Il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) del presidente Nicolás Maduro ha vinto le elezioni tenutesi ieri, domenica 25 maggio, nel Paese. In particolare, i cittadini venezuelani erano chiamati a rinnovare il Parlamento e i governatori locali. Il PSUV ha ottenuto circa l’83% delle preferenze e ha vinto le elezioni locali in tutti gli Stati tranne uno. L’affluenza si è attestata al 42,6%, e la principale leader dell’opposizione venezuelana, María Corina Machado, ha chiesto ai propri elettori di non andare a votare e di boicottare le elezioni.
Gaza, 77% Striscia sotto controllo Israele
L’ufficio stampa del governo di Gaza, citato da Al Jazeera, ha dichiarato che l’esercito israeliano controlla ormai il 77% del territorio della Striscia, attraverso un «continuo genocidio» e la «pulizia etnica» e ha lanciato un appello alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale affinchè fermino «la palese sfida a tutte le norme e leggi internazionali». Solamente nella giornata di oggi, Israele avrebbe ucciso 22 palestinesi, tra i quali anche un giornalista. Dall’inizio dell’aggressione militare sono ormai quasi 54 mila le vittime palestinesi accertate, anche se il sospetto è che il numero sia molto più elevato.
Russia-Ucraina: completato lo scambio di 1.000 prigionieri
A tre giorni dal lancio dell’iniziativa, Russia e Ucraina hanno completato il maggiore scambio di prigionieri dall’inizio della guerra, che ha interessato un totale di 2.000 persone, 1.000 per parte. Oggi, domenica 25 maggio, sono infatti rientrati 303 soldati per parte; lo scambio di prigionieri è stato confermato da entrambi i Paesi. Esso rientrava in un più ampio schema concordato in occasione del vertice di Istanbul, che ha inaugurato la ripresa dei contatti diretti tra Russia e Ucraina. Venerdì, i Paesi hanno liberato 390 persone tra civili e militari, mentre ieri sono rientrati altri 307 militari per parte.
Uno dei poliziotti condannati per le violenze alla scuola Diaz sarà il nuovo questore di Monza
A quasi ventiquattro anni da quella che è stata definita “macelleria messicana” dallo stesso vicequestore Fournier, uno dei responsabili dei fatti della scuola Diaz è stato nominato questore di Monza. Si tratta di Filippo Ferri, all’epoca capo del reparto mobile di La Spezia, condannato in via definitiva a tre anni e otto mesi e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici per falso aggravato. Dopo la condanna, Ferri lavorò per un periodo come responsabile della sicurezza del Milan; reintegrato in polizia, ora ricopre il ruolo di dirigente della polizia ferroviaria di Milano. Prenderà servizio il prossimo 1° giugno. Nel non troppo lontano 2001, Ferri fu tra coloro che formularono false accuse nei confronti dei manifestanti, collaborando alla redazione dei verbali e alla costruzione di false prove volte a dimostrare la pericolosità delle persone che dormivano nell’istituto, come nel caso del finto ritrovamento di due molotov, in realtà sequestrate nel pomeriggio.
I fatti della scuola Diaz per i quali Ferri è stato condannato sono noti ai più. Risalgono alla notte del 21 luglio 2001, quando i reparti mobili della polizia di Stato fecero irruzione all’interno del complesso del liceo Pertini di Genova, ex scuola Diaz. L’istituto era adibito a centro stampa del Genova Social Forum, e quella notte dava un tetto a centinaia di cittadini che avevano appena preso parte alle manifestazioni contro il G8. Quella notte i manifestanti, a mani alzate, furono pestati dagli agenti. In 61 finirono in ospedale, tre dei quali in prognosi riservata e uno in coma. Per coprire gli abusi e giustificare l’irruzione, la polizia si impegnò a produrre diverse prove false. Tra le più smaccate due bombe molotov che vennero introdotte nella scuola dagli stessi agenti per incolpare i manifestanti di essere armati, e la giacca auto-lacerata da un agente di polizia nel tentativo di inscenare un falso accoltellamento. La verità è che i manifestanti erano del tutto disarmati.
Ferri venne condannato proprio per la formulazione delle false accuse e delle false prove. I giudici ritengono che l’allora capo della squadra mobile di La Spezia, poi promosso a Firenze, «è coinvolto nei fatti dal principio», visto che quella sera si trovava tra i «pattuglioni» che in teoria avrebbero dovuto trovare e arrestare i manifestanti accusati di essere responsabili degli scontri. Ferri, dicono i giudici, arrivò alla Diaz «addirittura in tempo per vedere il cancello prima che venisse chiuso dagli occupanti». Fu proprio lui a scrivere il verbale degli arresti: «È al dottor Ferri che vanno sostanzialmente riferiti il momento decisionale e l’elaborazione tecnico-giuridica relativi alla scelta di contestare agli occupanti il reato di associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio», scrivono infatti i giudici. Ferri fu così condannato «per l’odiosità del comportamento di chi, in posizione di comando a diversi livelli come i funzionari, una volta preso atto che l’esito della perquisizione si era risolto nell’ingiustificabile massacro dei residenti nella scuola, invece di isolare e emarginare i violenti denunciandoli avevano scelto di persistere negli arresti creando una serie di false circostanze».
Trovato colpevole per falso aggravato, venne condannato a tre anni e otto mesi e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. La formulazione del giudice, tuttavia, valse poco, visto che il reato venne coperto da un indulto di tre anni. Nel periodo di interdizione agli uffici pubblici perse la sua carica di capo della squadra mobile fiorentina, ma venne assunto come dirigente della sicurezza del Milan, e “tutor” personale del calciatore Mario Balotelli.
Colombia, incidente in un bus scolastico: 10 morti
Ieri, sabato 24 maggio, in Colombia, un autobus che trasportava studenti e professori universitari è andato a schiantarsi, uccidendo almeno 10 persone e ferendone altre 11. Di preciso, il bus stava trasportando 26 passeggeri – di cui 22 alunni – da Tolima a Quindio, e sarebbe andato a sbattere contro la barriera di un ponte. L’ateneo – l’Università Humboldt nella città colombiana di Armenia – ha dichiarato due giorni di lutto.
Trieste, militare morì per l’amianto: il ministero della Difesa dovrà risarcire la famiglia
Dopo lunghi anni di intense battaglie legali, il Tribunale amministrativo regionale del Friuli Venezia Giulia ha condannato il ministero della Difesa a risarcire con la cifra di 600 mila euro i familiari di Rolando Cerri, luogotenente della Marina Militare stroncato a 63 anni da un mesotelioma pleurico provocato dall’esposizione prolungata all’amianto durante il servizio. Il sottufficiale si era alternato dal 1966 al 2004 tra basi di terra e la navigazione su unità navali di vecchia generazione. «Questo verdetto – ha affermato l’avvocato dei familiari di Cerri, Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto – riconosce non soltanto la sofferenza del maresciallo, ma anche la chiara responsabilità di chi avrebbe dovuto proteggerlo e invece non lo ha fatto». Quello di Cerri è solo uno degli innumerevoli casi, enucleati in report ufficiali, che hanno visto membri del personale militare essere colpiti da mesotelioma a causa dell’esposizione all’amianto.
I giudici, che nel verdetto hanno riconosciuto una responsabilità piena del Ministero della Difesa, hanno accertato che il maresciallo ha lavorato per lungo tempo all’interno di ambienti contaminati dall’amianto e da altri agenti cancerogeni, senza poter contare su consone misure di protezione, sorveglianza sanitaria e un’adeguata formazione. Pochi anni dopo il congedo, arrivò per Cerri la diagnosi di mesotelioma, che lo portò alla morte. Nel 2013 venne riconosciuta a Cerri la causa di servizio e lo status di “vittima del dovere”, che sfociarono in benefici penitenziari per la vedova. L’avvocato dei suoi familiari, Ezio Bonanni, ha però voluto portare il caso davanti al TAR, con l’obiettivo di ottenere giustizia piena. Il legale ha parlato di una sentenza che «costituisce un atto di giustizia e di memoria per chi ha servito il nostro Paese con onore, ma al contrario è stato poi tradito da chi avrebbe dovuto garantirne la sua sicurezza», aggiungendo che «è inaccettabile che ancora oggi si debba morire per aver servito lo Stato in ambienti contaminati e privi di tutele». Il verdetto, dice ancora Bonanni, «sancisce un principio fondamentale: chi espone i militari all’amianto deve rispondere delle conseguenze».
Quello di Rolando Cerri non è però affatto una vicenda isolata. Ad attestarlo è infatti l’ultimo rapporto ReNaM redatto dall’INAIL – in cui sono incluse analisi dettagliate su oltre 37mila casi diagnosticati dal 1993 al 2021 –, che inserisce tra i settori di attività maggiormente colpiti (il 4,8% dei casi totali) proprio quello delle forze armate. Nel 35,7% di questi casi, l’esposizione ad amianto è avvenuta esclusivamente in ambito militare, a fronte di una quota maschile praticamente totale (1.231 uomini su 1.236 casi). Nel report si legge che l’età media alla diagnosi nella categoria “difesa militare” è di 72,1 anni, con un’età di inizio esposizione sorprendentemente bassa (mediana 20 anni) e una latenza mediana di 53 anni. Ciò riflette mansioni svolte fin dalla leva, come la manutenzione meccanica di veicoli corazzati, aeromobili e navi, con frequente utilizzo di materiali contenenti amianto come isolanti termici e dispositivi di protezione individuale. Le condizioni di lavoro, spesso in spazi confinati, hanno favorito il rilascio di fibre durante le operazioni di riparazione e manutenzione, esponendo non solo meccanici e elettricisti di bordo, ma anche personale di supporto e di controllo armaiolo. Nonostante il divieto di alcune varietà di amianto dalla metà degli anni Ottanta, le fibre hanno continuato a persistere in diverse parti dei mezzi militari. E, dunque, a mietere vittime.
Palermo: anticipata la commemorazione per Falcone per zittire chi chiede verità sulle stragi
C’è Antimafia e antimafia: la prima vive nel cuore pulsante dell’attivismo coraggioso e disinteressato, la seconda all’ombra della politica, dei tappeti rossi e della “normalizzazione”. A renderlo evidente sono state, ancora una volta, le commemorazioni per la strage di Capaci tenutesi ieri a Palermo, nel 33esimo anniversario della morte del magistrato Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e degli uomini della scorta. L’esplosione avvenne alle 17.58, ma il momento del ricordo, nella cornice della manifestazione ufficiale promossa dalla Fondazione Falcone in via Notarbartolo e gremita di politici nazionali e regionali, è stato celebrato 10 minuti prima. Quando le migliaia di attivisti dell’antimafia sociale sono arrivati sul posto, si sono trovati davanti un palco vuoto. Due anni fa gli era andata ancora peggio: i dimostranti si presero le manganellate della polizia mentre Maria Falcone, sorella del giudice e presidente della Fondazione, condivideva il palco col sindaco di Palermo Roberto Lagalla. Il quale, in campagna elettorale, ebbe come sponsor Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro, entrambi condannati definitivamente per reati connessi alla mafia.
Lagalla era presente anche quest’anno accanto a Maria Falcone. Sul palco, con loro, si sono infatti alternati anche i ministri della giustizia Carlo Nordio, degli Interni Matteo Piantedosi e della cultura Alessandro Giuli, come anche il presidente della Regione siciliana Renato Schifani. Presente anche Fiammetta Borsellino, il cui legale, Fabio Trizzino, attacca da anni il Movimento delle Agende Rosse del fratello di Paolo, Salvatore Borsellino – “reo” di chiedere verità in merito alle implicazioni della “trattativa Stato-mafia” e al plausibile ruolo avuto dall’eversione nera nelle stragi del ’92-’94 a Palermo, Roma, Firenze e Milano –, sposando la teoria che vede la morte di Paolo Borsellino come diretta conseguenza del suo presunto interessamento al rapporto “mafia-appalti” del ROS dei Carabinieri. Valorizzando, dunque, le tesi degli stessi uomini del ROS che, subito dopo la strage di Capaci, senza informare l’autorità giudiziaria, scelsero di inaugurare una “improvvida trattativa” (così scrivono i giudici) con i vertici di Cosa Nostra per il tramite dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. Tutte logiche a cui il blocco che ha nutrito il corteo “Non chiedeteci silenzio”, organizzato da studenti, associazioni e sindacati in risposta al “silenzio” caldeggiato da Maria Falcone per le commemorazioni, si contrappone frontalmente. Eppure, anche quest’anno, la loro voce non si è potuta sentire.
Dopo i discorsi e le riflessioni di rito, infatti, per la prima volta in 33 anni, il minuto di silenzio è partito con incredibile anticipo: alle 17.48 invece che alle 17.58. Quando il corteo di protesta contro il governo è arrivato presso l’Albero di Falcone in via Notarbartolo, i politici che erano sul palco erano già frettolosamente andati via. Tra le persone che rimpinguavano il corteo, promosso da decine di sigle, c’erano anche familiari di vittime di mafia. «Ci hanno raggirato anticipando il minuto di silenzio: tutto questo è successo perché hanno paura, una grande paura di quello che vogliamo dire», ha dichiarato Roberta Gatani, nipote di Paolo Borsellino. «Non esiste cosa più grave, tremenda e vigliacca che privare i palermitani di un momento così sacro quale il minuto di silenzio, specialmente sotto l’Albero Falcone» ha detto Nino Morana, nipote di Nino Agostino, poliziotto ucciso dalla mafia nel 1989. Sulla stessa scia anche Giovanni Paparcuri, autista di Rocco Chinnici sopravvissuto alla strage di via Pipitone Federico e collaboratore di Falcone e Borsellino: «Quello che è accaduto è stato vergognoso, uno sgarbo allo stesso Falcone» ha affermato. «I ragazzi contestavano? Pazienza. Il dottore Falcone non è della Fondazione, è di tutti», ha aggiunto, criticando aspramente Maria Falcone e preannunciando che non presiederà più alle prossime commemorazioni. La Falcone si è difesa parlando di un semplice «errore», mentre in una nota la sua Fondazione ha scritto: «Per noi la memoria non è un cronometro ma impegno in ogni attimo della nostra vita».
Uno scenario ancora peggiore si era stagliato su Palermo alle commemorazioni della strage di Capaci di due anni fa. In occasione del 31° anniversario, infatti, il questore del capoluogo siciliano Leopoldo Laricchia aveva vietato ai manifestanti del corteo dell’antimafia sociale – in quel frangente organizzato all’insegna dello slogan “Non siete Stato voi, ma siete stati voi” – di raggiungere l’Albero di Falcone e riservato l’accesso solo alla marcia ufficiale promossa dalla Fondazione Falcone con il sindaco Lagalla. Circa duemila studenti e attivisti, partiti in pacifica protesta dalla Facoltà di Giurisprudenza per denunciare le collusioni tra mafia e istituzioni, si erano scontrati con cordoni antisommossa, ricevendo manganellate dai poliziotti. Rotti i blocchi, avevano osservato il minuto di silenzio. Per poi intonare a gran voce il coro “Fuori la mafia dallo Stato!”.
Sentito da L’Indipendente, anche Salvatore Borsellino, fratello di Paolo e fondatore del Movimento delle Agende Rosse, ha voluto far sentire la sua voce: «Quello che è successo ieri è qualcosa di inaudito e vergognoso: dopo le manganellate agli studenti degli anni scorsi, è andato in scena un tranello perpetrato per impedire agli studenti e ai partecipanti al corteo alternativo rispetto alle manifestazioni ufficiali di presenziare al suono del silenzio in onore delle vittime della strage». Aggiunge Borsellino: «Il peggio è arrivato con un comunicato della Fondazione Falcone in cui si afferma che “l’importante è avere celebrato ancora una volta, tutti uniti, i nostri eroi”. Ma “tutti uniti” chi? Forse Stato e mafia, viene da rispondere, davanti a una vergogna del genere».
Russia-Ucraina, scambiati centinaia di prigionieri
Il governo russo ha reso noto che ha avuto luogo il secondo scambio di prigionieri con le autorità ucraine. In un comunicato diramato dalla Difesa di Mosca si legge infatti che, in conformità con gli accordi russo-ucraini raggiunti il 16 maggio a Istanbul, «altri 307 militari russi sono stati rimpatriati dal territorio controllato dall’Ucraina». In cambio, «sono stati trasferiti 307prigionieri di guerra delle Forze armate ucraine».
Ridateci la realtà, riprendiamoci la realtà
Nel Sessantotto i manifestanti in corteo scandivano il celebre motto «L’immaginazione al potere!». Ora sembra invece necessario un nuovo senso della realtà, la presa diretta con i bisogni, con la vita di ogni giorno.
L’era della comunicazione ha facilitato, in un primo tempo, l’accesso all’informazione, ha determinato una particolare democrazia consistente nel poter avere a disposizione notizie, opinioni e interpretazioni, allargando la conoscenza dal ‘qui e ora’ a regioni lontane, sino al mondo intero. All’origine, nella seconda metà del Settecento in Gran Bretagna, i giornali di informazione avevano interessato e influenzato quasi soltanto i ceti superiori e commerciali urbani. I quotidiani erano semplicemente i portavoce prezzolati dell’uno o dell’altro partito. Soltanto dopo la metà del diciannovesimo secolo – osserva Richard D. Altick nel suo studio La democrazia tra le pagine (Il Mulino 1990) – «i quotidiani, divenendo sempre più importanti come mezzi di diffusione di messaggi pubblicitari, poterono gradualmente scrollarsi di dosso il controllo del governo o dei partiti per diventare voci indipendenti del sentimento pubblico» (p. 367).
Due secoli dopo eccoci invece alle prese con il controllo e la manipolazione generati proprio dalla pubblicità e con il noto fenomeno per cui l’enorme espansione dei media comunicativi, sino ai social media, ha prodotto, prima un enorme facilitazione nell’accesso all’informazione e poi la sostituzione della realtà con la comunicazione, affastellando notizie e pseudo-notizie in modo tale da mettere perfino in secondo piano il problema del condizionamento.
Più i dati messi in circolazione non sono attendibili, più la percezione comune è che non esista una vera realtà. La manipolazione non è più appannaggio di chi ha il potere ma è diventato uno stile condiviso, un atteggiamento inarrestabile che rende il frastuono ingestibile. Si assiste a una crisi, a un crollo dei sistemi simbolici come se non fosse più possibile trasmettere parole, immagini, segni dotati di senso condiviso.
Nel 2013 il World Economic Forum (attenzione alla fonte!) ha sentenziato che una delle minacce più serie per la società è la diffusione massiccia di informazione fasulle. Ma abbiamo poi capito che il problema è invece che chi detiene il potere vuole avere l’esclusiva dell’influenza sul pubblico prodotta dalla falsificazione della realtà. Una falsificazione madre di tutti i controlli.
La gente viene accusata di far girare notizie, opinioni e commenti privi di senso, ingiuriosi, complottistici, distorti dal sentito dire, ma tutto questo, a mio parere, è la conseguenza del fatto che la maggioranza dei media tiene lontani utenti e persone dai fatti che realmente accadono. E anche che l’autorevolezza superstite è inficiata dal dubbio, dalla diffidenza.
Di qui la crisi del giornalismo, l’impotenza persino nel far accettare come corrispondente a fatti reali la documentazione fotografica, i servizi lanciati dai luoghi dove si svolgono gli eventi. Diciamo allora, anzi urliamo pure nei cortei: «Ridateci la realtà!» un diritto che, dati i tempi, sembra quasi una pretesa.








