venerdì 20 Marzo 2026
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UniCoop Firenze eliminerà tutti i prodotti israeliani dai suoi supermercati

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Unicoop Firenze ha annunciato lo stop alla vendita di prodotti provenienti da Israele nei suoi punti vendita. Una decisione maturata dopo mesi di mobilitazioni e richieste da parte di soci e attivisti, che hanno sollecitato la cooperativa a riconsiderare le proprie scelte commerciali alla luce del genocidio in corso nella Striscia di Gaza.
Gli articoli interessati, tra cui arachidi e salsa tahina a marchio Coop, non verranno più riforniti una volta esaurite le scorte. La cooperativa è già al lavoro per individuare fornitori alternativi. «I vertici hanno dato indicazione ai buyer di non rinnova...

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Centomila droni all’Ucraina e armi nucleari: il Regno Unito si prepara alla guerra

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La Strategic Defence Review (SDR) 2025 è una revisione approfondita della politica di difesa britannica. L’obiettivo dichiarato è «Rendere il Regno Unito più sicuro, protetto in patria e forte all’estero». La politica varata da Londra è giustificata come conseguenza di un panorama di minacce in evoluzione, considerato il più serio e imprevedibile dai tempi della Guerra Fredda. Queste minacce riguarderebbero la guerra in Europa, ovvero in Ucraina, l’aggressività russa, nuovi rischi nucleari e attacchi informatici quotidiani. Il messaggio è chiaro: il governo britannico intende trasformare la sicurezza nazionale nel principio fondante della sua azione politica, anche in campo economico. A tal fine, è stato annunciato il più grande aumento sostenuto della spesa per la difesa dalla fine della Guerra Fredda, con l’obiettivo di raggiungere il 2,5% del PIL entro il 2027 e, condizioni economiche permettendo, il 3% nella prossima legislatura. Oltre a ciò, il Paese si impegna a inviare armamenti all’Ucraina tra i quali centomila droni entro l’anno 2026.

Pronti al combattimento, «Warfighting Readiness», è uno dei punti. La SDR segna un cambiamento significativo in direzione della preparazione a una ipotetica guerra, con l’obiettivo di scoraggiare le minacce e rafforzare la sicurezza nell’area euro-atlantica. Questo include la creazione di una «forza integrata» più letale, equipaggiata per il futuro, e una difesa interna rafforzata. La politica di difesa inglese sarà «NATO First», con il Regno Unito che intensifica la sua responsabilità per la sicurezza europea e cerca di assumere un ruolo di leadership sul fronte europeo all’interno dell’Alleanza, che vede Francia e Germania scalpitare e affannarsi per ricoprire quel ruolo all’interno dell’Unione Europea (la quale vara anch’essa ingenti piani di riarmo). Infatti, almeno a parole, Trump intende ridurre l’impegno statunitense in Europa: per la Gran Bretagna, questo implica la necessità di rafforzare le capacità nucleari, adottare di nuove tecnologie e aggiornare le capacità convenzionali.

La politica militarista prevede di utilizzare il settore della Difesa come volano per l’economia, in linea con quanto annunciato un anno fa da Draghi e da quanto sta facendo l’Unione Europea, così come i suoi stessi Stati membri. Quindi, la difesa vista come un fattore di crescita, stimolo per un aumento dei posti di lavoro e di prosperità con una nuova partnership con l’industria, attraverso riforme radicali degli appalti e il sostegno alle imprese del Regno Unito. Tradotto, dare linfa all’economia britannica attraverso il complesso militare-industriale. L’obiettivo è aumentare la spesa per la difesa al 2,5% del PIL entro il 2027 e al 3% nel prossimo Parlamento, se le condizioni economiche lo permetteranno.

La SDR enfatizza il ruolo della guerra in Ucraina come fonte di apprendimento militare in termini di droni, dati e guerra digitale, al fine di rendere le forze armate più forti e sicure – il conflitto, insomma, sarebbe un laboratorio di prova che va mantenuto in vita. «Il nostro obiettivo è semplice: fornire all’Ucraina tutto il necessario per combattere ora e garantire una pace duratura in futuro», ha dichiarato il segretario alla Difesa del Regno Unito John Healey, durante un recente briefing a seguito della 28a riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina (Ramstein-28). Con più di 10.000 droni consegnati in Ucraina l’anno scorso dal Regno Unito, altre decine di migliaia sono già state consegnate verso un nuovo ambizioso obiettivo di 100.000 droni per l’anno finanziario in corso. L’investimento record di 350 milioni di sterline in droni per l’Ucraina fa parte del sostegno militare di 4,5 miliardi di sterline del Regno Unito quest’anno.

Si prevede l’introduzione di armi a energia diretta, l’aumento delle capacità corazzate dell’esercito con l’intelligenza artificiale e sciami di droni e l’aggiornamento della Royal Air Force con jet di prossima generazione e caccia autonomi. Per la marina, la Gran Bretagna prevede di produrre un nuovo sottomarino nucleare ogni 18 mesi. Dunque, si mira a una nuova visione delle forze armate britanniche, combinando potenziale nucleare, convenzionale e digitale, dove la potenza di droni e l’intelligenza artificiale si uniscono ai più tradizionali carri armati e all’artiglieria. Il rapporto delinea profonde riforme necessarie per garantire che il Regno Unito possa compiere questa profonda riforma. Questo include la ristrutturazione dei detentori del budget del Ministero della Difesa da dieci a quattro e l’attribuzione di nuovi poteri al Capo di Stato Maggiore della Difesa. La SDR raccomanda un aumento del 30% del numero di cadetti e lo sviluppo di una nuova riserva strategica entro il 2030, oltre a un programma di “anno sabbatico” volontario per i diplomati.

In sintesi, la Strategic Defence Review 2025 delinea un cambiamento significativo nella politica di difesa del Regno Unito, concentrandosi sulla prontezza al combattimento, una forte leadership all’interno della NATO, l’innovazione tecnologica ispirata dalle lezioni recenti e un aumento degli investimenti nella difesa come motore di crescita economica.

Puglia, corruzione: chiesti arresti domiciliari per assessore Delli Noci

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La Procura di Lecce ha chiesto gli arresti domiciliari per Alessandro Delli Noci, assessore allo Sviluppo economico della Regione Puglia, nell’ambito di un’inchiesta su una presunta associazione per delinquere finalizzata a corruzione, turbativa d’asta e frode sui fondi pubblici dei Programmi integrati di agevolazione (Pia). Chiesta anche la custodia cautelare in carcere per l’imprenditore Alfredo Barone, oltre a cinque domiciliari e quattro misure interdittive. Il presidente della Regione, Michele Emiliano, ha espresso fiducia nella giustizia e in Delli Noci, auspicando tempi rapidi per l’accertamento della verità.

BCE, abbassati tassi d’interesse per l’ottava volta

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La Banca centrale europea ha ridotto oggi di 25 punti base il tasso di riferimento sui depositi, portandolo al 2%, il livello più basso da oltre due anni. Dal prossimo 11 giugno scenderanno anche i tassi sulle operazioni di rifinanziamento principali (2,15%) e marginali (2,40%). Il taglio, che dimezza il picco raggiunto nel giugno 2024, è motivato dalla diminuzione delle pressioni inflazionistiche. A maggio, infatti, l’inflazione annua nell’Eurozona è scesa all’1,9%, contro il 2,2% di aprile e al di sotto dell’obiettivo del 2% fissato dalla BCE.

In Malesia l’industria del legno minaccia le comunità indigene

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Un nuovo rapporto pubblicato da Human Rights Watch denuncia come l’industria del legno stia minacciando l’esistenza delle comunità indigene che vivono in Malesia. Nello specifico, il dettagliato rapporto racconta come la comunità di Rumah Jeffery, che vive nel profondo della foresta pluviale del Sarawak, lungo le rive del fiume Belawit, nel Borneo, sia minacciata dalla società di legname Zedtee. Questa azienda intende utilizzare il territorio in cui vive la comunità indigena per farne una piantagione di legname utile per la produzione di pellet, per cui occorre prima deforestare e distruggere la foresta ricca di biodiversità affinché si possano coltivare monoculture arboree. La comunità locale, che rischia lo sfratto forzato, in base al diritto internazionale riguardante i popoli indigeni, dice di non aver mai dato il proprio assenso allo sfruttamento delle risorse dell’area.

Rumah Jeffery, una piccola comunità indigena appartenente al gruppo etnico Iban che si trova nella foresta pluviale nello stato malese del Sarawak, situato nella parte nord-occidentale del Borneo, rischia di essere deportata con la forza dalla propria terra a causa dell’espansione dell’industria del legname che intende trasformare la foresta in una monocultura arborea per la produzione di pellet. Rumah Jeffery, che conta appena 60 membri, gestisce 520 ettari di foresta pluviale. Gli Iban traggono dal loro ambiente tutto ciò che occorre loro per la propria sussistenza. Comunicando con gli spiriti della foresta, gli Iban proteggono la sua biodiversità e le creature che vi abitano, così come i loro siti sacri e le zone di sepoltura dei propri antenati. Il governo di Sarawak ha però concesso a Zedtee due contratti per stabilire piantagioni di legname. I membri della comunità hanno detto a Human Rights Watch di non aver mai acconsentito a rinunciare alla loro terra o alle loro risorse forestali. Tuttavia, nel 2022, Zedtee ha registrato una parte della foresta di Rumah Jeffery senza il loro consenso libero, preventivo e informato, un principio di diritto internazionale di lunga data che si riferisce al diritto delle popolazioni indigene di dare o trattenere il loro consenso per qualsiasi azione che influenzi o modifichi le loro terre, i territori o le risorse.

L’azienda ha già abbattuto diversi ettari di preziosi alberi da frutto. Gli Iban hanno detto di aver affrontato i bulldozer nel tentativo di fermare la deforestazione. Per tutta risposta, il Dipartimento Forestale del Sarawak li ha minacciati di arresto. Zedtee ha denunciato i residenti di Rumah Jeffery, accusando la comunità di invadere il territorio oggetto del contratto di locazione, chiedendo la loro rimozione. Così, il Dipartimento Forestale di Sarawak ha emesso un ordine di sfratto contro la comunità nell’ottobre 2022. Gli Iban hanno fatto appello a più uffici governativi senza ottenere alcuna risposta ufficiale. Se il Dipartimento Forestale di Sarawak effettuasse lo sfratto, equivarrebbe ad un atto di forza in violazione dei diritti umani riconosciuti a livello internazionale alle popolazioni indigene. Le autorità hanno emesso l’avviso di sfratto alla comunità di Rumah Jeffery negando agli Iban qualsiasi opportunità di contestazione, senza peraltro aver seguito un inter decisionale che li avesse coinvolti. Nessuna offerta di alloggio alternativo o compensazione pecuniaria è stata fatta alla comunità, che comunque non ha mai acconsentito a lasciare il proprio territorio.

La rimozione sarebbe quindi contro la volontà dei membri della comunità, come indicato in una lettera che gli Iban hanno inviato al Sarawak Land and Survey Department. Secondo Human Rights Watch, Zedtee avrebbe così violato anche i termini del Malaysian Timber Certification Standard (MTCS), un programma di certificazione obbligatorio per le piantagioni forestali nel Sarawak, negando il diritto della comunità di gestire la propria foresta. La condotta di Zedtee nei confronti di Rumah Jeffery, con il sostegno del governo, è un esempio di un abuso a cui sono sottoposte numerose comunità indigene, non solo in tutto il Sarawak, ma in tutta la Malesia. Nel 1960, il 90% del Sarawak era coperto da foreste primarie: oggi sono meno del 10%. Gli sgomberi su larga scala hanno lasciato il posto a vaste monocolture di palma da olio e legno. Le piantagioni commerciali hanno invaso incessantemente le terre indigene e sfrattato i loro abitanti.

La Malesia, in quanto Stato membro delle Nazioni Unite, è tenuta al rispetto di tutti i trattati e di tutte le dichiarazioni, compresa la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni. Come ricorda Human Rights Watch, la Corte Internazionale di Giustizia ha riconosciuto il diritto di tutte le persone all’autodeterminazione ai sensi del diritto internazionale consuetudinario. Il meccanismo di esperti delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni ha rilevato che, nel contesto dei diritti dei popoli indigeni, il diritto all’autodeterminazione include il diritto di avere il controllo e di prendere decisioni sulle loro terre e risorse.

Al via la Global March: migliaia di persone a piedi per rompere l’assedio di Gaza

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Inizierà il 13 giugno la marcia che dal Cairo vuole raggiungere il valico di Rafah, in protesta contro il genocidio in corso e per chiedere l’apertura della frontiera e il passaggio degli aiuti umanitari. Una marcia globale in solidarietà con il popolo palestinese, una marcia “via terra, via mare e via aria” che vedrà migliaia di persone di 35 Paesi camminare per 50 km fino alle porte di Gaza, nel tentativo di rompere l’assedio imposto dall’esercito israeliano da oltre un anno. La marcia partirà appena dieci giorni dopo la Freedom Flottilla, salpata domenica 1° giugno dal porto di Catania carica di aiuti umanitari, sfidando nuovamente via mare il blocco illegale di Tel Aviv dopo che appena un mese fa un’altra delle loro imbarcazioni era stata attaccata al largo delle coste maltesi da un drone di Israele.

«Global March To Gaza è un movimento apartitico e pacifista» dice Antonietta Chiodo, la referente italiana per la Marcia globale a L’Indipendente. «Siamo un gruppo di persone provenienti da paesi e culture diverse che hanno scelto di portare la voce di persone comuni in prima linea perché siamo convinti che quella del popolo sia stata silenziata per troppo tempo e che sia arrivato il momento di tornare in prima linea. Un singolo individuo non può cambiare il mondo ma milioni di persone si, possono farcela. La marcia rappresenta l’esodo del popolo palestinese, camminare e dormire sotto le stelle è ciò che la popolazione di Gaza subisce da troppo tempo, senza cibo e acqua e in condizioni disumane».

Alla marcia parteciperanno delegazioni da 35 Paesi del mondo. Per ora il gruppo italiano ha ricevuto 400 moduli di adesione; le iscrizioni chiuderanno il 5 giugno e i moduli si trovano sul canale Telegram dell’iniziativa. Secondo Antonietta, con il sostegno dei Paesi arabi la previsione globale è di raggiungere almeno le 5.000 persone. «Il nostro obiettivo primario è ridare fiducia nei popoli, nelle persone comuni, fare comprendere che nonostante la politica ci stia ignorando o voglia silenziarci oggi viviamo un periodo storico molto pericoloso, dove i diritti umani ed il diritto internazionale sono stati sgretolati e infangati. Noi abbiamo l’obbligo nei confronti di chi è stato ucciso, di chi è prigioniero e soprattutto nei confronti dei nostri figli di fermare questa mattanza e ridimensionare il potere. Siamo persone comuni che non accettano di essere considerate solo quando si aprono le votazioni per eleggere un partito. Noi esistiamo e lo proveremo tutti insieme, porteremo questo messaggio a Rafah».

L’organizzazione è complessa: i compiti sono stati divisi tra i vari gruppi nazionali, con un grande sostegno da parte dei gruppi solidali egiziani. Da settimane sono state inoltrate le richieste di permesso per raggiungere Rafah al Cairo; per ora le autorizzazioni non sono state concesse, ma nemmeno negate. Se non verranno rifiutate esplicitamente la marcia proverà a partire. Altrimenti probabilmente il governo egiziano si ritroverà 5000 persone nella capitale, a protestate sotto le sedi del potere internazionale e nazionale. «Non sarà una passeggiata: abbiamo informato tutti i partecipanti della possibilità di essere rimpatriati o di non potere superare i check point nel Sinai. Questo è dovuto all’indifferenza dei politici italiani, sarebbe forse bastato avere un parlamentare che marciasse con noi per ottenere tutti i passaggi. Le persone dovranno compilare il modulo online che è pubblicato sui nostri social, questo è importante per ottenere sostegno legale e logistico, poi verranno ricontattati via mail per una conferma ulteriore e messi in contatto con i referenti di regione; da lì in poi verranno seguiti fino all’arrivo al Cairo. Come ben sappiamo, la causa palestinese per molti è diventata propaganda e quindi probabilmente il sapere che non avranno un podio da esporre sui social media ha portato i politici italiani a voltarsi dall’altra parte, senza rendersi conto dell’enorme errore che stanno commettendo. Perché gli italiani questo lo ricorderanno».

I solidali si ritroveranno all’aeroporto del Cairo il 12 giugno: il 13 partiranno in bus verso Al-Arish, nel Sinai, per poi proseguire a piedi fino a raggiungere al valico di Rafah e accamparsi lì davanti. Il rientro in Italia è previsto per il 20 di giugno. «I palestinesi, compresi quelli della Cisgiordania, sono topi in gabbia a cui è negato da sempre di potere conoscere il mondo. Il Valico di Rafah è l’unico budello di congiunzione con Gaza per uscire; ho documentato negli anni passati come reporter l’umiliazione di chi si accampava al valico in attesa di uscire nonostante fosse stato approvato il permesso mesi prima, e per giorni vi erano donne, uomini, anziani e bambini sdraiati per terra in attesa di questa apertura. C’è una vergogna più grande di questa? Non penso. Il valico va aperto, non si può tenere in ostaggio una popolazione» conclude Antonietta Chiodo.

Intanto, nella Striscia di Gaza, la mattanza continua. I bombardamenti israeliani stanno uccidendo decine di sfollati al giorno, continuando a distruggere tutte le infrastrutture civili. La monopolizzazione della distribuzione degli aiuti alle ong americane ha trasformato anche quei momenti in violenze contro la popolazione, con spari sulla folla e morti. Mentre vecchi e bambini continuano a morire di fame.

Gaza, Israele bombarda ospedale Al-Ahli: uccisi 3 giornalisti

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Almeno quattro persone, tra cui tre giornalisti, sono morte e diverse altre sono rimaste ferite in un attacco israeliano contro l’ospedale battista arabo Ahli di Gaza. Lo ha reso noto il direttore dell’ospedale all’emittente Al Jazeera, affermando che si tratta dell’ottavo attacco di questo tipo contro la struttura dallo scoppio del conflitto. Due dei giornalisti deceduti lavoravano per Palestine Today. Dall’alba di oggi si contano 23 morti nella Striscia. Il Ministero della Salute di Gaza ha dichiarato in una nota che il numero di persone uccise a Gaza dal 7 ottobre 2023 è salito a 54.677, con 125.530 feriti.

Relazione DIA: l’ombra della ‘Ndrangheta sulle Olimpiadi di Cortina 2026

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La Direzione Investigativa Antimafia ha segnalato, nella sua ultima relazione al Parlamento, il rischio concreto di infiltrazioni mafiose nei cantieri delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026. Uno dei 50 provvedimenti antimafia emessi nel 2024 in Lombardia ha infatti colpito una società edile milanese coinvolta nella costruzione di un parcheggio interrato a Sondrio, opera inserita nel piano olimpico. Gli amministratori dell’azienda risultano legati a cosche della ‘Ndrangheta. La DIA sottolinea come la criminalità organizzata, in particolare quella calabrese, stia cercando di sfruttare i grandi eventi per penetrare nell’economia legale e negli appalti pubblici. È solo l’ultimo degli indicatori che, nel corso degli anni, hanno certificato il forte interesse mafioso per le opere legate alla manifestazione Olimpica, la cui organizzazione è stata segnata da scandali e grandi proteste popolari.

Nella relazione della DIA, che si concentra sui 12 mesi del 2024, si legge che «le Olimpiadi invernali rappresentano un appuntamento rilevante anche sotto il profilo economico-finanziario, in considerazione della realizzazione di importanti opere infrastrutturali che potrebbero rappresentare un’occasione per le consorterie criminali interessate ad inserirsi nelle procedure di assegnazione delle gare». Infatti, nel periodo di riferimento «sono stati adottati 50 provvedimenti interdittivi antimafia da parte delle Prefetture lombarde che hanno dato testimonianza circa il pericolo di infiltrazione e/o di condizionamento» in numerosi settori. «Uno dei provvedimenti adottati, in particolare, è stato emesso nei confronti di una società operante nel settore edile con sede nella provincia di Milano impegnata nella realizzazione di un parcheggio interrato nella provincia di Sondrio per un valore di circa 800 mila euro, inserita nel piano delle opere per le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 – spiega la DIA –. Nello specifico, gli amministratori della ditta sono risultati in rapporti personali e professionali con esponenti di alcune consorterie ‘ndranghetiste delle province di Catanzaro, Crotone e Reggio Calabria». Un ulteriore provvedimento è stato emesso «nei confronti di un’altra società edile milanese affidataria di un subappalto nell’ambito del PNRR del valore di 200 mila euro, i cui amministratori sono stati ritenuti ‘vicini’ alla cosca ARENA di Isola di Capo Rizzuto (KR)».

Un forte allarme era già scattato lo scorso febbraio, quando la Prefettura di Verona aveva emesso un’interdittiva antimafia nei confronti di due aziende del settore delle costruzioni che puntavano a partecipare agli appalti per le Olimpiadi invernali. Secondo quanto ricostruito dagli uffici della Prefettura scaligera, le due società – con sede legale a Verona e Legnago – avrebbero infatti avuto connessioni con personaggi organicamente attivi in un network ‘ndranghetista che da tempo operava nel territorio veronese. Nel 2022, inoltre, era stato arrestato a Milano Pietro Paolo Portolesi, presunto affiliato alla ’Ndrangheta, con l’accusa di trasferimento fraudolento di beni e valori. Secondo la Procura, gestiva società tramite prestanome per eludere le norme che, a causa di precedenti inchieste, gli impedivano di partecipare a gare pubbliche. Una delle sue società aveva partecipato alla gara per lo smaltimento delle macerie nel cantiere del villaggio olimpico di Porta Romana, a Milano.

Nel frattempo, l’organizzazione delle Olimpiadi di Milano‑Cortina 2026, promessa come «green» e «a costo zero», si è rivelata un coacervo di scandali e mala gestione. Lo scorso aprile la Procura di Milano ha chiesto di archiviare l’inchiesta sulla Fondazione organizzatrice, in cui si ipotizzano reati di corruzione e turbativa d’asta, ma hanno sollevato la questione di costituzionalità sul decreto del governo che, trasformandola in ente privato, avrebbe ostacolato intercettazioni e sequestri preventivi di un presunto profitto di reato di circa 4 milioni. A Cortina, invece, nonostante le illazioni del ministro Salvini sul presunto «sabotaggio» della pista da bob, la magistratura ha archiviato l’inchiesta, inquadrandolo come un semplice incidente. A marzo, i cittadini di San Vito di Cadore avevano vinto la causa per il loro diritto di protesta contro una variante stradale, mentre il Veneto ha approvato la cabinovia Socrepes, su cui pendono ombre di criticità geologiche. In un contesto già segnato da deficit patrimoniali accumulati dalla Fondazione (oltre 107 milioni), in un assordante silenzio mediatico la stima dei costi è lievitata di ulteriori 180‑270 milioni.

È uscito il numero di giugno del mensile de L’Indipendente

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L’Indipendente torna questo mese con il quinto numero del nuovo mensile: 80 pagine di contenuti esclusivi in una rivista rilegata da leggere e conservare. Inchieste che svelano i lati oscuri del potere e dell’industria, guide per un consumo critico, reportage e approfondimenti per comprendere il mondo che ci circonda. In copertina torniamo ad occuparci di quanto accade in Palestina, con due inchieste che svelano tuttavia un lato poco conosciuto della storia: come – nonostante il massacro israeliano duri ormai da 20 mesi – la resistenza armata a Gaza e in Cisgiordania sia tutt’altro che piegata e come, in tutta Europa, gruppi in supporto alla Palestina stiano adottando pratiche di boicottaggio e azione diretta sempre più efficace, che stanno portando risultati concreti in termini di disinvestimenti allo Stato israeliano.

Il mensile de L’Indipendente ha come sottotitolo i tre pilastri che ne definiscono la cifra giornalistica: inchieste, consumo critico, beni comuni. Ogni parola è stata scelta con cura, racchiudendo ciò che vogliamo fare e che, a differenza di altri media, possiamo fare, perché non abbiamo padroni, padrini o sponsor da compiacere.

Questi tre punti cardinali rappresentano il nostro impegno per il giornalismo che crediamo necessario: inchieste (per svelare i lati nascosti della politica e dell’economia), consumo critico (per vivere meglio, certo, ma anche per promuovere scelte consapevoli capaci di colpire gli interessi privilegiati) e beni comuni (perché la nostra missione è quella di leggere la realtà nell’interesse dei cittadini e non delle élite oligarchiche che controllano i media dominanti). Al suo interno ci saranno poi, naturalmente, approfondimenti sull’attualità e sui temi che caratterizzano da sempre la nostra agenda: esteri, geopolitica, ambiente, diritti sociali.

Questi sono solamente alcuni degli altri argomenti che potrete ritrovare nel nuovo numero:

  • Cartografia di un genocidio: un gruppo di ricercatori dell’Università di Londra ha pubblicato un rapporto di 827 pagine, il documento restituisce un’immagine incontrovertibile della volontà distruttiva e omicida dell’azione israeliana nella Palestina occupata
  • I rischi dell’accordo Mercosur sulla tavola degli italiani: dietro un’intesa sbandierata come un volano per la crescita economica si nascondono rischi concreti per i piccoli agricoltori e per la salute dei cittadini
  • Il precariato nella scuola è diventato un affare per le università telematiche: per rincorrere la stabilità si è costretti ad acquisire crediti frequentando costosi corsi, alimentando il giro d’affari delle università private online.
  • Il business fuori controllo dei farmaci dimagranti: il mercato dei farmaci usati per perdere peso cresce a ritmi vertiginosi, attirando gli investimenti dei colossi farmaceutici in una corsa globale alla nuova gallina dalle uova d’oro
  • Hong Kong: essere invisibili nella città dei miliardari: il territorio di Hong Kong ospita il maggior numero di miliardari al mondo in relazione alla popolazione. Ma al di sotto della patina scintillante della città si cela una realtà soffocante, fatta di povertà e disagio abitativo…
  • La vicenda di Fausto e Iaio: è uno dei più longevi misteri della cronaca nera italiana rimasti senza risposta. Due ragazzini uccisi nel marzo 1978 a Milano, in una storia che porta con sé tutto il torbido dei fatti oscuri della storia d’Italia, in un intreccio che chiama in causa gruppi neofascisti, spaccio di droga, servizi segreti e polizia. Il loro caso è stato riaperto oggi, a 47 anni di distanza

La nuova rivista de L’Indipendente è acquistabile (in formato cartaceo o digitale) sul nostro shop online, ed è disponibile anche tramite il nuovo abbonamento esclusivo alla rivista, con il quale potreste ricevere la versione cartacea a casa ogni mese per un anno al prezzo di 90 euro, spese di spedizione incluse. Per riceverlo basta consultare la pagina: lindipendente.online/abbonamenti.

India, calca fuori dallo stadio: almeno 11 morti e decine di feriti

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Almeno 11 persone sono morte e decine sono rimaste ferite a Bangalore, in India, durante una calca nei pressi dello stadio Chinnaswamy, dove migliaia di tifosi si sono radunati ieri per festeggiare la vittoria dei Royal Challengers Bengaluru nella Premier League indiana di cricket. L’incidente è avvenuto mentre la squadra rientrava da Ahmedabad, dopo aver conquistato il primo titolo della sua storia. Il ministro capo dello Stato del Karnataka, Siddaramaiah, ha detto che la folla ha cercato di rompere uno dei cancelli dello stadio e di entrare per prendere parte alle celebrazioni. Le autorità hanno espresso cordoglio, invitando alla prudenza.