Dalle 8:30 di oggi, 10 giugno 2025, numerosi utenti stanno riscontrando gravi malfunzionamenti su ChatGPT. Il chatbot, noto per rispondere in tempo reale a domande su qualsiasi argomento, risulta spesso completamente bloccato o genera risposte con tempi di attesa molto lunghi. Downdetector ha registrato un picco di segnalazioni poco prima delle 11:00. In Italia, le città che vedono il maggior numero di segnalazioni sono Milano, Roma, Napoli, Venezia, Bologna, Torino e Perugia. OpenAI ha confermato il problema e sta lavorando per risolverlo. Al momento la piattaforma risulta ancora instabile a livello globale.
I dubbi dell’anticorruzione sul Ponte sullo Stretto: “Nessuna chiarezza sui costi”
Il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Giuseppe Busia, ha espresso numerose perplessità sul Ponte sullo Stretto in occasione di un’audizione davanti alle Commissioni riunite Ambiente e Trasporti della Camera. Nonostante il via libera definitivo del ministero dell’Ambiente, Busia ha denunciato l’assenza di un progetto esecutivo completo, che impedisce una visione chiara dei costi e aumenta i rischi economici. Ha chiesto un piano unitario e maggiori controlli antimafia, anche sui subappalti e gli affidamenti inferiori ai 150mila euro. Ha poi sollevato dubbi sul rispetto delle norme UE sugli appalti, evidenziando il rischio di sforamenti di spesa oltre il limite consentito del 50%. La palla è ora in mano al Cipess, che riunisce i ministri economici coinvolti, che sarà chiamato a esaminare il progetto. Dopo tale passaggio, potrà partire la fase operativa.
Busia ha tenuto la sua audizione in occasione dell’esame del decreto Infrastrutture, cui hanno partecipato anche DIA, Federbalneari e l’Associazione Rete Civica per le Infrastrutture nel Mezzogiorno. Una delle problematiche messe al centro dal presidente dell’ANAC circa l’annoso dibattito sulla realizzazione del Ponte sullo Stretto è quello della attuale «assenza del progetto esecutivo completo». Busia ha affermando che «sarebbe auspicabile si arrivasse nel frattempo al progetto esecutivo complessivo per dare al governo e al Parlamento una visione chiara di quali sono almeno i costi iniziali». Infatti, ha spiegato, «sappiamo che dopo l’approvazione del progetto esecutivo ci possono essere delle varianti e la storia insegna che spesso aumentano i costi ma non essendo stata fatta la gara e quindi, essendo al limite della soglia di tolleranza, anche nell’interpretazione più benevola questo sarebbe molto importante». Il presidente dell’ANAC ha fatto notare come la normativa europea richieda «che non ci si discosti, in termini di costi, di più del 50% del valore messo ordinariamente in gara», evidenziando che «il valore messo a base di gara del Ponte era molto inferiore, quasi la metà, di quello preso come riferimento oggi». Dunque, se l’Aula del parlamento ratificherà il decreto, «ci sarà una copertura di tipo normativo per la responsabilità, ma residua il fatto che il legislatore nazionale non può derogare alla disposizione che peraltro il decreto correttamente richiama come vincolo», ha detto.
I rilievi avanzati da Busia non finiscono qui. Il presidente dell’anticorruzione evidenzia infatti che, relativamente al Ponte sullo Stretto, nel Dl Infrastrutture «non si fa riferimento alle verifiche antimafia, alle verifiche sulle imprese», affermando che «un’opera di queste dimensioni, anche finanziaria, richiede un innalzamento delle verifiche». Busia ha spiegato che questo decreto possa «rappresentare l’occasione per prevedere l’utilizzo nella progettazione di tutti gli elementi della digitalizzazione, anche dei cantieri, in modo da verificare tutte le imprese, anche quelle in subappalto dove si realizzano, più volte, le più pericolose infiltrazioni di mafia e per garantire la sicurezza dei lavoratori». Secondo il presidente dell’ANAC si tratterebbe di «un aumento, credo condiviso da tutti, che può essere inserito in questo decreto abbassando le soglie dei controlli antimafia, che sono ordinariamente fissati a 150mila, invece estendendolo per le imprese che hanno affidamenti anche inferiori». Perplessità condivise anche dalla vice direttrice operativa della Dia, Lorena Di Galante DIA, segnalando che «per i contratti di lavori, forniture e servizi» nel decreto si richiedono «solamente liberatorie provvisorie». Snellendo, di fatto, il procedimento relativo alle verifiche antimafia in materia di Protezione civile.
Nel mese di maggio è arrivato il via libera definitivo del ministero dell’Ambiente al Ponte sullo Stretto, con il progetto che ora deve passare all’esame del Cipess, il Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile. Ad aprile, il governo italiano aveva inviato un dossier alla Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen in cui il Ponte sullo Stretto è stato inquadrato addirittura come una questione di sicurezza continentale. La realizzazione dell’opera è stata infatti definita dall’esecutivo «imperativa e prevalente per l’interesse pubblico» non solo per ragioni economiche o di protezione civile, ma anche e soprattutto per motivazioni geopolitiche e militari, fondamentali in caso di scenari di guerra per «il passaggio di truppe e mezzi della NATO». La strategia del governo è infatti quella di inserire il ponte nel Military Mobility Action Plan dell’UE, il piano continentale per facilitare il movimento rapido delle forze armate, contando così sull’etichetta di “opera strategica militare” al fine di ottenere le indispensabili deroghe ambientali. Se la Commissione europea darà l’ok, il Ponte sullo Stretto potrebbe perfino rientrare nel novero delle spese militari utili a far crescere il rapporto spesa-difesa/Pil, come auspicato dall’Alleanza Atlantica.
Austria, sparatoria in una scuola a Graz: almeno 8 morti
Almeno otto persone sono morte e diverse sono rimaste ferite in una sparatoria all’interno di una scuola di Graz, in Austria. Lo ha riferito la testata Kronen Zeitung. Il fatto si è verificato nell’istituto Borg nella Dreierschützengasse, dove le forze dell’ordine hanno lanciato dalle 10 di stamane una vasta operazione che vede impegnata anche l’unità Eko-Cobra. Secondo quanto riportato dai media austriaci, sono stati uditi diversi spari all’interno della scuola ed è stato dato l’allarme. L’assalitore, uno studente del Borg, è stato trovato morto in un bagno dell’istituto. Si sarebbe suicidato dopo aver aperto il fuoco.
Bruxelles approva 13 nuovi progetti per l’estrazione di materie prime critiche
La Commissione europea ha approvato una lista di 13 nuovi progetti strategici sulle materie prime al di fuori dei Paesi dell’UE, con l’obiettivo di aumentare le sue disponibilità di metalli e minerali essenziali, di cui è sprovvista, riducendo allo stesso tempo la sua dipendenza dalla Cina. L’annuncio arriva in un momento difficile per l’industria e il settore automobilistico europeo e all’indomani della decisione di Pechino, annunciata lo scorso aprile, di limitare le esportazioni di minerali e terre rare. «Dobbiamo ridurre la nostra dipendenza da tutti i paesi, in particolare da alcuni paesi come la Cina […]. I divieti di esportazione aumentano la nostra volontà di diversificare», ha detto ai giornalisti il commissario europeo per l’industria, Stephane Sejourne. L’iniziativa si inserisce nel contesto del Critical Raw Material Act (CRMA), concordato nel 2023 e entrato in vigore nel 2024 al fine di garantire l’approvvigionamento di minerali essenziali per la transizione verde e digitale. In questo quadro normativo, l’Unione europea ha individuato un elenco di 34 materie prime critiche, importanti per l’economia dell’UE, di cui 17 sono definite “strategiche” considerata la loro rilevanza e gli squilibri tra domanda e offerta a livello globale. L’obiettivo è di estrarre il 10%, trasformare il 40% e riciclare il 25% del proprio fabbisogno entro il 2030.
Ai progetti iniziali approvati a marzo, l’esecutivo europeo ne ha ora aggiunti 13 da sviluppare al di fuori del blocco dei Paesi dell’UE: in particolare, dieci dei nuovi progetti si concentreranno sui materiali essenziali per la costruzione di batterie per i veicoli elettrici e per i sistemi di accumulo, tra cui litio, cobalto, manganese e grafite. I Paesi in cui si svolgeranno le attività per l’estrazione dei minerali critici sono Gran Bretagna, Canada, Groenlandia, Kazakistan, Madagascar, Norvegia, Serbia, Ucraina, Zambia, Brasile e territorio francese della Nuova Caledonia. Due progetti sulle terre rare saranno in Malawi e Sudafrica. Il progetto britannico è per l’estrazione di tungsteno – fondamentale per l’industria della difesa – mentre quelli in Ucraina e Groenlandia saranno per la grafite, con il progetto in Groenlandia gestito da GreenRoc Strategic Materials. Il progetto serbo, invece, gestito dalla grande compagnia mineraria Rio Tinto, potrebbe produrre il 90% del fabbisogno europeo di litio, ma molti serbi si oppongono alle attività di estrazione sostenendo che causeranno danni considerevoli all’ambiente. Da parte sua, Rio Tinto ha affermato in una nota che “Con una produzione stimata di 58.000 tonnellate di carbonato di litio all’anno, la Serbia ha il potenziale per diventare un attore chiave nella filiera di fornitura dei veicoli elettrici”.
Dal punto di vista economico, la Commissione europea ha stimato che i progetti richiederebbero un investimento complessivo di 5,5 miliardi di euro per essere avviati. Le attività riceverebbero un sostegno finanziario coordinato da parte della Commissione europea, degli Stati membri e degli istituti di credito. Lo scorso marzo, l’esecutivo comunitario aveva annunciato 47 progetti all’interno dell’Unione europea: con i nuovi progetti in Paesi terzi, aggiunti negli ultimi giorni, il numero di programmi per l’approvvigionamento di materie prime sale a 60.
L’accelerazione dell’UE sull’approvvigionamento di materiali essenziali per la transizione energetica e la difesa avviene in un contesto geopolitico di scontri e fratture crescenti che ha mostrato tutti i limiti della globalizzazione e in un clima di ritorno al protezionismo che rischia di schiacciare definitivamente l’UE, la cui industria si trova già in una crisi profonda. Attualmente, la Cina controlla il 90% dei magneti globali utilizzati in ogni settore ed è anche il principale fornitore di terre rare, batterie e pannelli solari. La decisione cinese di limitare le esportazioni di minerali critici ha inasprito una situazione già difficile suscitando anche l’allarme delle aziende automobilistiche. Questa settimana le società del settore si sono unite a livello globale nell’avvertire che le restrizioni cinesi sulle esportazioni di materie critiche potrebbero causare danni alle catene produttive se non si arriva a una rapida soluzione. I nuovi progetti lanciati dall’UE non si possono di certo definire una soluzione rapida perché l’avvio dei programmi e l’estrazione mineraria potrebbero richiedere tempi lunghi. Ciò mostra come l’UE sia arrivata con estremo ritardo su un fattore cruciale per lo sviluppo economico mondiale, di cui peraltro la stessa UE aveva fatto il suo cavallo di battaglia promuovendo le politiche verdi e la transizione energetica. L’esecutivo comunitario, dunque, sta cercando di recuperare terreno mentre è già in atto una grave crisi industriale nel continente e nel mezzo della guerra commerciale lanciata dal presidente statunitense Donald Trump. In questo contesto, Bruxelles vorrebbe arrivare a ottenere una maggiore indipendenza per quanto riguarda l’approvvigionamento di risorse critiche: Sejourne ha affermato che «nessun Paese dovrebbe fornirci oltre il 75 per cento del nostro fabbisogno annuale».
Freedom Flotilla: rimpatri e arresti per gli attivisti
Dopo essere stati accerchiati e sequestrati dalle forze israeliane in acque internazionali, i dodici membri della Freedom Flotilla sono stati trasferiti nel porto di Ashod. Una parte dell’equipaggio, tra cui Greta Thunberg, è stata rimpatriata dopo aver firmato i documenti per l’espulsione. In 8, invece, avrebbero rifiutato, tra cui l’europarlamentare Rima Hassan. Sono quindi in arresto, in attesa di essere trasferiti presso un’autorità giudiziaria israeliana, che opterà per l’espulsione forzata o il trattenimento.
Il nuovo corso di Stellantis ricomincia dai tagli: 610 operai in esubero a Mirafiori
Stellantis ha avviato una nuova procedura di licenziamento collettivo, con l’obiettivo di allontanare 610 operai tramite incentivo all’esodo. Questa volta gli “esuberi” sono stati individuati nel polo produttivo torinese, con centro a Mirafiori. Si aggiungono al migliaio annunciato nei mesi scorsi, tra gli stabilimenti di Melfi, Pomigliano d’Arco, Termoli e Pratola Serra. Il cambio al vertice in casa Stellantis, con Antonio Filosa che ha ereditato la carica di amministratore delegato da Carlos Tavares, non si è tradotta in strappi con le politiche di dismissione intraprese negli ultimi anni. La giustificazione è la solita: il crollo della produzione, che non impedisce però alla multinazionale italo-francese di distribuire dividendi agli azionisti e staccare stipendi milionari ai dirigenti. La crisi produttiva non viene quindi affrontata con politiche industriali di rilancio ma fatta pagare esclusivamente agli operai, attaccati parallelamente dalla stretta repressiva varata dal governo Meloni.
«Cambiano gli amministratori delegati, ma non cambia il trend di svuotamento di Mirafiori e il depauperamento di Torino. Invece di rilanciare le produzioni, di avere un piano composito per lo stabilimento torinese, il nuovo Ad continua a solcare la strada sbagliata del suo predecessore», ha dichiarato Ed Lazzi, segretario generale della FIOM-CGIL di Torino. Per i 610 operai in esubero, Stellantis ha pensato di ricorrere allo strumento dell’incentivo all’esodo, proprio come un anno fa, quando un migliaio di operai dell’area torinese aderirono alle uscite incentivate. Si tratta di una misura che riguarda in particolare i dipendenti prossimi alla pensione, che in cambio di una buonuscita e per evitare pressioni indirette accettano il licenziamento, con il rischio di vedere allungarsi i tempi di accesso alla pensione. Secondo Luigi Paone della UILM, uno dei sindacati che ha accettato l’accordo sulle uscite incentivate, il piano «serve per aprire la strada all’assunzione di giovani lavoratori in vista dell’avvio produttivo della 500 ibrida», previsto per agosto. Uno scenario non così scontato, dal momento che i dati sulla forza-lavoro italiana in Stellantis, passata dalle oltre 55mila unità del 2021 alle 40mila odierne, racconta di un piano di dismissione, come denunciato da altri sindacati, tra cui la FIOM che non ha accettato l’accordo sull’esodo incentivato.
La produzione di Stellantis è crollata. Nei primi tre mesi del 2025 sono uscite dagli stabilimenti italiani 109.900 unità. Nello stesso periodo del 2024 se ne contavano 170.415, per un calo del 35,5% che segna un record negativo che non si registrava dal 1956. Non fa eccezione lo storico stabilimento di Mirafiori, alle prese col fermo produttivo della Maserati. A Modena, ai lavoratori del Tridente è stato proposto di trasferirsi in Serbia, dove dal 2024 Stellantis ha delocalizzato la produzione della Grande Panda elettrica, tra i modelli più venduti del gruppo.
Il crollo della produzione italiana e l’assenza di un piano industriale in grado di rilanciarla pesano sulle spalle degli operai Stellantis, ma non su azionisti e dirigenti, che in tempo di crisi non rinunciano agli utili, sottraendoli ad esempio alla Ricerca e Sviluppo. Proprio nelle scorse ore sono trapelati i primi dettagli del futuro contratto di Antonio Filosa, che dovrà essere confermato nella carica di Ad alla prossima riunione degli azionisti prevista a luglio. Stipendio annuale base di 1,8 milioni di dollari, cui si aggiungono svariati bonus che potrebbero permettere a Filosa di guadagnare fino a 24 milioni di dollari l’anno, circa 1100 volte in più rispetto a quanto percepisce un operaio Stellantis.
*Errata corrige: una precedente versione di questo articolo riportava: “Stipendio annuale base di 1,8 milioni di euro (1125 volte il salario di un operaio Stellantis) a cui vanno aggiunti svariati bonus, che potrebbero permettere a Filosa di guadagnare nel triennio 2025-2027 un totale di 24 milioni di euro”, corretta nella forma attuale.
Proteste a Los Angeles, Trump invia 700 Marines
L’amministrazione Trump ha ordinato a circa 700 Marines di raggiungere Los Angeles per supportare la Guardia Nazionale in seguito alle grandi proteste contro le politiche migratorie governative che stanno proseguendo da venerdì. A meno che il presidente non invochi l’Insurrection Act, i Marines non parteciperanno alle attività delle forze dell’ordine. Il governatore della California, Gavin Newsom, ha definito «folle» la decisione di Trump. Nel frattempo, le proteste si allargano. Dopo Los Angeles, San Francisco e Sacramento, i manifestanti sono infatti scesi in piazza anche ad Atlanta, Seattle, Dallas, Louisville e New York, dove la polizia ha arrestato diverse persone.
Ucraina-Russia, iniziato nuovo scambio di prigionieri
Ucraina e Russia hanno avviato un nuovo scambio di prigionieri di guerra, frutto di un accordo raggiunto a Istanbul una settimana fa. «Gli ucraini stanno tornando a casa», ha annunciato il presidente Zelensky, precisando che lo scambio proseguirà nei prossimi giorni e coinvolge anche prigionieri feriti e under 25. Mosca ha confermato il rilascio di un primo gruppo di militari russi. Tra i soldati ucraini liberati ci sono difensori di Mariupol, detenuti da oltre tre anni, e militari catturati nei primi giorni dell’invasione del 2022. Kiev non ha reso noto il numero complessivo dei prigionieri liberati per ragioni di sicurezza.
Un sondaggio rivela che solo il 6% degli italiani è dalla parte di Israele
L’immagine di Israele in Europa sta crollando. A metterlo nero su bianco, dopo un anno e mezzo di genocidio a Gaza, è un sondaggio che l’agenzia YouGov ha condotto per misurare “il sostegno pubblico e la simpatia per Israele”. Nel sondaggio condotto l’Italia è risultato essere il Paese con la maggiore disapprovazione nei confronti di Tel Aviv. Alla domanda: «Israele aveva il diritto di inviare truppe a Gaza dopo il 7 ottobre 2023?», solo il 6% degli intervistati ha risposto positivamente (a fronte di una media tra gli altri 5 Paese pari a 13,4%), giudicando proporzionata la risposta all’attacco della resistenza palestinese. Per il 29% degli italiani (35,6% degli europei) Israele aveva il diritto di attaccare la Striscia ma «è andato oltre e ha causato troppe vittime civili». Un 24% sostiene invece che lo Stato ebraico non avrebbe dovuto intervenire militarmente in Palestina, a fronte di una media del 16,8% rilevata negli altri intervistati europei. Il restante 41% degli italiani interpellati non sa o preferisce non rispondere alla domanda principale del sondaggio.
Il principale indicatore utilizzato è stato quello del “consenso netto”, che si ottiene sottraendo la percentuale di opinioni negative da quella delle opinioni positive verso un soggetto. In base al segno, positivo o negativo, si capisce il sentimento dominante, che diventa via via più intenso al crescere della cifra rilevata, espressa come numero senza il simbolo della percentuale. Nei 6 Paesi analizzati dominano le opinioni negative: in Germania (-44), Francia (-48) e Danimarca (-54) si è registrato il consenso netto più basso dall’inizio delle rilevazioni, risalente al 2016. Nel Regno Unito il consenso netto è pari a -46, mentre in Spagna e in Italia cresce rispettivamente fino a -55 e -52. Nel complesso, solo tra il 13% e il 21% degli intervistati aveva una visione favorevole di Israele, rispetto al range tra 63% e 70% le cui opinioni erano sfavorevoli.
All’interno della rilevazione è stato poi chiesto alle persone intervistate di schierarsi, dal lato palestinese o israeliano. Uno su due l’ha fatto, scegliendo principalmente lo schieramento palestinese (un range tra il 18% e il 33% nei 6 Paesi coinvolti a fronte di un range tra il 7% e il 18% che preferisce la parte israeliana) — per un dato in crescita rispetto al 2023. In aumento è anche la percentuale di persone che considerano giustificato l’attacco di Hamas, in termini di reazione al regime israeliano di apartheid e colonialismo: nei sei Paesi europei oscilla tra il 5% e il 9%, toccando quota 8% in Italia (+2 punti percentuali rispetto al 2023). Il crollo — non scontato vista la comunicazione non proprio obiettiva di media e governi occidentali — dei consensi verso Israele trova una certa corrispondenza nel fermento della società civile a sostegno del popolo palestinese.
Ad esempio, nelle stesse ore in cui la Freedom Flottilla che viaggiava via mare per rompere l’assedio di Gaza è stata sequestrata in acque internazionali dalle autorità israeliane; via terra sta per partire la marcia che dal Cairo vuole raggiungere il valico di Rafah, in protesta contro il genocidio in corso e per chiedere l’apertura della frontiera e il passaggio degli aiuti umanitari. Nel frattempo i portuali di Marsiglia e Genova hanno impedito a un container con 14 tonnellate di componenti per mitragliatrici di arrivare all’esercito israeliano, inviando un messaggio di sostenibilità del boicottaggio a tutti i solidali col popolo palestinese.








