Il governo britannico ha rimosso Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), il gruppo che ha guidato il rovesciamento dell’ex presidente Bashar al-Assad lo scorso dicembre, dalla sua lista di organizzazioni terroristiche. HTS è stato inserito nella lista di organizzazioni terroristiche del Regno Unito nel 2017 perché affiliato ad Al Qaeda. La scelta britannica ha lo scopo di avvicinare il Paese al nuovo governo siriano, guidato proprio dal leader di HTS, Al Sharaa. Essa segue un’analoga misura presa dagli USA lo scorso luglio.
Perdite di quasi mezzo miliardo: Elkann si prepara a vendere Repubblica e La Stampa
Dopo anni di cure dimagranti, John Elkann, patron di Stellantis e della holding Exor, cassaforte della famiglia Agnelli, sembra pronto a lasciare gli ultimi pezzi editoriali pregiati: le testate La Repubblica e La Stampa. Le trattative sono ben vive, con potenziali compratori già allo studio. Per La Stampa, la cui vendita appare in fase più avanzata, è in piedi da tempo una trattativa con il Gruppo Nem guidato da Enrico Marchi. Per Repubblica, invece, è allo studio una proposta greco-saudita del gruppo guidato da Kyriakos Kyriakou. A spingere verso la cessione sono i conti in rosso: le perdite accumulate ammontano a quasi mezzo miliardo, un dato che supporta quelle che in molti ritengono essere le intenzioni dell’imprenditore di disfarsi dei due giornali.
Alta è la preoccupazione dei giornalisti dei due quotidiani. Mercoledì 15 ottobre, in un comunicato, l’assemblea delle giornaliste e dei giornalisti di Repubblica ha affermato di seguire «con grande attenzione le insistenti indiscrezioni riguardanti la cessione di attività del gruppo Gedi e dello stesso quotidiano». I giornalisti hanno proseguito ritenendo «fondamentale chiarire che, a prescindere dall’esito di qualsivoglia trattativa, Repubblica è anzitutto un patrimonio delle sue lettrici e dei suoi lettori, un presidio di informazione autonoma e critica, fondamentale nel sistema democratico del Paese. La proprietà del gruppo Gedi – hanno concluso – deve sapere che il nostro giornale può essere in vendita, ma non sarà mai in vendita il nostro giornalismo».
Allo stesso modo, il 18 ottobre il Cdr de La Stampa ha pubblicato un comunicato: «Le voci sulla possibile cessione de La Stampa e la sua eventuale separazione dal gruppo Gedi creano allarme e grande preoccupazione nelle redazioni. In gioco c’è infatti il destino di centinaia di posti di lavoro giornalistici e non». L’assemblea di redazione, «dopo un approfondito dibattito e nell’intenzione di poter lavorare senza ulteriori destabilizzazioni», ha chiesto un incontro con la proprietà, «perché sia l’azionista Exor a chiarire la situazione e a fornire le necessarie garanzie e prospettive». Il Cdr ha messo in chiaro che «questa o qualunque altra proprietà dovranno garantire gli attuali livelli occupazionali, la conferma e lo sviluppo dei progetti in cantiere o già in essere e gli investimenti necessari a sostenere il nostro lavoro in uno scenario sempre più competitivo».
Gli eloquenti numeri sembrano spiegare la determinazione di Elkann. Il quadro è drammatico: Repubblica, il giornale fondato da Eugenio Scalfari, ha perso, solo nel 2024, oltre 191.000 lettori (-6 per cento), scendendo a 98.400 copie cartacee con una perdita del 10,7 per cento. La Stampa ne ha salutati quasi 313.000 (-15,8 per cento), precipitando a 60.300 copie. Il digitale non offre sollievo: Repubblica ha quasi dimezzato le copie (da 36.975 a poco più di 20.000). Il gruppo Gedi nel 2024 ha chiuso con 224 milioni di fatturato e 15 milioni di perdite. Secondo le stime più recenti, il valore de La Stampa si aggirerebbe intorno ai 50 milioni di euro, mentre il totale di Gedi varrebbe 118 milioni. Nel frattempo Elkann investe lontano da Torino e Milano, costruendo un portafoglio di investimenti internazionale e sovente orientato verso il lusso e i beni di alto valore: da Louboutin a Hermès, da Philips all’Economist.
Il posto delle fragole e la scure del TAV
La voce del fiume e del vento, un lento cadere di foglie, il rosso, l’oro, le tinte brunite dell’autunno e lo splendore dei prati ancora verdi, disseminati di giallo tarassaco, in questa mattina che sa di primavera. Come ogni giorno, insieme a Gigio, il mio vecchio, amato cane, cammino lungo il sentiero che si dirama in mille varianti tra la fitta vegetazione del bosco fluviale. In questo che per me è diventato “il posto delle fragole”. ho visto, giorno dopo giorno, avvicendarsi le stagioni con i loro doni di fiori, frutti ed erbe. Ho colto la presenza furtiva degli animali della selva, la vita delle tane scavate in alto sopra il fiume, nella sabbia pietrificata. Dal folto dei rami le voci degli uccelli mi hanno raccontato di amori, nidi e addii; piccole, alate creature, merli, passeri, cinciallegre, tornate come sempre a svernare nei pruneti del fondovalle…
Accanto alla selva, oltre il confine dei boschi, la campagna con i lavori agricoli, l’irrigazione dei prati nella canicola d’agosto, le fienagioni e il profumo del fieno, i voli dei corvi ed ora, dopo l’ultimo taglio dell’erba, le mucche al pascolo, ritornate dagli alpeggi alle stalle di pianura.
Bellezza, tenerezza che consola, e rabbia al pensiero che tutto questo può finire, inghiottito dalla grande, mala, inutile, costosissima opera che si chiama TAV.
Qui, proprio qui, su questa terra amata è previsto il raccordo tra la linea ferroviaria storica e la progettata linea ad Alta velocità Torino – Lyon, con un mastodontico ponte, nuovi fasci di binari, l’ennesima desertificazione, la stessa che ha devastato i castagneti e le foreste della Clarea ed ora scende lungo la Valle con i suoi cantieri di morte.
Oggi ho con me le mappe (reperite a fatica, da privati, perché neppure i Comuni vengono avvertiti dell’inizio ed entità degli interventi) dei futuri sondaggi geognostici, propedeutici all’inizio dei lavori sul territorio di Bussoleno.
Ho portato anche la bandiera NO TAV , per piantarla sui terreni minacciati.
La bandiera sarà un grido, un segno di ribellione: la rassegnazione non abita questa Valle, perché nella resistenza del movimento NO TAV continuano a vivere la ragione e la forza della lotta partigiana e ridiventano attuali le istanze delle lotte operaie, sociali e ambientali del passato.
Lo sventolio della bandiera col treno crociato mi segue di lontano per un lungo tratto, mentre percorro la via del ritorno.
Intorno, lo sguardo si allarga alle case lungo la ferrovia e si alza alle frazioni – Falceagna, Pietrabianca, Lorano, Meisonetta – che costellano i pendii, fino alla cima del Rocciamelone già imbiancato dalla prima neve.
Le montagne sembrano abbracciare, assorte e protettive, questo lembo di mondo che per noi è casa e vita.
Azerbaijan: rimossi i limiti al transito merci all’Armenia
L’Azerbaigian ha rimosso tutte le restrizioni al transito merci verso l’Armenia, e inaugurato la prima spedizione dal Paese verso Erevan. Il transito di merci azere in Armenia è stato interrotto verso la fine degli anni ’80, quando iniziarono a emergere le frizioni che portarono alla guerra del Nagorno-Karabakh. La scelta di rimuovere le restrizioni da parte dell’Azerbaijan segue un accordo di pace raggiunto lo scorso agosto, che istituisce un corridoio tra l’Azerbaijan e la regione di Nakhchivian, exclave azera in territorio armeno. L’accordo non è ancora stato ratificato, e presenta ancora diversi nodi da sciogliere, tra cui la richiesta dell’Azerbaigian di modificare la costituzione dell’Armenia.
L’UE prepara il 19esimo pacchetto di sanzioni e il blocco totale al gas russo
L’Europa chiude i rubinetti al gas russo. I ministri dell’Energia dell’Unione europea hanno approvato a maggioranza la proposta della Commissione UE per lo stop alle importazioni di gas e GNL da Mosca. La misura, destinata a entrare in vigore in più fasi, segna uno spartiacque nella politica energetica comunitaria: dal 1° gennaio 2026 sarà vietato stipulare nuovi contratti con la Russia, gli accordi a breve termine ancora in corso dovranno cessare entro il 17 giugno 2026, mentre quelli a lungo termine saranno definitivamente chiusi entro il 1° gennaio 2028. La serie di regole è stata rinominata dal ministro per il Clima danese, Lars Aagaard, “Pacchetto della libertà”, perché allontana le cancellerie europee dalla dipendenza energetica da Mosca.
La proposta di regolamento, spiega il Consiglio in una nota, costituisce un elemento centrale della tabella di marcia REPowerEU dell’UE: con questa decisione, l’UE compie un passo decisivo verso l’autonomia dalle forniture di Mosca: attualmente circa il 13% del gas consumato in Europa proviene ancora da Mosca. Solo Ungheria e Slovacchia si sono opposte, denunciando gravi rischi per la sicurezza energetica. I due Paesi senza sbocco sul mare stanno, infatti, lottando da tempo per mantenere le forniture russe esistenti. Da Budapest sono arrivate le critiche più dure: «Per noi l’approvvigionamento energetico non ha nulla a che fare con la politica. L’impatto reale di questo regolamento è che la nostra fornitura verrà uccisa. Non parlo dell’aumento dei prezzi. Parlo della sicurezza dell’approvvigionamento per le nostre famiglie», ha dichiarato il ministro degli Esteri Peter Szijjarto, presente a Lussemburgo per il voto, ribadendo che il Paese non intende rinunciare al gas russo senza alternative concrete. In risposta alla posizione ungherese, è intervenuto l’omologo polacco, Miłosz Motyka, che ha invitato a forme di “solidarietà europea” per sostenere le forniture di Budapest e Bratislava.
In due anni, i flussi energetici provenienti dalla Russia saranno chiusi, mentre Bruxelles si prepara a introdurre anche il 19° pacchetto di sanzioni contro il Cremlino. L’Alta rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, ha confermato che l’approvazione del nuovo pacchetto potrebbe arrivare «già questa settimana», segnando l’avvio di una fase di ulteriore pressione economica e politica nei confronti di Mosca, i cui risultati, lungi dalla retorica e dalle aspettative europee, tardano ad arrivare. Il pacchetto di sanzioni colpirà diversi settori: istituti bancari russi, piattaforme di criptovalute, profitti derivanti dall’export energetico e una “flotta ombra” del Cremlino attiva nell’elusione delle restrizioni. Per la Russia, la mossa rappresenta un colpo pesante nei confronti delle sue fonti di finanziamento e della capacità di esportare combustibili fossili verso l’Europa, con implicazioni che vanno al di là dell’energia per toccare l’ambito geopolitico e finanziario. Nel frattempo, Mosca ha reagito con una nota diplomatica rivolta all’Italia: «Non considerate di usare i nostri asset congelati», ha avvertito, segnalando che la contromisura potrebbe colpire interessi e beni russi all’estero. L’Europa appare dunque pronta a intensificare la pressione economica, ambientale e politica verso il Cremlino, proprio mentre sullo scacchiere globale si respira un’aria di distensione in attesa dell’incontro tra il presidente statunitense Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin.
Nonostante le sanzioni, la Russia non appare piegata come sperato da Bruxelles e Washington. L’economia di Mosca ha dimostrato una resilienza sorprendente, mostrando una tenuta maggiore del previsto: le sanzioni hanno imposto costi reali – il prodotto interno lordo russo è stimato essere circa il 10-12 % sotto la traiettoria prevista senza guerra e restrizioni. La caduta non ha, però, generato un collasso economico o il tracollo immediato dell’apparato statale: dopo una breve recessione nel 2022, l’economia russa ha registrato un boom nei due anni successivi e la ripresa nel 2023, i redditi in crescita, i salari reali ai massimi storici, la disoccupazione ai minimi e il controllo rigido dei flussi di capitale suggeriscono che Mosca ha saputo adattarsi. Sull’altro fronte, per l’Europa lo stop del gas russo comporta costi che rischiano di essere trasferiti sui consumatori: l’aumento della volatilità nei prezzi del gas è già documentato, con il benchmark europeo che si è attestato ben al di sopra dei livelli pre-crisi e con la dipendenza da fattori geopolitici e meteo più marcata che mai. La riduzione delle forniture e la necessità di importare GNL da Stati Uniti e Qatar a prezzi più elevati potrebbero spingere nuovamente verso l’alto le bollette energetiche. L’Italia, fortemente dipendente dal mercato spot e dalle infrastrutture di rigassificazione ancora limitate, rischia oscillazioni dei prezzi più marcate nei mesi invernali. Gli esperti avvertono che la transizione energetica non potrà compensare in tempi brevi la chiusura dei rubinetti russi. Così, mentre Mosca riorienta la propria economia e mantiene la leva energetica sul mercato globale, l’Europa si trova a fare i conti con l’altra faccia delle sanzioni: la prospettiva di un inverno più caro e un equilibrio energetico ancora fragile.
Slovacchia, condannato a 21 anni l’uomo che sparò al premier Fico
Il tribunale di Banská Bistrica, in Slovacchia, ha condannato a 21 anni di carcere per terrorismo Juraj Cintula, poeta 72enne che il 15 maggio 2024 aveva sparato al primo ministro Robert Fico, ferendolo gravemente. L’attentato avvenne a Handlová durante un incontro politico: Cintula esplose quattro colpi da circa un metro, colpendo Fico all’addome, all’anca, alla mano e al piede. Il premier fu dimesso dopo 16 giorni di ricovero. Il giudice Igor Kralik ha ritenuto l’imputato colpevole di terrorismo, avendo agito per ostacolare il governo. Cintula ha affermato di non voler uccidere Fico ma fermarne le politiche.
Dalle parole ai fatti: L’Indipendente passa a Banca Etica
L’Indipendente è diventato socio di Banca Etica, trasferendo presso questo istituto tutti i propri conti. In linea con i princípi del consumo etico che da sempre costituiscono un pilastro tra i valori del nostro giornale, abbiamo deciso di trasformare in azioni concrete i buoni intenti. Sin dal principio della nostra attività ci siamo infatti dedicati a denunciare la complicità di banche e istituti finanziari con il settore bellico e dell’industria fossile. In un contesto simile, l’arma che abbiamo in mano, come cittadini, per opporci a queste politiche è una: decidere come spendere e dove mettere i nostri soldi. D’altronde, il movimento BDS lo ha dimostrato chiaramente: il boicottaggio economico funziona e costringe i potenti a riorientare le proprie scelte. Perchè proprio Banca Etica? Perchè è l’unico ente, nel panorama italiano, a dare garanzie sull’eticità delle proprie scelte.
Nata nel 1999, Banca Etica è una banca popolare cooperativa il cui impegno è stato sin da subito quello di creare un istituto di credito basato unicamente sui princípi della finanza etica: tra questi, trasparenza, partecipazione e attenta valutazione degli impatti non economici delle attività economiche. Per garantire ai propri soci la fedeltà a tali valori, Banca Etica pubblica sul proprio sito l’elenco completo dei finanziamenti concessi a organizzazioni e imprese, oltre a un Report d’Impatto annuale nel quale vengono misurati impatti sociali e ambientali di tutti gli attivi della banca e di tutti i crediti erogati.
Nel 2025, gli istituti finanziari nel mondo hanno destinato quasi mille miliardi di dollari all’industria della difesa. Soldi appartenenti alla società civile, in buona parte contraria alla retorica bellicista e guerrafondaia dei governi odierni. E tuttavia, grazie a politiche favorevoli e normative opache, le banche possono decidere di investire nei settori più remunerativi – come quello della guerra, o dei combustibili fossili – senza dover rendere conto ai propri clienti. Le banche italiane non sono esenti da questo schema: come una nostra inchiesta vi ha mostrato, istituti quali Intesa San Paolo o Unicredit traggono profitti miliardari da questi settori. Poco importa se questi enormi flussi di denaro scorrano grazie al sangue versato dai palestinesi, dai curdi o di qualsiasi altra popolazione nel mondo sia vittima della violenza armata.
In questo contesto, Banca Etica fa una scelta diversa: l’industria degli armamenti rientra tra i settori categoricamente esclusi da finanziamenti e investimenti, così come quella delle fonti fossili, preferendo piuttosto investire in progetti che supportino non solo l’energia rinnovabile, ma anche il risparmio energetico, la protezione della biodiversità e il contenimento dei rifiuti. Nel 2009, insieme ad altre banche etiche europee, l’istituto fonda la Global Alliance for Banking Values (GABV), rete indipendente di istituti nel mondo impegnati a seguire i principi della finanza etica, che nel 2024 (su proposta proprio di Banca Etica) ha sottoscritto il Manifesto per una finanza di pace, schierandosi a lato di tutte le persone che lavorano per la pace e a sostegno dei popoli vittime di conflitti armati.
La banca è poi impegnata a escludere qualsiasi tipo di finanziamento diretto a tutte quelle attività che violano i diritti umani e dei lavoratori, che emarginano le minoranze o discriminano intere categorie, agli allevamenti intensivi e agli esperimenti su soggetti non tutelati o animali, alla mercificazione del sesso e al gioco d’azzardo. Tutti settori sui quali anche L’Indipendente, con inchieste, interviste e articoli, punta a tenere alta l’attenzione.
Come già avvenuto con la nostra guida Boicottare Israele, il nostro intento è quello di essere un giornale che, oltre a denunciare le malefatte di governi e potenti, agisce concretamente per muovere il mondo verso una direzione diversa. Dimostrando così ai nostri lettori che, nonostante le difficoltà che questo può comportare, si può essere coerenti con quello che si racconta.
Dal cessate il fuoco Israele ha ucciso oltre 100 palestinesi e sganciato 153 tonnellate di bombe
Il cessate il fuoco è entrato in vigore da ormai dieci giorni, ma i bombardamenti e le aggressioni israeliane nella Striscia di Gaza non si sono mai fermati. Nella sola giornata di domenica sono state sganciate 153 tonnellate di bombe e uccisi «molti terroristi»: lo ha riferito lo stesso premier israeliano Benjamin Netanyahu, nel corso di una riunione della Knesset. Supera così il centinaio il numero di civili uccisi dallo scorso 10 ottobre nella Striscia di Gaza, in quelle che ormai sono sistematiche violazioni del cessate il fuoco da parte di Tel Aviv. Solamente nella mattinata di oggi, riportano i media palestinesi, l’esercito ha bombardato la zona est dell’enclave e aperto il fuoco su alcune persone che stavano facendo ritorno nelle proprie case. Anche gli aiuti umanitari sono tornati a diminuire, dopo che Israele ha interdetto il transito per alcune ore in alcuni dei valichi di accesso alla Striscia. Nel frattempo, il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance si trova in visita in Israele per discutere del cessate il fuoco, insieme all’inviato speciale per il Medioriente Steve Witkoff e a Jared Kushner, genero e consigliere di Trump.
«Grazie alle decisioni determinate e coraggiose che abbiamo preso, abbiamo consolidato la nostra posizione di potere. La campagna non è finita. Ieri Hamas ha violato palesemente il cessate il fuoco e ha sentito subito la potenza del nostro braccio, lo abbiamo attaccato con 153 tonnellate di bombe. Abbiamo attaccato decine di obiettivi in tutta la Striscia ed eliminato molti terroristi» ha riferito Netanyahu al Parlamento, dove alcuni dei membri della destra estrema non hanno accolto di buon grado l’accordo di cessate il fuoco. A scatenare gli attacchi israeliani sarebbe stata l’uccisione di due soldati dell’IDF, avvenuta nel sud della Striscia. L’esercito israeliano si sarebbe infatti impegnato a «smantellare le strutture terroristiche» nella zona di Rafah, quando le proprie truppe sono state raggiunte da spari e un missile anticarro. In tutta risposta, l’esercito ha «iniziato a colpire la zona per eliminare la minaccia e smantellare i tunnel e le strutture militari utilizzate per le attività terroristiche». A questo si aggiunge la denuncia di Philippe Lazzarini, commissario generale dell’UNRWA, che riporta come «quattro persone sono state uccise in seguito al bombardamento da parte delle forze israeliane di una scuola dell’UNRWA trasformata in rifugio nel campo profughi di Nuseirat» e chiede che venga mantenuto il «fragile cessate il fuoco».
Secondo alcuni testimoni, inoltre, militari dell’IDF avrebbero anche sparato contro alcuni civili che stavano facendo ritorno alle proprie case, azione che i militari hanno giustificato sostenendo si trattasse di «terroristi» che avevano superato la linea gialla di demarcazione oltre il quale l’esercito israeliano è tenuto a ritirarsi. La sua costruzione, mostra un video dell’IDF, è in pieno svolgimento: bulldozer israeliani stanno infatti spianando ampie zone della Striscia, dove sorgerà una nuova barriera con delimitazioni alte fino a 3,5 metri. L’ennesimo muro che stringe sempre più la zona nella quale i gazawi sono auorizzati a esistere.
Netanyahu insiste nel ripetere che tutti i corpi dei deceduti saranno riportati a casa e nega che Hamas abbia mai accettato le condizioni di cessate il fuoco: «sentiamo ripetere continuamente questa affermazione, ma è assolutamente falsa. In nessun momento Hamas ha accettato il piano che abbiamo raggiunto ora: la liberazione immediata di tutti gli ostaggi, il controllo da parte dell’IDF della maggior parte del territorio di Gaza e una decisione esplicita, con un ampio consenso internazionale, compresi gli Stati arabi, di smilitarizzare la Striscia di Gaza e disarmare Hamas. Siamo determinati a raggiungere tutti gli obiettivi di guerra». Eppure, proprio in queste ore l’IDF ha confermato la consegna, da parte del gruppo palestinese, del corpo di un tredicesimo ostaggio deceduto, quello del sergente maggiore Tal Haimi.
L’alto funzionario di Hamas Khalil al-Hayya ha dichiarato ai media che il gruppo è «pienamente impegnato» ad attuare l’accordo nella sua interezza e a rispettare quanto concordato, e ricordato che Trump e i mediatori avevano assicurato che la guerra in Gaza era finita. E proprio in queste ore, alti funzionari della Casa Bianca, tra i quali lo stesso vicepresidente Vance, sono in visita in Israele, per discutere degli sviluppi del cessate il fuoco.
Giappone: Sanae Takaichi eletta premier, la prima donna alla guida del Paese
La 64enne ultraconservatrice Sanae Takaichi è stata eletta premier del Giappone al primo turno con 237 voti, segnando la prima volta nella storia del Paese che una donna ricopre questo incarico. Assume il ruolo succedendo a Shigeru Ishiba dopo tre mesi di vuoto politico, ma dovrà affrontare una maggioranza fragile e numerose sfide interne quali la bassa crescita economica, i rapporti con gli Stati Uniti e una crisi di fiducia nell’élite politica. Nonostante l’accordo del Partito Liberal Democratico con il partito di destra di Osaka Japan Innovation Party abbia assicurato a Takaichi la carica di primo ministro, l’alleanza non ha ancora la maggioranza in entrambe le camere del Parlamento.









