La giudice per le indagini preliminari di Cremona, Giulia Masci, ha archiviato l’inchiesta sull’ex raffineria Tamoil, giudicando le tracce di inquinamento presenti sul terreno dove sorgeva l’impianto «storiche». La barriera costruita per mitigare i danni, insomma, funzionerebbe correttamente e non ci sarebbero abbastanza prove per stabilire che l’area interessata sia soggetta a un nuovo inquinamento. La raffineria Tamoil ha cessato le proprie attività oltre dieci anni fa, quando l’azienda ha riconvertito l’area in un deposito e creato una barriera idraulica per proteggere l’ambiente circostante. Alcune analisi raccolte su campioni di suolo, tuttavia, avevano rilevato una massiccia presenza di surnatante, la componente dell’idrocarburo fossile che non si mescola con l’acqua, sollevando dubbi sulla reale tenuta della barriera. La decisione della gip ha suscitato critiche da Legambiente, dai Radicali, e dall’associazione Canottieri Bissolati, che denunciano la mancanza di indagini adeguate, contestando la validità delle misure di contenimento adottate.
La decisione di archiviare il caso dell’ex raffineria Tamoil arriva su richiesta del pubblico ministero Davide Rocco. Da quanto si legge nella sentenza, i consulenti tecnici non hanno riscontrato «alcuna criticità nella barriera idraulica che potesse far ipotizzare un suo cattivo funzionamento» e, non essendo stati segnalati episodi di nuovi sversamenti, hanno ricondotto le contaminazioni rilevate «a uno stato di contaminazione preesistente, ovvero agli effetti di sversamenti o perdite di idrocarburi avvenuti diversi anni fa sulle aree Tamoil e limitrofe». L’inquinamento, insomma, c’è, ma sarebbe lo stesso di sempre e non deriverebbe da un possibile malfunzionamento della barriera. Di diverso avviso i comitati per l’ambiente, i Radicali, e l’associazione sportiva Canottieri Leonida Bissolati, la cui sede risulta limitrofa alle aree dell’ex raffineria: «La prova di un nuovo inquinamento non è stata raggiunta perché i consulenti della Procura non hanno effettuato le indagini in ordine al tracciamento del prodotto», dalla sua evoluzione alla sua datazione, specificano i legali della Bissolati; questo genere di indagini, rimarcano, era stato in precedenza ritenuto necessario da una sentenza del TAR, rimasta inascoltata.
Il caso dell’ex raffineria Tamoil risale al 2007, quando venne appurato che durante la sua attività l’impianto aveva prodotto un ingente inquinamento da idrocarburi nei terreni e nella falda sottostante l’area interessata. Quello stesso anno, Tamoil mise in funzione i primi sbarramenti idraulici per il contenimento dei danni ambientali. L’impianto venne chiuso nel 2011, con la firma di un accordo con il governo che prevedeva la sua riconversione in deposito e l’avvio delle opere di bonifica nelle aree interne. La bonifica, sostengono i comitati, non sarebbe mai iniziata. Per eluderla, denunciavano gli stessi lo scorso novembre, Tamoil ha presentato un progetto per la costruzione di un parco fotovoltaico di 5-6 megawatt: una normativa permette infatti di rimandare tali operazioni finché l’area ospita attività produttive, e Tamoil ha mantenuto operativo sul sito il suo stesso deposito.
L’Australia ha sospeso le operazioni della propria ambasciata a Teheran e ha ritirato i propri diplomatici in Iran, che si trovano ora in un Paese terzo. L’annuncio è stato dato dal primo ministro del Paese Anthony Albanese, che ha accusato l’Iran di avere «orchestrato attacchi antisemiti» nel Paese. Albanese ha citato un episodio a Sydney risalente al 20 ottobre dello scorso anno e un altro a Melbourne del 6 dicembre, sostenendo che i servizi segreti del Paese avrebbero scoperto il coinvolgimento di Teheran. Il premier ha annunciato che l’ambasciatore iraniano verrà espulso. «È la prima espulsione» di un ambasciatore dal Paese «dalla seconda guerra mondiale», ha aggiunto la ministra degli Esteri.
Il Kenya è ufficialmente libero dalla malattia del sonno. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato che il Paese ha eliminato la tripanosomiasi africana umana (HAT) come problema di salute pubblica. Un risultato che lo rende il decimo Stato africano a riuscirci, dopo anni di sorveglianza, investimenti sanitari e lavoro sul territorio.
La malattia del sonno è una patologia infettiva causata da un parassita trasmesso dalla puntura di una mosca tse-tse infetta. Nelle prime fasi può manifestarsi con febbre e mal di testa, ma se non trattata, il parassita raggiunge il sistema nervoso cen...
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In Italia persiste il fenomeno dell’analfabetismo funzionale, che non riesce a essere scalfito nemmeno dal progresso tecnologico ed educativo della società. È quanto emerge dal Rapporto 2025 sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile pubblicato dall’ISTAT, in cui è stato dato ampio spazio al programma PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) dell’OCSE, che fornisce preziose informazioni relative alle competenze cognitive della popolazione adulta dei Paesi membri. «Il nostro Paese si colloca agli ultimi posti delle graduatorie internazionali, con rilevanti disparità territoriali che vedono le regioni del Nord Italia in netto vantaggio rispetto al Mezzogiorno», scrive l’ISTAT in riferimento all’esito dell’ultima rilevazione avvenuta nel 2023. Circa un italiano su tre presenta infatti significative difficoltà nella lettura e scrittura, così come nel calcolo e nella capacità di risoluzione dei problemi. Un trend che non registra segnali di ripresa rispetto alle rilevazioni effettuate nello scorso decennio, nonostante le grandi mutazioni dello spaccato sociale e tecnologico.
Nello specifico, il PIAAC valuta le competenze degli adulti tra i 16 e i 65 anni in tre ambiti fondamentali: la literacy (capacità di comprendere e utilizzare testi scritti), la numeracy (abilità di usare concetti matematici) e il problem solving in ambienti digitali. Il rapporto mostra che, in Italia, i punteggi medi in tutte e tre le aree sono ben al di sotto della media OCSE. Si stima infatti che quasi il 35% della popolazione possieda bassi livelli di competenza alfabetica e oltre il 36% presenti livelli insufficienti di competenza numerica. Un divario che riflette non solo carenze formative strutturali, ma anche un ritardo nell’adeguamento alle richieste di un’economia sempre più basata sulla conoscenza e sulle competenze digitali. La literacy, o competenza nella lettura, è uno degli ambiti più critici, registrando punteggi medi preoccupanti che segnalano una carenza generalizzata su questo versante. Un dato particolarmente allarmante è la stabilità (se non, almeno in determinate regioni, il lieve peggioramento) delle competenze di base nell’arco di un decennio: il confronto con il primo ciclo PIAAC del 2012 mostra infatti che le competenze medie della popolazione italiana sono rimaste sostanzialmente invariate. Anzi, mentre nelle regioni del Nord-ovest emerge un miglioramento delle competenze medie per literacy e numeracy, in alcune regioni del Mezzogiorno si registra addirittura un decremento nella literacy.
Le cause di questo fenomeno sono molteplici. L’invecchiamento della popolazione e l’aumento dei flussi migratori – con una quota significativa di adulti con bassa scolarizzazione – hanno certamente influito. Tuttavia, anche controllando questi fattori demografici, emerge che il sistema educativo e formativo italiano fatica a colmare il gap culturale di partenza e a promuovere l’apprendimento permanente. Le disparità territoriali sono un altro tassello fondamentale del quadro. Le regioni del Nord-ovest mostrano segni di miglioramento, mentre il Sud conferma un grave ritardo. Una vera e propria frattura geografica che costituisce il riflesso di divari socioeconomici più ampi e di un accesso disuguale a servizi educativi di qualità, con ripercussioni dirette su numerosi ambiti. L’analfabetismo funzionale non è infatti un fenomeno che attiene solo alla sfera culturale, ma che ha ricadute tangibili sull’economia e sulla coesione sociale.
Il Rapporto ISTAT sottolinea come il mancato miglioramento delle competenze degli adulti rappresenti un serio ostacolo al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030, in particolare il Goal 4 (“Istruzione di qualità”). Le conseguenze di questa carenza di competenze sono evidenti nel mercato del lavoro. Le persone con competenze basse sono meno competitive e hanno maggiori difficoltà a trovare impieghi stabili e ben retribuiti. Di conseguenza, il Paese perde parte del suo potenziale umano, riducendo la produttività e rendono più difficile l’adozione di innovazioni tecnologiche. Inoltre, minano la capacità dei cittadini di comprendere informazioni complesse, prendere decisioni consapevoli e partecipare attivamente alla vita democratica.
Il ponte birmano di Gokteik è stato distrutto negli scontri tra la giunta militare e i gruppi ribelli. Il ponte si trovava tra la città di Gokteik e Nawnghkio, ed era parte della linea ferroviaria tra Lashio e Mandalay, situata nel centro del Paese. Era alto 102 metri, ed era una delle infrastrutture simbolo della Birmania, inaugurata 125 anni fa. Entrambe le parti si sono accusate di avere bombardato l’infrastruttura. In Birmania è in corso una violenta guerra civile tra giunta militare, salita al potere nel 2021, e gruppi ribelli etnici: dall’inizio del conflitto, sono state uccise più di 5.000 persone e milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case.
Per la prima volta, Google ha reso pubblica un’analisi dettagliata sull’impatto energetico e ambientale della sua intelligenza artificiale di punta, Gemini. L’iniziativa segna un momento storico nel settore, non tanto per le cifre in sé, quanto per l’inedita apertura di un colosso tecnologico su un tema che fino ad oggi era rimasto in gran parte avvolto dall’opacità. Le aziende che detengono il controllo dei modelli linguistici di grandi dimensioni si sono infatti mostrate sempre riluttanti a condividere dati concreti, costringendo i ricercatori indipendenti a lavorare su stime, proiezioni e calcoli teorici. Nel presentare i risultati, Google ha dipinto il quadro con toni marcatamente virtuosi, omettendo informazioni che permetterebbero di tratteggiare un ritratto definitivo del fenomeno, tuttavia rimane la possibilità che questo passo apra la strada a un futuro di maggiore dialogo tra mondo accademico e Big Tech, con metriche più condivise e confrontabili.
Secondo i dati diffusi, una singola richiesta testuale a Gemini comporterebbe un consumo di 0,24 wattora, che Google paragona a “meno di nove secondi passati davanti a un televisore”, uno sforzo che viene accompagnato da un utilizzo di acqua pari 0,26 millilitri, “l’equivalente di cinque gocce”, e circa 0,03 grammi di emissioni di anidride carbonica equivalente. Numeri che, nell’ottica dell’azienda, confermano l’efficienza raggiunta dal sistema: tra il maggio 2024 e il maggio 2025, l’impatto energetico medio di un prompt si sarebbe ridotto di 33 volte, mentre quello in termini di carbonio di ben 44 volte.
L’indagine non è stata sottoposta a revisione paritaria, quindi i suoi contenuti non sono ancora stati verificati da accademici terzi, tuttavia è plausibile che le cifre siano corrette nei termini in cui sono state raccolte, ma la loro estrema specificità si apre a diversi interrogativi. L’omissis più lampante e immediato si lega per esempio al fatto che i calcoli espressi fanno riferimento solo ed esclusivamente ai comandi di testo, mentre la generazione di immagini e di video non viene accennata neppure di sfuggita. Inoltre, il riferimento al “prompt medio” non fornisce un’indicazione dei consumi complessivi né rende conto delle variazioni legate a richieste più complesse, che potrebbero comportare picchi energetici ben superiori alla mediana presentata.
Un aspetto apprezzabile del rapporto è che i dati includono non solo il calcolo computazionale dei chip, ma anche i consumi delle CPU, della memoria, delle macchine inattive e dei sistemi di raffreddamento. Si tratta di un tentativo di offrire una visione complessiva delle infrastrutture coinvolte. Tuttavia, il metodo scelto da Google per la valutazione delle emissioni resta controverso: l’azienda ha utilizzato la cosiddetta “contabilità carbonica basata sul mercato”, la quale si fonda sugli investimenti e sugli acquisti di energia rinnovabile. In questo modo, un data center alimentato in gran parte da elettricità proveniente da combustibili fossili può comunque risultare più “verde” sulla carta, se l’azienda ha investito in progetti rinnovabili altrove. La discrepanza tra il dato di mercato e quello effettivo, cioè “location-based”, rischia così di presentare un impatto più edulcorato rispetto agli impatti reali.
Ammesso che l’ottimizzazione delle singole richieste sia stata esponenzialmente migliorata, resta però il fatto che l’ultimo report di sostenibilità di Google mostra infatti che le emissioni totali sono aumentate dell’11% nel 2024 e del 51% rispetto ai livelli del 2019. La Big Tech, insomma, inquina sempre di più, ed è facile ipotizzare che questa tendenza sia legata a una crescente attività sui frangenti di cloud computing e intelligenza artificiale.
La pubblicazione dei dati da parte di Google arriva in un momento delicato per il settore dell’IA. Figure centrali come Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, hanno iniziato a parlare apertamente del rischio che il mercato sia una bolla finanziaria, destinata a scoppiare se non troverà modelli di business realmente sostenibili. Allo stesso tempo, diverse comunità locali denunciano le conseguenze dirette della costruzione di data center e gigafactory sui loro territori, dal consumo di acqua alle bollette energetiche più care. In questo contesto, le grandi aziende tecnologiche si trovano sotto pressione: non solo devono dimostrare di essere economicamente sostenibili, ma anche di poter ridurre concretamente il loro impatto ambientale.
Alle 7:25 di questa mattina, la nave da crociera MSC World Europa, in viaggio da Genova a Napoli con oltre 8.500 persone a bordo, ha segnalato un guasto elettrico ai motori, a circa 8 miglia nautiche dall’isola di Ponza. La situazione a bordo è sotto controllo e i servizi essenziali sono garantiti dai generatori. Due rimorchiatori da Gioia Tauro e Napoli sono in viaggio per assistere la nave, mentre tecnici stanno lavorando per risolvere il problema. La Guardia Costiera ha inviato motovedette e un elicottero per monitorare la situazione, seguita dal Centro di Soccorso Marittimo di Civitavecchia.
Nonostate i recenti, fragili accordi di pace siglati tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda prima e alle trattative per un cessate il fuoco tra Kinshasa e milizie del M23 poi, i massacri di civili non si sono mai fermati. Organizzazioni internazionali parlano di centinaia di persone uccise nel solo mese di agosto per mano della milizia ribelle M23 e dei militari ruandesi ma anche di altri gruppi armati, ognuno mosso dai propri interessi all’interno di una delle regioni più instabili al mondo.
Il 27 giugno a Washington, alla presenza del Segretario di Stato americano Marco Rubio, i Ministri degli Esteri di Ruanda e Repubblica Democratica del Congo (RDC) hanno siglato un accordo di pace che prevedeva il ritiro delle forze ruandesi, la cessazione del sostegno a gruppi armati da parte di entrambe le nazioni, la facilitazione del loro disarmo e integrazione, e il rispetto della sovranità reciproca. Un accordo che è stato voluto dalla presidenza Trump, con il secondo fine di accaparrarsi dei contratti vantaggiosi per lo sfruttamento delle miniere della RDC in cambio di accordi volti a mantenere la sicurezza della regione. Rimaneva però un problema, l’accordo di Washington lasciava fuori dai partecipanti la milizia M23 che, con il sostegno del Ruanda, da gennaio ha conquistato e iniziato ad amministrare una consistente parte delle regioni orientali della RDC. Ma anche su questo punto la strada verso una soluzione pacifica sembrava essere stata intrapresa a Doha, dove una delegazione di Kinshasa si era seduta al tavolo con i rappresentanti della milizia ribelle. Il 19 luglio le due delegazioni hanno siglato, nella capitale qatariota, una Dichiarazione di Principi, che aveva come punto cardine un cessate il fuoco incondizionato, per arrivare al 18 agosto con un’accordo definitivo per porre la parola fine a una situazione di instabilità e guerra iniziata con il genocidio ruandese del 1994.
Il momento in cui a Washington, alla presenza del Segretario di Stato americano Marco Rubio, i Ministri degli Esteri di Ruanda e Repubblica Democratica del Congo (RDC) hanno siglato un accordo di pace che prevedeva il ritiro delle forze ruandesi, la cessazione del sostegno a gruppi armati da parte di entrambe le nazioni, la facilitazione del loro disarmo e integrazione, e il rispetto della sovranità reciproca. 27 giugno 2025
Il 18 agosto però la delegazione della milizia ribelle non si è presentata al tavolo delle trattative in Qatar. Sul profilo X del portavoce dell’M23/AFC (Alleanza del fiume Congo) si legge che «Il regime di Kinshasa, in un insolente disprezzo della Dichiarazione di Principi di Doha, continua a lanciare attacchi criminali sistematici contro zone densamente popolate». Il supposto non rispetto del cessate il fuoco da parte dell’esercito congolese e delle milizie ad esso legate ha spinto i rappresentanti della milizia a non presentarsi al tavolo delle trattative. Ma anche su altro punto della Dichiarazione di Principi si sono create divergenze tra le parti, quello riguardante il rilascio dei prigionieri da parte di Kinshasa. Il governo congolese si è rifiutato di dare seguito alla scarcerazione dei detenuti chiesta dall’M23, considerata una delle “misure di fiducia” contenute nell’accordo, fino a quando non sarà stato siglata un’intesa definitiva e rigira l’accusa di non aver rispettato il cessate il fuoco alla milizia ribelle.
Accuse sostenute dal report di Human Rights Watch (HRW) pubblicato il 20 agosto, in cui si parla di quasi 400 uccisioni per mano dei miliziani dell’M23 e delle truppe dell’esercito ruandese, avvenute tra il 9 luglio e l’8 agosto. «Le uccisioni di massa – si legge nel documento di HRW – sembrano far parte di una campagna militare contro gruppi armati oppositori, in particolare le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (FDLR), un gruppo armato composto in gran parte da hutu ruandesi, creato dai partecipanti al genocidio del 1994 in Ruanda». Grazie alle interviste condotte da HRW e alle testimonianze dei funzionari ONU sul campo, nel documento della ONG vengono raccontate le esecuzioni sommarie di civili in almeno 14 villaggi e viene sottolineata l’appartenenza della maggioranza delle vittime all’etnia Hutu, fatto che «solleva gravi preoccupazioni di pulizia etnica nel territorio di Rutshuru». Il 6 agosto invece era stato un documento dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani a muovere accuse, all’M23 e all’esercito ruandese, di uccisioni di massa in 4 villaggi sempre nella zona di Rutshuru, nella regione del Nord Kivu sotto il controllo dell’AFC/M23.
Nel report delle Nazioni Unite si parla anche di altri gruppi armati coinvolti nell’uccisione di civili, come il CODECO (Coopérative pour le développement du Congo) alleata alle Forze armate congolesi e le Allied Democratic Forces (ADF), formazione legata all’Isis. I due gruppi armati si sono macchiati dell’uccisione di almeno 100 civili, secondo quanto riporta l’ONU. La risposta della milizia M23 alle accuse non si è fatta attendere. Il 21 agosto in un comunicato dell’AFC i ribelli negano le accuse e incolpano HRW di «falsificare le notizie» e di «essere uno strumento di propaganda del regime di Kinshasa». Non è mancata anche la risposta di Kigali che ha negato le accuse contenute nel report dell’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, definendole «gratuite e sensazionaliste» e ribadendo il fatto che il Ruanda non controlla la milizia ribelle, al contrario di quanto emerso da diverse indagini internazionali.
Nonostante le tensioni che hanno portato alla diserzione dell’incontro di lunedì 18 agosto e alla situazione che rimane tragica sul campo, domenica 17 un funzionario qatariota ha dichiarato all’agenzia AFP che «è stata proposta una bozza di accordo di pace alle due parti» ribadendo che, anche se le tempistiche concordate il 19 luglio non sono state rispettate, «entrambe le parti hanno espresso la volontà di proseguire i negoziati». Parole che suonano come un eccesso di fiducia in un processo di pace molto complicato e che mostrano la convinzione del Qatar nel raggiungere un accordo tra le parti. Una certezza mossa dalle mire politico economiche dell’emirato che, come molte delle monarchie del Golfo, sta cercando la sua posizione nello scacchiere africano. Se da una parte Washington stringe accordi con Kinshasa, prendendone le parti, dall’altra il Qatar ha importanti asset in Ruanda dove sta finanziando la costruzione di un aeroporto multimiliardario e sta contrattando per l’acquisizione del 49% della compagnia aerea nazionale ruandese. Interessi che, come ben sanno sia a Washington che a Doha, sono più facilmente perseguibili in un contesto di pace, quanto meno apparente. Se l’accordo di Doha non ha portato il tanto sperato cessate il fuoco, quello di Washington non ha portato né il ritiro delle truppe ruandesi, né la fine dell’appoggio a gruppi armati, entrambi obiettivi dell’intesa siglata il 27 giugno.
Il 19 luglio le delegazioni ruandesi e congolesi hanno siglato, nella capitale qatariota , una Dichiarazione di Principi, che aveva come punto cardine un cessate il fuoco incondizionato
E mentre le parti in lotta si scambiano rapporti e accuse, sul campo la popolazione si trova tra l’incudine e il martello, continuando a soffrire senza soluzione di fine. Una situazione di completa incertezza ben rappresentata dal report pubblicato il 20 agosto da Amnesty International che titola : I gruppi armati rivali hanno hanno un nemico in comune, i civili. Nel documento di Amnesty si racconta, tramite testimonianze dal campo, le violenze subite dai civili per mano dell’M23, ma anche della milizia Wazalendo e dell’esercito congolese. Si parla di stupri, uccisioni sommarie e reclutamento forzato. Lo sconvolgimento di Voker Turk, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, rispetto agli «attacchi contro i civili da parte dell’M23 e di altri gruppi armati nella RDC orientale, nonostante il cessate il fuoco», non basta a far funzionare gli accordi presi tra le parti. I ragionamenti e gli sforzi dei mediatori per raggiungere una pace duratura rimangono miopi davanti a una situazione sul campo molto più complicata di quello che vogliono dipingere: con più di 120 gruppi armati presenti, ognuno con propri interessi e appoggiati da diverse potenze nazionali e sovranazionali. Una circostanza che più volte, nella tragica storia della regione, si è ripetuta con accordi mai veramente rispettati e con interessi che vanno ben oltre la pace e le sofferenze della popolazione civile. Mentre il mondo e i governanti si vantano di aiutare la fine della tragedia, gli stessi alimentano la violenza e l’instabilità per accaparrarsi più risorse possibili, una storia già vista e rivista e che affonda le sue radici nel colonialismo ottocentesco, in una mentalità razzista ancora molto viva per la quale 10.000.000 di morti e 8.000.000 di sfollati, se congolesi hanno meno importanza dei meri interessi economici.
L’ondata di caldo di 16 giorni che ha colpito la Spagna questo mese è stata “la più intensa mai registrata”, ha dichiarato l’Agenzia meteorologica statale spagnola. La lotta contro una devastante ondata di incendi va avanti da settimane e, al momento, si contano più di 400mila ettari andati in fumo, quattro morti, decine di feriti e migliaia di persone evacuate. Tra le province più colpite quelle di Castiglia e León e della Galizia, dove i vigili del fuoco e gli agenti forestali denunciano episodi di mancanza di coordinamento e di personale. Al momento restano ancora 15 incendi attivi.
Il Ministero della Diaspora di Tel Aviv ha invitato dieci influencer internazionali nella Striscia di Gaza per promuovere la propaganda a proprio favore. «Se io fossi Israele, a Gaza non darei nemmeno i calzini appaiati», dice uno di loro, mostrando le pile di aiuti umanitari bloccate sul lato palestinese del valico di Kerem Shalom, situato tra Israele, Striscia di Gaza ed Egitto; «Sono qui a Gaza e tutto quello che vedo è cibo, acqua e opportunità». Il giardino dell’Eden, insomma, a cui i gazawi non avrebbero accesso perché Hamas ruberebbe gli aiuti e l’ONU si rifiuterebbe di distribuirli. L’ennesima operazione mediatica per spargere il seme del negazionismo, che Israele ha portato avanti scaltramente, invitando una manciata di persone note sui social all’interno di un’area di confine chiusa, mentre da quasi due anni blocca l’accesso alle zone di guerra ai giornalisti internazionali.
«Stiamo perdendo la guerra della propaganda». Diceva così il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu lo scorso 10 agosto, lanciando le tradizionali accuse di faziosità contro i media che non riportano fedelmente la versione di Israele sul genocidio palestinese. «Dobbiamo fare qualcosa contro l’algoritmo dei social», continuava, sostenendo che i contenuti virali fossero orientati a dipingere lo Stato ebraico negativamente. Ecco dunque che dieci giorni dopo, sono apparsi sui social i video di Xavier De Rousseau, “attivista della generazione Z” statunitense, 500mila follower su Instagram, e 250mila su X. È lui, vestito con casco protettivo e giubbotto antiproiettile, a sostenere di essere «dentro Gaza» (senza specificare di trovarsi ben lontano dalle zone di guerra, su un valico di confine controllato da Israele) e ad accusare l’ONU di «portare gli aiuti, ma non finire il lavoro, come il tuo ex». Visto l’alto numero di follower e la vena polemica dei suoi contenuti, i suoi video sono tra quelli che sono circolati di più, ma non sono gli unici. A Kerem Shalom sono entrati anche Marwan Jaber, giovane druso israeliano, con 250mila follower su Instagram; Jeremy Abramson, israelo-statunitense con 450mila follower; Shiraz Shukrun e David Mayofis, israeliani; Gabriel Boxer, statunitense; e Abraham Hamra, siriano di fede ebraica. L’unica a fare qualcosa di diverso è Brooke Goldstein, avvocata attiva nella lotta all’antisemitismo, che si è recata presso un punto di distribuzione della Gaza Humanitarian Foundation.
Tutti gli influencer invitati portano avanti la propaganda israeliana sui social da diverso tempo, e nei propri video “a Gaza” dicono la medesima cosa: gli aiuti ci sono, ma Hamas li ruberebbe per mangiare a volontà sotto i tunnel e vendere il cibo a prezzi elevatissimi in modo da finanziare l’acquisto di armi; l’ONU, invece, non vorrebbe distribuirli. Tutte queste affermazioni sono supportate dalla sola propaganda israeliana, e non c’è nessuna fonte diversa ad appoggiare la narrazione di Tel Aviv; che Israele stia bloccando gli aiuti, invece, lo hanno detto in tanti e tante volte, a partire dalle stesse Nazioni Unite, per arrivare al suo Ufficio Umanitario (OCHA), al Programma Alimentare Mondiale, alla Organizzazione Mondiale della Sanità, all’UNRWA; e ancora, ci sono esperti internazionali come la Relatrice per i territori palestinesi occupati Francesca Albanese, il Relatore per il cibo Michael Fakhri, e altri 30 relatori indipendenti; ci sono poi le ONG, come Amnesty, Human Rights Watch, le israeliane B’Tselem e Physicians for Humans Rights, e più di altre 100 organizzazioni non governative; le analisi indipendenti di cui si serve l’OCHA per i propri bollettini, le fonti ospedaliere locali, e quelle giornalistiche, tanto arabe quanto israeliane. Lo scorso giugno, anche la stessa GHF annunciò che Israele aveva limitato la distribuzione degli aiuti all’ONU, cosa che ha fatto svariate volte. Nei mesi Israele si è difesa lanciando accuse di antisemitismo contro chiunque mettesse in dubbio la propria versione, sostenendo che ci sia un complotto contro di lei, affermando che l’ONU sia «una palude di bile antisemita», e che le sue agenzie sostengano il terrorismo; non ha tuttavia mai portato nulla di solido per sostenere i propri argomenti.
L’invito agli influencer è arrivato dopo una serie di video su YouTube, inserzioni su Google, pubblicità su Meta (l’azienda di Mark Zuckerberg) e dichiarazioni sui media tradizionali, con i quali Israele sta provando a cambiare la narrativa sul genocidio a Gaza. Negli ultimi mesi, lo Stato ebraico ha portato avanti una massiccia operazione di propaganda per screditare Francesca Albanese promuovendo i propri rapporti contro di lei sul motore di ricerca di Google, ha speso 150 milioni di dollari per migliorare la propria immagine, e ha condotto campagne coordinate dall’Agenzia Pubblicitaria governativa. In generale, sul web e sui social sono iniziati a comparire contenuti che provano a descrivere una Gaza diversa, lontana dalla catastrofe umanitaria in cui si trova. Questa macchina della propaganda bellica, studiata per manipolare e orientare i contenuti online in modo da smentire il genocidio e legittimare la repressione, trova terreno fertile e amplificatori anche in Italia, come nel caso del Lava Café, un presunto bar dove i gazawi si riunirebbero tranquillamente a mangiare dolci.
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