sabato 21 Marzo 2026
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Ridateci la realtà, riprendiamoci la realtà

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Nel Sessantotto i manifestanti in corteo scandivano il celebre motto «L’immaginazione al potere!». Ora sembra invece necessario un nuovo senso della realtà, la presa diretta con i bisogni, con la vita di ogni giorno.

L’era della comunicazione ha facilitato, in un primo tempo, l’accesso all’informazione, ha determinato una particolare democrazia consistente nel poter avere a disposizione notizie, opinioni e interpretazioni, allargando la conoscenza dal ‘qui e ora’ a regioni lontane, sino al mondo intero. All’origine, nella seconda metà del Settecento in Gran Bretagna, i giornali di informazione avevano interessato e influenzato quasi soltanto i ceti superiori e commerciali urbani. I quotidiani erano semplicemente i portavoce prezzolati dell’uno o dell’altro partito. Soltanto dopo la metà del diciannovesimo secolo – osserva Richard D. Altick nel suo studio La democrazia tra le pagine (Il Mulino 1990) – «i quotidiani, divenendo sempre più importanti come mezzi di diffusione di messaggi pubblicitari, poterono gradualmente scrollarsi di dosso il controllo del governo o dei partiti per diventare voci indipendenti del sentimento pubblico» (p. 367).

Due secoli dopo eccoci invece alle prese con il controllo e la manipolazione generati proprio dalla pubblicità e con il noto fenomeno per cui l’enorme espansione dei media comunicativi, sino ai social media, ha prodotto, prima un enorme facilitazione nell’accesso all’informazione e poi  la sostituzione della realtà con la comunicazione, affastellando notizie e pseudo-notizie in modo tale da mettere perfino in secondo piano il problema del condizionamento.

Più i dati messi in circolazione non sono attendibili, più la percezione comune è che non esista una vera realtà. La manipolazione non è più appannaggio di chi ha il potere ma è diventato uno stile condiviso, un atteggiamento inarrestabile che rende il frastuono ingestibile. Si assiste a una crisi, a un crollo dei sistemi simbolici come se non fosse più possibile trasmettere parole, immagini, segni dotati di senso condiviso.

Nel 2013 il World Economic Forum (attenzione alla fonte!) ha sentenziato che una delle minacce più serie per la società è la diffusione massiccia di informazione fasulle. Ma abbiamo poi capito che il problema è invece che chi detiene il potere vuole avere l’esclusiva dell’influenza sul pubblico prodotta dalla falsificazione della realtà. Una falsificazione madre di tutti i controlli.

La gente viene accusata di far girare notizie, opinioni e commenti privi di senso, ingiuriosi, complottistici, distorti dal sentito dire, ma tutto questo, a mio parere, è la conseguenza del fatto che la maggioranza dei media tiene lontani utenti e persone dai fatti che realmente accadono. E anche che l’autorevolezza superstite è inficiata dal dubbio, dalla diffidenza.

Di qui la crisi del giornalismo, l’impotenza persino nel far accettare come corrispondente a fatti reali la documentazione fotografica, i servizi lanciati dai luoghi dove si svolgono gli eventi. Diciamo allora, anzi urliamo pure nei cortei: «Ridateci la realtà!» un diritto che, dati i tempi, sembra quasi una pretesa.

Come media e politica usano l’attentato di Washington per difendere il massacro israeliano

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“Caccia all’ebreo”, “terrorismo antisemita”, “seme dell’odio antisemita”. Diversi quotidiani hanno dedicato l’apertura di ieri al brutale omicidio dei due diplomatici israeliani a Washington, compiuto da Elias Rodriguez, trentenne originario di Chicago, che ha aperto il fuoco su di loro all’uscita del Museo ebraico. Orrore antisemita negli Usa (Il Corriere della Sera); Uccidere gli ebrei in quanto ebrei (Il Foglio); L’incendio si propaga, Il salto di qualità dell’antisemitismo (Il Riformista); Terrorismo antisemita (Fanpage); La miccia dell’odio (Avvenire) sono alcuni dei titoli che campeggiano sulle prime pagine delle testate cartacee e online.

Tutti gli articoli elencati enfatizzano il clima di odio nei confronti degli ebrei, grazie a un’abile tecnica di sovrapposizione, per cui si continua a confondere l’antisionismo con l’antisemitismo. L’equazione, che si basa su false premesse, è che se critichi il sionismo o le politiche di Israele sei automaticamente un “antisemita” (e ciò vale persino per gli ebrei).

Si stanno inoltre usando alcune regole auree dell’ingegneria sociale: la distrazione dell’opinione pubblica dal genocidio; la tecnica dell’empatia, trattando la notizia in maniera “emotiva”, focalizzando l’attenzione sui dettagli della giovane coppia che possano creare una forma di empatia e parlare alla pancia delle persone; la teoria dello shock, facendo credere che il “seme dell’odio” possa straripare in Occidente e colpire chiunque, in qualunque momento; divide et impera, con la polarizzazione e l’appiattimento del dibattito; framing, ovvero la creazione di una cornice valoriale dispregiativa: chiunque critichi Israele è un “antisemita”. Si mettono in campo anche alcune fallacie logiche per colpevolizzare chiunque non empatizzi — non tanto con le vittime (il che è naturale) — quanto con Israele.

Fanpage, per esempio, definisce l’uccisione di Yaron Lischinsky e Sarah Milgrim un «atto depravato di terrorismo antisemita», citando l’ambasciatore israeliano all’ONU, Danny Danon. Questo schema viene ripetuto e utilizzato da anni per criminalizzare chiunque osi denunciare i crimini perpetrati da Israele. Oggi si sfrutta un caso di cronaca, collegando l’attentato a un clima di odio generalizzato contro gli ebrei, utilizzando — da Rights Reporter a Panorama — un linguaggio particolarmente forte ed evocativo: si parla di “seme dell’odio” o di “atto depravato” e, come nel caso de Il Messaggero, si sottolinea il rischio di emulazione in Europa, citando episodi recenti di antisemitismo.

Punta chiaramente all’emotività e ricorre alla tecnica dell’empatia Avvenire, che nel titolo Uccisi negli Usa. Yaron e Sarah credevano nel dialogo e volevano sposarsi a Gerusalemme rimarca il movente antisemita e sfrutta riferimenti espliciti alla coppia per parlare di un’istigazione antisemita su scala globale. A rispolverare l’uso delle fallacie per liquidare ogni possibile distinguo è Sergio Della Pergola che, intervistato da Avvenire, afferma che, sebbene Netanyahu stia gestendo la guerra «nel peggiore dei modi possibili», «essere contro Israele significa di fatto essere anti-ebrei».

Anche Linkiesta (A sangue freddo – Una coppia di funzionari israeliani è stata assassinata a Washington) punta a enfatizzare il carattere di crimine d’odio e il contesto antisemita. La Stampa e Rainews inseriscono ripetuti riferimenti a un contesto di odio globale, con accuse di istigazione all’antisemitismo. Repubblica ricostruisce la dinamica dell’attentato e sottolinea come le motivazioni politiche dell’assalitore si siano intrecciate con un antisemitismo esplicito e violento, definendo l’episodio come «una miscela esplosiva» tra militanza ideologica e odio etnico.

Su Il Foglio, Claudio Cerasa ribadisce che l’antisemitismo non nasce dal conflitto, ma da un’ideologia radicata che usa l’antisionismo come maschera. «La nuova emergenza globale», secondo Cerasa, è che oggi non ci si vergogna più di «odiare gli ebrei». Le parole hanno un peso, avverte su Repubblica Stefano Cappellini, e oggi assistiamo a fenomeni «che non sono ormai troppo lontani dalla caccia all’ebreo».

Per Fiamma Nirenstein (Il Giornale), che forse a causa di un colpo di sole si è persa il massacro di civili nella Striscia di Gaza, la sinistra ha contribuito a legittimare l’antisemitismo mascherandolo da antisionismo e diffondendo “fake news” e “accuse infondate” contro Israele. E, come da manuale, non manca una citazione sulla “banalità del male” di Hannah Arendt, inserita a caso come pennellata retorica.

Su Il Riformista, Giuliano Cazzola — lo stesso che auspicava l’uso dei cannoni di Bava Beccaris contro i “no vax” — contesta le accuse di crimini di guerra rivolte a Israele, invitando i “pacifisti” a rileggere la IV Convenzione di Ginevra, che non vieta di combattere in aree civili ma impone regole di protezione. Il colpo di teatro arriva però con l’editoriale di Claudio Velardi: in Il salto di qualità dell’antisemitismo, dopo aver insultato i lettori («Che vi aspettate, razza di pelosi ipocriti»), ci informa che a «Washington è accaduto quello che semplicemente doveva accadere, perché quando si semina odio si raccoglie tempesta». E potremmo continuare a lungo, con articoli pressoché fotocopia.

Quello che risulta evidente fino al parossismo è che i media stanno strumentalizzando l’omicidio della coppia di diplomatici israeliani per distrarre l’opinione pubblica dai crimini commessi da Israele nella Striscia di Gaza, deviando sapientemente l’attenzione su un atto certamente violento, un crimine efferato e deprecabile, che viene però descritto come un “atto di terrorismo antisemita”, appiattendo così il movente politico dell’assalitore a un più generico e irrazionale odio nei confronti degli ebrei.

Oggi, infatti, non si parla più degli spari a Jenin, delle critiche dell’UE a Israele o di genocidio: tutto è stato spazzato via da un’abile operazione di spin, che sfrutta un fatto di cronaca per deviare l’attenzione e colpevolizzare chiunque si permetta di fare dei distinguo, lanciandogli contro l’anatema di “antisemita”.

Gli articoli presi in esame livellano la complessità del contesto geopolitico in cui si è consumato il crimine: il focus sull’antisemitismo come movente principale trasforma l’evento in un attacco all’identità ebraica, anziché in un’azione motivata dalle politiche israeliane a Gaza. La volontà dichiarata è quella di generare empatia per Israele come vittima di un odio immotivato, distogliendo l’attenzione dalle crescenti critiche alle sue azioni militari a Gaza e alla sua sete di sterminio.

USA, confermato allentamento sanzioni alla Siria

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L’amministrazione degli Stati Uniti ha emesso l’ordine di cominciare ad allentare le sanzioni contro la Siria, come aveva annunciato nelle scorse settimane il presidente Donald Trump nel suo incontro con il leader siriano Ahmad Sharaa (al Jolani), parlando di un «nuovo inizio» per la Siria. «Un nuovo capitolo si apre per il popolo siriano – si legge nella nota con  con cui oggi è stato confermato l’annuncio -. Il governo degli USA si impegna a sostenere una Siria stabile, unita e in pace con se stessa e con i suoi vicini».

È morto il fotografo Sebastião Salgado

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Sebastião Salgado, fotografo e fotoreporter brasiliano, è morto oggi all’età di 81 anni. Nato nel 1944 ad Aimorés, nello Stato di Minas Gerais, Salgado iniziò la propria carriera fotografica negli anni ’70, dopo avere intrapreso una carriera universitaria in ambito economico. Salgado ha avuto un grande impatto nella fotografia sociale e documentaristica per i suoi scatti in bianco e nero, spesso con forti contrasti, che esploravano tematiche quali migrazione, povertà, conflitti e ambiente. Fu candidato più volte al premio come miglior fotografo al World Press Photo.

Russia-Ucraina: maxi-scambio di prigionieri

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Oggi, venerdì 23 maggio, è iniziato il maggiore scambio di prigionieri tra Russia e Ucraina dall’inizio della guerra. Lo scambio era stato annunciato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump in mattinata, per poi venire confermato da ambo le parti. L’accordo era stato raggiunto la scorsa settimana a Istanbul, in occasione dei primi colloqui diretti tra i due Paesi in conflitto. Stanno così rientrando nei rispettivi Paesi i primi blocchi di prigionieri, costituiti tanto da parte Russia che Ucraina da 270 militari e 120 civili. In totale, lo scambio prevede il rientro di 1.000 persone per parte, che dovrebbero venire restituiti nei prossimi giorni.

L’Italia ha di nuovo votato contro il riconoscimento dello Stato di Palestina

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Il Parlamento italiano ha votato ancora una volta contro il riconoscimento della Palestina e l’impegno a prendere azioni pratiche per fermare il genocidio a Gaza. La maggioranza che regge il governo guidato da Giorgia Meloni ha infatti respinto alla Camera dei Deputati la mozione unitaria di PD, M5S e AvS che, tra le altre cose, proponeva il riconoscimento di uno Stato palestinese e l’impegno di chiedere la sospensione dell’accordo di associazione Unione europea-Israele. Bocciata in toto anche la mozione di Azione, che al punto 1 avrebbe introdotto sanzioni a Israele nel caso in cui lo Stato ebraico avesse continuato le proprie azioni militari a Gaza. Approvate, invece, la mozione della maggioranza e la quasi totalità della mozione di Italia Viva, che reiterano i soliti contenuti fumosi e privi di riferimenti concreti.

Nello specifico, la mozione unitaria presentata da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra chiedeva il riconoscimento dello Stato di Palestina, lo stop all’export di armi verso Israele e sanzioni nei confronti del governo Netanyahu per le gravi violazioni del diritto internazionale a Gaza. Il documento chiedeva un cessate il fuoco immediato, la liberazione degli ostaggi israeliani, la protezione dei civili a Gaza, la ripresa degli aiuti umanitari e la condanna del piano israeliano denominato “Carri di Gedeone”, definito come «un annientamento sistematico della popolazione civile». Un testo forte, che indicava chiaramente una linea di rottura con l’attuale posizione dell’esecutivo italiano e che puntava a riallineare l’Italia con le recenti decisioni prese da altri Paesi europei come Spagna, Irlanda e Norvegia. La maggioranza di centrodestra ha però chiuso ogni spiraglio di discussione, cassando il testo delle tre forze di opposizione e mettendo al contrario il timbro su una mozione molto più vaga, che si limita a esprimere «preoccupazione» per la crisi umanitaria in corso e a ribadire il sostegno a un processo negoziale basato sulla coesistenza di due Stati «con confini mutualmente riconosciuti», senza menzionare Israele né i crimini di guerra. Il testo esprime infatti solo generica solidarietà alle vittime, invitando alla fine delle ostilità e al rilancio dei colloqui di pace.

La maggioranza ha bocciato anche la mozione presentata da Azione, finalizzata alla «adozione di un piano di sanzioni nei confronti di Israele, se il Governo Netanyahu dovesse proseguire, come negli ultimi mesi, le operazioni militari nella Striscia di Gaza in violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale umanitario» e a contrastare il «piano del Presidente Trump per la Striscia di Gaza, compresa l’ipotesi di deportazione della popolazione», nonché al «ripristino, nell’immediato, di una prospettiva negoziale per l’obiettivo dei ‘due popoli, due Stati». A completare il quadro, la mozione di Italia Viva – molto più moderata – è stata approvata parzialmente. La maggioranza ha infatti bocciato il passaggio in cui si condannava esplicitamente il piano di occupazione militare della Striscia di Gaza promosso da Netanyahu, dicendo sì ai punti in cui si menziona il rafforzamento dell’Autorità Palestinese moderata e il contrasto all’antisemitismo.

Non è la prima volta che il centro-destra si mette di traverso rispetto a mozioni calibrate su questo tema. Lo scorso luglio, alla Camera dei Deputati si erano già votate diverse proposte: passò solo la mozione della maggioranza, spalleggiata da Azione e Italia Viva – che si videro approvare alcune parti delle loro proposte – in cui si chiedeva all’esecutivo di sostenere a livello internazionale iniziative finalizzate al riconoscimento dello Stato di Palestina nel contesto di una «soluzione negoziata», dunque con Israele a ricoprire una posizione di forza. Il governo ha così nuovamente sposato in maniera acritica la linea di Washington, che da sempre parla di una soluzione “a due Stati” da raggiungere attraverso i negoziati, nella consapevolezza che lo Stato Ebraico – come più volte dichiarato da illustri membri del suo governo – non ha alcuna intenzione di arrivarci. Ancora, lo scorso gennaio il Senato ha respinto una mozione presentata dal Movimento 5 Stelle che promuoveva il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte dell’Italia.

Le iniziative politiche più coraggiose sono arrivate da circuiti esterni al Parlamento. In particolare, il 28 giugno 2024 sono state ufficialmente consegnate al Senato della Repubblica le quasi 80mila firme raccolte dall’Associazione Schierarsi, di cui è vicepresidente l’ex deputato Alessandro Di Battista, a supporto della proposta di legge di iniziativa popolare per il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte del nostro Paese. Nel testo della proposta si legge che «L’Italia riconosce lo Stato di Palestina con capitale Gerusalemme est come Stato sovrano e indipendente, conformemente alle risoluzioni delle Nazioni Unite e al diritto internazionale». La proposta giace ancora nei cassetti del Parlamento.

Trump “raccomanda” dazi del 50% all’UE

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Il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump ha annunciato di avere «raccomandato un dazio diretto del 50% sull’Unione Europea», a partire dal 1° giugno 2025. L’annuncio, spiega Trump segue settimane di colloqui fallimentari con i Paesi dell’UE. Il presidente accusa l’Unione Europea di essere stata «creata con lo scopo principale di trarre vantaggio dagli Stati Uniti in ambito commerciale» e di erigere «potenti barriere commerciali» contro gli USA, quali «imposte sull’IVA», «ridicole sanzioni aziendali», «barriere commerciali non monetarie, «manipolazioni monetarie», e «cause legali ingiuste e ingiustificate contro le aziende americane», che avrebbero generato un deficit commerciale di 250 milioni di dollari all’anno per Washington.

Ravenna: una burrasca sbugiarda la scusa del Comune per abbattere i pini marittimi

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I pini, quegli stessi che il Comune vorrebbe abbattere perché ritenuti pericolanti, sono rimasti saldamente al loro posto. I cartelli che segnalavano il presunto rischio di caduta sono invece stati spazzati via dalla burrasca. Sta assumendo contorni quasi tragicomici la vicenda che vede contrapposti il Comune di Ravenna, intenzionato a tagliare i pini del viale principale di Lido di Savio, e i cittadini della località balneare, decisi a difenderli con fermezza.

L’ultimo capitolo è stato scritto ieri, 22 maggio, quando il Tribunale Amministrativo Regionale ha dichiarato scaduta l’ordinanza emessa dal Comune per abbattere gli alberi. Lo stesso TAR il 15 maggio scorso aveva confermato la sospensione dell’abbattimento, ma poi ha ritenuto di non arrivare a sentenza dichiarando improcedibile il ricorso presentato da cittadini a associazioni per «mancanza d’interesse». In pratica ora il Comune dovrebbe emettere una nuova ordinanza, alla quale i cittadini potrebbero nuovamente fare ricorso, anche se appare complicato che l’amministrazione ravennate possa usare lo stesso argomento della presunta pericolosità e instabilità dei pini, dopo quanto accaduto durante la burrasca che ha colpito il litorale romagnolo pochi giorni fa.

Poche ore dopo la pronuncia del TAR del 15 maggio, infatti, una violenta burrasca – con venti fino a 45 nodi – si è abbattuta sulla piccola località romagnola, ma i pini hanno retto senza danni. «Sul viale, l’unico vero pericolo erano le transenne, tutte cadute per il vento» – ha commentato il comitato cittadino – «Gli alberi, invece, sono rimasti saldi, protetti dalla cortina di edifici e giudicati in buona salute da due esperti, a dispetto delle valutazioni e del progetto Parco Marittimo, che ne prevede l’eliminazione quasi totale».

Una manifestazione contro l’abbattimento dei pini

Il braccio di ferro va avanti da mesi, da quando il Comune ha disposto l’abbattimento di 71 pini, presenti da oltre 50 anni lungo viale Romagna, la grande via del passeggio che affianca il lungomare. Al loro posto dovrebbe sorgere il nuovo Parco Marittimo, un intervento da 17 milioni di euro – finanziato in larga parte dal PNRR – che prevede una strada larga 3,5 metri, parcheggi laterali, marciapiedi e pista ciclabile. Un progetto che, secondo i cittadini, ha ben poco di “verde”.

Al posto dei pini, in alcune zone sono già stati piantati giovani frassini, definiti dagli amministratori “più gestibili”. Ma il confronto con i maestosi pini è impietoso.  «I fondi europei sono destinati alla riqualificazione» – attacca Giulia Gamberini, voce del comitato – «e non c’è nulla di riqualificante nell’abbattere alberi sani e belli».

Al centro della disputa ci sono le perizie tecniche: il Comune sostiene che le radici dei pini siano poco profonde e che la loro stabilità sia a rischio in caso di vento forte. Il comitato ha però fatto redigere una controperizia che mette in discussione le prove di trazione effettuate, ritenendole poco realistiche perché basate su parametri di vento massimo in campo aperto, ignorando la protezione fornita dagli edifici circostanti.

Intanto, mentre il Comune rivendica i suoi 7.000 ettari di verde pubblico e un indice di verde pro capite superiore alla media nazionale, i cittadini non arretrano: «Non si tratta solo di alberi – affermano – ma del nostro rapporto con la natura, il paesaggio, l’identità del territorio».

Il comitato, dopo aver raccolto più di 2.000 firme a sostegno della causa, ha annunciato di voler rendere pubblica una proposta progettuale alternativa, elaborata da un professionista, per dimostrare che una riqualificazione che rispetti gli alberi è possibile.

E così si arriva al 15 maggio, con la strada chiusa in via precauzionale per il vento e i cartelli di pericolo spazzati via, mentre i pini osservano silenziosi dall’alto, ancora ben ancorati al suolo.

Sciopero dei treni: ritardi e cancellazioni in tutta Italia

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Lo sciopero ferroviario indetto per la giornata di oggi da diverse sigle sindacali sta provocando gravi disagi in tutta Italia, coinvolgendo Trenitalia, Italo e Trenord. Dall’una di notte, con ripercussioni anche sui treni notturni, si sono registrati centinaia di convogli cancellati e ritardi significativi, fino a 120 minuti. Nonostante le fasce di garanzia (6-9 e 18-21), le principali stazioni come Roma, Milano, Napoli, Venezia e Bologna hanno subito forti criticità. Secondo l’Unione Sindacale di Base, le cancellazioni hanno raggiunto l’80% anche in Sardegna. Ovunque, passeggeri in fila davanti ai monitor per aggiornamenti.

Ostracismo e mail bloccate: la Corte Penale Internazionale paga l’ordine d’arresto a Netanyahu

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Il 21 novembre 2024, la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso mandati d’arresto per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant, accusandoli di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante il conflitto a Gaza. Le accuse includono l’uso della fame come metodo di guerra e attacchi deliberati contro la popolazione civile. In risposta, il 6 febbraio 2025, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo imponendo sanzioni contro la CPI, le quali stanno compromettendo l’abilità della Corte di operare e suggestionando alcune corporazioni americane perché interrompano l’erogazione dei servizi ai soggetti chiave dell’istituzione.

Le sanzioni definite dall’amministrazione Trump prevedono il congelamento dei beni e delle risorse di funzionari, dipendenti e collaboratori della Corte Penale Internazionale, estendendosi anche ai loro familiari più stretti. A queste persone viene inoltre vietato l’ingresso negli Stati Uniti, una misura che complica significativamente i rapporti diplomatici tra Washington e l’Aia. Il decreto esecutivo ha in tal senso definito i nomi dei destinatari dell’intervento all’interno di un annesso, il quale contiene però una lista estremamente sintetica: viene citato esclusivamente il Procuratore capo della CPI, Karim Khan, primo responsabile del mandato d’arresto nei confronti dei due politici israeliani.

Queste restrizioni hanno ostacolato le indagini della CPI, portando alcune organizzazioni non governative a interrompere la collaborazione con la Corte. Gli effetti sono decisamente capillari: Associated Press (AP) ha rilevato che diverse aziende hanno sospeso del tutto le comunicazioni con i funzionari dell’istituzione, con la statunitense Microsoft che è arrivata addirittura a bloccare l’erogazione dei suoi servizi e-mail a Khan. Quella stessa Microsoft che, vale la pena ricordarlo, fornisce attraverso il servizio Azure degli strumenti di intelligenza artificiale all’esercito israeliano impegnato a Gaza.

Secondo la ricostruzione elaborata da AP, la Corte Penale Internazionale non è più nelle condizioni di lavorare e ha sospeso le indagini riguardanti il Presidente sudanese Omar al-Bashir, accusato di genocidio. Sei ufficiali anziani hanno rassegnato le dimissioni per il timore di incappare a loro volta nelle sanzioni statunitensi. In questo contesto già teso, il 16 maggio 2025, Karim Khan ha annunciato un congedo temporaneo dal suo incarico, in attesa della conclusione di un’indagine delle Nazioni Unite su presunte molestie sessuali. Le accuse, che includono comportamenti coercitivi e abuso di potere, sono state negate da Khan.

Le denunce mosse contro il Procuratore capo sono supportate da testimonianze che meritano un attento esame, tuttavia il suo passo indietro non sembra essere giustificato da un semplice atto etico: il Senatore statunitense Lindsey Graham ha suggerito che i problemi legali di Khan lo abbiano portato a cancellare importanti incontri diplomatici con Israele e a presentare frettolosamente la richiesta di mandato d’arresto per Netanyahu e Gallant. Esercitare pressioni su Khan potrebbe dunque rappresentare una leva attraverso cui screditare le decisioni dell’intera Corte.

Gli attacchi alla credibilità della Corte Penale Internazionale e gli atti di intimidazione non sono però una novità. Nel giugno 2020, il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva già firmato un ordine esecutivo che imponeva sanzioni economiche e restrizioni di viaggio ai funzionari della CPI coinvolti nelle indagini su presunti crimini di guerra commessi dalle forze armate e dai servizi segreti statunitensi in Afghanistan. Queste misure includevano il potenziale congelamento dei beni e il divieto di ingresso negli Stati Uniti per i funzionari della Corte e i loro familiari. 

Anche Israele è stato coinvolto in campagne di delegittimazione e tentativi di interferenza nei confronti dei membri della CPI. Secondo un’indagine congiunta del The Guardian, +972 e Local Call, l’intelligence israeliana avrebbe condotto per oltre nove anni delle operazioni di sorveglianza, hacking, diffamazione e intimidazione contro il personale della Corte. Queste attività miravano a compromettere le indagini sui presunti crimini di guerra commessi da Israele nei territori palestinesi occupati. Tra le azioni documentate figurano l’intercettazione di comunicazioni sensibili e pressioni dirette sui procuratori della CPI, inclusi  Karim Khan e l’ex procuratrice Fatou Bensouda .