venerdì 20 Marzo 2026
Home Blog Pagina 342

La Cina ha creato un’organizzazione internazionale per risolvere le dispute tra Stati

0

La Cina ha creato una nuova organizzazione giuridica internazionale per risolvere pacificamente le dispute tra gli Stati e il nuovo organismo è stato istituito pochi giorni fa a Hong Kong attraverso la firma della Convenzione sull’istituzione dell’Organizzazione Internazionale per la Mediazione (OIMed). La Convenzione è stata firmata da 32 Paesi, che sono diventati così membri fondatori dell’OIMed, e alla cerimonia hanno presenziato i rappresentanti di oltre 50 nazioni e di 20 organizzazioni internazionali. Secondo l’agenzia britannica Reuters, Indonesia, Pakistan, Laos, Cambogia e Serbia erano tra i paesi presenti alla cerimonia della firma. Come ha spiegato il diplomatico cinese, Wang Yi, che ha tenuto il discorso di apertura alla cerimonia, «L’istituzione dell’OIMed rappresenta l’attuazione concreta degli scopi e dei principi della Carta delle Nazioni Unite». Un’affermazione che implicitamente mette subito in evidenza come le Nazioni Unite non siano riuscite a mettere in pratica i loro stessi scopi e principi, situazione per la quale le cosiddette potenze emergenti da tempo stanno cercando una soluzione. In un contesto in cui le divergenze commerciali e territoriali tra gli Stati sono sempre più accentuate e allarmanti, l’OIMed vuole porsi come un nuovo valido strumento di risoluzione dei conflitti e delle controversie, basato sul principio tipicamente cinese del “win-win”.

L’istituzione dell’OIMed è iniziata tre anni fa grazie all’iniziativa della Cina e di altri Paesi con una visione simile a quella di Pechino. Il suo obiettivo è risolvere i conflitti attraverso la mediazione superando «la mentalità a somma zero del “se perdi, vinco io”», come ha spiegato Yi. Lo stesso ha anche affermato che «La mediazione, come chiaramente affermato nell’articolo 33 della Carta, è uno dei primi mezzi da sperimentare per cercare soluzioni pacifiche alle controversie internazionali. Tuttavia, finora non esiste ancora un’organizzazione giuridica intergovernativa in questo campo». La sede centrale dell’OIMed sarà ospitata a Hong Kong: «Geograficamente, Hong Kong gode del pieno supporto della Cina continentale, fungendo da porta d’accesso e intermediario tra Oriente e Occidente. L’IOMed offre opportunità a professionisti e talenti che iniziano o proseguono la loro carriera a Hong Kong», ha affermato Chu Kar-kin, membro dell’Associazione Cinese di Studi su Hong Kong e Macao, aggiungendo che il nuovo organismo segna un nuovo capitolo nella risoluzione globale delle controversie.

La nascita della nuova organizzazione avviene in un contesto di tensioni globali e potenziali cambiamenti epocali nel quadro geopolitico e commerciale internazionale. L’unilateralità delle decisioni dei Paesi occidentali – incarnata nel “sistema basato sulle regole” – l’incapacità dell’ONU di far rispettare il diritto internazionale e la guerra commerciale iniziata dal presidente statunitense Donald Trump ha accelerato un processo in atto da tempo: quello della costruzione di un nuovo ordine internazionale basato anche su nuovi organismi intergovernativi che progressivamente possano sostituire o affiancare quelli nati all’indomani della Seconda guerra mondiale e dominati di fatto dai Paesi occidentali. Tra questi si annoverano sicuramente l’ONU, ma anche le cosiddette istituzioni di Bretton Woods, come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca mondiale. In questo contesto, come spiega la Reuters, “il gruppo di mediazione potrebbe accrescere l’influenza della Cina a livello internazionale e promuovere un ruolo più assertivo della seconda economia mondiale nella governance globale”. Ciò significa che l’istituzione dell’OIMed può rappresentare un nuovo passo avanti nel superamento dell’unipolarismo a guida americana, nella direzione di una redistribuzione del potere in cui il mondo asiatico, e la Cina in particolare, svolgerebbe un ruolo di primo piano.

La volontà di trovare un atteggiamento verso la risoluzione dei conflitti diverso da quello Occidentale, costruendo una nuova governance plasmata su una forma mentis orientata al vantaggio reciproco e alla parità di condizioni tra le nazioni domina lo spirito con cui è stata istituita l’organizzazione. È evidente, in particolare, la presa di distanza dall’approccio occidentale, confermata dal vicepreside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Minzu di Pechino, Tian Feilong, secondo cui «La mediazione incarna il nucleo della cultura giuridica tradizionale cinese. A differenza della natura conflittuale del contenzioso e dell’arbitrato di matrice occidentale, la mediazione privilegia il consenso, la riconciliazione e la comprensione reciproca. Questo approccio offre vantaggi unici nella risoluzione delle controversie, nella riduzione delle divisioni, nel rafforzamento del capitale sociale internazionale e nella costruzione di un ordine globale più cooperativo».

L’iniziativa di Pechino di istituire un nuovo organismo giuridico internazionale è in linea con l’obiettivo dei BRICS – il gruppo di economie mondiali “emergenti” di cui fa parte la stessa Cina – di porre le basi per un nuovo ordine globale, “libero” dall’egemonia occidentale e incentrato sul multipolarismo. In questo senso, i Paesi aderenti al gruppo che si è rapidamente espanso negli ultimi anni hanno anche stabilito la necessità di riformare le Nazioni Unite.  Affinché la nuova organizzazione sia legittimata ci vorrà tempo, ma è chiara la volontà dei Paesi del Sud globale e della Cina di superare il modello unipolare occidentale. «Per crescere e prosperare, questo germoglio ha bisogno della cura e del sostegno della comunità internazionale. La Cina attende con ansia la rapida ratifica della Convenzione da parte dei firmatari e accoglie con favore la partecipazione attiva di altri Paesi», ha dichiarato Wang Yi.

 

Viterbo, incendio all’università: evacuato polo di Riello

0

Un violento incendio è divampato intorno alle 10:30 sul tetto della facoltà di Agraria dell’Università della Tuscia, nel polo di Riello, dove erano in corso lavori di ristrutturazione. Parte del tetto del secondo piano è crollata, ma non si registrano feriti. Evacuati i padiglioni universitari, il tribunale adiacente e le abitazioni nel raggio di 500 metri. Il Comune ha invitato i cittadini a chiudere le finestre entro un chilometro dall’area. Il rogo, ancora in corso, ha generato una densa colonna di fumo visibile da tutta Viterbo e da altri centri della Tuscia. Ancora ignote le cause.

Nigeria, crolla fossa nel nord del Paese: morti 11 bambini

0

Undici bambini tra i quattro e i nove anni sono morti e altri sette sono rimasti feriti nel nord della Nigeria a causa del crollo di una fossa dove lavoravano per produrre mattoni di fango, vicino al villaggio di Yardoka, nello Stato di Kaduna. Provenivano da una madrasa informale, scuola coranica diffusa nel nord musulmano del Paese. In queste strutture, i bambini poveri spesso mendicano o svolgono lavori faticosi per pagare le rette. I tentativi di riforma del sistema incontrano forti resistenze religiose. A febbraio, 17 studenti morirono in un incendio in una madrasa.

A Pescara un uomo è morto dopo essere stato colpito con un taser dalla polizia

1

Erano le 11 del mattino di martedì 3 giugno quando la Polizia di Stato ha deciso di procedere con l’arresto di Riccardo Zappone, cittadino italiano di 30 anni, che sarebbe rimasto coinvolto in un alterco per strada. Secondo quanto dichiarato dagli agenti, l’uomo avrebbe opposto resistenza all’arresto, motivo per il quale è stato usato contro di lui il taser. Da quanto risulta dalle prime ricostruzioni della Procura di Pescara, non sarebbe stata chiamata un’ambulanza per verificare lo stato di salute dell’uomo, nè sarebbero stati effettuati accertamenti medici. Zappone sarebbe stato portato direttamente in Questura, dove ha accusato un malore. Inutile, a quel punto, l’intervento del 118: l’uomo è morto per arresto cardio-circolatorio poco dopo, in ospedale. Sulla vicenda sono attualmente incorso le indagini della Procura, che stabiliranno se l’uso della pistola elettrica sia direttamente correlato al decesso dell’uomo.

Seppure non vi sia ancora certezza in merito a tale correlazione, l’impiego del taser è da tempo fortemente criticato da gruppi e associazioni proprio per il rischio di conseguenze mortali che implica. Il taser è infatti classificato come arma “non letale”, che funziona tramite una scarica di 63 microcoloumb di energia per un periodo di 5 secondi volta a indurre una temporanea paralisi nella persona. Introdotto in Italia in via sperimentale dal primo governo Conte, con un decreto legge firmato dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, l’uso dell’arma è stato approvato definitivamente nel 2020 in 12 città con popolazione superiore ai 100 mila abitanti. A partire dal 14 marzo 2022, l’arma è stata data definitivamente in dotazione agli agenti di 18 città italiane: secondo l’allora ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, questo «costituisce un passo importante per ridurre i rischi per l’incolumità del personale di polizia impegnato nelle attività di prevenzione e controllo del territorio». E quest’anno, con l’approvazione di un emendamento (fortemente voluto dalla Lega) al decreto Milleproroghe, è stata autorizzata l’estensione dell’utilizzo del taser in forma sperimentale a tutti i Comuni con meno di 20 mila abitanti.

Tuttavia, le conseguenze dell’impiego di tali armi possono essere tutt’altro che “non letali”, in particolare se utilizzate su soggetti con funzionalità cardiaca compromessa da patologie dall’utilizzo di alcool o droga nel momento in cui si viene colpiti, oppure dal fatto che il cuore si trovi sotto sforzo per via di una semplice corsa o una colluttazione. È il caso, per esempio, dell’uomo deceduto a Bolzano poco dopo che la polizia ha impiegato contro di lui il taser. Nel momento in cui ha ricevuto la scarica, l’uomo era sotto effetto di droghe, eppure l’autopsia ha rilevato che la morte sarebbe sopraggiunta a causa della «assunzione di cocaina che ha comportato un evento cardiaco acuto di tipo aritmico o vasospastico», ritenendo «altamente improbabile un ruolo del taser nel decesso». Un caso simile è avvenuto a Roma. Sebbene non esista un registro preciso di decessi direttamente conducibili all’uso del taser, Amnesty riporta che, solamente negli Stati Uniti e in Canada, dove l’arma viene usata sin dall’inizio degli anni 2000, sono oltre un migliaio i decessi causati direttamente o indirettamente da essa. Nel 90% dei casi, le vittime erano disarmate.

Secondo vari studi, inoltre, la pistola elettrica sarebbe non solo inefficace, ma anche controproducente. L’Università di Cambridge ritiene che in realtà il taser abbia aumentato (quasi raddoppiato) il rischio che la polizia usi la violenza e che gli agenti vengano aggrediti. Anche la sua pericolosità è data sostanzialmente per assodata: la stessa ditta produttrice riconosce un rischio di morte dello 0,25%. Nonostante ciò, sono almeno 80 i Paesi le cui forze di sicurezza impiegano tale arma. Secondo un recente rapporto di Amnesty, basato su indagini condotte tra il 2014 e il 2024 in oltre 40 Stati, governi e aziende stanno sempre più implementando l’utilizzo di dispositivi a scarica elettrica «per infliggere maltrattamenti o torture». La produzione e il commercio «indiscriminati» di tali dispositivi rende necessaria l’adozione «di un trattato globale giuridicamente vincolante» che ne regolamenti l’uso. Secondo l’inchiesta dell’organizzazione, tali dispositivi vengono infatti utilizzati senza controllo al fine di reprimere le proteste (come accaduto diffusamente negli Stati Uniti lo scorso anno, nell’ambito delle rivolte studentesche contro il genocidio in Palestina) o di mantenere l’ordine nelle strutture carcerarie o per migranti, oltre che essere impiegate contro soggetti ad alto rischio di danni gravi quali bambini, anziani, donne incinte e persone sotto effetto di droghe. «Il crescente uso improprio delle armi a scarica elettrica», scrive Amnesty, è alla base di «gravi lesioni», quando non della morte, di numerosi soggetti in tutto il mondo, dato grave se si considera che per lo più «vengono usate contro persone che non pongono alcun rischio di violenza». E l’utilizzo improprio di tali strumenti, sostiene da anni l’organizzazione, si può classificare come «tortura».

L’Abruzzo vince la battaglia contro le trivelle: nessun risarcimento al colosso petrolifero

1

L’Italia ha vinto l’arbitrato internazionale intentato dalla società britannica Rockhopper in merito al progetto petrolifero Ombrina Mare, un contestato piano di estrazione di idrocarburi a meno di 10 chilometri dalla costa dei Trabocchi, una delle zone naturalistiche più belle dell’Abruzzo. È stata la stessa compagnia a dare notizia dell’annullamento del risarcimento di 190 milioni di euro che le era stato inizialmente riconosciuto, ribaltando una sentenza che per anni aveva sollevato un acceso dibattito in Italia.

Il giacimento Ombrina Mare, scoperto nel 2007 dalla Mediterranean Oil & Gas (poi acquisita da Rockhopper nel 2014), ha rappresentato uno dei principali fronti di scontro tra interessi fossili e difesa ambientale. Dopo l’acquisizione della licenza di trivellazione da parte di Rockhopper, l’opposizione al progetto è montata rapidamente. Come racconta Enrico Gagliano, fondatore del Movimento No Triv: «Un giorno, nel 2008, abbiamo visto una piccola piattaforma spuntare dalla costa: un abominio. Ci siamo chiesti cosa stesse succedendo, ci siamo uniti, abbiamo iniziato a chiedere alle autorità, ci siamo fatti sentire».

La protesta ha attecchito in fretta, non solo tra le associazioni ambientaliste: i cittadini abruzzesi non potevano tollerare la costruzione di una piattaforma di trivellazione nel cuore di un piccolo paradiso naturale come quello della costa dei Trabocchi.

Le manifestazioni pubbliche sono esplose nel 2013 e nel 2015, con cortei di 40.000 persone a Pescara e 60.000 a Lanciano. Una mobilitazione che ha coinvolto cittadini, comitati civici, amministrazioni locali e operatori dei parchi nazionali. L’ondata di protesta ha portato il Parlamento italiano, nel 2015, a introdurre un divieto di trivellazioni entro le 12 miglia marine dalla costa, decretando la fine del progetto.

Tuttavia, nel 2017 Rockhopper ha deciso di portare il caso davanti a un arbitrato internazionale, sostenendo che la decisione italiana violasse le clausole del Trattato sulla Carta dell’Energia (Energy Charter Treaty), un controverso accordo firmato negli anni ’90 per proteggere gli investimenti nel settore energetico.

Il trattato è stato ampiamente criticato in quanto consente alle aziende fossili di ostacolare le politiche climatiche dei governi. Attraverso il meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitori e Stati (ISDS), le aziende possono citare in giudizio gli Stati in tribunali arbitrali privati, spesso segreti, per compensazioni miliardarie. Questo ha prodotto un “effetto raggelante” sulle politiche ambientali, dissuadendo i governi dall’adottare misure ambiziose per la transizione energetica.

Secondo un’analisi di Investigate Europe, le infrastrutture fossili protette dal Trattato sull’Energia in Unione Europea, Svizzera e Gran Bretagna valgono complessivamente 344,6 miliardi di dollari. Somme che gli Stati potrebbero essere costretti a pagare alle aziende qualora perseguissero politiche climatiche più rigorose. Inoltre, il trattato contiene una “clausola di sopravvivenza” che estende la protezione degli investimenti per 20 anni dopo il ritiro di uno Stato, come nel caso dell’Italia, che si è ritirata nel 2016 ma è stata comunque citata in giudizio da Rockhopper.

La prima decisione arbitrale aveva condannato l’Italia a versare un risarcimento di 190 milioni di euro più interessi alla società britannica. Una cifra che aveva suscitato indignazione tra gli ambientalisti, già critici verso il trattato stesso, giudicato obsoleto e pericolosamente favorevole agli interessi delle grandi compagnie fossili. Non a caso, l’Italia si era ritirata dal trattato alcuni anni fa, seguita recentemente anche dall’Unione Europea.

Ma la storia ha avuto un epilogo diverso. L’Italia ha presentato ricorso attraverso il Trattato Internazionale per il Regolamento delle Controversie relative agli Investimenti (ICSID), ottenendo infine l’annullamento del risarcimento.

Grande soddisfazione è stata espressa dal Forum H2O, uno dei promotori delle mobilitazioni. «Il popolo abruzzese aveva sfidato petrolieri e governo, e poi vinto. Aveva ragione a combattere contro la crisi climatica, per la tutela dell’Adriatico e contro il folle Trattato dell’Energia», ha dichiarato Augusto De Sanctis, portavoce del Forum. «Il clima non si difende scavando nuovi pozzi in un mare chiuso come l’Adriatico. Avevamo ragione allora, e questa sentenza lo dimostra: serve abbandonare subito tutte le fonti fossili».

Con questa decisione si chiude uno dei casi più emblematici della lotta ambientale in Italia, che ha visto prevalere la volontà popolare e la tutela del territorio contro gli interessi economici di breve periodo. Una lezione importante, nel pieno della crisi climatica globale.

Corea del Sud, presidenziali: vince il progressista Lee Jae-myung

0

Lee Jae-myung, esponente del centrosinistra e figura di spicco del Partito Democratico, ha vinto le elezioni presidenziali in Corea del Sud, sconfiggendo il conservatore Kim Moon-soo del Partito del Potere Popolare (lo stesso dell’ex presidente Yoon Suk-yeol, rimosso dall’incarico dopo che lo scorso dicembre aveva tentato di imporre la legge marziale). Lee, 61 anni, avrà la maggioranza parlamentare, ma resta una figura divisiva, sotto accusa per corruzione e a processo per dichiarazioni false. Si prevede che i procedimenti verranno sospesi grazie all’immunità presidenziale. Nonostante appartenga all’ala più progressista del partito, mantiene posizioni conservatrici su diritti LGBT+ e delle donne.

La Florida ha vietato ogni tipo di cementificazione nei parchi dello Stato

0
florida flora e fauna

Con un voto unanime di Camera e Senato, entrambi a maggioranza repubblicana, la Florida ha approvato una delle leggi più significative degli ultimi anni per quanto riguarda la protezione dell'ambiente dalla cementificazione. Lo State Park Preservation Act entrerà in vigore il prossimo 1° luglio, vietando qualsiasi tipo di sviluppo edilizio nei 175 parchi statali: niente hotel, lodge, campi da golf o impianti commerciali. Una misura dunque pensata per tutelare l’integrità ecologica di alcune delle aree naturali più preziose del Sud degli Stati Uniti.
La legge, firmata dal governatore Ron DeSan...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Nigeria, porto di Lagos chiuso per proteste contro estorsioni

0

Il porto di Lagos, tra i più grandi dell’Africa, è stato chiuso a causa di una protesta indetta dal Consiglio delle Associazioni e dei Sindacati degli Autotrasportatori Marittimi (COMTUA). L’Autorità Portuale ha sospeso le operazioni portuali, interrompendo lo sdoganamento delle merci. I manifestanti denunciano estorsioni da parte di attori statali e non, oltre a doppia imposizione e perdita di posti di lavoro. Il porto, che gestisce fino a 5,5 milioni di tonnellate di merci all’anno, accoglie navi cargo fino a 100mila tonnellate di portata lorda.

Mongolia, primo ministro si dimette per scandali corruzione

0

Il primo ministro della Mongolia, Oyun-Erdene Luvsannamsrai, si è dimesso oggi dopo aver perso un voto di sfiducia: ha ottenuto solo 44 voti, contro i 64 necessari per restare in carica. La mozione è arrivata in seguito a scandali e accuse di uso improprio di fondi pubblici, soprattutto da parte della sua famiglia. Luvsannamsrai, in carica dal 2021, è stato al centro di crescenti critiche legate alla corruzione e all’aumento delle disuguaglianze sociali, diventando per molti il simbolo del malgoverno che affligge il paese da anni.

In dieci anni oltre 6.400 attacchi hanno colpito gli attivisti ambientali

0

Oltre 6.400 attacchi contro difensori dei diritti umani sono stati registrati tra il 2015 e il 2024, il 75% dei quali rivolti a chi difende l’ambiente, le comunità locali e i territori indigeni. Lo attesta un nuovo rapporto pubblicato dal Business & Human Rights Resource Centre (BHRRC), che spiega come il settore minerario risulti il più pericoloso (1.681 attacchi), seguito da agricoltura industriale, combustibili fossili, energie rinnovabili e disboscamento. Le regioni più colpite sono America Latina, Caraibi, Asia e Pacifico. Un attacco su cinque ha colpito popolazioni indigene, che rappresentano il 31% delle vittime uccise. Oltre 3.300 casi sono cause legali pretestuose. La maggior parte degli episodi resta impunita, alimentando un clima di violenza sistemica.

America Latina, Caraibi e Asia-Pacifico rappresentano le aree più pericolose: qui si concentra, come evidenziato dal rapporto, il 71% degli attacchi documentati. L’Africa segue con 583 casi, un terzo dei quali solo in Uganda. In America Latina, sei paesi (Brasile, Messico, Honduras, Colombia, Perù e Guatemala) concentrano da soli il 35% degli attacchi globali. Il solo Honduras, con appena lo 0,1% della popolazione mondiale, rappresenta il 6,5% degli attacchi. In Asia spiccano le Filippine (411 casi), India (385), Cambogia (279) e Indonesia (216). Nelle Filippine e in America Latina si registrano anche la maggior parte degli omicidi di difensori dei diritti umani indigeni, che rappresentano il 31% delle vittime totali. Il bilancio delle vittime è drammatico: quasi 1.100 omicidi in dieci anni, 52 solo nel 2024. A questi si aggiungono almeno 116 casi di rapimenti e sparizioni forzate, concentrati soprattutto in Messico e nelle Filippine. Secondo quanto attestato dalla ricerca, qui la maggior parte degli attacchi rimane impunita, alimentando una cultura della violenza sistemica. L’impatto delle aggressioni è devastante: intimidazioni, danni fisici, isolamento sociale, conseguenze economiche e psicologiche.

Un segnale inquietante arriva anche da contesti considerati democratici. Nel Regno Unito, gli attacchi sono aumentati da 7 nel 2022 a 21 nel 2023 (anno dell’introduzione del controverso Public Order Act), fino a 34 nel 2024. Il 91% riguarda molestie giudiziarie, spesso rivolte a chi critica il settore dei combustibili fossili. In tutto il mondo, oltre metà degli attacchi (3.311) si concretizza in procedimenti giudiziari, arresti arbitrari e SLAPP (azioni legali strategiche contro la partecipazione pubblica). Oltre 530 i casi di SLAPP documentati dal 2015, di cui il 69% con accuse penali che prevedono pesanti pene detentive. Il settore minerario è il più coinvolto (31% dei casi). Con l’aggravarsi della crisi climatica, molti attivisti – soprattutto giovani e popoli indigeni – hanno praticato forme di disobbedienza civile per denunciare l’inerzia dei governi e fermare i progetti estrattivi. In risposta, numerosi Stati hanno varato leggi repressive, intensificato la sorveglianza, limitato il diritto di protesta e classificato gli attivisti come “terroristi” o “anti-sviluppo”. Un esempio emblematico è Panama, dove la protesta contro un contratto minerario con la canadese First Quantum Minerals ha provocato una durissima repressione: almeno 30 arresti, 21 accuse di terrorismo, diversi feriti e tre omicidi. Le imprese coinvolte hanno ignorato le richieste di risposte da parte del Resource Centre.

Il report sottolinea come molti Stati non solo manchino al loro dovere di protezione, ma siano parte attiva degli attacchi, anche attraverso la magistratura, le forze armate o la polizia. Spesso agiscono in collusione con imprese private o gruppi non statali, dando priorità al profitto piuttosto che ai diritti umani. Secondo i Principi Guida delle Nazioni Unite, le imprese hanno l’obbligo di prevenire e rimediare a ogni violazione legata alle proprie attività. Tuttavia, anche nei casi in cui il legame diretto con l’attacco non sia evidente, esse dovrebbero usare la propria influenza per tutelare chi difende i diritti umani.

Nel documento vengono enucleati dati circostanziati, ma largamente incompleti, dal momento che le gravi restrizioni allo spazio civico e i timori per la sicurezza personale impediscono spesso la denuncia di molte violazioni. In numerosi Paesi, l’assenza di monitoraggio da parte dei governi contribuisce a mantenere nell’ombra un fenomeno sistemico. Come evidenzia la stessa ricerca, ciò che emerge è solo “la punta dell’iceberg”. Il report si chiude con un appello chiaro: una giusta transizione climatica e una società equa non sono possibili senza la protezione dei difensori dell’ambiente. Oggi, infatti, difendere il pianeta può spesso significare rischiare la vita.