venerdì 20 Marzo 2026
Home Blog Pagina 343

Gaza Humanitarian Foundation: cosa c’è dietro l’iniziativa “umanitaria” voluta da USA e Israele

4

Dopo quasi tre mesi di blocco totale degli aiuti umanitari a Gaza da parte di Israele, che ha portato la popolazione dell'enclave a morire letteralmente di fame, la scorsa settimana la distribuzione di una «quantità base» di cibo è ripresa, grazie al meccanismo concordato da Tel Aviv e Washington e messo in pratica tramite l'ONG statunitense Gaza Humanitarian Foundation (GHF). Tuttavia, lungi dal rappresentare una speranza di salvezza, questa si è trasformata presto nell'ennesima occasione per massacrare i civili affamati. Sono almeno 102, secondo l'ufficio stampa del governo di Gaza, le perso...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Gaza, Israele spara ancora su folla in attesa di cibo: almeno 27 morti

0

Almeno 27 persone sono state uccise e 90 ferite nel sud di Gaza stamane mentre attendevano aiuti, secondo il ministero della Salute di Hamas. Alcuni dei feriti versano in condizioni critiche. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver sparato dopo aver individuato «sospetti» a circa 500 metri da un punto di distribuzione di aiuti vicino a Rafah, inizialmente con colpi di avvertimento. Le Forze di Difesa Israeliane affermano di essere a conoscenza delle vittime e stanno verificando l’accaduto. Intanto, almeno dieci palestinesi, tra cui due bambini, sono morti in raid israeliani a Khan Yunis.

L’Italia è retrocessa nell’indice globale sui diritti dei lavoratori

1

L’Italia è stata retrocessa dal livello 1 al 2 nell’Indice dei diritti globali della Confederazione sindacale internazionale a causa di «violazioni ricorrenti» dei diritti sindacali. Il nuovo report della CSI segnala dunque un deterioramento dei diritti nel nostro Paese, che allo stesso livello vede altri 22 Stati. Tra questi, una serie di economie avanzate come Spagna, Francia, Portogallo, Giappone e Olanda, ma anche Barbados, Malawi e Ghana. Tra le misure più controverse il rapporto indica, come segnalato dalla CGIL, quelle contenute all’interno del Decreto Sicurezza, nonché «l’attacco ai sindacati», con una «criminalizzazione crescente delle mobilitazioni» e una «retorica delegittimante verso le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative».

L’edizione 2025 del Global Rights Index della Confederazione Sindacale Internazionale, che sarà presentata il 10 giugno a Ginevra nel corso della Conferenza internazionale del lavoro dell’OIL, vede dunque scivolare l’Italia nel gruppo dei Paesi con violazioni ricorrenti dei diritti fondamentali dei lavoratori. Tra gli indicatori che hanno portato alla retrocessione dell’Italia vi sono la criminalizzazione delle mobilitazioni sindacali, l’uso sempre più frequente della precettazione contro il diritto di sciopero – in particolare nei settori chiave come trasporti, sanità e scuola – e appunto il Decreto Sicurezza, approvato senza confronto parlamentare, che limita gravemente il diritto a manifestare pacificamente. Tutti elementi che, secondo la Cgil, denotano «un caso emblematico di deriva autoritaria», esito delle «politiche neoliberiste e autoritarie» intraprese dal governo Giorgia Meloni. Il giudizio della Confederazione Sindacale Internazionale arriva in un momento particolarmente delicato. Il governo, accusato da più parti di svuotare la democrazia parlamentare tramite un uso sistematico della decretazione, viene indicato come responsabile di un approccio che riduce la politica alla sola funzione di controllo e ordine pubblico e di una retorica delegittimante nei confronti delle organizzazioni sindacali.

In questo scenario, l’Italia – un tempo modello di democrazia industriale – finisce per essere accomunata a Paesi attraversati da gravi crisi democratiche. Illustrando i risultati del rapporto, la Cgil, impegnata nella campagna referendaria in vista del voto dell’8 e 9 giugno, ha lanciato un appello alla mobilitazione democratica: «Di fronte a uno scenario così preoccupante, proprio oggi, giorno in cui festeggiamo la Repubblica, è fondamentale difendere i valori della nostra Costituzione, a partire dallo stato di diritto. Il miglior modo per farlo – ha messo nero su bianco la Cgil – è partecipare al massimo strumento democratico, ovvero il voto. Per questo invitiamo a votare per il referendum l’8 e il 9 giugno. La difesa della democrazia, in Italia e nel mondo, dipende da noi».

Guardando oltre ai confini del nostro Paese, il rapporto descrive un contesto globale nel suo complesso drammaticamente peggiorato per le libertà sindacali e i diritti dei lavoratori. Il deterioramento coinvolge tre regioni su cinque. L’unico miglioramento parziale si registra nella regione Asia-Pacifico, mentre il Medio Oriente e Nord Africa rimane l’area peggiore con una valutazione media di 4,68 su 5. In oltre l’87% dei Paesi il diritto di sciopero è stato violato; nel 72% dei casi, i lavoratori non hanno accesso o lo hanno fortemente limitato alla giustizia; in 80% dei Paesi, è stato ostacolato il diritto alla contrattazione collettiva. Nei Paesi considerati più autoritati – come Birmania, Bangladesh, Egitto, Tunisia, Nigeria e Turchia – si riscontrano sistematiche repressioni, arresti, violenze fisiche, persino omicidi di sindacalisti. La Confederazione sindacale internazionale denuncia un vero e proprio «colpo di Stato contro la democrazia», orchestrato da governi autoritari e interessi economici concentrati, e invita a una mobilitazione globale in difesa dei diritti dei lavoratori.

Secondo quanto dichiarato da Luc Triangle, segretario generale della CSI, la crisi dei diritti del lavoro in Europa – dove si registra il peggior punteggio dal 2014 – è il prodotto di una scelta politica deliberata, in cui «governi autoritari e interessi economici ultra-concentrati stanno smantellando le conquiste del dopoguerra in materia di giustizia sociale e sindacale».

Olanda, salta il governo per dissidi su politiche migratorie

0

Geert Wilders, leader del Partito della Libertà (Pvv), ha annunciato il ritiro del suo sostegno alla coalizione di governo olandese, provocandone la caduta. La decisione, comunicata dopo una consultazione con gli altri leader della coalizione, arriva a seguito di forti tensioni sulla politica migratoria. Wilders si è detto frustrato per la lentezza nell’attuazione di misure restrittive sull’immigrazione, promesse dopo la sua vittoria elettorale del novembre 2023. La crisi politica apre un periodo di incertezza nei Paesi Bassi, a poche settimane dal vertice NATO in programma a l’Aja.

La Russia ha comunicato le proprie condizioni per la pace in Ucraina

5

Dopo tre anni di conflitto, le posizioni di Russia e Ucraina continuano a essere distanti. Il memorandum presentato da Mosca durante il secondo round di negoziati con Kiev si articola in una serie di clausole e ingerenze volte al raggiungimento di una pace duratura e di un cessate il fuoco. Per la prima intesa, come rivelato dall’agenzia di stampa russa TASS, il Cremlino chiede innanzitutto il riconoscimento internazionale delle conquiste in terra ucraina nonché dei territori ancora teatro di combattimenti. Tra le altre condizioni si annoverano la neutralità di Kiev, la sua smobilitazione militare e lo svolgimento di nuove elezioni, senza che a queste corrisponda alcuna concessione da parte russa. Alla tregua di almeno 30 giorni chiesta dalla delegazione ucraina, la Russia ha risposto subordinandola al ritiro delle truppe di Kiev dal fronte. L’unico punto che ha messo d’accordo le delegazioni riunite a Istanbul è stato un nuovo accordo sul rilascio reciproco dei prigionieri gravemente feriti, malati o comunque di età inferiore ai 25 anni.

La Russia di Vladimir Putin ha messo nero su bianco le proprie condizioni per la fine del conflitto in Ucraina, facendo ordine tra le richieste avanzate negli ultimi tre anni. La bozza dell’intesa è contenuta nel memorandum presentato in Turchia, che si rivolge principalmente alle autorità ucraine ma lancia in apertura un messaggio alla comunità internazionale, chiedendo il riconoscimento della Crimea, del Donbass, di Zaporozhya e Kherson come territori russi. Si tratta dunque non solo di congelare la linea del fronte ma di allargarla a favore di Mosca. Il ritiro da queste regioni viene poi considerato dal Cremlino come una condizione necessaria per il raggiungimento di una tregua di almeno 30 giorni – evento a cui le autorità ucraine aspirano invece in modo incondizionato, tant’è che il presidente Volodymyr Zelensky ha chiesto all’omologo americano Donald Trump di adottare «sanzioni nei confronti della Russia per spingerla a porre fine alla guerra, o almeno a passare alla prima fase, ovvero il cessate il fuoco».

Nel memorandum rilanciato dalla TASS appare anche una seconda opzione per il raggiungimento di una tregua, che passa per dieci punti-clausole alla sovranità ucraina, tra cui la fine delle forniture di armi occidentali e dei dati di intelligence, la cancellazione della legge marziale e la smobilitazione dell’esercito. Quest’ultima ingerenza risulta centrale anche nella bozza dell’accordo di pace, che implica tra l’altro la neutralità dell’Ucraina, impossibilitata ad unirsi ad alleanze e coalizioni militari (leggasi NATO) e ad ospitare sul proprio territorio attività militari straniere, dal dispiegamento di forze al mantenimento di basi e infrastrutture. In poche parole, l’Ucraina dovrebbe ridimensionare la propria portata militare, tanto sul piano dei rapporti con l’esterno quanto sul piano interno delle forze armate. La neutralità di Kiev e il riconoscimento dei territori occupati durante il conflitto sono punti ricorrenti della posizione di Mosca che — forte del parziale disimpegno statunitense, della tenuta alle sanzioni occidentali (nonostante la retorica dei suoi governi) e della capacità di proseguire la guerra — li ha rilanciati ieri sul tavolo delle trattative. Tra le altre condizioni avanzate dal Cremlino figurano: la concessione al russo dello status di lingua ufficiale, la rimozione delle restrizioni imposte dal governo di Kiev sulla Chiesa ortodossa ucraina, la revoca di tutte le sanzioni e il graduale ripristino delle relazioni diplomatiche ed economiche, compreso il transito del gas.

Il memorandum russo si concentra anche sul momento dell’approvazione del trattato, da subordinare allo svolgimento di elezioni in Ucraina, dalle quali le nuove autorità avranno mandato di firmare l’accordo che nel disegno del Cremlino andrebbe approvato da una risoluzione giuridicamente vincolante del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. In tutto l’impianto di clausole presentato da Mosca non figurano concessioni o compromessi con la controparte, mettendo in salita il corso delle trattative che alla fine di giugno dovrebbero arricchirsi di un terzo round negoziale, probabilmente con la controproposta della delegazione ucraina. In caso di progressi significativi, potrebbe prendere quota l’incontro a tre fra Putin, Zelensky e Trump – ad oggi all’orizzonte.

Turchia, terremoto di magnitudo 5.8: un morto e 69 feriti

0

Un terremoto di magnitudo 5.8 ha colpito nella notte la zona di Marmaris, nella provincia di Mugla, nel sudovest della Turchia. Lo ha reso noto l’Istituto geofisico statunitense Usgs, affermando che l’epicentro del sisma è stato registrato a 5 km a sud di Icmeler e l’ipocentro ad una profondità di 74 km. Una ragazza di 14 anni è deceduta a causa di un attacco di panico, mentre 69 persone sono rimaste ferite. Secondo il resoconto ufficiale, per paura hanno cercato di mettersi in salvo lanciandosi dalle finestre delle loro abitazioni. 46 di loro sono ancora in ospedale.

Puglia ed Emilia-Romagna hanno interrotto la cooperazione con Israele

5

Con una presa di posizione netta, la Puglia e l'Emilia-Romagna hanno deciso di impegnarsi a interrompere ogni forma di cooperazione con lo Stato di Israele, a causa dei crimini perpetrati nella Striscia di Gaza e del genocidio della popolazione palestinese. Una serie di mozioni, approvate dai Consigli Regionali e Comunali, oltre alle nette prese di posizione dei presidenti delle due Regioni, sottolineano la volontà di prendere le distanze dalla linea di governo, fermamente improntata alla cooperazione con Tel Aviv, dando così un forte segnale alla politica italiana e internazionale.
La mozione...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

La riforma senza precedenti del Messico: 2.600 giudici saranno eletti dal popolo

1

Questa domenica i cittadini messicani si sono recati alle urne per eleggere circa 2.600 giudici e magistrati federali e statali. Il voto è una conseguenza della Riforma Giudiziaria voluta dall’ex presidente López Obrador e approvata ad appena tre settimane dalla fine del suo mandato, nel settembre 2024. Le elezioni si svolgeranno in due fasi: durante la prima, svoltasi nella giornata di domenica 1 giugno, è stata scelta la prima metà dei candidati, mentre la seconda metà verrà eletta con una seconda tornata elettorale, prevista per il 2027. Nonostante il governo l’abbia presentata come un’operazione democratica volta a favorire la partecipazione popolare, molte sono le critiche rivolte alla Riforma, in primis quella che denuncia la fine dell’indipendenza degli organi giudiziari.

L’intenzione (dichiarata) della Riforma di Obrador è quella di coinvolgere la popolazione nell’elezione dei rappresentanti del potere giudiziario: i magistrati e i giudici, compresi quelli della Corte Suprema, verranno ora selezionati con elezioni popolari. Dopo che il Senato ha pubblicato la convocatoria, i Poteri dell’Unione (legislativo, esecutivo e giudiziario) scelgono i candidati e li sottopongono all’esame del Comitato di Valutazione, che selezionerà i migliori – sulla base di criteri quali «onestà, buona reputazione e competenza». Le liste di candidati selezionati vengono quindi inviate all’Istituto Nazionale Elettorale, che organizza il processo elettorale. I candidati non possono ricevere finanziamenti pubblici o privati, ma possono rilasciare interviste sui mezzi di informazione.

Una delle principali problematiche evidenziate dai critici della Riforma riguarda il fatto che, se un partito detiene la maggioranza in uno o più tra i poteri dello Stato, allora questo potrà scegliere la maggior parte dei candidati alle elezioni, assicurandosi un potere non indifferente in quanto il potere giudiziario potrebbe essere politicamente allineato con la classe politica al governo. Ed è proprio questo il caso di Morena, il partito di Obrador del quale fa parte anche la presidente Sheinbaum (potere esecutivo) e che detiene la maggioranza alla Camera e al Senato (potere legislativo). Non stupisce che Obrador abbia fortemente voluto questa riforma: durante gli anni del suo mandato, infatti, la Corte Suprema ha bocciato molte delle leggi che erano state approvate da Morena e dal Congresso – portando Obrador a dichiarare che, all’interno della Corte, vi fossero «nemici ideologici» del governo. Con la Riforma messa in atto, i giudici in carica sono stati cacciati e rimpiazzati con altri.

Tra le altre novità, la riforma allunga il periodo in cui magistrati e giudici potranno rimanere in carica, estendendolo da 6 a 9 anni e concedendo la possibilità di essere rieletti. Viene inoltre creato un nuovo organo, il Tribunale di Disciplina Giudiziaria, composto da cinque persone elette con voto popolare, che andrà a sostituire il Consiglio della Magistratura federale. Il nuovo Tribunale «sarà incaricato di supervisionare e punire la condotta dei giudici e dei magistrati». Si può facilmente dedurre che, a seconda di quale sarà il gruppo politico prevalente al suo interno, questo potrà esercitare una notevole pressione sul potere giudiziario.

La presidente Claudia Sheinbaum ha definito le elezioni svoltesi ieri un «successo totale», con «circa 13 milioni di messicani» che si sono recati alle urne. In realtà, considerato che il totale degli aventi diritto al voto si aggira intorno ai 100 milioni, l’affluenza non ha superato il 12-13%, non esattamente un buon risultato. «Non dobbiamo dimenticare – ha continuato Sheinbaum nel suo messaggio alla Nazione – che l’attuale potere giudiziario detenuto da alcuni è stato responsabile di favorire membri della delinquenza organizzata» ed è giunto a ricoprire la propria carica «per nepotismo». Ora, invece, «abbiamo optato per la migliore alternativa: che a scegliere sia il popolo».

Alcuni dei candidati selezionati per concorrere nel ruolo di giudici hanno inoltre suscitato perplessità non tanto per la loro appartenenza politica, ma per il fatto di essere dei pregiudicati con alle spalle pesanti condanne: è il caso, per esempio, di Leopoldo Chavez, che ha scontato 6 anni per traffico di droga. Chavez ha concorso per diventare giudice nello Stato di Durango, uno dei tre che formano il “Triangolo d’Oro” messicano, dove i cartelli sono molto attivi.

I risultati delle elezioni dovranno essere resi pubblici entro il 28 di agosto 2025. Dopo di che, si procederà a un secondo round di elezioni, previste per il 2027, per eleggere l’altra metà dei giudici e dei magistrati federali. Nel frattempo, la popolazione civile è scesa a più riprese in piazza sin da quanto Obrador ha annunciato l’intenzione di realizzare la Riforma. Le proteste sono continuate per tutta la giornata di ieri in molti Stati del Paese. I manifestanti hanno protestato contro quella che hanno definito «la fine della divisione dei poteri» nel Paese e la «finzione democratica» dell’elezione del popolo, che vorrebbe mascherare la sottomissione del potere giudiziario a quello legislativo ed esecutivo. E la bassissima affluenza registrata alle elezioni è un dato certo dello scontento della popolazione.

Colloqui di pace Russia-Ucraina: accordo solo su scambio prigionieri

0

Nel secondo round di colloqui a Istanbul, Ucraina e Russia hanno raggiunto un’intesa su un nuovo scambio di prigionieri, con priorità a feriti gravi, giovani e casi umanitari urgenti. Non si è invece arrivati a un accordo su un cessate il fuoco incondizionato di 30 giorni, con Mosca che ha proposto una tregua parziale di pochi giorni su alcuni settori del fronte. Fallito il tentativo di organizzare un incontro diretto tra Putin e Zelensky. Il primo round di colloqui, tenutosi il 16 maggio, aveva portato al più imponente scambio di prigionieri dall’inizio del conflitto, ma non erano stati fatti passi in avanti sulla prospettiva di una tregua.

 

 

Nintendo Switch 2 prospetta un futuro in cui giocare è sempre più costoso

7

Mancano pochi giorni all’uscita ufficiale del Nintendo Switch 2, la nuova console firmata Nintendo. Come spesso accade in queste occasioni, il lancio sta catalizzando l’attenzione degli appassionati di videogiochi, tuttavia l’entusiasmo è in parte smorzato da significativi cambiamenti sul piano commerciale, i quali fanno temere per il futuro stesso del consumo videoludico.

Nintendo Switch 2 arriverà nei negozi il prossimo 5 giugno. Considerate le sistematiche e tradizionali carenze di fornitura che accompagnano questo tipo di prodotti, è facile prevedere che la console non sarà immediatamente disponibile se non per chi l’ha preordinata con largo anticipo. A preoccupare, però, non è tanto la possibilità di non poter mettere subito le mani sulla sua libreria di software quanto l’andamento dei prezzi: l’arrivo della nuova console coincide con un marcato aumento dei costi legati ai videogiochi.

Era lecito aspettarsi che, complici le attuali tensioni geopolitiche e l’aumento generale dei costi di produzione, il prezzo della console salisse sensibilmente rispetto al modello precedente – dai €349 ai €479,99. Più sorprendente è invece l’impennata dei prezzi dei titoli di lancio: Donkey Kong Bananza arriverà sugli scaffali a €79,99, mentre il popolarissimo Mario Kart World toccherà quota €89,99. Si tratta di cifre decisamente elevate, soprattutto se si considera che l’innalzamento dello standard di prezzo a €70 è avvenuto solo nel 2020, in concomitanza con il debutto di PlayStation 5 e Xbox Series X.

La mossa di Nintendo ha innescato un effetto domino: a inizio maggio anche Xbox ha annunciato un rialzo dei prezzi sia per i videogiochi sia per l’hardware. Gli 80 euro stanno già diventando la nuova normalità, ma l’attesissimo Grand Theft Auto VI – di cui si vocifera un prezzo prossimo ai €100 – potrebbe presto aprire a sua volta una nuova e inquietante soglia nel Mercato del gaming.

Le aziende coinvolte forniscono giustificazioni ben articolate per spiegare questi aumenti. L’incremento dei dazi statunitensi verso i Paesi in cui le console vengono prodotte, l’impennata dei costi di sviluppo e l’inflazione vengono indicati come fattori determinanti. Per quanto queste motivazioni possano avere un fondo di verità, è difficile non notare che i costi di sviluppo dipendono in larga misura da scelte aziendali orientate al profitto, più che da insormontabili fatalità economiche. Tuttavia, quale che sia la situazione, resta sempre e comunque un problema di fondo: in Italia, come in molte altre nazioni, le retribuzioni non sono cresciute in proporzione al costo della vita. Il potere d’acquisto, ne ha risentito significativamente.

I prezzi aumentano, ma il denaro a disposizione dei consumatori resta stabile o addirittura cala. Non è ancora chiaro quale sarà l’impatto concreto sul Mercato, anche perché i videogiocatori sono già da anni sottoposti a rincari indiretti che vengono veicolati attraverso microtransazioni e loot box. Ci si avvia comunque verso un nuovo paradigma che ambisce a una dimensione elitaria.

A confermare questa prospettiva sono alcune dichiarazioni che hanno fatto discutere. Randy Pitchford, presidente di Gearbox Software, ha per esempio affermato che i “veri fan” non avranno problemi a mettere da parte 80 euro per i nuovi giochi. Più diplomatico, ma altrettanto netto, è stato Doug Bowser, Presidente di Nintendo of America, il quale ha dichiarato in un’intervista alla CBC che chi non può permettersi il Nintendo Switch 2 dovrà accontentarsi del più economico, ma ormai datato, modello originale. In altre parole, accedere ai titoli di nuova generazione rischia di diventare un lusso per pochi eletti.