sabato 21 Marzo 2026
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Ostracismo e mail bloccate: la Corte Penale Internazionale paga l’ordine d’arresto a Netanyahu

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Il 21 novembre 2024, la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso mandati d’arresto per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant, accusandoli di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante il conflitto a Gaza. Le accuse includono l’uso della fame come metodo di guerra e attacchi deliberati contro la popolazione civile. In risposta, il 6 febbraio 2025, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo imponendo sanzioni contro la CPI, le quali stanno compromettendo l’abilità della Corte di operare e suggestionando alcune corporazioni americane perché interrompano l’erogazione dei servizi ai soggetti chiave dell’istituzione.

Le sanzioni definite dall’amministrazione Trump prevedono il congelamento dei beni e delle risorse di funzionari, dipendenti e collaboratori della Corte Penale Internazionale, estendendosi anche ai loro familiari più stretti. A queste persone viene inoltre vietato l’ingresso negli Stati Uniti, una misura che complica significativamente i rapporti diplomatici tra Washington e l’Aia. Il decreto esecutivo ha in tal senso definito i nomi dei destinatari dell’intervento all’interno di un annesso, il quale contiene però una lista estremamente sintetica: viene citato esclusivamente il Procuratore capo della CPI, Karim Khan, primo responsabile del mandato d’arresto nei confronti dei due politici israeliani.

Queste restrizioni hanno ostacolato le indagini della CPI, portando alcune organizzazioni non governative a interrompere la collaborazione con la Corte. Gli effetti sono decisamente capillari: Associated Press (AP) ha rilevato che diverse aziende hanno sospeso del tutto le comunicazioni con i funzionari dell’istituzione, con la statunitense Microsoft che è arrivata addirittura a bloccare l’erogazione dei suoi servizi e-mail a Khan. Quella stessa Microsoft che, vale la pena ricordarlo, fornisce attraverso il servizio Azure degli strumenti di intelligenza artificiale all’esercito israeliano impegnato a Gaza.

Secondo la ricostruzione elaborata da AP, la Corte Penale Internazionale non è più nelle condizioni di lavorare e ha sospeso le indagini riguardanti il Presidente sudanese Omar al-Bashir, accusato di genocidio. Sei ufficiali anziani hanno rassegnato le dimissioni per il timore di incappare a loro volta nelle sanzioni statunitensi. In questo contesto già teso, il 16 maggio 2025, Karim Khan ha annunciato un congedo temporaneo dal suo incarico, in attesa della conclusione di un’indagine delle Nazioni Unite su presunte molestie sessuali. Le accuse, che includono comportamenti coercitivi e abuso di potere, sono state negate da Khan.

Le denunce mosse contro il Procuratore capo sono supportate da testimonianze che meritano un attento esame, tuttavia il suo passo indietro non sembra essere giustificato da un semplice atto etico: il Senatore statunitense Lindsey Graham ha suggerito che i problemi legali di Khan lo abbiano portato a cancellare importanti incontri diplomatici con Israele e a presentare frettolosamente la richiesta di mandato d’arresto per Netanyahu e Gallant. Esercitare pressioni su Khan potrebbe dunque rappresentare una leva attraverso cui screditare le decisioni dell’intera Corte.

Gli attacchi alla credibilità della Corte Penale Internazionale e gli atti di intimidazione non sono però una novità. Nel giugno 2020, il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva già firmato un ordine esecutivo che imponeva sanzioni economiche e restrizioni di viaggio ai funzionari della CPI coinvolti nelle indagini su presunti crimini di guerra commessi dalle forze armate e dai servizi segreti statunitensi in Afghanistan. Queste misure includevano il potenziale congelamento dei beni e il divieto di ingresso negli Stati Uniti per i funzionari della Corte e i loro familiari. 

Anche Israele è stato coinvolto in campagne di delegittimazione e tentativi di interferenza nei confronti dei membri della CPI. Secondo un’indagine congiunta del The Guardian, +972 e Local Call, l’intelligence israeliana avrebbe condotto per oltre nove anni delle operazioni di sorveglianza, hacking, diffamazione e intimidazione contro il personale della Corte. Queste attività miravano a compromettere le indagini sui presunti crimini di guerra commessi da Israele nei territori palestinesi occupati. Tra le azioni documentate figurano l’intercettazione di comunicazioni sensibili e pressioni dirette sui procuratori della CPI, inclusi  Karim Khan e l’ex procuratrice Fatou Bensouda .

Tassa sul carbonio, Eurocamera semplifica: esentate 182 mila imprese

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Il Parlamento europeo ha approvato con larga maggioranza (564 voti favorevoli, 20 contrari) la semplificazione del meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, parte del pacchetto Omnibus I. La riforma prevede un’esenzione dalla carbon tax per circa 182mila importatori, principalmente piccole e medie imprese, che movimentano meno di 50 tonnellate di merci soggette alla tassa, escludendo però elettricità e idrogeno. Secondo la Commissione, la copertura del 99% delle emissioni resterà invariata. Il Consiglio UE si esprimerà il 27 maggio, avviando così i negoziati tra istituzioni europee.

Corte Costituzionale: il figlio nato da fecondazione può essere riconosciuto da due madri

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Weighting on table. Free public domain CC0 photo.

Nel giro di poche ore, la Corte Costituzionale ha tracciato una nuova linea nel dibattito sulla genitorialità nel nostro Paese. I giudici hanno infatti sancito il riconoscimento automatico della “madre intenzionale” di un bambino nato in Italia da una coppia di donne che ha effettuato fuori dal Paese la procreazione medicalmente assistita (PMA), mentre ha giudicato legittima la scelta del legislatore di dire no al diritto delle donne single ad avere un figlio con la medesima pratica in Italia. Due statuizioni, l’una dirompente e l’altra conservativa, che pongono il Parlamento di fronte all’urgenza di ripensare all’impianto complessivo della legge 40 del 2004, già smontata in più punti dalla stessa Consulta.

La sentenza 68/2025 è stata emessa sulla scia di un caso seguito dall’associazione Rete Lenford – Avvocatura per i diritti LGBTI, che ha accompagnato nella battaglia giudiziaria una coppia di donne italiane. Nello specifico, la Consulta si è espressa circa l’articolo 8 della legge numero 40 del 2004, limitatamente alla parte in cui «non prevede che pure il nato in Italia da donna che ha fatto ricorso all’estero» alla PMA abbia riconosciuto sin dalla nascita lo stato di figlio della donna che nella coppia non ha portato avanti la gravidanza. Secondo quanto stabilito, esso viola l’articolo 2 della Costituzione per la «lesione dell’identità personale del nato e del suo diritto a vedersi riconosciuto sin dalla nascita uno stato giuridico certo e stabile», l’art. 3 «per la irragionevolezza dell’attuale disciplina che non trova giustificazione in assenza di un controinteresse» e l’art. 30 «perché lede i diritti del minore a vedersi riconosciuti, sin dalla nascita e nei confronti di entrambi i genitori, i diritti connessi alla responsabilità genitoriale e ai conseguenti obblighi nei confronti dei figli». La sentenza, chiarisce la Corte, «non attiene alle condizioni che legittimano l’accesso alla PMA in Italia» su cui, in un ulteriore sentenza, la Consulta ha dichiarato legittimo il divieto della pratica.

Di segno diverso è invece la pronuncia che attiene all’articolo 5 della legge 40, rispetto a cui il Tribunale di Firenze aveva sollevato giudizio di legittimità costituzionale dopo che una 40enne di Torino aveva fatto richiesta di poter accedere alla PMA in una clinica toscana, ricevendo un rifiuto. La Consulta ha sentenziato che, nell’attuale impianto normativo, «non consentire alla donna di accedere da sola alla PMA rinviene tuttora una giustificazione nel principio di precauzione a tutela dei futuri nati». Secondo i giudici, infatti, è proprio nel loro interesse che il legislatore ha scelto «di non avallare un progetto genitoriale che conduce al concepimento di un figlio in un contesto che, almeno a priori, esclude la figura del padre». Riconoscendo comunque «l’assenza di impedimenti costituzionali a ché il legislatore estenda l’accesso alla PMA anche a nuclei familiari diversi da quelli indicati nell’articolo 5 della legge 40», i giudici hanno stabilito che «la compressione dell’autodeterminazione procreativa della donna singola non può, nell’attuale complessivo quadro normativo, ritenersi manifestamente irragionevole e sproporzionata», mentre rientra nella discrezionalità del legislatore aver ricondotto le finalità della legge 40 al «favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana».

Approvata nel 2004, la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita è stata fin da subito oggetto di critiche per la sua rigidità. Due sentenze della Corte Costituzionale ne hanno profondamente modificato l’impianto. Nel 2009 è caduto il limite dei tre ovociti inseminabili per ciclo e il divieto di crioconservazione degli embrioni sovrannumerari, consentendo ai medici maggiore discrezionalità in base alle condizioni cliniche. Cinque anni più tardi è stato abolito anche il divieto di fecondazione eterologa, permettendo l’utilizzo di gameti da donatori esterni non retribuiti. Queste modifiche hanno reso la legge più flessibile, ma ogni cambiamento – come sottolineato dagli esperti – deve sempre porre al centro la tutela del nascituro, che non deve mai essere considerato un oggetto di consumo.

Tra i candidati alle prossime amministrative ci sono 22 segnalati dall’antimafia

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Sono 22 i candidati alle prossime elezioni amministrative, che si terranno domenica 25 e lunedì 26 maggio, segnalati come “impresentabili” dalla Commissione antimafia. Di questi, ben 5 sono candidati nel Comune di Taranto. Lo ha reso noto Chiara Colosimo, presidente della Commissione, al termine dei lavori di verifica dei candidati. Delle 22 candidature, 10 risultano in violazione del codice di autoregolamentazione approvato dalla Commissione rispetto a casellario giudiziario e carichi pendenti, mentre le altre 12 violano il codice in quanto in passato furono già sindaci o componenti di giunta nei comuni sciolti per infiltrazione mafiose che tornano al voto.

Il termine “impresentabili” deriva dal Codice di autoregolamentazione delle candidature adottato nel 2015 e periodicamente aggiornato dalla Commissione, con l’obiettivo di prevenire infiltrazioni della criminalità organizzata nella politica locale. La rilevazione, eseguita dalla Direzione generale dei servizi informativi e automatizzati del Ministero della giustizia, ha avuto per oggetto in totale 4.192 nominativi, forniti dagli elenchi dei candidati trasmessi dalla Commissione. Se Taranto “primeggia” con 5 nomi in lista, mentre non risultano candidati “impresentabili” a Genova, unico capoluogo di Regione al voto, così come a Ravenna.

Nella lista diramata da Palazzo San Macuto figurano:

  • Di Nardo Paolo (Giugliano in Campania), Unione di Centro Adesso Giugliano, condannato definitivamente per usura;
  • Pignatelli Gennaro (Giugliano in Campania), lista Guarino, colpito da un decreto di citazione a giudizio per frode informatica e accesso abusivo a sistema informatico;
  • Caruso Titina (Lamezia Terme), Forza Italia, a giudizio per bancarotta fraudolenta e trasferimento fraudolento di valori;
  • De Rango Franchino (Rende), Avanti Rende Libera, a giudizio per bancarotta fraudolenta;
  • Iorio Francesco (Rende), Libertà in Movimento, a giudizio per traffico illecito di rifiuti;
  • Basile Rossella (Taranto), Movimento Sportivo, a giudizio per riciclaggio;
  • Albano Mimma (Taranto), Noi Taranto, a giudizio per usura;
  • Milella Antonio Damiano (Taranto), Democrazia Cristiana, condannata in primo grado per turbata libertà degli incanti;
  • Ungaro Rosario (Taranto), Forza Italia, a giudizio per corruzione aggravata e turbata libertà degli incanti;
  • Renna Cataldo (Taranto), Forza Italia, a giudizio per traffico di influenze illecite.

I candidati inseriti tra gli “impresentabili” per aver ricoperto la carica di sindaco o di componente di giunte in comuni sciolti per mafia sono invece:

  • Russo Francesco (Orta Nova), Con Di Stasio Sindaco (già assessore del comune sciolto);
  • Sorrentino Elisa (Rende), Partecipazione Rende (già assessore);
  • Totera Fabrizio (Rende), Progressisti Democratici (già assessore);
  • Ziccarelli Domenico, Avanti Rende Libera (già assessore);
  • Camarda Antonino (Castiglione di Sicilia), Per Castiglione – Camarda Sindaco (già sindaco);
  • Monforte Salvatore (Castiglione di Sicilia), Cambiamo per Castiglione – Monforte Sindaco (già assessore);
  • Raiti Francesco (Castiglione di Sicilia), Per Castiglione – Camarda Sindaco (già assessore);
  • Farfaglia Salvatore (Castiglione di Sicilia), Per Castiglione – Camarda Sindaco (già assessore);
  • Astuti Salvatore (Palagonia), Senso Civico – Salvo Astuti Sindaco (già sindaco);
  • Lauria Michele Luca Francesco (Palagonia), Salvo Astuti Sindaco (già assessore);
  • Favata Francesco Paolo (Palagonia), Senso Civico – Salvo Astuti Sindaco (già assessore);
  • Colomba Giuseppina (Palagonia), Palagonia nel Cuore – Salvo Astuti Sindaco (già assessore).

Sulla formazione dell’elenco c’è poi un piccolo giallo: la Commissione Antimafia ha infatti indicato come “impresentabile” alle elezioni amministrative di Matera (le agenzie hanno infatti sin da subito parlato di 23 nominativi) Francesco Paolo Lafortezza, a processo per frode, indicato come appartenente alla lista Io Sud Matera. Il rappresentante di quest’ultima, Pasquale Antonio Di Lorenzo, ha però inviato una missiva a Chiara Colosimo per segnalare che, in realtà, Lafortezza non risulta candidato nella sua compagine. Il nome dell’“impresentabile” sarebbe stato presente, almeno in prima battuta, all’interno della Lista Acito-Udc, nelle cui liste ufficiali però non compare più. A ogni modo, la Commissione Antimafia ha risposto parlando di un «disguido occorso nelle attività di verifica».

Libano, massicci attacchi israeliani nel Sud del Paese

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Aerei da guerra dell’esercito israeliano hanno effettuato un massiccio bombardamento su diversi insediamenti nel Libano del Sud. Lo ha reso noto l’agenzia di stampa libanese NNA, mentre l’IDF ha a sua volta dichiarato di aver colpito le infrastrutture militari del movimento Hezbollah, tra cui depositi di munizioni e lanciarazzi. Ferma la condanna degli attacchi israeliani da parte del premier libanese Nawaf Salam, il quale ha definito l’offensiva dell’IDF come una «escalation» pericolosa in vista delle prossime elezioni amministrative nella regione meridionale, previste per sabato.

La Guyana imporrà alle aziende di riparare i danni per le fuoriuscite di petrolio

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Il Parlamento della Guyana, piccolo Stato dell'America del Sud, ha approvato l’Oil Pollution Prevention, Preparedness, Response and Responsibility Bill 2025, un disegno di legge che stabilisce in modo esplicito la responsabilità delle aziende per i danni causati da fuoriuscite di petrolio, incluse quelle che avvengono in mare. La norma sull’inquinamento mira a rafforzare la tutela ambientale e la supervisione della nascente industria energetica
Per riuscire a costruire un sistema di prevenzione e risposta strutturato, la legge obbliga le compagnie a fornire garanzie finanziarie per coprire gli...

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Gaza, continuano i raid israeliani: almeno 54 morti dall’alba

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Dall’alba di oggi, almeno 54 persone sono state uccise negli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza. Lo ha riferito l’emittente Al Jazeera, citando fonti mediche. L’esercito israeliano ha intensificato i bombardamenti aerei e terrestri su tutta Gaza, in particolare nei pressi dell’ospedale al-Awda, nella parte settentrionale dell’enclave, che è una delle poche strutture mediche operative nel nord. Il ministro della Salute palestinese Majid Abu Ramadan ha dichiarato che negli ultimi giorni a Gaza sono stati registrati almeno 29 «decessi legati alla fame» tra bambini e anziani e che migliaia di altri sono a rischio.

In Argentina i pensionati guidano la protesta contro il neoliberismo del governo Milei

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Ieri, mercoledì 21 maggio, i pensionati argentini sono scesi nuovamente in piazza, venendo come ormai accade periodicamente repressi dalla polizia. Questa volta, la protesta si svolgeva in parallelo a una discussione parlamentare per aumentare le pensioni agli argentini, boicottata dalla maggioranza Milei. La manifestazione di ieri fa parte di un ampio moto di sollevamento popolare che da mesi scende ritualmente in piazza ogni mercoledì. I pensionati, di preciso, chiedono che il governo garantisca le pensioni, che le aumenti, e che si operi per contrastare l’aumento dei prezzi dei servizi essenziali. Col tempo, hanno radunato attorno a sé un’ampia frangia della popolazione argentina, che spazia dai politici ai sindacalisti, fino a raggiungere tifosi delle squadre calcistiche e membri del clero che operano nei quartieri più critici.

La protesta dei pensionati contro il governo Milei si tiene ogni mercoledì a Buenos Aires, davanti al palazzo del Congresso. Ieri, la protesta coincideva con la discussione di una proposta di legge avanzata dall’opposizione che si proponeva di aumentare le pensioni agli argentini, che in questo momento si attestano a 379.000 pesos (circa 292 euro). Per rendere più comprensibili tali cifre, si pensi che, secondo una analisi de La Nación risalente a inizio gennaio 2025, l’affitto medio di un bilocale di 50 metri quadri a Buenos Aires si attesta attorno ai 550.450 pesos, mentre quello di un monolocale di 40 metri quadri arriva a 465.091 pesos. In occasione della discussione erano presenti circa 124 deputati, mentre 133 erano assenti.

Come ormai accade da mesi, anche l’appuntamento tenutosi ieri è stato violentemente represso dai membri delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa armate di scudi e manganelli. Mentre i manifestanti si provavano ad avvicinare all’edificio oltrepassando il cordone di polizia, è esploso uno scontro con le forze dell’ordine, che hanno usato manganelli e spray al peperoncino sui dimostranti. Anche la protesta della scorsa settimana si era risolta in uno scontro con la polizia. In seguito alla manifestazione, sono stati registrati una decina di feriti, tra cui Francisco Padre Paco Olveira, sacerdote delle baraccopoli della capitale che si è schierato a fianco dei pensionati, e Nico Caropresi, presidente del Movimento dei Lavoratori Esclusi.

I pensionati scendono in piazza ormai da mesi per rivendicare pensioni più alte e garantite, e in generale per protestare contro le politiche del governo Milei. Una delle più significative risale a due mesi fa, quando alla protesta si sono uniti gli hinchas, tifosi di decine di club argentini che hanno messo da parte le rivalità sportive per proteggere i pensionati. La decisione degli ultrà è arrivata dopo gli episodi di violenza registratisi durante le manifestazioni precedenti, e ha reso la manifestazione ancora più partecipata. Col tempo, si sono uniti anche sindacalisti, politici, e membri del clero, che insieme iniziano a contestare la terapia di “shock economico” portata avanti dal presidente argentino. Questa passa per una drastica riduzione della spesa pubblica che finisce per colpire soprattutto le fasce più deboli della popolazione, come gli anziani che protestano contro i tagli alle pensioni. L’amministrazione Milei, oltre ad aver ridotto la spesa per le pensioni del 19%, ha eliminato un programma che rendeva gratuiti diversi farmaci, decisione che ha fatto esplodere le tensioni.

L’Europol fa un passo verso la sorveglianza massiva dei migranti

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Martedì 20 maggio, la Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento Europeo ha approvato l’ampliamento del mandato di Europol per rafforzare il contrasto al traffico di migranti e alla tratta di esseri umani. Diverse organizzazioni della società civile hanno espresso preoccupazione, sostenendo che l’enfasi sulla sicurezza e sul controllo delle frontiere possa compromettere il rispetto dei diritti umani e il principio di accoglienza, nonché portare a un futuro ancorato alla sorveglianza di massa.

Passata con 56 voti a favore, 10 contrari e 3 astensioni, la riforma si inserisce in un contesto politico derivante dall’instabilità amministrativa del 2023, ovvero in un’epoca in cui i partiti moderati e di sinistra hanno cercato di adottare una linea più rigida sulla migrazione in vista delle elezioni europee del 2024, nella disperata speranza di attrarre il sostegno del centrodestra.

La rivoluzione dell’agenzia europea di coordinamento poliziesco porterà alla creazione di un nuovo organismo dedicato, ovvero Centro europeo contro il traffico di migranti (ECAMS), che fungerà da hub operativo per coordinare le attività degli Stati membri, di Eurojust e di Frontex. Per sostenere questa espansione, l’Europol riceverà per il biennio 2025-2027 un finanziamento aggiuntivo di 50 milioni di euro e 50 nuovi membri dello staff. La riforma prevede anche un ampliamento delle capacità dell’Europol nella raccolta e analisi dei dati, inclusi quelli biometrici come impronte digitali e riconoscimento facciale. 

Gli Stati membri saranno tenuti a rafforzare le infrastrutture dedicate alla lotta contro la tratta di migranti o a crearne di dedicate e a condividere con l’Europol le informazioni raccolte alle frontiere, indipendentemente dal fatto che le persone siano sospettate o meno di alcun crimine. Inoltre, l’Europol potrà collaborare con paesi terzi, anche non democratici, per estendere la portata delle sue banche dati. Sono già in corso valutazioni per stabilire partenariati con paesi come Egitto, Giordania, Israele, Marocco, Tunisia e Turchia.

La riforma rischia di instaurare un sistema binario in cui i migranti godrebbero di diritti inferiori rispetto ai cittadini europei. Questo sacrificio, giustificato con la promessa di “salvare vite umane”, solleva dubbi persino all’interno della classe politica europea. Già nel 2023, Finlandia, Germania e Polonia avevano espresso perplessità riguardo alla proporzionalità dell’intervento e al potenziale superamento della sovranità nazionale da parte di Europol. Le preoccupazioni della società civile si concentrano anche sull’espansione dei poteri dell’agenzia, la quale ha mostrato nel tempo diversi lati oscuri. 

Nonostante la sua ultima riforma sia risalente solamente al 2022, l’Europol chiede costantemente maggiori competenze e minori controlli, lamentando di dover impiegare tempo e risorse per rendere conto delle proprie azioni. L’agenzia non è particolarmente immacolata neppure sul frangente della legalità: in passato ha violato le normative UE sulla gestione dei dati, conservando informazioni che non aveva il diritto di archiviare. Questa illegittimità è stata successivamente sanata tramite un emendamento retroattivo approvato in fretta e furia da un Consiglio Europeo ansioso di soddisfare le esigenze securitarie dell’agenzia.

Alla vigilia del voto, la campagna “Protect Not Surveil“, sostenuta da 120 organizzazioni e accompagnata da una significativa raccolta firme, ha chiesto il rigetto totale della riforma, definendola un “cavallo di Troia” destinato ad ampliare la sorveglianza di massa. La coalizione ha sottolineato che la proposta di riforma di Europol rappresenta un’espansione opaca dei poteri di sorveglianza, criminalizzando ulteriormente migranti e organizzazioni solidali, aumentando il rischio di discriminazioni da parte delle autorità.

La posizione del Parlamento sulla riforma sarà annunciata durante la riunione plenaria prevista per il 16-19 giugno. Se non saranno sollevate obiezioni, inizieranno i negoziati per l’attuazione della riforma.

In Spagna è stato ucciso un altro uomo che faceva parte della lista dei nemici dell’Ucraina

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Cinque colpi di pistola. Tre lo hanno colpito al corpo, quello mortale lo ha raggiunto alla nuca quando era già a terra. Una esecuzione in piena regola che sembra sgusciata da un film di spionaggio. La vittima è Andriy Portnov, stretto collaboratore dell’ex presidente ucraino filorusso Viktor Yanukovich, freddato il 21 maggio 2025 alle 9:15 del mattino a Pozuelo de Alarcón, un ricco sobborgo di Madrid davanti all’American School della città. L’uomo aveva appena accompagnato i suoi figli a scuola e stava risalendo sulla sua auto, quando è stato vittima dell’agguato. Gli assalitori, descritti come due o tre uomini, sono fuggiti in una vicina area boscosa. Non è ancora chiaro se l’omicidio abbia motivazioni politiche, personali o legate a un regolamento di conti, ma si tratta solo dell’ultima vittima di una lunga serie di morti sospette di ex alleati di Yanukovich. Il passato di Portnov e la sua presenza nella lista nera del sito ucraino Myrotvorets (dal 2015, con l’accusa di “traditore della patria”) suggeriscono un possibile collegamento con le tensioni geopolitiche tra Ucraina e Russia. L’ambasciatore russo Rodion Miroshnik ha ipotizzato che Portnov possedesse informazioni compromettenti sulle autorità ucraine, che Kiev avrebbe voluto nascondere.

Nato a Lugansk, Andriy Portnov è stato una figura di spicco della politica ucraina, strettamente legato alla comunità filorussa e all’ex presidente Viktor Yanukovych, e aveva alle spalle una lunga carriera nella pubblica amministrazione e nel mondo accademico. Prima di lavorare con Yanukovich, Portnov è stato vicino a Yulia Tymoshenko e membro del parlamento ucraino negli anni 2000. Tra il 2011 e il 2014 è stato vicecapo dell’amministrazione presidenziale, supervisionando questioni giudiziarie. Era fuggito in Russia nel 2014, dove aveva ottenuto la cittadinanza e in Ucraina era stato accusato di vari reati, fra cui corruzione e tradimento (fu poi assolto da quest’ultima accusa). Nel 2018 ha diretto brevemente il canale filorusso NewsOne. Il fatto che si trovasse in Spagna era ignoto al pubblico.

Dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, la Spagna, che ospita una significativa diaspora ucraina e russa, è stata teatro di diversi crimini di alto profilo di carattere trasversale, su cui si è ipotizzata la matrice dei servizi segreti di Mosca e di Kiev. Nel 2022, lettere bomba sono state inviate a obiettivi istituzionali, tra cui l’ambasciata ucraina a Madrid. Nel febbraio 2024, Maksim Kuzminov, un pilota russo disertore è stato ucciso ad Alicante: gli investigatori non esclusero la vendetta russa.

Nel caso dell’omicidio di Portnov, una pista si sta concentrando sulla lista di proscrizione del sito ucraino Myrotvorets, noto per schedare “nemici dell’Ucraina”, dove compariva proprio il suo nome. Dopo la sua morte, accanto al suo profilo è apparsa la scritta “eliminato”. Lanciato nel dicembre 2014 da Heorhij Tuka, il sito è gestito dal Centro Myrotvorets (secondo alcune fonti, sarebbe affiliato al Servizio di Sicurezza dell’Ucraina), ed è noto per pubblicare dati personali (indirizzi, numeri di telefono, profili social) di individui considerati “nemici dell’Ucraina”, spesso associati a posizioni filorusse o separatiste, nell’ambito del conflitto in Donbass e dell’Operazione Speciale,  inclusi politici, giornalisti, artisti come Jorit o Roger Waters e persino minori come Faina Savenkova, una scrittrice del Donbass. Sulla lista nera sono presenti anche alcune personalità italiane, tra cui il noto giornalista Giulietto Chiesa, il fotoreporter Giorgio Bianchi, lo scrittore e giornalista Franco Fracassi e la regista di reportage di guerra Sara Reginella. La piattaforma è stata accusata da organizzazioni come l’ONU e Human Rights Watch di violare la privacy e incitare alla violenza e il Parlamento europeo ne ha chiesto la chiusura.

Andriy Portnov è stato uno stretto collaboratore dell’ex presidente ucraino filorusso Viktor Yanukovich

Oltre a Portnov, sono diversi i casi di omicidi di persone filorusse che erano inserite nella lista nera di Myrotvorets, come Oles Buzina (2015), giornalista e scrittore ucraino, assassinato a colpi di arma da fuoco il 16 aprile 2015, pochi giorni dopo che il suo indirizzo di casa era stato pubblicato sul sito di proscrizione. L’omicidio, collegato a gruppi nazionalisti estremisti, come Pravyj Sektor, fu definito dal presidente ucraino Petro Poroshenko come un “omicidio politico”. Il giorno prima dell’omicidio di Buzina, Oleg Kalashnikov, ex deputato del Partito delle Regioni, legato all’ex presidente filorusso Viktor Yanukovich, era stato freddato a colpi di arma da fuoco vicino alla sua casa a Kiev. Pochi giorni prima il suo indirizzo era stato pubblicato su Myrotvorets. Nello stesso giorno dell’omicidio di Kalashnikov, il 15 aprile 2025, Sergej Sukhobok, giornalista ucraino, titolare di un sito internet e di un piccolo giornale che sosteneva le ragioni dei ribelli del Donbass fu ucciso a Kiev da un commando.

Tra febbraio e aprile 2015, almeno otto politici e figure legate al Partito delle Regioni di Yanukovich, tutti con posizioni filorusse, sono stati trovati morti in circostanze sospette (spesso classificati come “suicidi” dai media ucraini). Tra questi ricordiamo: Olexandr Peklouchenko, ex governatore e membro del Partito delle Regioni, trovato morto a metà marzo 2015, ufficialmente per suicidio; Stanislav Melnik, ex deputato, trovato morto vicino a Kiev a fine febbraio 2015, anche questo classificato come suicidio; Mikhaïlo Tchetchetov, ex parlamentare, morto cadendo dal 17º piano di un palazzo a fine febbraio 2015, considerato un possibile omicidio mascherato da suicidio. Infine, va ricordato anche il caso di lya Kyva: l’ex deputato ucraino filorusso è stato ritrovato senza vita, nella neve, in una pozza di sangue in un parco fuori dal Velich Country Club, hotel di lusso a un’ora da Mosca. Un assassinio avvolto nel mistero, con indizi sulla responsabilità dei Servizi di Kiev e sul team di Vasyl Malyuk.

L’impronta dei servizi segreti ucraini in questi omicidi fa da contraltare ad altrettanto misteriose morti tra oligarchi, scienziati (come Andrey Botikov, uno dei ricercatori che ha contribuito a creare il vaccino russo Sputnik), politici (Pavel Antov, parlamentare russo del partito Russia Unita, trovato morto dopo una caduta dal terzo piano di un hotel di Rayagada, nello Stato indiano dell’Odisha) e attivisti filo-ucraini. Ricordiamo tra tutti il caso di Boris Nemcov, politico russo di opposizione, già considerato ex delfino di Eltsin, noto per le sue critiche a Putin e per il suo supporto alla sovranità ucraina. Già membro della Duma regionale di Jaroslav, leader di un piccolo partito liberale, l’RPR-Parnas, venne assassinato a colpi di pistola vicino al Cremlino la sera del 27 febbraio 2015. Cinque ceceni furono condannati come esecutori materiali, ma il mandante non è mai stato identificato. Nell’ultima intervista che aveva rilasciato, Nemcov aveva accusato Putin di volerlo morto.