lunedì 23 Marzo 2026
Home Blog Pagina 390

Papa Francesco è morto

6

La comunità cattolica ha perso questa mattina il suo punto di riferimento: Jorge Mario Bergoglio. Papa Francesco si è spento all’età di 88 anni, a poche ore di distanza dalla celebrazione della Pasqua. Il 24 marzo era tornato nella residenza di Santa Marta dopo 37 giorni di ricovero presso l’Ospedale Gemelli di Roma. La salute dell’ottavo sovrano della Città del Vaticano era peggiorata negli ultimi anni, aggravata a inizio 2025 da una polmonite bilaterale. Nei dodici anni di pontificato, Francesco ha più volte diviso la comunità ecclesiastica, tra strappi col passato e prove di continuità.

L’impatto mediatico di Papa Francesco

Nonostante la laicità della Repubblica Italiana – sancita dall’articolo 7 della Costituzione – l’impatto della religione cattolica e dunque dei suoi esponenti spirituali non può essere trascurato, in un Paese che per oltre 40 anni è stato guidato dalla Democrazia Cristiana e ancora oggi conserva nella sua cultura il sostrato religioso. A dispetto della secolarizzazione e della crescente quota di atei e agnostici, in Italia si contano circa 40 milioni di cattolici. Alla luce di ciò si comprende l’attenzione costante rivolta dai media al ricovero prima e alla riabilitazione poi di Papa Francesco, ma la loro agenda non è la sola entità influenzata dalle pratiche vaticane; esiste appunto una comunità di decine di milioni di fedeli che trova nel pontefice una guida spirituale verso cui orientare la propria quotidianità.

Il pontificato di Papa Francesco ha coperto un arco temporale che passerà alla storia come una delle fasi cruciali della rivoluzione digitale. Dal 2013 ad oggi l’uso di internet e dei social media – veicoli di informazioni – è cresciuto in modo esponenziale, aprendo nuovi mondi alle parole e alle azioni del Papa. Nel 2020 hanno fatto il giro del mondo gli scatti ritraenti Francesco celebrare, da solo, la Via Crucis in una Roma deserta, durante la pandemia di coronavirus.

10 aprile 2020: in una Roma deserta Papa Francesco prende parte da solo alla Via Crucis.

Francesco ha poi ereditato su Twitter il profilo inaugurato dal suo predecessore, Benedetto XVI, trasformandolo in un mezzo attraverso cui diffondere non solo pillole religiose ma anche prese di posizioni che hanno generato una divisione profonda lungo tutta la gerarchia cattolica.

I temi caldi del pontificato

Tra i primi messaggi che Jorge Mario Bergoglio ha lanciato figura l’appello all’austerità, al cambio di paradigma interno ed esterno al Vaticano volto alla difesa degli ultimi. L’invito alla solidarietà e alla semplicità – ben sintetizzato dalla scelta dell’abbigliamento, in netto contrasto col suo predecessore – ha scosso le fondamenta del Vaticano, già minate dai diversi casi di corruzione, sfarzo e lusso che hanno travolto i suoi massimi esponenti. Per la Giornata mondiale della pace, celebrata il 1° gennaio 2015, Francesco chiese di «non acquistare prodotti realizzati sfruttando le persone». Dieci anni dopo, il Papa si è rivolto ai giovani economisti invitandoli a proporre un nuovo modello, «che ami concretamente i lavoratori, i poveri, privilegiando le situazioni di maggiore sofferenza». Le nuove prospettive economiche – legate alla critica al capitalismo e alla globalizzazione – si legano all’auspicio di una rinnovata sensibilità ecologista da parte dell’uomo e a un’attenzione particolare verso i migranti, tra i soggetti più deboli e suscettibili di finire nella rete dello sfruttamento.

Un’immagine storica ritraente due Papi: Francesco e Benedetto XVI.

Sulla migrazione si registrano forse le prese di posizioni più dure, rivolte ai governi di tutto il mondo. «In quei mari e in quei deserti mortali, i migranti di oggi non dovrebbero esserci, e ce ne sono purtroppo. Ma non è attraverso leggi più restrittive, non è con la militarizzazione delle frontiere, non è con i respingimenti che otterremo questo risultato», ha dichiarato Francesco nell’agosto scorso. Una critica al governo italiano, alle politiche europee e anche a quelle americane – il cui emblema è dato dal “Muro della vergogna” tra Messico e Stati Uniti potenziato da Donald Trump durante il primo mandato. Il secondo insediamento alla Casa Bianca è stato “salutato” da Francesco con una dura lettera inviata ai vescovi presenti in terra americana: «un autentico Stato di diritto si verifica proprio nel trattamento dignitoso che meritano tutte le persone, soprattutto quelle più povere ed emarginate» – ha scritto Bergoglio, ricordando che «l’atto di deportare persone che in molti casi hanno lasciato la propria terra per motivi di estrema povertà, insicurezza, sfruttamento, persecuzione o grave deterioramento dell’ambiente, ferisce la dignità umana».

I governi di tutto il mondo sono finiti sotto accusa anche per il loro bellicismo, soprattutto alla luce della «Terza guerra mondiale a pezzi» apparsa negli ultimi tempi. Durante il suo pontificato, Bergoglio ha più volte rilanciato la necessità di fermare le armi, bloccarne produzione e commercio, affidandosi piuttosto alla politica e alla diplomazia per risolvere i conflitti. «La pacificazione degli animi e dei cuori» è stata più volte posta da Francesco come la condizione necessaria affinché tale cambiamento pacifista avvenga. Certo, in questi frequenti e generici appelli si trascura la complessità geopolitica, così come si perdono le ragioni sostanziali dei conflitti. La lotta palestinese ricorda, ad esempio, che la pace non esiste senza giustizia o sotto occupazione. Sfumature che, da un lato, avrebbero fornito alle invettive di Papa Francesco una professionalizzazione politica che oggi manca anche a chi il politico lo fa di mestiere e che, dall’altro, avrebbero generato spaccature ancora più profonde, tanto all’interno del Vaticano quanto all’esterno. Si pensi, ad esempio, alle relazioni con Israele, peggiorate durante il pontificato di Francesco che ne ha criticato la condotta criminale verso i palestinesi. Nell’ultimo messaggio Urbi et Orbi, Francesco ha ricordato Gaza, «una situazione ignobile», e ha ribadito il suo no al riarmo globale.

A bilanciare in una qualche misura gli strappi degli ultimi tredici anni all’ombra di Piazza San Pietro ci sono diversi punti di continuità e vicinanza con l’ala più conservatrice del Vaticano. Bergoglio ha più volte definito la gestazione per altri (GPA) un’aberrazione, chiedendo un divieto globale e sostenendo che le donne e i bambini coinvolti siano vittime di sfruttamento. In linea col governo Meloni – come visto criticato per le politiche migratorie – Papa Francesco si è schierato contro l'”ideologia gender”, quel vago contenitore costruito dalle destre e accusato dal pontefice di «cancellare le differenze tra uomini e donne». Relativamente ai diritti di queste ultime, il massimo esponente della Chiesa cattolica ha definito l’aborto un omicidio. Durante i suoi tredici anni di pontificato, Francesco ha poi assunto una posizione ambigua verso la comunità LGBTQ+, bilanciando la dottrina cattolica con un approccio sicuramente più inclusivo rispetto ai suoi predecessori. Bergoglio ha criticato le discriminazioni e la criminalizzazione dell’omosessualità, invitando la Chiesa a essere più accogliente e aprendo, nel 2023, alle benedizioni per le coppie omosessuali, ma allo stesso tempo ha ribadito che il matrimonio sacramentale debba essere esclusivo per coppie formate da uomini e donne.

Con la morte di Papa Francesco si conclude un pontificato estremamente divisivo per gli ambienti ecclesiastici, che ha visto l’ala conservatrice soffrire e non poco le uscite di Bergoglio. Tra i vari malumori si registra l’accusa di scisma verso il monsignor Carlo Viganò, tra i più critici dell’operato di Francesco. Vedremo se dall’imminente conclave usciranno trionfanti i sostenitori della Chiesa bergogliana oppure i suoi detrattori.

[di Salvatore Toscano]

Trump chiede alla Siria di deportare i combattenti palestinesi e manda altre bombe a Israele

2

Gli Stati Uniti hanno imposto alla Siria post-Assad le proprie condizioni per rinnovare le relazioni diplomatiche: attuare misure per ricostruire l’economia siriana, combattere le “organizzazioni terroristiche” ed espellere i combattenti palestinesi dal suolo siriano. La notizia arriva sullo sfondo di una nuova spedizione di armi a Israele, approvata la scorsa settimana dall’amministrazione statunitense. Quest’ultima consegna prevede l’invio di oltre 3.000 munizioni statunitensi da destinare all’aeronautica militare dello Stato ebraico, alle quali si aggiungono ulteriori 10.000 munizioni, congelate dal memorandum di Biden. Nel frattempo, continua il genocidio palestinese a Gaza, dove, nelle ultime 24 ore, Israele ha ucciso almeno 31 persone.

Le condizioni di Trump alla Siria sono state esposte da un articolo del Wall Street Journal, uscito sul quotidiano statunitense giovedì 17 aprile. Gli Stati Uniti hanno avanzato diverse richieste alla Siria in cambio di un parziale allentamento delle sanzioni, del rinnovamento delle relazioni diplomatiche e dell’invio di aiuti umanitari nel Paese. In particolare, l’amministrazione Trump ha chiesto al nuovo governo siriano di mettere in sicurezza le scorte di armi chimiche del Paese e collaborare con l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, attuare misure per ricostruire l’economia siriana e sostenere il ritorno dei rifugiati, combattere «gli estremisti» attivi sul territorio e rilasciare una dichiarazione pubblica contro di essi. Riguardo a quest’ultimo punto, le richieste statunitensi riguardano principalmente l’ISIS e gruppi palestinesi armati. Trump ha chiesto alla Siria di adottare misure per impedire che il Paese diventi una roccaforte di Daesh, e di espellere i militanti palestinesi presenti sul territorio e di impedire loro di raccogliere fondi in Siria. L’amministrazione siriana non sembra aver ancora risposto all’appello.

Nel frattempo, l’amministrazione statunitense ha approvato un’ulteriore spedizione di munizioni pesanti verso Israele. La notizia è stata rivelata dal quotidiano israeliano Ynet, che in un articolo datato 14 aprile scrive che «le IDF riceveranno un’ingente fornitura di armi dagli Stati Uniti nelle prossime settimane». Quest’ultimo carico di armi intende integrare un accordo siglato l’anno scorso per l’acquisto di bombe ad alto impatto distruttivo, inizialmente congelato da Biden. L’amministrazione Biden aveva infatti diffuso un memorandum in cui ricordava gli obblighi legali degli USA, che impediscono al Paese di trasferire armi quando è «più probabile di quanto non lo sia» che esse vengano utilizzate per commettere o facilitare il compimento di atti che violano i diritti umanitari. Contrariamente a quanto sostenuto da molti media, non si trattava di un «embargo parziale», tuttavia il documento aveva sortito qualche effetto limitato, bloccando indirettamente alcune vendite, proprio come quella di fucili potenzialmente utilizzabili dai coloni o quella di bombe ad alto impatto distruttivo. Non appena salito al potere, Trump ha revocato l’ordine di Biden.

Intanto continua il genocidio a Gaza. Israele ha affermato che la strage dei 15 operatori sanitari, comprovata da video, è stata frutto di un semplice «malinteso operativo», aggravato da «carenze professionali», liquidando la vicenda con la scusa di un errore circostanziale. In totale, dall’escalation del 7 ottobre, l’esercito israeliano ha ucciso direttamente almeno 51.201 persone, anche se il numero totale dei morti potrebbe superare le centinaia di migliaia, come sostenuto da un articolo della rivista scientifica The Lancet e da una lettera di medici volontari nella Striscia. Dalla ripresa delle aggressioni su larga scala del 18 marzo, invece, Israele ha ucciso almeno 1.827 persone.

USA Filippine, test militari “di combattimento completo”

0

Oltre 14.000 soldati filippini e statunitensi hanno dato il via alle esercitazioni militari annuali “Balikatan”, inaugurando quello che è stato definito un «test di combattimento completo». Le esercitazioni si svolgeranno da oggi fino al 9 maggio, e sono pensate, sostiene il comandante statunitense James Glynn per «affrontare tutte le sfide alla sicurezza regionale che ci troviamo ad affrontare oggi, a partire dal Mar Cinese Meridionale». Balikatan vedrà l’impiego di sistemi missilistici statunitensi, tra cui il sistema antinave NMESIS e i lanciarazzi HIMARS. All’esercitazione partecipano circa 9.000 soldati statunitensi e 5.000 militari filippini, che verranno raggiunti da piccoli contingenti provenienti da Australia, Giappone, Gran Bretagna, Francia e Canada. Altri 16 Paesi si sono iscritti come osservatori.

Gli USA bombardano lo Yemen: 12 uccisi

0

Continuano i raid aerei statunitensi contro l’area dello Yemen sotto controllo degli Houthi. Ieri, due attacchi aerei statunitensi hanno preso di mira l’area di Attan, controllata dal movimento ribelle dal 2014, e diverse zone della capitale, tra cui un mercato popolare situato nel distretto di Shoub. Oggi, il movimento ribelle ha annunciato che in seguito ai bombardamenti sono state uccise 12 persone, e ferite altre 30. Nella notte, inoltre, gli aerei da guerra statunitensi hanno lanciato 4 attacchi aerei su Saada e Amran, a nord della capitale Sana’a.

Repubblica Democratica Congo, sospeso il partito dell’ex presidente

0

La Repubblica Democratica del Congo ha sospeso il partito politico dell’ex presidente Joseph Kabila e ne ha ordinato il sequestro dei beni, accusandolo di alto tradimento. L’ordine arriva dal ministero dell’Interno del Paese, che ha dichiarato che il partito di Kabila è stato sospeso per presunti legami con i ribelli dell’M23. Da quello che comunica il ministero, i pubblici ministeri hanno ricevuto l’ordine di aprire un procedimento contro di lui e altri leader del partit, ma, oltre al capo di imputazione, non sono stati forniti dettagli sulle accuse. Kabila non ha ancora risposto alle accuse.

Tunisia, condannati 40 oppositori politici

0

Un tribunale tunisino ha inflitto pene detentive dai 13 ai 66 anni a 40 oppositori politici del presidente Kaïs Saïed. Tra le persone condannate sono presenti leader dell’opposizione, avvocati, imprenditori, ma anche giornalisti e attivisti. Circa la metà delle persone accusate è fuggita dal Paese subito dopo l’inizio del processo, lo scorso marzo. Un avvocato degli imputati ha dichiarato all’agenzia di stampa Reuters che la pena massima è stata inflitta all’imprenditore Kamel Ltaif, condannato a 66 anni, mentre il politico dell’opposizione Khyam Turki è stato condannato a 48 anni. Il tribunale ha inoltre condannato a 18 anni di carcere importanti figure dell’opposizione, tra cui Ghazi Chaouachi, Issam Chebbi, Jawahar Ben Mbrak e Ridha Belhaj.

Londra, migliaia in piazza contro sentenza Corte Suprema su riconoscimento donne

0

Migliaia di persone sono scese in piazza ieri a Londra per manifestare contro la recente sentenza della Corte Suprema del Regno Unito che ha definito la donna come una persona nata biologicamente femmina, escludendo da questo novero le donne transgender. I dimostranti si sono riuniti in Parliament Square per quella che è stata definita una «manifestazione di emergenza». I gruppi transgender temono che la decisione dei giudici possa minare i loro diritti, sebbene la Corte suprema britannica abbia dichiarato che le persone transgender continueranno a essere protette dalla discriminazione.

Maltempo, allerta rossa in Lombardia ed Emilia-Romagna

0

Nella giornata di Pasqua, sono due le regioni più a rischio a causa dell’ondata di maltempo che si è abbattuta sullo Stivale: Emilia Romagna e Lombardia. È stata infatti confermata l’allerta rossa per rischio idraulico nell’area della pianura piacentina e parmense, mentre le altre zone delle due regioni vedranno l’allerta arancione. La piena del Po è passata ieri sera a Cremona, dove il livello del fiume ha raggiunto i tre metri e 80 centimetri sopra il livello zero idrometrico, mentre per l’ora di pranzo è attesa a Casalmaggiore. Secondo le previsioni dovrebbe superare la terza soglia di criticità.

La (mezza) tregua di Pasqua tra Russia e Ucraina

2

Mentre si celebrano in contemporanea la Pasqua ortodossa e quella cristiana occidentale, è ufficialmente in corso la tregua chiesta ieri dal presidente russo Putin e accettata dal suo omologo ucraino Zelensky. Il cessate il fuoco, annunciato dal capo del Cremlino alle 18 di ieri (le 17 in Italia), durerà fino alla mezzanotte tra domenica 20 e lunedì 21 aprile in Russia (le 23 italiane). Un’apparente svolta umanitaria che arriva, di fatto, dopo tre anni di guerra ininterrotta. La tregua starebbe però già scricchiolando a causa di accuse incrociate su presunte violazioni: Kiev sostiene che le forze russe, dopo l’annuncio di Putin, abbiano attaccato il suo territorio con bombardamenti aerei e droni, mentre Mosca imputa all’esercito ucraino di avere colpito le città di Donetsk e Gorlovka.

L’annuncio di Putin, trasmesso dalle telecamere ufficiali del Cremlino insieme al capo di Stato maggiore Valery Gerasimov, è stato motivato da «considerazioni umanitarie», ma subito temperato dall’ordine di restare in «allerta»: le truppe russe devono essere pronte a «respingerne eventuali violazioni e provocazioni», ha detto il presidente, accusando Kiev di aver già violato la moratoria sugli attacchi alle infrastrutture energetiche oltre cento volte. Zelensky, da parte sua, ha respinto con decisione l’idea che la tregua in atto possa bastare, chiedendo un cessate il fuoco più duraturo: «La Russia deve rispettare pienamente le condizioni del silenzio. Resta valida la nostra proposta di estendere la tregua per 30 giorni a partire dalla mezzanotte di domani; agiremo in base alla situazione reale», ha detto il presidente ucraino. Dal canto suo, Putin ha invece invitato Stati Uniti, Cina, membri dei Brics e altri Paesi a riconoscere la bontà della sua proposta, lanciando la consueta frecciata a Kiev: il rispetto del cessate il fuoco sarà la prova della sua volontà di negoziare seriamente.

Ciononostante, la tregua rischia di rimanere solo sulla carta. In un post sul social X, Zelensky ha ricostruito le presunte violazioni registrate tra le 18 del 19 e la mezzanotte del 20 aprile: 387 bombardamenti, 19 azioni di assalto e l’impiego di droni in 290 occasioni da parte dei russi. Il capo delle forze armate ucraine Oleksandr Syrsky ha inoltre segnalato scontri a Starobilsk (Lugansk), tre a Pokrovsky e Novopavlivsky (Donetsk) e uno in direzione Zaporizhzhia. Anche Mosca, però, denuncia violazioni: secondo le autorità locali citate dalla Tass, nelle scorse ore le forze armate ucraine avrebbero colpito la città di Donetsk. Contestualmente, secondo quanto riportato dall’amministrazione della Repubblica Popolare di Donetsk (Dnr), anche la città di Gorlovka sarebbe stata bersaglio di un attacco, con quattro proiettili di artiglieria lanciati dai soldati ucraini contro il centro abitato. Il conflitto, insomma, sembra tutt’altro che spento, e i territori contesti restano un tormentato terreno di scontro diplomatico e militare.

Gaza, raid israeliani senza sosta su case e campi profughi

0

Proseguono senza sosta i raid israeliani sulla Striscia di Gaza. Questa notte, l’IDF ha bombardato una casa nella città di Khuza’a, nel governatorato di Khan Younis, nella parte meridionale di Gaza. Un altro palestinese è rimasto ucciso in un attacco di droni israeliani su Beit Lahiya, nel nord dell’enclave palestinese, mentre almeno tre palestinesi sono morti nel campo profughi di Nuseirat. Il bilancio delle vittime dei raid avvenuti nella sola giornata di ieri – in cui è stato bombardato anche un campo di tende a Khan Younis, nella Striscia di Gaza meridionale, che ospitavano sfollati – si è attestato a 54 unità.