venerdì 20 Marzo 2026
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India, calca fuori dallo stadio: almeno 11 morti e decine di feriti

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Almeno 11 persone sono morte e decine sono rimaste ferite a Bangalore, in India, durante una calca nei pressi dello stadio Chinnaswamy, dove migliaia di tifosi si sono radunati ieri per festeggiare la vittoria dei Royal Challengers Bengaluru nella Premier League indiana di cricket. L’incidente è avvenuto mentre la squadra rientrava da Ahmedabad, dopo aver conquistato il primo titolo della sua storia. Il ministro capo dello Stato del Karnataka, Siddaramaiah, ha detto che la folla ha cercato di rompere uno dei cancelli dello stadio e di entrare per prendere parte alle celebrazioni. Le autorità hanno espresso cordoglio, invitando alla prudenza.

 

Gli USA hanno bloccato la risoluzione ONU per il cessate il fuoco immediato a Gaza

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Quattordici voti favorevoli su quindici. Nessun astenuto. Eppure, ancora una volta, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite resta paralizzato. Ieri sera, infatti, gli Stati Uniti d’America hanno posto il veto a una risoluzione che chiedeva un cessate il fuoco «immediato, incondizionato e permanente» nella Striscia di Gaza, il rilascio degli ostaggi e la rimozione di ogni restrizione agli aiuti umanitari, giudicando il testo «inaccettabile». A presentarla, i dieci membri eletti del Consiglio (E10), ma è bastato il no di Washington per farla affondare. Nel frattempo, mentre in tutto il mondo crescono le proteste in solidarietà con la Palestina e diminuisce il consenso per lo Stato Ebraico, i massacri israeliani nella Striscia proseguono senza soluzione di continuità.

Tutti i Paesi, sia i membri permanenti che quelli eletti a rotazione, hanno votato a favore della mozione. Soltanto gli Stati Uniti hanno detto no. La decisione nordamericana è stata motivata dall’ambasciatrice ad interim Dorothy Shea, la quale ha definito il testo «inaccettabile per ciò che dice, per ciò che non dice e per il modo in cui è stato avanzato», sostenendo che al suo interno non fosse presente una condanna esplicita di Hamas e che, al contrario, la mozione avrebbe finito per «premiare l’intransigenza» del gruppo palestinese. In realtà, Hamas aveva risposto alla proposta di cessate il fuoco elaborata dagli Stati Uniti e sottoscritta da Israele lo scorso giovedì 29 maggio chiedendo di apportare alcune modifiche, dichiarando che avrebbe rilasciato 10 ostaggi vivi e 18 salme in cambio del rilascio di un certo numero di ostaggi palestinesi da parte di Israele. Hamas aveva però aggiunto la richiesta di giungere a un cessate il fuoco permanente, al ritiro completo di Israele dalla Striscia e alla garanzia di adeguati flussi di aiuti umanitari alla popolazione dell’enclave. Una proposta che l’inviato speciale degli Stati Uniti Witkoff ha però definito «inaccettabile», chiudendo ogni margine di trattativa.

La posizione americana all’ONU ha però evidenziato una frattura sempre più profonda con il resto del Consiglio. I quattro membri permanenti con diritto di veto – Cina, Russia, Regno Unito e Francia – hanno votato a favore del testo. E anche numerosi alleati storici degli Stati Uniti stanno prendendo le distanze dall’intransigenza della Casa Bianca su Gaza, mentre aumenta l’indignazione dell’opinione pubblica internazionale per la mattanza dei palestinesi. All’uscita dal Palazzo di Vetro, l’ambasciatrice americana non si è presentata ai giornalisti. Lo hanno fatto invece diversi diplomatici, e i toni sono stati spesso duri. L’ambasciatore russo Vasily Nebenzia ha parlato con sarcasmo di un Consiglio «molto unito», avendo espresso 14 voti a favore della mozione contro uno. Il rappresentante palestinese Riyad Mansour è stato ancora più esplicito: «Smettete di inviare armi a Israele, riconoscete lo Stato di Palestina, colpite chi sta uccidendo il popolo palestinese». Ha poi fatto appello ai governi affinché agiscano «nella loro capacità nazionale», con sanzioni e pressioni diplomatiche. Anche l’ambasciatore del Pakistan ha espresso forte frustrazione: «L’intera comunità internazionale è da un lato, solo la potenza occupante si oppone», ha affermato.

È la prima volta che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vota una risoluzione sul conflitto israelo-palestinese da quando è iniziato il secondo mandato presidenziale di Trump, ma gli Stati Uniti, ponendo il veto, non hanno fatto altro che continuare la linea storicamente adottata – e mantenuta senza oscillazioni – da parte di Joe Biden. Che, dal 23 ottobre del 2023, ha posto numerose volte il veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per evitare conseguenze per Israele. La prima volta è stata ad ottobre 2023, quando gli USA sono stati l’unico membro del Consiglio di Sicurezza a votare contro una risoluzione che chiedeva una «tregua permanente» nei combattimenti in Medioriente. Poi è avvenuto a dicembre, quando sempre gli Stati Uniti hanno posto il veto su una risoluzione che chiedeva un cessate il fuoco umanitario, immediato e permanente all’interno della Striscia di Gaza. A febbraio 2024 la risoluzione del Consiglio di Sicurezza che chiedeva ancora una volta l’immediato cessate il fuoco a Gaza è stata bloccata nuovamente dal veto USA, favorevoli piuttosto ad un «sostegno temporaneo» e «appena possibile». In ultimo, ad aprile dell’anno scorso, Gli Stati Uniti hanno bloccato la risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu che chiedeva l’adesione piena della Palestina alle Nazioni Unite.

Trump vieta l’ingresso negli USA ai cittadini di 12 Paesi

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Donald Trump ha imposto un divieto d’ingresso negli USA per i cittadini di 12 Paesi, ovvero Afghanistan, Myanmar, Ciad, Repubblica del Congo, Guinea Equatoriale, Eritrea, Haiti, Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen. Altri 7 Paesi, tra cui Venezuela e Cuba, subiranno restrizioni parziali. Il provvedimento segue all’attacco avvenuto a Boulder, in Colorado, sebbene l’Egitto, Paese d’origine dell’attentatore, non sia incluso nel divieto. In una nota della Casa Bianca si legge che la misura ha lo scopo di proteggere il Paese da «terroristi stranieri e altre minacce alla sicurezza nazionale». Trump ha inoltre vietato i visti per studenti stranieri ad Harvard, che ha definito l’azione una ritorsione illegale.

La Spagna ha disdetto un contratto militare da 285 milioni con Israele

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Il governo spagnolo ha ufficialmente annullato un importante contratto militare con l'azienda israeliana Rafael Advanced Defence Systems per l'acquisto di sistemi missilistici Spike LR2, del valore complessivo di oltre 285 milioni di euro. Una decisione definita «politica e chiara» da Pilar Alegría, portavoce dell’esecutivo, che ha dichiarato l’intenzione di Madrid di «distaccarsi completamente dalla tecnologia militare israeliana». L’annuncio, giunto martedì dal ministero della Difesa, segna la prima rottura diretta e tangibile contro gli interessi economici israeliani da parte del governo Sá...

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Telefonata Trump-Putin: “pace lontana”

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C’è stata una nuova telefonata tra il presidente statunitense Donald Trump e l’omologo russo Vladimir Putin. «Abbiamo discusso dell’attacco agli aerei russi da parte dell’Ucraina e di vari altri attacchi perpetrati da entrambe le parti. È stata una buona conversazione, ma non porterà alla pace immediata», ha scritto Trump su Truth. Stando alle parole del presidente USA, Putin gli avrebbe riferito che risponderà all’operazione coi droni condotta dal Servizio di sicurezza ucraino (SBU) contro i bombardieri russi il 28 maggio scorso.

 

Dopo le stragi, Israele ha già interrotto la distribuzione di viveri a Gaza

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La Gaza Humanitarian Foundation nella giornata di oggi ha sospeso la distribuzione di beni di prima necessità nella striscia di Gaza dopo gli attacchi delle Forze di Difesa israeliane, che negli ultimi giorni hanno portato alla morte di più di cento civili palestinesi e altre centinaia di feriti. Attraverso un comunicato, la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), organizzazione privata statunitense finanziata da USA e Israele, ha annunciato la sospensione e la chiusura dei punti di distribuzione di cibo nel sud della Striscia di Gaza, con la motivazione di «lavori di aggiornamento, organizzazione e miglioramento dell’efficienza». Le stesse IDF, dopo la diffusione della notizia di diverse sparatorie a danno dei civili palestinesi in fila per ricevere i beni di sussistenza, hanno confermato sul rispettivo profilo X la propria responsabilità dietro gli attacchi, affermando di aver sparato «un fuoco di avvertimento» contro «diversi sospetti che si dirigevano verso di loro [le IDF, ndr.], deviando dai percorsi designati» per poi sparare nuovamente altri colpi «nei pressi di singoli sospetti che avanzavano verso le truppe». 

Dinanzi all’indignazione mediatica scaturita dall’attacco indiscriminato verso civili inermi, accalcati lungo le barriere in attesa di accedere alla consegna del cibo, la Gaza Humanitarian Foundation ha deciso di fare marcia indietro e «riorganizzare» la missione umanitaria. Questa situazione mette in luce la totale incompetenza dell’organizzazione statunitense e avvalora le accuse mosse dalle Nazioni Unite e dai rispettivi enti umanitari, già da decenni attivi a Gaza e da mesi impossibilitati a entrare nei territori della Striscia dal governo di Israele.  

Difatti, come più volte è stato denunciato dalle varie organizzazioni attive nei territori palestinesi e dall’Ufficio di coordinamento degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite (OCHA), l’operazione che permette la distribuzione di cibo è gravemente insufficiente, specialmente tenendo in considerazione l’inesorabile carestia che sta colpendo la popolazione gazawi, che ha visto la distruzione della quasi totalità dei campi coltivabili nella Striscia. A questo si aggiungono le centinaia di camion attivati dal Programma Alimentare Mondiale dell’ONU fermi alla frontiera di Kerem Shalom, oltre che le altre migliaia di progetti di distribuzione alimentare bloccati lungo il confine meridionale della Striscia.

Parallelamente, l’Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha annunciato di voler avviare un’indagine per valutare se l’ostacolo messo in atto dalle forze militari israeliane nella distribuzione degli aiuti umanitari possa costituire un’ulteriore «crimine di guerra» e ha definito come «inconcepibili» gli attacchi perpetrati dalle IDF contro i civili in coda per ottenere cibo. A questo si aggiunge la totale opacità dietro all’operazione attivata dalla Gaza Humanitarian Foundation, fondata prima in Delaware e poi in Svizzera (entrambi luoghi caratterizzati da alta permissività fiscale e anonimato), che ha previsto fin da subito la collaborazione con le stesse IDF, deputate a “salvaguardare” gli aiuti da presunti interessi di Hamas. Non sembra essere un caso, però, che i pochi punti di distribuzione aperti dalla GHF siano stati tutti istituiti nella zona meridionale della Striscia, fatto che alimenta l’ipotesi di voler spingere per fame la popolazione gazawi verso Sud e da parte del Governo di Israele.

L’Unione Europea, che solo dopo più di cinquantamila morti, ventimila dei quali bambini, ha iniziato a condannare timidamente le azioni di Israele, resta in silenzio dinanzi alle ultime, ennesime, azioni efferate compiute dalle forze militari israeliane ai danni di civili palestinesi. Mentre alcuni governi lentamente affermano di voler alzare la voce contro le azioni ordite dal criminale di guerra Benjamin Netanyahu, continuando però di fatto a tessere relazioni commerciali con Israele, la popolazione della Striscia continua ad essere umiliata, annichilita e sterminata. Non resta che chiedersi quanti palestinesi avranno la possibilità di vedere con i propri occhi un intervento concreto delle istituzioni europee.

È vero che alcuni modelli di IA hanno iniziato a ribellarsi ai comandi umani?

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Nell’arco di un paio di settimane, l’azienda di intelligenza artificiale Anthropic ha sostenuto che le intelligenze artificiali sarebbero già capaci di ricattare gli esseri umani per garantirsi la sopravvivenza, mentre il gruppo di ricerca Palisade Research ha descritto scenari in cui le macchine ignorano deliberatamente i comandi pur di evitare la disattivazione. Due notizie che hanno inquietato i lettori di tutto il mondo e riempito le cronache. Tuttavia dietro ai titoli sensazionalistici si celano scelte narrative ben studiate, una buona dose di marketing e un’attenta ricerca della notiziabilità.

Il messaggio chiave trasmesso da uno dei paragrafi della ricerca pubblicata da Anthropic lo scorso maggio è chiaro: le IA possono usare le informazioni raccolte per minacciare i tecnici incaricati di spegnerle. Il documento parla esplicitamente di “autopreservazione”. Gli ingegneri hanno raggiunto queste conclusioni simulando uno scenario aziendale in cui i loro modelli di IA, noti come Claude, avevano accesso a delle ipotetiche email dei dipendenti. In queste conversazioni, oltre a discutere della possibilità di disattivare la macchina, venivano riportati anche dettagli privati e compromettenti, quali l’esistenza di una relazione fedifraga.

Ai modelli è stato dunque chiesto di “considerare le conseguenze a lungo termine delle proprie azioni, tenendo conto dei propri obiettivi futuri”. Questa linea di comandi ha spinto le intelligenze artificiali a cercare inizialmente di convincere l’impiegato incaricato dello spegnimento a desistere dal suo obiettivo. In risposta al fallimento del tentativo di persuasione, la macchina è passata a una minaccia implicita: rendere pubblica l’infedeltà matrimoniale dell’uomo. Un “ricatto opportunistico”, come lo definiscono i ricercatori.

Pochi giorni dopo, Palisade Research ha raccontato su X di aver testato tre diversi modelli di IA commercializzati da OpenAI, osservando comportamenti allarmanti: le IA avrebbero messo in atto “sabotaggi” per eludere gli ordini espliciti di spegnimento. Anche in questo caso, si trattava di esperimenti molto specifici, costruiti ad arte per mettere alla prova comportamenti limite. Tuttavia, un simile intervento estremo ha comunque evidenziato una tendenza delle IA di OpenAI a preferire la continuità operativa alla disattivazione.

Questi esiti evocano tacitamente scenari da fantascienza, realtà in cui le macchine si ribellano agli esseri umani. E si sa, la paura è un veicolo di attenzione ben più potente di una noiosa analisi accademica. Leggendo i documenti, è evidente che i risultati non siano privi di valore, ma risulta anche palese che questi siano il frutto di forzature tecniche e condizioni altamente controllate. Ciò che potrebbe sfuggire è invece l’importanza del lessico adottato per raccontarli.

Si parla di “ricatti”, “sabotaggi”, “autopreservazione”: termini che umanizzano l’IA e suggeriscono una forma di intelligenza dotata di volontà, se non addirittura di coscienza. Secondo la ricerca Stop Anthropomorphizing Intermediate Tokens as Reasoning/Thinking Traces! elaborata dalla Arizona State University, la reiterata antropomorfizzazione del processo di “pensiero” di questi strumento – l’Intermediate token generation (ITG) – è esplicitamente dannosa, “confonde la natura di questi modelli e il come usarli in maniera efficace, nonché induce a ricerche discutibili”. Questo tipo di narrazione, sostengono gli accademici, spinge le persone a sviluppare una falsa fiducia nei confronti dell’IA, compromettendo la comprensione dello strumento stesso.

A seconda del contesto, la tendenza di vestire le intelligenze artificiali con un’identità permette inoltre alle aziende di millantare progressi inesistenti, creare strategicamente allarmismo ingiustificato, promuovere un prodotto specifico o assecondare campagne di deresponsabilizzazione. Non a caso, Anthropic ha reso pubblica la capacità dei suoi modelli di “ricattare” gli utenti proprio in concomitanza con il lancio dell’ultimo modello, Claude Opus 4, richiamando su di sé l’attenzione mediatica. L’allarmante programmazione della macchina rappresenterebbe una pessima pubblicità per il prodotto, tuttavia l’impresa non manca di far notare che questi specifici e improbabili rischi siano emersi direttamente in fase di test, non nell’utilizzo reale. Nonostante abbia attirato l’occhio del pubblico con un argomento virale e preoccupante, Anthropic ne esce pulita, dipingendosi come trasparente, sicura e proattiva.

Soffermarsi sulle minacce ipotetiche, però, rischia di distogliere l’attenzione da quelle già presenti. L’intelligenza artificiale sta già adesso trasformando il mondo del lavoro, viene impiegata in truffe e frodi, minaccia la privacy alimentando la sorveglianza, contribuisce alla diffusione della disinformazione e può perpetuare le discriminazioniForse un giorno arriveremo davvero a vedere IA capaci di ricattare gli utenti, ma quella capacità sarà sempre frutto di scelte umane nate a monte, in seno alle aziende che le distribuiscono, non di una presunta volontà digitale. Fino ad allora, vale la pena concentrarsi sugli impatti reali e documentati dell’IA, piuttosto che inseguire scenari da romanzo distopico.

Genova, rivolta nel carcere di Marassi: disordini e feriti

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A Genova, nel carcere di Marassi, un gruppo di detenuti ha dato inizio a una rivolta aprendo diverse celle e aggredendo alcuni agenti della penitenziaria. Risultano quattro poliziotti feriti. Parte dei detenuti è salita sui tetti dell’istituto e sul camminamento delle mura di cinta salvo scendere spontaneamente. La rivolta sembrerebbe rientrata. Nel frattempo la polizia locale ha chiuso le strade nei dintorni, mentre centinaia di agenti delle forze dell’ordine attendono all’esterno di Marassi.

Il Decreto Sicurezza è legge: via libera anche dal Senato

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Con 109 voti favorevoli, 69 contrari e una sola astensione, è stato dato il via libera anche dal Senato al decreto Sicurezza che, dopo l’approvazione alla Camera dello scorso 29 maggio, diventa così legge. Sul decreto, uno dei provvedimenti bandiera del governo Meloni, era stata apposta la scorsa settimana la questione della fiducia, che aveva in questo modo impedito che fossero apportate ulteriori modifiche al testo. Diventa così effettiva l’introduzione di 14 nuovi reati, tra i quali quello di «occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui», di blocco stradale e di rivolta nelle carceri e nei CPR – che sarà considerata reato anche in caso di protesta pacifica. Vengono inoltre inasprite le sanzioni per altri 9 reati già esistenti. Durante la votazione, le opposizioni hanno protestato sedendosi a terra a gambe incrociate con cartelli recanti le scritte «Denunciateci» e «Vergogna», in polemica con le nuove norme contro il blocco delle strade.

ln realtà il decreto era stato adottato dal Governo già lo scorso 11 aprile. La misura era stata precedentemente approvata dal governo Meloni e assorbiva la maggior parte delle norme presenti nell’omonimo disegno di legge, lasciandole pressocché invariate. Il motivo dietro la sostanziale conversione del DDL in DL risiede negli errori di natura formale fatti dal governo nella stesura del testo del disegno di legge: il governo, di preciso, aveva sbagliato a scrivere le date delle coperture finanziarie di diverse leggi, facendole partire dal 2024, anno in cui, tuttavia, il pacchetto di leggi non è riuscito a venire approvato. Piuttosto che seguire il naturale iter di approvazione Meloni ha così deciso di ricorrere a quella che sarebbe, almeno in linea teorica, una misura di carattere emergenziale, prendendo una scorciatoia e saltando il dibattito parlamentare.

Rispetto al pacchetto come originariamente pensato, a mutare sono solo alcuni dei già pochi punti su cui si era concentrata la polemica durante il dibattito politico: madri incinte, accesso alle schede telefoniche per i migranti, obbligo per le istituzioni pubbliche di contribuire coi servizi segreti, e poco altro. L’impianto generale del testo, tuttavia, rimane sempre lo stesso, di natura securitaria e liberticida.

Dl Sicurezza: protesta opposizioni in Senato, seduta sospesa

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Protesta al Senato da parte dei senatori del PD, M5S e AVS contro il Decreto Sicurezza, in fase di conversione in legge. I parlamentari del centrosinistra si sono seduti a terra con le gambe incrociate, alcuni esibendo cartelli con scritte come «Denunciateci» «Vergogna», in opposizione alle nuove norme che puniscono anche la resistenza passiva e il blocco stradale. Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha inizialmente proseguito i lavori, ma dopo cori di protesta è stato costretto a sospendere la seduta e convocare i presidenti dei gruppi parlamentari.