, in un’intensità, per usare ancora le sue parole, che proviene più dalle voci che dai corpi, più dal contatto mitico con agenti naturali, con scorci di paesaggio, con la calma della nuvola che con qualsiasi fragore.
Qui ci troviamo di fronte, direi scherzando, a un haiku lucano, una sintesi immaginifica e un po’ ermetica che incrocia Quasimodo e Rocco Scotellaro, il Rocco di quell’altra “ringhiera” del 1951: «S’alzano i gridi ringhiera ringhiera:/ Giustizia nera, Giustizia nera»…Il Rocco di «Tu non ci fai dormire/ cuculo disperato» (1947).
Gli squarci pittorici e plastici della natura Arminio li attraversa con una mente allenata a trasfigurare, a prenderli non come uno spettacolo ma come un mistero, come quell’uomo, quella donna e quel mulo «che vanno lenti verso la campagna/ a scorticare la terra/ con la zappa per piantarvi un seme».
Dell’haiku in questi quattro versi c’è l’incanto sorprendente ma questa volta l’haiku esprime una metafora (estranea del tutto ai componimenti giapponesi): la metafora del fabbro, una metafora perduta, arcaica, non soltanto terrena ma ctonia, remota per profondità non per lontananza, quella che faceva dire in antico che ognuno è fabbro della sua fortuna, quella che faceva forgiare a un dio forme e foggie vulcaniche.
Se la fantasia è vulcanica, scrivere poesia è prendere una zappa e rovesciare la terra, estrarre una zolla come un verbo, come un’immagine, come un pianto o come una dichiarazione d’amore.
Sottrarre l’humus alla sua prigione, rendere alleati il vento e il seme. Fare poesia è anche ridare un’eco alla siepe leopardiana e farla diventare un cancello, una ringhiera che tuttavia nessuno sguardo escluda.
Fondo Monetario Internazionale: 20 miliardi all’Argentina
Venti miliardi dollari transiteranno dal Fondo Monetario Internazionale all’Argentina per stabilizzare l’economia, modernizzare il Paese e allentare la stretta della crisi economica. Il Consiglio esecutivo del Fondo erogherà immediatamente una prima tranche di 12 miliardi nell’ambito di un programma volto a «sostenere la transizione verso una nuova fase del piano di stabilizzazione e crescita del governo argentino». Interverranno anche la Banca Mondiale e la Banca Interamericana per lo Sviluppo (Bid), che metteranno rispettivamente a disposizione del governo Milei un prestito da 12 e uno da 10 miliardi di dollari. Con 22 prestiti dal 1958, l’Argentina deve al Fondo oltre 40 miliardi di dollari.
Il vero scopo del circo sui dazi messo in piedi da Trump: intervista a Giuliano Marrucci
Sin da quando il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha annunciato dazi sui prodotti in entrata da tutti i Paesi del mondo, il pianeta è entrato in una spirale di caos che rende difficile comprendere cosa stia succedendo. La scelta di autorizzare una sospensione di tre mesi per tutti, tranne che per la Cina ha reso ancora più criptica la situazione. Sono state abbozzate diverse interpretazioni per decifrare la strategia di Trump: il magnate pensava sin da subito di mettere sotto scacco la Cina? La scossa ai mercati e il saliscendi delle borse di tutto il mondo erano volute per permettere la speculazione interna? O forse Trump è solo quell’incomprensibile folle che viene descritto dalla stampa mainstream? Ne abbiamo parlato con Giuliano Marrucci: ex autore del programma televisivo Report e fondatore di Ottolina TV, Marrucci è autore di testi quali Il mito del dollaro (2024, scritto a quattro mani con Vadim Bottoni), L’economia geopolitica di Ottolina TV – Cronaca del fallimento della narrazione economica dominante e Cemento rosso – Il secolo cinese, mattone dopo mattone.
Partiamo dai fatti più recenti. Trump ha annunciato dazi nei confronti di tutto il mondo, per poi ritirarli nell’arco di un paio di giorni. Secondo lei si tratta di una strategia pianificata sin dal principio o è stato costretto a farlo?
Assolutamente è stato costretto a farlo. I dazi sono stati calcolati dividendo la bilancia commerciale degli USA con un Paese per l’export statunitense in quello stesso Paese, dimezzando il risultato ottenuto. Si tratta di una manovra prettamente politica, che non ha niente di tecnico o economico nella sua valutazione. Il crollo delle borse non è stato affatto una sorpresa. Il punto è che, normalmente, quando crollano i mercati azionari i soldi finiscono nei mercati obbligazionari – ovvero, nella maggior parte dei casi, nei titoli di Stato USA. È successo nel 2008, nel 2001, nell’87… il risultato che Trump sperava di ottenere con l’emanazione dei dazi era che venissero comprati titoli del debito statunitense, così da farne crollare i rendimenti e permettere al Paese di pagare meno interessi sul loro gigantesco e inarrestabile debito. I primi giorni, effettivamente, la fuga dei capitali dai mercati azionari è andata in buona parte nei mercati obbligazionari e ha cominciato a diminuire il rendimento dei titoli. Poi, però, questi hanno ricominciato a salire, tornando ai livelli precedenti. Per la prima volta, la fuga dai mercati azionari non ha causato un aumento dei titoli del debito statunitense. In questo modo gli Stati Uniti rischiano di andare in default e non riuscire a pagare i titoli di debito che sono in scadenza. Per questo Trump è stato costretto a fare un passo indietro.
Per quale motivo tagliarli a tutti meno che alla Cina?
Da oltre dieci anni, la Cina è il primo obiettivo degli Stati Uniti. Sia Trump, durante il suo primo mandato, che Biden hanno cercato di porre barriere protezionistiche nei confronti di Pechino, senza riuscirci. Le catene di approvvigionamento sono globali: pur riuscendo a ostacolare i rapporti diretti tra i due Paesi, le misure adottate dagli Stati Uniti non hanno ridotto l’export cinese, che è stato semplicemente rediretto verso altri Stati. Paradossalmente, in questo modo è stata incentivata l’integrazione della Cina con il resto del mondo, rendendola sempre più indispensabile per gli altri Paesi. Da qui, la necessità di imporre dazi su tutti. Non si può pensare di colpire la Cina con il solo protezionismo, se non vengono imposte barriere a tutto il resto del mondo. La speranza di Trump è di essere riuscito a dimostrare che è pronto a condurre una vera e propria guerra atomica commerciale di dimensioni mai viste. Quello degli ultimi giorni è un fenomeno senza precedenti in quanto a dimensioni: il Liberation day annunciato da Trump è il più grosso sconvolgimento del mercato internazionale della storia del capitalismo. Trump spera che la minaccia della scadenza dei 90 giorni sia sufficiente per imporre con la forza a tutti i Paesi vassalli di disallinearsi dalla Cina.
Ultimamente è emersa anche un’interpretazione secondo la quale Trump intendeva manipolare il mercato finanziario per sfruttarne il saliscendi e alimentare la speculazione interna. Una sorta di strategia di aggiottaggio.
Certamente qualcuno può essersi arricchito, ma non credo fosse quello l’obiettivo primario. Le vere ragioni sono strutturali.
Al netto di tutto questo, quindi, qual è l’obiettivo degli Stati Uniti?
È futile parlare di un singolo obiettivo. Ovviamente gli obiettivi sono molteplici, anche se ve ne sono alcuni gerarchicamente più importanti. Uno tra tutti è quello di industrializzare il Paese, che si trova strutturalmente in guerra con un pezzo di mondo in ascesa. E per fare la guerra bisogna produrre l’acciaio, i chip, le terre rare… bisogna insomma avere una base industriale comparabile a quella degli avversari. L’obiettivo di industrializzare gli Stati Uniti sta venendo perseguito da tempo, ma risulta particolarmente difficile raggiungerlo dopo che per 30-40 anni gli USA hanno basato tutto sulla finanza e sulla centralità e stabilità del dollaro. Dopo anni di tentativi, il declino industriale statunitense è continuato come niente fosse: per questo è stato necessario ricorrere a un’arma decisamente più potente. Serviva una shock therapy, una rivoluzione complessiva del meccanismo di accumulazione capitalistica globale nell’ordine di grandezza di quella avviata nel ‘71, quando il Paese ha abbandonato definitivamente il gold standard. Il passo successivo, se riuscisse ad abbassare un po’ il rendimento dei titoli, sarebbe quello di concedere ulteriori tagli fiscali per attirare investimenti negli Stati Uniti e quindi spostarli equilibrando un pochino la bilancia commerciale tra USA e Stati vassalli.
A proposito di politica protezionistica, si sta diffondendo una lettura della mossa di Trump secondo la quale i dazi potrebbero “rompere” la globalizzazione come la conosciamo noi oggi. Nell’ottica di quanto detto finora, cosa ne pensa?
A mio parere la globalizzazione come l’abbiamo conosciuta è già finita. Al di là del fatto che ora i dazi sono sospesi, la misura di Trump rimane comunque un’operazione di protezionismo ultra violenta. Credo che quello che potrebbe succedere (e che vorrebbe Trump) è che il mondo venga diviso in aree di influenza. Al tempo stesso, Trump punta a ridurre quella cinese il più possibile alla sola Cina, rinchiudendola nel suo orticello. E se è abbastanza improbabile che la Cina ne esca pienamente sconfitta, non lo è pensare di poter ricostruire un impero su scala più ridotta, una sorta di nuova globalizzazione interna alla sfera di influenza degli Stati Uniti, ma dotata di regole più stringenti che permettano agli USA di reindustrializzarsi. La globalizzazione intesa come il sistema di regolazione internazionale di libera circolazione di capitali, merci e persone in tutto il mondo è finita.
In questo scenario non c’è il rischio che il dollaro (che sta già gradualmente venendo ridimensionato) perda il suo primato?
Sì, ma potrebbe continuare ad essere la valuta di riferimento di un impero che include non più tutto il mondo, ma un pezzo consistente. Considerata l’influenza diretta che gli Stati Uniti esercitano in Centro e Sud America, Europa, un pezzo di Asia e così via, è possibile che qui il dollaro rimanga la valuta di riferimento.
L’Europa cosa sta facendo e cosa potrebbe fare di fronte a questo scenario?
L’Europa non sta facendo niente. L’interesse sarebbe, ovviamente, quello di approfittare di questa situazione per prendere definitivamente consapevolezza del fatto che l’impero statunitense è in declino e che, nonostante l’uso della forza, non ha gli strumenti per piegare gli altri. Potrebbe sfruttare l’occasione per andare al tavolo con la Cina e muoversi per ridisegnare un nuovo equilibrio e un nuovo meccanismo di regolazione delle relazioni internazionali. Non è certamente una trattativa semplice, ma nessuno la sta facendo. Il problema è che ancora oggi, a livello di Unione Europea ci sono limitazioni per i contatti tra i parlamentari europei e quelli cinesi. Questa classe dirigente è stata selezionata per trent’anni sulla base della fedeltà incondizionata agli interessi delle oligarchie finanziarie. Oggi c’è da fare una scelta completamente diversa, che questa classe dirigente non è in grado di fare.
Strage bus Avellino: condanna definitiva a 6 anni per ex AD Autostrade per l’Italia
La Corte di Cassazione ha condannato in via definitiva a 6 anni di carcere l’ex AD di Autostrade per l’Italia (ASPI) Giovanni Castellucci, accusato di disastro colposo e omicidio colposo nel procedimento legato alla strage del 28 luglio del 2013, quando un bus precipitò dal viadotto dell’Acqualonga a Monteforte Irpino (Avellino), causando la morte di 40 persone. Per lui si aprono le porte del carcere. I giudici hanno confermato inoltre le condanne a 9 anni per il proprietario del bus, Gennaro Lametta, e a 4 anni per l’allora dipendente della motorizzazione civile di Napoli, Antonietta Ceriola. Diventano definitive anche le condanne per gli altri dirigenti e dipendenti del Tronco.







