lunedì 23 Marzo 2026
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La (mezza) tregua di Pasqua tra Russia e Ucraina

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Mentre si celebrano in contemporanea la Pasqua ortodossa e quella cristiana occidentale, è ufficialmente in corso la tregua chiesta ieri dal presidente russo Putin e accettata dal suo omologo ucraino Zelensky. Il cessate il fuoco, annunciato dal capo del Cremlino alle 18 di ieri (le 17 in Italia), durerà fino alla mezzanotte tra domenica 20 e lunedì 21 aprile in Russia (le 23 italiane). Un’apparente svolta umanitaria che arriva, di fatto, dopo tre anni di guerra ininterrotta. La tregua starebbe però già scricchiolando a causa di accuse incrociate su presunte violazioni: Kiev sostiene che le forze russe, dopo l’annuncio di Putin, abbiano attaccato il suo territorio con bombardamenti aerei e droni, mentre Mosca imputa all’esercito ucraino di avere colpito le città di Donetsk e Gorlovka.

L’annuncio di Putin, trasmesso dalle telecamere ufficiali del Cremlino insieme al capo di Stato maggiore Valery Gerasimov, è stato motivato da «considerazioni umanitarie», ma subito temperato dall’ordine di restare in «allerta»: le truppe russe devono essere pronte a «respingerne eventuali violazioni e provocazioni», ha detto il presidente, accusando Kiev di aver già violato la moratoria sugli attacchi alle infrastrutture energetiche oltre cento volte. Zelensky, da parte sua, ha respinto con decisione l’idea che la tregua in atto possa bastare, chiedendo un cessate il fuoco più duraturo: «La Russia deve rispettare pienamente le condizioni del silenzio. Resta valida la nostra proposta di estendere la tregua per 30 giorni a partire dalla mezzanotte di domani; agiremo in base alla situazione reale», ha detto il presidente ucraino. Dal canto suo, Putin ha invece invitato Stati Uniti, Cina, membri dei Brics e altri Paesi a riconoscere la bontà della sua proposta, lanciando la consueta frecciata a Kiev: il rispetto del cessate il fuoco sarà la prova della sua volontà di negoziare seriamente.

Ciononostante, la tregua rischia di rimanere solo sulla carta. In un post sul social X, Zelensky ha ricostruito le presunte violazioni registrate tra le 18 del 19 e la mezzanotte del 20 aprile: 387 bombardamenti, 19 azioni di assalto e l’impiego di droni in 290 occasioni da parte dei russi. Il capo delle forze armate ucraine Oleksandr Syrsky ha inoltre segnalato scontri a Starobilsk (Lugansk), tre a Pokrovsky e Novopavlivsky (Donetsk) e uno in direzione Zaporizhzhia. Anche Mosca, però, denuncia violazioni: secondo le autorità locali citate dalla Tass, nelle scorse ore le forze armate ucraine avrebbero colpito la città di Donetsk. Contestualmente, secondo quanto riportato dall’amministrazione della Repubblica Popolare di Donetsk (Dnr), anche la città di Gorlovka sarebbe stata bersaglio di un attacco, con quattro proiettili di artiglieria lanciati dai soldati ucraini contro il centro abitato. Il conflitto, insomma, sembra tutt’altro che spento, e i territori contesti restano un tormentato terreno di scontro diplomatico e militare.

Gaza, raid israeliani senza sosta su case e campi profughi

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Proseguono senza sosta i raid israeliani sulla Striscia di Gaza. Questa notte, l’IDF ha bombardato una casa nella città di Khuza’a, nel governatorato di Khan Younis, nella parte meridionale di Gaza. Un altro palestinese è rimasto ucciso in un attacco di droni israeliani su Beit Lahiya, nel nord dell’enclave palestinese, mentre almeno tre palestinesi sono morti nel campo profughi di Nuseirat. Il bilancio delle vittime dei raid avvenuti nella sola giornata di ieri – in cui è stato bombardato anche un campo di tende a Khan Younis, nella Striscia di Gaza meridionale, che ospitavano sfollati – si è attestato a 54 unità.

 

Caserta e altri tre Comuni sono stati sciolti per mafia

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Su proposta del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il Consiglio dei ministri ha sciolto il Comune di Caserta per infiltrazioni della Camorra. Il sindaco di Caserta, Carlo Marino, ha protestato contro la decisione, parlando di «un atto politico contro la città e i cittadini casertani tutti». Alla base del provvedimento ci sono le risultanze delle indagini della Procura di Santa Maria Capua Vetere, che avrebbero scoperchiato un sistema di voto di scambio e corruzione su appalti e lavori pubblici. È stato inoltre deliberato l’affidamento ad una commissione straordinaria, per la durata di diciotto mesi, della gestione dei Comuni di Aprilia, nel Lazio, nonché di Badolato e Casabona, in Calabria, anch’essi sciolti per condizionamenti della criminalità organizzata.

Come si legge nel comunicato stampa riferito al Consiglio dei Ministri n.124, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha decretato «lo scioglimento del Consiglio comunale di Caserta e l’affidamento della gestione del Comune, per diciotto mesi, ad una Commissione straordinaria». Durissima la reazione del sindaco Carlo Marino, il quale ha dichiarato che lo scioglimento «è un atto di natura politica nonché un atto amministrativo abnorme» e che farà immediatamente una richiesta di accesso agli atti, per poi impugnare la decisione al TAR del Lazio. «È un atto istituzionalmente non rispettoso, che avviene con una tempistica particolare, che una città capoluogo non merita», ha aggiunto Marino. In realtà, non si può parlare propriamente di un fulmine a ciel sereno per la città campana. Lo scorso agosto, infatti, era stata inviata a Caserta una commissione d’accesso al fine di verificare eventuali ingerenze della Camorra nell’amministrazione, seguita a marzo 2025 da una riunione in Prefettura in cui un comitato ha valutato la relazione prodotta dalla commissione. Gli atti sono stati indirizzati al Viminale, che ha infine optato per la scelta dello scioglimento.

Nello specifico, a innescare il lavoro della commissione d’accesso è stata un’inchiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere, che ha fatto emergere numerose ipotesi di corruzione, falso e voto di scambio e che ha coinvolto sullo sfondo anche figure connesse al clan camorristico Belforte. Queste ultime avrebbero sostenuto la coalizione poi risultata vincitrice. Sotto indagine sono finiti gli ex assessori di Caserta Massimiliano Marzo ed Emiliano Casale, nonché il dirigente Francesco Biondi e altri 8 personaggi, tra cui impiegati e imprenditori. L’azione della DDA ha provocato un vero e proprio terremoto politico al Comune di Caserta, tanto che il sindaco Marino, il primo agosto 2024, decise di azzerare la giunta. Sotto la lente della commissione d’accesso è finito il business dei parcheggi, che avrebbe costituito uno dei maggiori punti di contatto tra i clan e l’amministrazione- l’inchiesta della Dda di Napoli che ha portato a processo Biondi corruzione con l’aggravante mafiosa è incentrata realizzazione del parcheggio di via San Carlo -, nonché una serie di lavori di riqualificazione urbana affidati negli ultimi anni dal Comune.

Il Cdm, nella medesima seduta, ha deliberato anche lo scioglimento di altri tre comuni per infiltrazioni mafiose: Aprilia (Lazio), Badolato e Casabona (Calabria), dove negli ultimi mesi si sono succeduti arresti di amministratori locali, tra cui sindaci e dirigenti, coinvolti in presunti episodi di scambio politico-mafioso e legami con la criminalità organizzata. Ad Aprilia, lo scorso luglio è andata in scena una maxi-operazione che ha portato anche all’arresto del sindaco Lanfranco Principi, ristretto agli arresti domiciliari nel luglio 2024, accusato di scambio elettorale politico-mafioso e concorso esterno in associazione mafiosa. Anche i sindaci di Casabona e Badolato, Francesco Seminario e Nicola Parretta, sono stati arrestati tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 con le accuse di scambio politico-mafioso.

Continua dunque a crescere il numero dei Comuni sciolti per mafia in Italia. Solo il 27 marzo scorso, il Consiglio dei Ministri aveva deliberato lo scioglimento dei consigli comunali di Tremestieri Etneo (Catania), San Luca (Reggio Calabria) e Poggiomarino (Napoli), «in considerazione degli accertati condizionamenti da parte della criminalità organizzata». Pochi giorni prima era arrivata la condanna dell’ex sindaco di Tremestieri Etneo Santi Rando a otto anni per voto di scambio politico-mafioso nelle amministrative 2015. San Luca, già sciolto per mafia altre due volte in 25 anni, aveva visto l’assenza di candidati alle elezioni comunali di giugno 2023. A Poggiomarino, lo scorso ottobre era stato arrestato, tra gli altri, l’allora sindaco Maurizio Falanga, che avrebbe preso parte a un patto politico-mafioso. A prescindere dalle possibili conseguenze penali di queste vicende, è certo che la criminalità organizzata, anche in epoca di riciclaggio e cyber-crime, ha ancora bisogno di esercitare il controllo del territorio trovando solidi ponti con le amministrazioni comunali.

Putin annuncia una tregua di Pasqua in Ucraina

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Il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato una tregua pasquale iniziata alle ore 17:00 italiane di oggi, sabato 19 aprile. Lo riporta Ria Novosti, aggiungendo che le dichiarazioni sono state fatte durante l’audizione del rapporto del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate russe, Valerij Gerasimov. «Sulla base di considerazioni umanitarie, oggi, dalle 18:00 [le 17:00 italiane, ndr] a mezzanotte, da domenica a lunedì, la parte russa dichiara una tregua pasquale. Ordino la cessazione di tutte le azioni militari per questo periodo», ha dichiarato Putin, aggiungendo la reazione ucraina dimostrerà quanto «il regime di Kiev sia disponibile» a rispettare gli accordi e a partecipare ai negoziati di pace.

Scambio di prigionieri Mosca-Kiev, liberati centinaia di soldati

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La Russia e l’Ucraina hanno effettuato uno scambio di prigionieri che ha portato al rilascio di 350 soldati. Lo riferiscono le agenzie di stampa russe e il presidente di Kiev Volodymyr Zelens’kyj, aggiungendo che il pacchetto ha compreso l’aggiunta di 22 prigionieri ucraini che necessitavano di cure mediche urgenti, rilasciati come “gesto di buona volontà” secondo Mosca. I militari russi, invece, si troverebbero attualmente in Bielorussia, «dove ricevono assistenza psicologica e medica e hanno la possibilità di contattare i propri familiari». Lo scambio è avvenuto anche grazie alla mediazione degli Emirati Arabi Uniti.

Cina, robot in corsa contro gli umani in una maratona

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Oggi, sabato 19 aprile, in Cina, più di 20 robot bipedi hanno gareggiato contro esseri umani in quella che viene definita “la prima maratona umanoide al mondo”. Lo riportano le agenzie di stampa cinesi e internazionali, aggiungendo che alla manifestazione hanno preso parte squadre di diverse aziende e università locali. Secondo quanto riportato, dopo essere partiti da un parco nazionale a Pechino, i robot hanno dovuto superare lievi pendenze e un tortuoso circuito di 21 chilometri prima di poter raggiungere il traguardo. Se, da una parte, i corridori umani potevano rifornirsi di acqua, ai robot era consentito ottenere batterie nuove, anche se ciò non ha permesso alle macchine di vincere la gara: il più veloce ha completato il percorso in due ore e 40 minuti, mentre il primo umano in un ora e due minuti.

“Alle fronde dei salici”, una poesia di Salvatore Quasimodo (1945)

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E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, 
al lamento d’agnello dei fanciulli, 
all’urlo nero della madre 
che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Quest’anno la Pasqua e l’anniversario della Liberazione cadono vicini e la poesia di Quasimodo mi pare intercetti tutti e due i giorni attraverso la Pietà della madre e del figlio.

Forse è sbagliato aggiungere parole perché Quasimodo stesso, da poeta dei tempi arcaici, in attesa di una piena libertà, lascia la sua cetra muta tra i salici,  gli alberi che amano lo scorrere dell’acqua, cioè del tempo.

Una cetra mossa appena da quel vento che svolge il suo ruolo anche nel culmine della Passione, come un richiamo alla morte che non è stata vana. 

Lasciamo ognuno al canto lieve del proprio cuore, perché ogni sentimento, ogni dolore, ogni passione abbia la propria voce, la propria ragion d’essere. 

Senza nulla aggiungere se non l’intensità stupefatta di ciò che completamente non possiamo comprendere. 

Come ogni vero sacrificio che si riempie di futuro, di un tempo giusto, senza limiti, come se la perdita contenesse una promessa.

USA, Corte Suprema sospende espulsione dei venezuelani dal Texas

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La Corte Suprema degli Stati Uniti ha sospeso l’espulsione di presunti membri delle gang venezuelane, decisa dall’amministrazione Trump in base a una legge del 18esimo secolo. «Il governo è tenuto a non espellere alcun membro della presunta classe di detenuti fino a nuovo ordine di questa Corte», è stato scritto dai giudici nell’ordinanza. Trump aveva invocato l’Alien Enemies Act del 1798 per avviare l’espulsione dei migranti venezuelani accusati di appartenere alla gang Tren de Aragua, prima di espellerli in un carcere di massima sicurezza a El Salvador.

Gaza: Israele uccide 70 palestinesi, il Programma Alimentare ONU lancia l’allarme carestia

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Nella Striscia di Gaza, non fa che aumentare il clima di terrore prodotto dagli attacchi dell’esercito israeliano: dall’alba di ieri, almeno settanta civili sono morti a causa dei continui raid dell’IDF, che hanno colpito case e campi profughi, falciando vite in ogni angolo del territorio, da Gaza City fino a Rafah. Mentre i corpi si accumulano nei corridoi degli ospedali ormai senza letti, il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite ha avvertito che il sistema di aiuti umanitari è sull’orlo del collasso e la carestia incombe. In quello che è da mesi un teatro degli orrori, dove l’acqua è un miraggio e i generatori rimangono spenti, due milioni di persone sono ridotte a ostaggi affamati, privi di medicine e protezione.

Da nord a sud, l’esercito israeliano ha intensificato i bombardamenti: fonti mediche Palestinian Health Ministry riferiscono di colpi d’artiglieria e sortite aeree letali non solo nella già martoriata Gaza City e nel settore settentrionale, ma anche a Khan Younis e Rafah. Il personale sanitario ha riferito all’emittente Al Jazeera di ambulanze costrette a fermarsi per mancanza di carburante, di ambulatori trasformati in obitori e di bambini denutriti. I valichi restano chiusi da sei settimane: aiuti alimentari e medicinali marciscono oltre i confini. «Non è una guerra, è un assalto senza freni a persone inermi», scrive Jack Khoury sull’organo di stampa israeliano Haaretz, definendo «fuorviante» l’uso della parola “guerra” e ribadendo che Israele ha fatto dei civili di Gaza «ostaggi di uno strumento di pressione basato su fame e sete». Dal 18 marzo, 420mila persone sono state costrette a spostarsi di nuovo a causa delle evacuazioni sul 69% del territorio. Ieri, oltre settanta tra uomini, donne e bambini sono stati uccisi: tra questi, sette membri della famiglia Nassar a Zeitoun, sei a Khan Younis e dieci in un’unica abitazione a Bani Suheila.

Intanto, le organizzazioni umanitarie lanciano un grido d’allarme sui massacri perpetrati dall’esercito dello Stato Ebraico e dalla fame patita dal popolo palestinese. Le cifre sono agghiaccianti: oltre 51mila palestinesi uccisi finora e centinaia di operatori umanitari tra i caduti – almeno 400 soccorritori e 1.300 sanitari secondo l’ONU – spesso a causa di attacchi che non risparmiano nemmeno convogli e ospedali. Il raid domenicale sull’Al‑Ahli Arab Hospital, parzialmente operativo nel Nord, ha costretto la struttura a chiudere i reparti di terapia intensiva. Dopo diciotto mesi di conflitto e un assedio totale di sei settimane, il 95% delle 43 organizzazioni umanitarie internazionali e palestinesi ha dovuto ridurre o sospendere i servizi dalla fine del cessate il fuoco del 18 marzo.

«Due milioni di persone a Gaza, la maggior parte delle quali sfollate e senza reddito, dipendono interamente dagli aiuti alimentari», ha scritto ieri sulla piattaforma il Programma Alimentare Mondiale dell’ONU, evidenziando che «mentre le scorte diminuiscono e i confini restano chiusi, Gaza ha bisogno di cibo subito». I CEO di Save the Children e di altre undici ONG hanno sottolineato che «questa è una delle peggiori catastrofi umanitarie della nostra generazione». «Non possiamo dare alcun aiuto se non ci si garantisce la sicurezza», denunciano le organizzazioni, che segnalano almeno 9mila pallet di rifornimenti bloccati al di fuori di Gaza. Le ONG aggiungono che le nuove regole israeliane su visti e registrazione delle ONG – definite dal Segretario generale ONU «una pericolosa limitazione degli aiuti fino all’ultima caloria e chicco di farina» – rischiano di mietere altre vittime, impedendo di fatto qualsiasi intervento indipendente.

Intanto, il governo Israeliano ha definitivamente gettato la maschera sui suoi piani per Gaza. Lo ha fatto il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che ha delineato una politica «chiara e inequivocabile» imperniata su alcuni punti fondamentali: occupare in maniera permanente la Striscia e bloccare tutti gli aiuti umanitari alla popolazione, proseguendo nel mentre con bombardamenti ininterrotti. Con il pretesto di creare una «zona cuscinetto» tra i palestinesi e gli insediamenti israeliani illegali, l’IDF (Israel Defence Forces, l’esercito israeliano) «non abbandonerà le zone bonificate e conquistate», ha detto Katz. Allo stesso tempo, al fine di esercitare pressioni su Hamas, verranno bloccati tutti gli aiuti umanitari, mentre saranno condotti «attacchi continui contro i terroristi di Hamas e le infrastrutture terroristiche». Come svelato pochi giorni fa da Haaretz, che aveva pubblicato i progetti fino ad ora rimasti segreti del governo di Netanyahu, il 16% dell’enclave sarà infatti destinato a diventare una «zona cuscinetto», nella quale le case dei palestinesi (o quel che ne rimane) saranno completamente rase al suolo e sarà vietato del tutto il ritorno dei legittimi proprietari. Contemporaneamente, sarà creato un corridoio, situato nel mezzo della Striscia, che permetterà a Israele di «controllare il traffico sulle strade strategiche, che sono al centro dei negoziati con Hamas».

Banche armate in Italia: cosa c’è da sapere e quale scegliere per non essere complici

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Tito Livio, duemila anni fa, scriveva: «La guerra si nutre da sola». Questa massima suona ancora attuale, in un mondo segnato a varie latitudini da conflitti che si auto alimentano in una spirale fatta di interessi territoriali, economici e politici. Ma dal punto di vista economico la macchina bellica necessita di costanti fondi: solo nel 2023 la spesa globale destinata alla ricerca e alla produzione di armi, al mantenimento degli eserciti e – in generale – a quello che vine chiamato con un certo gusto dell’ossimoro “settore della Difesa”, ha toccato un nuovo record, superando i 2200 miliardi di dollari. A rendere possibile il mantenimento di questa colossale macchina ci sono innanzitutto le banche, senza i cui prestiti e investimenti il settore collasserebbe su sé stesso. Mentre alcuni istituti finanziari si impegnano per una finanza etica, molte delle banche più influenti, anche nel nostro Paese, continuano infatti a finanziare l’industria bellica, alimentando conflitti che destabilizzano intere regioni. È dunque essenziale esplorare il ruolo delle cosiddette “banche armate”, analizzando dati, strategie e implicazioni di un settore che incide direttamente sulla vita di milioni di persone. E anche capire quale scegliere se non si vuole essere complici del finanziamento bellico.

Il finanziamento dell’industria bellica 

Il termine “banche armate” si riferisce agli istituti finanziari che forniscono supporto economico all’industria degli armamenti, sostenendo e facilitando la produzione e il commercio di armi attraverso vari strumenti finanziari. Questo fenomeno solleva questioni etiche e politiche, poiché il settore bancario non si limita a intermediare capitali, ma influenza direttamente lo sviluppo dei conflitti globali. Le banche armate contribuiscono al settore degli armamenti attraverso una serie di meccanismi, in primis quello dell’erogazione di prestiti, fornendo capitali ai produttori di armi e consentendo a tali aziende di investire in ricerca, sviluppo e produzione. Vi è poi il capitolo degli investimenti azionari: molte banche acquistano quote di società attive nella produzione di armamenti, traendo così profitti dalla vendita di armi. Spesso, inoltre, le imprese del settore della difesa emettono titoli di debito al fine di raccogliere capitali sui mercati finanziari, con le banche che facilitano queste operazioni garantendo l’acquisto delle obbligazioni e rivendendole agli investitori. In ultimo, le banche fungono sovente da intermediari nei flussi finanziari tra produttori di armi e governi, assicurando che i pagamenti delle esportazioni vengano effettuati in modo sicuro e discreto.

La banca, con sede a Boston, è tra i principali investitori (67 miliardi) in aziende del settore bellico.

A livello globale, secondo quanto attestato da un rapporto della Global Alliance for Banking on Values (GABV), tra il 2020 e il 2022 almeno 959 miliardi di dollari sono stati destinati all’industria della difesa da parte di banche, fondi di investimento e assicurazioni. A dominare questo mercato sono le istituzioni finanziarie statunitensi, con Vanguard (92 miliardi), BlackRock (68 miliardi) e State Street (67 miliardi) tra i principali investitori in aziende del settore bellico. Dietro la produzione e la vendita di armi, esiste un complesso sistema di finanziamenti che passa attraverso le banche. I primi 10 investitori europei hanno contribuito complessivamente con 79 miliardi di dollari, pari all’8% del totale, e sono tutti presenti tra i primi 40 istituti finanziari che investono nell’industria delle armi a livello globale. Sul podio si piazzano la francese BNP Paribas (14 miliardi), la tedesca Deutsche Bank (13 miliardi) e la francese Crédit Agricole (10 miliardi). I primi cinque investitori della regione Asia-Pacifico provengono invece tutti dal Giappone: hanno complessivamente investito 45 miliardi di dollari, pari al 5% del totale degli investimenti. La maggior parte degli investimenti nel settore degli armamenti è rappresentata dalle azioni, che ammontano a 660 miliardi di dollari, mentre le obbligazioni costituiscono meno dell’1% del totale. Tuttavia, questi dati sono basati su informazioni pubbliche limitate e, quindi, non forniscono un quadro completo della situazione. È probabile che le cifre reali siano significativamente più alte, poiché non esiste un database ufficiale in grado di tracciare in modo esaustivo tutti gli investimenti, i prestiti e i servizi finanziari forniti dagli istituti bancari e finanziari a livello globale all’industria degli armamenti. 

L’industria delle armi, come qualsiasi altro settore economico, ha bisogno di finanziamenti per funzionare. Dallo sviluppo di nuove tecnologie alla produzione su larga scala, fino alla vendita a Stati e privati, tutto il processo richiede un forte supporto finanziario. Le banche forniscono capitale liquido, garanzie e accesso ai mercati internazionali, senza i quali molte aziende belliche non potrebbero sopravvivere. Inoltre, le banche agiscono come mediatori tra gli Stati e le industrie belliche, facilitando transazioni che spesso restano nell’ombra. I governi possono ad esempio acquistare armamenti attraverso finanziamenti agevolati, mentre le aziende possono espandere le loro operazioni grazie a prestiti bancari e emissioni obbligazionarie garantite dagli istituti finanziari.

Le banche che operano in Italia 

La sede di Unicredit a Milano, uno degli istituti finanziari italiani con il più alto coinvolgimento nel settore degli armamenti

In Italia, la legge 185/90 prevede l’obbligo per gli istituti bancari di dichiarare le operazioni finanziarie legate all’export di armi al Ministero dell’Economia. Tuttavia, molti movimenti di capitale rimangono opachi a causa dell’utilizzo di filiali estere, di triangolazioni finanziarie e di strumenti derivati per mascherare le transazioni. Negli ultimi cinque anni, il legame tra il settore bancario italiano e l’industria bellica ha mostrato una tendenza in costante evoluzione, con picchi, frenate e nuove dinamiche che hanno ridefinito il panorama delle cosiddette “banche armate”. Il 2019 ha segnato una svolta significativa nella crescita delle transazioni bancarie legate all’export di armamenti. Secondo i dati ufficiali, l’importo complessivamente movimentato ha superato i 10 miliardi di euro, con un incremento del 27,5% rispetto al 2018. Il valore delle esportazioni definitive ha toccato i 9,5 miliardi di euro, una cifra impressionante se si pensa che nel 2014 l’export ammontava a soli 2,5 miliardi (la crescita è del 278% in soli cinque anni). Unicredit si è affermata come la banca più coinvolta nel settore, raccogliendo il 58,11% dell’ammontare complessivo delle transazioni legate alle sole esportazioni definitive. Seguivano Deutsche Bank, con il 10,61%, e Intesa Sanpaolo, con il 10,57%. Complessivamente, dunque, i tre gruppi hanno controllato oltre l’80% del mercato. L’anno successivo ha visto un rallentamento delle autorizzazioni individuali all’esportazione, con una riduzione del 3,86% rispetto al 2019, passando da 4,085 miliardi a 3,9 miliardi di euro. Tuttavia, questa flessione è stata bilanciata da un incremento del 177% nelle autorizzazioni globali di trasferimento, ossia le forniture destinate a programmi congiunti con altri Paesi dell’UE e della NATO. Il valore totale delle esportazioni è comunque calato del 10%, fermandosi a 4,6 miliardi di euro. Il Nordafrica e il Medio Oriente si sono confermati come le principali destinazioni, con vendite di armamenti a Egitto, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Il volume delle transazioni bancarie segnalate è sceso a 7,8 miliardi di euro. In questo contesto, Intesa Sanpaolo ha sorpassato Deutsche Bank, posizionandosi al secondo posto tra gli istituti di credito più coinvolti nelle operazioni.

Il 2021 ha segnato un netto rimbalzo, con un aumento dell’87% nelle transazioni legate all’export di armi. Unicredit ha mantenuto la sua leadership, gestendo transazioni per 2,4 miliardi di euro (44% del totale), seguita da Intesa Sanpaolo (1,1 miliardi) e Deutsche Bank (803 milioni). A beneficiare di questa crescita sono state soprattutto tre aziende: Leonardo, che ha assorbito oltre il 55% dell’export, Fincantieri (20,36%) e Iveco Veicoli da Difesa (3,93%). Il 2022 ha confermato la tendenza alla crescita. L’importo complessivo delle transazioni bancarie, tra importi segnalati, accessori e finanziamenti, ha toccato quota 14,7 miliardi di euro, in aumento rispetto ai 13 miliardi del 2021 e quasi il doppio rispetto ai 6,9 miliardi del 2020. Unicredit si è confermata leader, con transazioni per circa 2,5 miliardi di euro, seguita da Intesa Sanpaolo (in calo del 27%) e Deutsche Bank (in calo del 7%). Un dato sorprendente è stato il balzo della Banca Popolare di Sondrio, che con 249,8 milioni di euro ha registrato un incremento del 60% rispetto all’anno precedente. Nel 2023 si è assistito a un ridimensionamento delle operazioni. La Relazione governativa ha evidenziato un calo del 19% nel valore delle operazioni bancarie a sostegno dell’export definitivo di armi e una diminuzione del 42% nella nuova tabella relativa a finanziamenti e garanzie. Unicredit, pur restando leader del settore, ha visto le proprie transazioni ridursi del 46% rispetto al 2022. Tuttavia, alcune piccole banche locali hanno visto aumentare il loro coinvolgimento nel settore, come la Banca Valsabbina, che ha triplicato il proprio volume di transazioni, e la Banca di Credito Cooperativo di Barlassina, una nuova entrata nel settore.

Un futuro incerto 

Le banche armate rappresentano un nodo cruciale nell’intreccio tra finanza e guerra. Senza il supporto del sistema finanziario, il commercio di armi su larga scala sarebbe molto più difficile, se non impossibile. Per questo motivo, diventa fondamentale che cittadini e consumatori siano consapevoli di come il loro denaro viene utilizzato. Chiunque abbia un conto corrente, un fondo pensione o un’assicurazione potrebbe, indirettamente, contribuire al finanziamento dell’industria bellica. Le banche utilizzano il denaro dei risparmiatori per investimenti e prestiti, e se una parte di questi fondi finisce nelle mani dei produttori di armi, diventa una questione etica che riguarda direttamente i cittadini. Molte banche, peraltro, non informano chiaramente i propri clienti su come vengono utilizzati i loro soldi, dunque chiedere trasparenza e scegliere istituti di credito etici è un primo passo per avere un maggiore controllo sul proprio denaro. Il finanziamento delle armi non è solo una questione economica, ma ha conseguenze dirette sulla stabilità globale. Molti conflitti sono alimentati da armi prodotte in Paesi che si dichiarano pacifici, mentre in realtà sostengono indirettamente guerre e violazioni dei diritti umani. Esistono banche eticamente orientate, delle quali parleremo più avanti, che si rifiutano di finanziare l’industria bellica e investono invece in settori sostenibili. Informarsi e scegliere istituti bancari con politiche chiare sul disinvestimento dalle armi è un modo per contribuire alla pace in maniera concreta.

Sebbene abbia adottato alcune politiche di limitazione agli investimenti nel settore delle armi, Intesa Sanpaolo resta, insieme ad Unicredit, una delle principali banche coinvolte

Per quanto concerne il ruolo degli istituti di credito italiani, si può certamente constatare come varie banche del nostro Paese abbiano un ruolo chiave nel sostenere l’industria bellica, fornendo capitali, prestiti e servizi finanziari ai produttori di armi. Tra le principali si trovano Unicredit, con investimenti significativi nelle aziende produttrici di armi, incluse quelle che operano in Paesi coinvolti in conflitti armati, e Intesa Sanpaolo, la quale, sebbene abbia adottato alcune politiche di limitazione agli investimenti nel settore delle armi, continua a finanziare aziende del comparto difesa; tra le più attive ci sono poi Banco BPM, che fornisce servizi finanziari ad aziende produttrici di armi, con particolare attenzione al mercato europeo, e Mediobanca, coinvolta nelle operazioni finanziarie di grandi gruppi della difesa. In generale, l’andamento delle transazioni bancarie legate all’export di armi dal 2019 al 2023 evidenzia un’alternanza di fasi di crescita esplosiva e momenti di riduzione del volume d’affari. Se da un lato le grandi banche come Unicredit e Intesa Sanpaolo continuano a dominare il settore, dall’altro si sta assistendo all’ingresso di istituti di credito di dimensioni minori, che sembrano intenzionati a ritagliarsi uno spazio in questo business. La tendenza del 2023 suggerisce un possibile ridimensionamento del fenomeno, ma resta da vedere se si tratti di una flessione momentanea o dell’inizio di un cambiamento strutturale nel settore.

Quale banca scegliere per non essere complici

La maggior parte dei più grandi istituti finanziari italiani è dunque coinvolta, in maniera significativa o moderata, nelle attività legate all’industria militare. Questa dato emerge chiaramente dal rapporto ZeroArmi, elaborato dalla Fondazione Finanza Etica in collaborazione con Rete Italiana Pace e Disarmo, che rappresenta il primo strumento in Italia e in Europa finalizzato a valutare l’entità della partecipazione delle principali banche italiane nel finanziamento e nel sostegno del settore bellico. Lo studio è stato effettuato attraverso l’analisi di tre ambiti fondamentali: le partecipazioni azionarie in aziende della difesa, i finanziamenti diretti a programmi militari e il supporto logistico all’export di armamenti. In un quadro di crescenti spese militari e di legami sempre più consolidati tra il comparto della difesa e il sistema bancario, diventa fondamentale per i cittadini acquisire consapevolezza su come vengono utilizzati i propri risparmi.

La classifica

La valutazione delle banche assegna punteggi in un intervallo da 0 a 75, con una suddivisione in fasce di 5 punti che consente di classificare con buona precisione il livello di coinvolgimento delle banche nel settore degli armamenti. Gli istituti di credito che sommano tra 0 e 5 punti mostrano un coinvolgimento nullo o minimo; tra 20 e 40 punti il coinvolgimento è moderato, mentre oltre i 40 diventa significativo. I risultati rivelano che i due colossi Intesa Sanpaolo e Unicredit emergono come le banche più esposte, con un coinvolgimento significativo nel comparto militare. Questi istituti vantano storicamente rapporti consolidati con le grandi aziende della difesa, sostenendo operazioni di finanziamento e facilitazione dell’export di armamenti. In entrambi i casi, il range di valutazione si attesta a tra 40 e 45 su una scala di 75, con una «estesa partecipazione ad attività connesse all’industria a produzione militare, su tutti e tre gli assi considerati da ZeroArmi». Altri istituti, come Banca Mediolanum, Crédit Agricole, Mediobanca e ICCREA, presentano un livello di coinvolgimento considerato moderato (20/40 punti). Ciò significa che, sebbene con un impegno minore rispetto ai colossi del settore, queste banche mantengono comunque legami con aziende attive nella produzione e nel commercio di armamenti. Un livello di coinvolgimento minore (tra i 10 e i 20 punti) è attribuito a Cassa Centrale Banca, BPER, Banco BPM e Cassa Depositi e Prestiti, che, nonostante non possano essere definite totalmente “virtuose”, mostrano una propensione a ridurre il supporto diretto al settore militare e ad adottare una maggiore trasparenza operativa. L’unico istituto che, secondo le statistiche diramate nel report, si distingue per un coinvolgimento nullo o minimo è Banca Etica, che per statuto esclude qualsiasi finanziamento all’industria delle armi. Un dato che non sorprende, considerando che la banca ha sempre promosso un modello finanziario basato su criteri di sostenibilità e impatto sociale positivo, finanziando iniziative che promuovono il benessere collettivo, come energie rinnovabili, cooperazione sociale e progetti di economia sostenibile.

L’importanza della trasparenza

L’aumento delle spese militari globali e il sostegno degli Stati all’industria bellica rendono sempre più necessario un monitoraggio del ruolo delle banche. Il report ZeroArmi dimostra come il settore finanziario giochi un ruolo chiave nel supportare – o limitare – la proliferazione degli armamenti.

Le scelte dei risparmiatori possono influenzare queste dinamiche: conoscere il grado di coinvolgimento degli istituti bancari permette di optare per realtà più trasparenti e responsabili. Il dibattito si acuisce ulteriormente alla luce delle proposte di revisione della Legge 185/1990, la normativa che fino a oggi ha imposto obblighi di trasparenza sulle operazioni di esportazione di armi. L’eventuale allentamento di tali obblighi potrebbe infatti ridurre la capacità di monitorare il coinvolgimento delle banche nel settore bellico, rendendo ancora più difficile per i risparmiatori fare scelte informate. In questo scenario, strumenti come ZeroArmi assumono un’importanza strategica, offrendo informazioni che permettono di operare concreti distinguo sui legami tra istituti di credito e operazioni legate all’industria degli armamenti.