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Gran parte delle microplastiche che inquinano l’Artico provengono dal bucato

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La maggior parte delle microplastiche che inquinano l’artico proviene dal lavaggio di indumenti sintetici europei e nord americani. Lo afferma la ricerca pubblicata sulla rivista Nature Communications che ha preso in considerazione 96 campioni d’acqua. 71 di questi erano stati prelevati in superficie (3-8 metri) in una vasta area estesa tra Norvegia, polo nord e alto artico canadese. Altri 26, invece, erano stati prelevati, fino a 1.000 metri di profondità nel Mare di Beaufort, a nord dell’Alaska. I risultati hanno mostrato una media di 40 particelle microplastiche ogni metro cubo d’acqua; più del 92% delle particelle erano fibre e il 73% di queste erano realizzate in poliestere.

Lo strato superficiale (3-8 m) di acqua di mare è un’area biologicamente importante dove si trovano fitoplancton, zooplancton, piccoli e grandi pesci, uccelli e mammiferi marini in cerca di cibo.

Analisi precedenti avevano stimato che 3.500 tonnellate di microfibre di plastica, provenienti dal lavaggio dei vestiti americani e canadesi, finiscono in mare ogni anno. Altri modelli, invece, suggerivano che la plastica scaricata nei mari intorno al Regno Unito venisse trasportata nell’Artico in 2 anni.

Le persone consumano microplastiche anche attraverso cibo, acqua e aria, sebbene l’impatto sulla salute non sia ancora noto. Con la plastica recentemente scoperta nel punto più profondo della Terra, la Fossa delle Marianne e la vetta del Monte Everest, è chiaro che i rifiuti dell’umanità hanno inquinato l’intero pianeta.

Scuola: anche in Emilia Romagna il Tar annulla l’ordinanza di chiusura

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Come già accaduto in Lombardia, anche il Tar dell’Emilia Romagna ha annullato l’ordinanza regionale, che chiudeva la scuola superiore in presenza fino al 23 gennaio. Il ricorso era stato presentato a Bologna da 21 genitori.

I giudici si sono basati su quanto imposto dal governo, che indicava l’apertura delle superiori “almeno al 50%” sino al 15 gennaio.

“L’impugnata ordinanza non si sottrae ai profili di illegittimità fondatamente dedotti sub specie della figura dell’eccesso di potere per insufficienza ed ollogicità di motivazione”.

Spagna, nella più grande baraccopoli d’Europa si vive al gelo e senza corrente

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Negli ultimi giorni la Spagna è stata colpita dalla più intensa tempesta di neve degli ultimi 50 anni. La stessa tempesta che ha travolto Cañada Real, la più grande baraccopoli d’Europa, che sorge a pochi km dal centro di Madrid. Al momento ospita più di 8000 persone, la maggior parte delle quali di origine marocchina o rom. Molte di loro stanno vivendo un vero e proprio incubo. Dall’inizio di ottobre, 4.500 persone sono rimaste senza elettricità. Pare che la rete abbia iniziato a cedere a causa del sovraccarico energetico. Per l’abbondante neve gli abitanti sono rimasti isolati. Le scorte di legna da ardere, diesel e gas diminuiscono di ora in ora. L’unica opzione per evitare di morire congelati è attraversare la tempesta e raggiungere la stazione di servizio più vicina.

Verso la fine di dicembre, le Nazioni Unite hanno invitato il governo spagnolo a garantire il ripristino immediato della corrente, sostenendo che la mancanza di elettricità viola il diritto degli abitanti alla salute, all’avere del cibo, dell’acqua, servizi igienici e istruzione. Il fornitore di energia elettrica, Naturgy, afferma di non aver mai interrotto la fornitura energetica e attribuisce il problema al sovraccarico. In sintesi, il sistema non ce la fa. Il governo regionale di Madrid crede che il problema sia dovuto alle piantagioni di marijuana coltivate nelle baraccopoli, collegate all’alimentazione per poter crescere.

Francia, 2 milioni di cittadini hanno fatto causa allo stato per “inerzia climatica”

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Sbarca dinanzi al tribunale amministrativo di Parigi la denuncia contro lo Stato francese. L’accusa è di non aver agito per fermare il cambiamento climatico e la richiesta è che il tribunale ritenga lo stato responsabile del danno ecologico. Il dossier, che nell’Esagono è stato ribattezzato «L’Affaire du siècle» (Il caso del secolo), è stato lanciato da 4 associazioni attive nella difesa dell’ambiente – Notre affaire à tous, Greenpeace France, Fondation Nicolas Hulot e Oxfam France – e sostenuto da 2,3 milioni di firmatari in una petizione online. Il risarcimento richiesto dalle Ong ammonta alla cifra simbolica di € 1. La vittoria segnerebbe un passo importante  nella lotta per persuadere i governi a fare di più. 

“Lo stato deve agire attraverso politiche pubbliche. – spiega Cécile Duflot, ceo di Oxfam France – Senza decisioni a livello collettivo non potremo aver successo”. Le fa eco Jean-François Juillard, Direttore esecutivo di Greenpeace France: “Se ci sarà una sanzione, una condanna dello Stato francese, sarà molto complicato per il potere politico continuare a sostenere, che la Francia è un esempio da seguire, perché non saranno più solo organizzazioni come la nostra che dicono che non è così, ma una giurisdizione amministrativa francese”.

Il caso francese è cominciato nel dicembre 2018 quando le 4 Ong accusarono il governo di non aver ridotto le emissioni, in seguito ad una denuncia formale sostenuta da più di 2 milioni di persone.

Indonesia, terremoto 6,2: almeno 34 morti e 600 feriti

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Il terremoto che ha colpito l’isola di Sulawesi in Indonesia durante le prime ore di venerdì era di magnitudo 6,2. Secondo le autorità locali, la scossa ha fatto crollare molti edifici, uccidendo almeno 34 persone e ferendone più di 600. L’epicentro del terremoto era 6 chilometri a nord-est della città di Majene, a una profondità di 10 chilometri. Almeno 15.000 persone sono state sfollate.

Iran scopre sottomarino straniero che spiava esercitazioni navali

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Le Forze armate iraniane hanno individuato un sottomarino straniero non appartenente alla flotta del Paese durante l’esercitazione missilistica navale della Marina militare, condotta nel Golfo di Oman per testare missili e siluri. Il sottomarino si sarebbe dapprima avvicinato all’area delle manovre per allontanarsi una volta avvistato dagli elicotteri di sorveglianza.

Il petrolio non conviene più? In Alaska l’asta per le trivellazioni è andata deserta

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La controversa asta per le trivellazioni in Alaska è andata deserta: il petrolio non attira più. Giunge decisa quanto inaspettata la vittoria dell’ambiente sull’industria americana degli idrocarburi, che non sembra poi essere così lucrativa nonostante le aspettative di alti guadagni. L’asta per le concessioni esplorative nell’Arctic National Wildlife Refuge ha infatti raccolto offerte soltanto per 12 dei 22 blocchi resi disponibili, circa la metà della superficie totale. Assenti le maggiori compagnie e gruppi petroliferi, solo alcune le società private che hanno mostrato interesse nelle concessioni acquisendo due blocchi. I 9 restanti sono stati vinti dallo stesso governo dell’Alaska a nome di un’agenzia statale molto criticata dagli ambientalisti, l’Alaska Industrial Development and Export Authority. I blocchi invenduti sono quindi stati ritirati dall’asta, che si è conclusa con una vendita di appena 14.4 milioni di dollari, un risultato ben lontano dalle cifre previste. Le ragioni di un tale ribaltamento sono diverse: minori guadagni dell’industria petrolifera, rifiuto di finanziamenti in trivellazioni dalle banche, opposizioni ambientaliste ed autoctone, i timori per una politica più restrittiva nel settore. In campagna elettorale, Biden ha infatti promesso di tutelare il rifugio artico e di impedire la concessione di nuovi permessi per petrolio o gas.

L’Arctic National Wildlife Refuge ospita alcune popolazioni di nativi americani e riveste un importante ruolo ecologico a livello di habitat, essendo terra di migrazione di caribù e orsi polari.

In Indonesia è stata scoperta la pittura rupestre più antica del mondo

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È stata resa nota, sulla rivista Science Advances, la scoperta della più antica testimonianza di arte figurativa al mondo. Lo scopritore è il dottorando Basran Burhan, che ha fatto il ritrovamento nel 2017 in una grotta sull’Isola di Sulawesi, in Indonesia. Datata 45.000 anni fa, la pittura rupestre misura 136 cm per 54 cm e raffigura un maiale verrucoso realizzato con un pigmento ocra rosso scuro. I suoi dettagli sono ancora chiari, come la corta cresta di peli eretti sul dorso e un paio di verruche sul muso, caratteristica tipica dei maschi adulti della specie. Sono visibili anche due impronte di mani sopra l’animale, il quale sembra essere posizionato di fronte ad altri due esemplari della stessa specie, parzialmente conservati. Il che fa pensare ad una scena di caccia.

Il coautore dello studio Maxime Aubert, ha fatto riferimento alla datazione degli isotopi dell’uranio, nella calcite presente nella parte superiore del dipinto, per confermare che il deposito ha almeno 45.500 anni. Inoltre, i ricercatori hanno confermato che la pittura è stata realizzata dall’Homo Sapiens in quanto, per creare le impronte delle mani, avranno dovuto appoggiarle sulla superficie e poi sputarvi sopra il pigmento. Per questa teoria, il team si è messo all’opera con l’intento di estrarre i campioni di DNA dalla saliva residua. La stessa squadra di ricercatori, aveva già scoperto nello stesso sito, un dipinto rupestre con una scena di caccia di almeno 43.900 anni.

L’immagine della pittura rupestre si può visionare sul sito della Griffith University, a questo link.

Silvio Berlusconi ricoverato a Monaco

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Silvio Berlusconi è stato ricoverato a Monaco per un’aritmia. Lo ha confermato il suo medico personale Alberto Zangrillo. Il politico si trovava a Valbonne, località vicino a Nizza, dove ha trascorso gran parte del lockdown. 

Calabria, al via il più grande processo contro la ‘ndrangheta degli ultimi 30 anni

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Nella mattina di mercoledì 13 gennaio a Lamezia Terme è iniziato il maxi-processo Rinascita-Scott contro alcune potenti cosche della ‘ndrangheta calabrese. I numeri del processo rappresentano diversi primati per gli ultimi trent’anni di lotta alla mafia: 438 capi di imputazione, 325 imputati, 913 testimoni d’accusa e 58 collaboratori di giustizia chiamati a deporre. Nonostante la sua importanza simbolica, la giornata d’apertura è stata in gran parte procedurale. Il giudice Tiziana Macri ha letto i nomi degli imputati in un’aula con capienza di un migliaio di persone. Nessuno ha partecipato in presenza, ma circa 50 lo hanno fatto tramite collegamento video.

La maggior parte degli imputati è stata arrestata a dicembre 2019 dopo un’indagine iniziata nel 2016, che ha riguardato almeno 11 regioni italiane. Circa 2.500 ufficiali hanno partecipato a vari raid in Calabria, cuore di un’area controllata principalmente dal clan Mancuso della ‘ndrangheta. Per il processo, il team di Nicola Gratteri, che ha guidato le indagini, ha raccolto 24.000 intercettazioni telefoniche e conversazioni a sostegno delle accuse.

Un tempo derisa dalle mafie siciliane di Cosa Nostra e camorra campana, oggi la ‘ndrangheta è di gran lunga il gruppo criminale più potente in Italia e uno dei più ricchi al mondo. Uno studio del Demoskopita Research Institute nel 2013 ha stimato che fosse finanziariamente più potente di Deutsche Bank e McDonald’s messi insieme, con un fatturato annuo di € 53 miliardi.