domenica 18 Gennaio 2026
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Il Belgio annuncia che riconoscerà la Palestina

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Il ministro degli Esteri del Belgio, Maxime Prevot, ha annunciato che il Paese riconoscerà lo Stato di Palestina in occasione dell’apertura del prossimo ciclo dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Prevot ha inoltre dichiarato che «al governo israeliano verranno imposte sanzioni severe», e che il Belgio si muoverà per esercitare maggiore pressione su Tel Aviv. L’annuncio di Prevot segue una serie di analoghe dichiarazioni rilasciate nel corso dell’estate dai leader di diversi Paesi. A inaugurarli è stato il presidente francese Macron che è stato seguito da Regno Unito, Canada, Australia e Portogallo.

Von der Leyen annuncia un piano europeo per la difesa e l’invio di truppe a Kiev

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Mentre l’ipotesi di un incontro a tre tra Putin, Zelensky e Trump inizia a svanire, l’Unione Europea sembra avere bene in mente come fornire all’Ucraina le tanto discusse “garanzie” per frenare eventuali attacchi russi: inviare truppe comunitarie. A dirlo è stata la presidente della Commissione Ursula von der Leyen nel corso del suo tour degli Stati orientali dell’Unione, in cui ha annunciato anche un potenziamento degli investimenti nel settore bellico. Von der Leyen ha affermato che l’Unione ha una «chiara tabella di marcia» per l’eventuale invio di soldati a Kiev una volta terminata la guerra. Secondo i piani dell’UE, le truppe verrebbero coordinate da Francia e Regno Unito e troverebbero il supporto logistico degli Stati Uniti; Berlino, invece, si è detta contraria, mentre l’Italia sembra pronta a inviare sul campo i propri sminatori e a fornire supporto esterno. L’annuncio di von der Leyen arriva mentre i leader comunitari si preparano per il prossimo incontro sulla questione ucraina, previsto il prossimo giovedì a Parigi.

Le dichiarazioni di von der Leyen sono arrivate nel corso di una intervista al quotidiano statunitense Financial Times. Von der Leyen ha detto al quotidiano che i leader europei hanno in mente «piani piuttosto precisi» per potenziali dispiegamenti militari in Ucraina come principale “garanzia di sicurezzapost-bellica, punto focale delle richieste di Kiev; il piano, sostiene la presidente, avrebbe il supporto degli USA, e sarebbe stato discusso nel corso dell’ultimo incontro alla Casa Bianca tra Trump, Zelensky e i vertici dei principali Paesi europei: «Il presidente Trump ci ha rassicurato che ci sarà una presenza americana come parte del sostegno», ha affermato; «è stato molto chiaro e ce lo ha ripetutamente confermato». Le truppe dovrebbero includere decine di migliaia di personale a guida europea, mentre gli Stati Uniti fornirebbero supporto di diverso tipo, tra sistemi di comando e controllo, e risorse di intelligence e sorveglianza. Parallelamente, l’UE sta esplorando nuovi modi per finanziare le forze armate ucraine.

«Schierare le truppe è una delle decisioni sovrane più importanti di una nazione» ha ammesso la stessa presidente. Effettivamente, non tutti gli Stati sembrano pronti a dispiegare i propri soldati con leggerezza: il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, ha criticato duramente von der Leyen per le sue dichiarazioni, e i Paesi dell’Europa orientale, tra cui la Polonia, non vogliono essere coinvolti per timore di essere trascinati in un conflitto con la Russia. Anche Spagna e Grecia sembrano poco convinte. L’Italia, invece, ha detto di non volere inviare soldati in Ucraina, ma ha dato disponibilità a spedire sminatori, fornire sorveglianza aerea, e addestrare i soldati ucraini fuori dal Paese. L’annuncio di von der Leyen arriva qualche giorno prima di un incontro tra i leader europei per parlare proprio della questione ucraina. Il vertice si terrà giovedì 4 settembre a Parigi, e dovrebbe vedere la partecipazione del cancelliere tedesco Friedrich Merz, del primo ministro britannico Keir Starmer, del segretario generale della NATO Mark Rutte e della stessa von der Leyen. La premier italiana Giorgia Meloni non dovrebbe essere presente in Francia, perché ha in piano di ricevere il presidente polacco, ma non è escluso che si colleghi da remoto.

Nel corso dell’intervista, von der Leyen ha parlato anche del piano di riarmo, affermando che l’UE sta studiando un modo per aumentare i propri investimenti interni. A dirlo è stato anche il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, che ha affermato che l’UE sta lavorando per rafforzare le proprie industrie e allo stesso tempo intensificare il commercio di armi. Anche secondo la presidenza danese di turno rafforzare l’industria della difesa europea sarebbe fondamentale; per farlo, ritiene vada implementato il processo di semplificazione della burocrazia in modo da velocizzare gli investimenti.

Frana in Sudan: 1000 morti

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Una frana ha distrutto un intero villaggio nella regione occidentale del Darfur, in Sudan, uccidendo oltre 1.000 persone. A dare la notizia è il portavoce del Movimento per la Liberazione del Sudan, gruppo ribelle che controlla la zona, in una dichiarazione rilasciata nella tarda serata di ieri, lunedì 2 settembre. Da quanto comunica l’MLS, la frana è avvenuta la scorsa domenica a Tarasin, sui Monti Marra, a causa delle forti piogge; in seguito al disastro, sarebbe sopravvissuto un solo abitante. L’MLS ha chiesto l’intervento dell’ONU e dei gruppi umanitari internazionali per recuperare i corpi delle vittime e gestire la crisi.

In Indonesia le proteste fermano l’introduzione di nuovi privilegi per i parlamentari

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Dopo una settimana di intense proteste in molte città del Paese, il Governo indonesiano ha deciso di sospendere l’introduzione di una nuova indennità mensile destinata ai parlamentari. Il bonus, pari a 50 milioni di rupie (circa 2.600 euro) si sarebbe aggiunto allo stipendio già elevato dei deputati. Un incremento che, in un contesto di inflazione crescente e tagli alla spesa pubblica, è apparso a molti come una provocazione, sfociando nella rivolta cittadina. La misura era stata approvata a inizio anno, ma è diventata oggetto di contestazione soprattutto nelle ultime settimane, quando le diff...

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Ghana: rimosso il presidente della Corte Suprema

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Il presidente del Ghana, John Dramani Mahama, ha rimosso con effetto immediato la presidente della Corte Suprema del Paese, Gertrude Torkornoo. L’annuncio è arrivato dall’ufficio presidenziale che ha spiegato che la decisione del presidente è stata presa sulla base di una relazione di una commissione di indagine che avrebbe riscontrato una non meglio precisata «cattiva condotta» da parte della presidente. L’indagine sarebbe stata lanciata all’inizio del 2025 su richiesta di un cittadino del Paese. Torkornoo ha respinto le accuse, affermando che sono infondate e motivate politicamente.

“Disarmare la scuola”: la proposta dell’Osservatorio contro la militarizzazione

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L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, in collaborazione con altre associazioni, ha realizzato una campagna per «disarmare le scuole», in occasione del nuovo anno scolastico. In opposizione alla deriva militarista degli ultimi tempi, l’Osservatorio promuove «pratiche di pace», come un minuto di silenzio il primo giorno di scuola per le vittime del genocidio a Gaza e l’esposizione permanente in tutti gli edifici scolastici della bandiera della pace. A ciò si aggiunge la firma, da parte dei genitori, di «un documento da consegnare alle rispettive scuole per rifiutare che i propri figli e le proprie figlie svolgano attività che prevedano la partecipazione diretta o indiretta delle Forze Armate». Un modulo analogo – ricorda l’Osservatorio – può essere firmato dal personale scolastico «per assumere un preciso indirizzo didattico pacifista».

Il documento dell’Osservatorio è stato redatto lo scorso 12 agosto, e alla fine del mese è stata lanciata una petizione su change.org. «Istruzione, formazione, inclusione, autonomia, crescita personale e, soprattutto, far sì che ragazze e ragazzi possano presentarsi al mondo adulto come cittadine e cittadini: questi sono i compiti fondamentali della scuola italiana», si legge nel testo dell’iniziativa. L’Osservatorio intende promuovere una cultura della pace nelle scuole, muovendo innanzitutto da una condanna al genocidio palestinese e alla crescente militarizzazione del Paese. Per farlo, ha redatto un modulo da fare firmare ai docenti in cui si supportano i mezzi di risoluzione dei conflitti alternativi alla guerra come «gli strumenti del diritto internazionale, le vie diplomatiche, le forme di pressione nonviolenta, come il disinvestimento o il boicottaggio». Con la loro firma gli insegnanti si impegnano a promuovere una didattica pacifista e a «rifiutare che i propri studenti e le proprie studentesse svolgano attività che prevedano la partecipazione diretta o indiretta con le Forze Armate». Il secondo documento proposto dall’Osservatorio è rivolto ai genitori e riguarda proprio quest’ultimo punto. Con esso i genitori chiedono espressamente alle istituzioni scolastiche che i propri figli «siano esentati da ogni genere di attività che preveda il coinvolgimento di forze armate o di polizia o connesse con il mondo militare anche con riguardo al settore industriale delle armi, non ravvisandone alcuna le finalità educativa». L’Osservatorio invita i genitori a scaricare la mozione e a presentarla all’istituto in cui iscrivono i loro figli.

L’idea di combattere la militarizzazione nelle scuole, arriva in un periodo in cui la collaborazione tra scuola e polizia si fa sempre più stretta. Dall’anno scorso si sono infatti moltiplicati corsi tenuti dai soldati e gite d’istruzione nelle basi militari. Un anno fa, in Piemonte, l’esercito annunciava l’organizzazione di conferenze e visite presso le caserme per gli studenti delle scuole primarie e secondarie della regione. In Sicilia, è stato sperimentato all’Istituto Professionale di Stato “Giovanni Falcone” di Giarre (Catania) – una delle scuole siciliane che oltre un decennio fa ha sottoscritto un patto di cooperazione con i militari di US Navy impiegati alla stazione aeronavale di Sigonella – un nuovo “sport” parabellico col coinvolgimento diretto degli alunni: il tiro a segno con raggi laser. All’IISS Galileo Ferraris di Acireale, da anni si tiene invece il “tiro al drone”, una specie di tiro al bersaglio in cui si utilizzano piccoli droni da competizione e vere e proprie armi da fuoco, come i fucili calibro 12. A Catania, Imola, Siena e Vercelli sono inoltre stati organizzati corsi di cultura aeronautica organizzati dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, in partnership con il ministero dell’Istruzione, con lo scopo ufficiale di «promuovere e diffondere tra gli studenti l’immagine della Forza Armata».

Bosnia, protesta dei trasportatori blocca la circolazione delle merci

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Gli autotrasportatori bosniaci hanno inscenato una protesta in diverse città, bloccando la circolazione di tutte le merci. A organizzare la protesta è stata l’organizzazione Logistika, che rappresenta oltre 45mila lavoratori del settore trasporti in circa 600 aziende. Tra le città coinvolte, la capitale Sarajevo e le località di confine con Croazia e Serbia. I lavoratori chiedono al governo di diminuire gli oneri burocratici e abbattere le tasse, sostenendo che stiano mettendo a repentaglio la sopravvivenza del settore. Contestano, inoltre, una legge dell’UE che, essendo la Bosnia fuori dai confini comunitari, impone ai trasportatori del Paese di passare un massimo di 180 giorni entro il territorio dell’Unione, di cui non oltre 90 consecutivi.

SCO 2025: attorno a Cina e Russia si riunisce il nuovo mondo multipolare

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Il 25° vertice della Shanghai Cooperation Organisation (SCO), che si è aperto il 31 agosto a Tianjin, si presenta come un crogiuolo geopolitico in cui relazioni, simboli e investimenti convergono per disegnare i contorni di quel “nuovo ordine mondiale” che da anni affiora oltre le rigide linee del consueto equilibrio Occidente‑Oriente. Mai prima d’ora l’organizzazione eurasiatica aveva convocato così tanti leader – compresi Xi Jinping, Vladimir Putin e Narendra Modi – in una sorta di piano inclinato verso la multipolarità e il superamento dell’egemonia occidentale. Il presidente cinese si è fatto autore di una performance calibrata: un discorso che osteggia la “mentalità da guerra fredda”, il “bullismo geopolitico” e il dominio unilaterale, offrendo al contempo ai suoi interlocutori – da Russia e India alle nuove leve del Sud Globale – una solida iniezione di prestiti, aiuti e la promessa di una banca di sviluppo SCO, con l’impegno a erogare prestiti per un totale di 1,4 miliardi di dollari nei prossimi tre anni ai Paesi membri. 

«Abbiamo una missione importante: costruire un consenso tra tutte le parti», ha spiegato Xi Jinping domenica, invitando i partner dell’organizzazione a sostenere i sistemi commerciali multilaterali, con un riferimento non troppo velato alla politica dei dazi avviata da Trump. La SCO ambisce a diventare un nuovo snodo di governance multilaterale, uno strumento per la Cina per bilanciare l’ordine mondiale a trazione statunitense: un’ambizione che Putin ha sostenuto apertamente, parlando di «multilateralismo vero»e di un «nuovo sistema di stabilità e sicurezza in Eurasia». Dall’altro, l’atmosfera relazionale intessuta tra Xi, Modi e Putin non è stata solo un’allegoria: la complicità visiva, accompagnata dalla celebre immagine dell’“elefante e del drago” al centro del palco, evocava quella convergenza strategica che, pur sospesa tra obiettivi divergenti, cerca una traiettoria condivisa. Ma è nelle parole di Putin, nell’intervista rilasciata a Xinhua alla vigilia del summit, che si rivela la sua cornice ideale della contesa globale: il presidente russo è tornato a difendere l’Operazione Speciale, definendola una «conseguenza di un colpo di Stato» a Kiev, «provocato e sostenuto dall’Occidente» nel 2014 e ha condannato il costante tentativo «di attirare l’Ucraina nella NATO». Il presidente russo ha anche biasimato la «distorsione della verità storica» sulla Seconda guerra mondiale, la falsificazione dei fatti e la glorificazione dei nazisti. 

Dietro la sagoma proiettata dal triangolo strategico SCO, si nasconde un’altra dinamica: la rottura tra Narendra Modi e Donald Trump, e l’effetto propulsore che questa separazione ha avuto sul riavvicinamento con Pechino, dopo anni contraddistinti da forti tensioni. Le tariffe punitive decise da Washington – prima un 25% “reciproco”, poi un supplemento fino al 50% come punizione per l’import di petrolio russo – hanno rappresentato la mossa decisiva che ha frantumato anni di fiducia diplomatica tra India e Stati Uniti. La risposta cinese non si è fatta attendere: agli occhi di Nuova Delhi, Pechino si è presentata come un interlocutore stabile, capace di offrire rinnovato spazio di manovra e cooperazione economica – anche sulle materie prime strategiche, come i metalli rari. Simbolicamente, il vertice è anche la scena di una potente dimostrazione hard‑power: a Pechino si terrà la grande parata militare del 3 settembre, in occasione dell’80esimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale nel Pacifico, un incontro senza precedenti di cui il governo cinese approfitterà per mostrare i muscoli, insieme a Russia e Corea del Nord. Un’occasione anche per Kim Jong-un per tornare alla ribalta dopo un periodo di isolamento, con il suo ultimo viaggio all’estero in Russia nel settembre 2023. 

Questa architettura simbolica e militare si innesta su fondamenti pratici: la SCO – nata nel 2001 con sei Paesi membri e oggi estesa a dieci (con l’aggiunta di India, Iran, Pakistan e Bielorussia) – è diventata il più esteso blocco regionale al mondo, in termini di territorio, popolazione e crescita economica. Oltre ai membri effettivi, la SCO comprende anche osservatori (tra cui Afghanistan e Mongolia) e diversi partner di dialogo (ad esempio Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Cambogia, ecc.), che ne ampliano la portata geopolitica. In definitiva, Tianjin affronta l’Occidente con una sfida dichiarata: rilanciare la globalizzazione alternativa, cimentandosi in un “gioco multipolare”. 

Il vertice di Tianjin, al netto delle sue contraddizioni, dimostra che la geografia del potere globale non è più cristallizzata come nel passato: le strategie si fanno anche nei pentagrammi ambigui della diplomazia economica, nella commistione di simboli e contratti, nella narrazione concertata che plasma le coscienze oltre le frontiere. La SCO non appare soltanto come un forum di cooperazione regionale, ma come un laboratorio politico ed economico, che si intreccia con la traiettoria già intrapresa dai BRICS. Se a Johannesburg, nel 2023, l’allargamento del gruppo aveva sancito l’ambizione di creare un polo alternativo al G7, oggi a Tianjin quella prospettiva si è arricchita di nuovi strumenti: una banca di sviluppo, pacchetti di aiuti mirati, una piattaforma diplomatica capace di attrarre attori del Sud Globale. Ciò che emerge è l’idea che SCO e BRICS possano divenire architravi complementari di un’architettura multipolare destinata a ridefinire gli standard della cooperazione internazionale, non soltanto sul terreno della sicurezza, ma anche in campo tecnologico, energetico e finanziario. Non più satelliti o semplici antagonisti dell’Occidente, bensì soggetti che rivendicano un posto al tavolo delle decisioni globali. La sfida sarà mantenere la coesione interna, trasformando rivalità storiche in cooperazione pragmatica. Se questo processo riuscirà, la convergenza tra SCO e BRICS potrà costituire la base per un nuovo equilibrio planetario, in cui l’Asia e il Sud Globale non chiedono più il permesso di entrare nella storia, ma la scrivono da protagonisti.

Cioccolato OGM: come le multinazionali vogliono cambiare la produzione di cacao

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Il cioccolato, alimento universale e simbolo di piacere, da sempre circondato da un’aura che lo lega alla tradizione, alla convivialità e persino alla sfera rituale, oggi si trova al centro di una trasformazione epocale. Mentre i coltivatori lottano contro cambiamenti climatici, malattie e costi insostenibili, i colossi come Mars e Nestlé stanno orchestrando un giro di vite tecnologico, che potrebbe ridefinire radicalmente la produzione del cacao. Le coltivazioni dell’Africa occidentale, che rappresentano oltre il 60% della produzione mondiale, sono infatti in ginocchio a causa delle piogge ir...

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A Bologna la polizia ha preso a manganellate un picchetto antisfratto

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Saputo dello sgombero in atto di una famiglia con bambini, decine di attivisti della Piattaforma di intervento sociale (PLAT) sono accorse in via Cherubini, a Bologna, trovando le manganellate delle forze dell’ordine. A seguito dello sfratto, un corteo spontaneo si è diretto verso la sede dei servizi sociali del Comune per pretendere una soluzione degna. Gli inquilini pagavano regolarmente l’affitto, ma quando il contratto di locazione è terminato non sono state fornite soluzioni alternative e, al momento dello sgombero, l’assistente sociale di riferimento si trovava in ferie. Il tutto a poche ore dal discorso della premier Giorgia Meloni a Rimini, dove lanciava l’importanza di un piano casa per aiutare le giovani famiglie in difficoltà.

«ISEE troppo alto per entrare in una casa popolare, troppo povero per il mercato privato dell’affitto»: questa la problematica del nucleo familiare, che risiedeva in via Cherubini da 19 anni pagando regolarmente l’affitto, secondo quanto denunciato dal PLAT. La situazione abitativa del capoluogo è infatti tra le più complesse e problematiche in Italia per i residenti: Bologna si trova infatti sul podio degli affitti più cari in Italia, con una media di 17 euro al metro quadro, subito dopo Milano (23 €/mq) e Firenze (21 €/mq). In aggiunta a ciò, vi sono circa 600 alloggi di edilizia pubblica sfitti per carenze manutentive e tra i 13 e i 15 mila alloggi privati vuoti.

A complicare ulteriormente la situazione del nucleo di via Cherubini vi era inoltre la presenza di due figli minori: secondo la legge, infatti, prima di procedere allo sfratto è necessario individuare una soluzione abitativa ad essi idonea. Nel caso in cui non fosse disponibile, si sospende la procedura – o, nei casi estremi in cui il locatario non sia disposto a prolungare la permanenza degli inquilini, si collocano temporaneamene i minori in una comunità. In nessun caso, insomma, questi possono essere mandati per strada. Secondo la denuncia del PLAT, invece, ai familiari non sarebbe stata data alcuna soluzione alternativa e anzi non si sarebbe nemmeno atteso il rientro dalle ferie dell’assistente sociale che seguiva il caso, con il quale le autorità avrebbero dovuto collaborare per proseguire con le pratiche di sfratto. La situazione economica della famiglia ha fatto sì che trovare una nuova sistemazione risultasse impossibile: un serpente che si morde la coda, insomma, che mette a nudo tutte le problematiche strutturali che compongono il problema dell’abitare a Bologna – così come in molte altre città italiane.

Nel febbraio di quest’anno, la città aveva chiesto al Parlamento Europeo di attivare un piano di emergenza proprio per far fronte alla crisi degli alloggi, che fa sì che le soluzioni abitative per famiglie a medio e basso reddito, studenti e lavoratori siano sempre meno. Il sindaco Matteo Lepore, insieme quelli di Roma e di altre città europee, avevano chiesto l’attivazione di misure quali il raddoppiamento delle risorse per i fondi di Coesione (da 7,5 a 15 miliardi di euro), maggiori investimenti in alloggi sociali a prezzi accessibili e attivazione delle clausole di salvaguardia previste nel nuovo Patto di Stabilità per escludere gli investimenti in alloggi dai massimali di deficit e debito. Mentre le soluzioni tardano ad arrivare, il governo opta per gestire le questioni sociali «trasformandole in una questione di ordine pubblico», come sottolinea il PLAT. Il reato di occupazione abusiva è peraltro centrale nel nuovo decreto Sicurezza, misura cardine del governo Meloni, che prevede il carcere tanto per chi occupa con non meglio specificate forme di violenza o minaccia un immobile (permettendo alla polizia di intervenire immediatamente per sgomberare gli occupanti) quanto per chi è solidale con l’occupazione.

Nel frattempo, il diritto all’abitazione per le famiglie è sempre meno garantito: «solo grazie alla determinazione delle atattivisti ed all’occupazione della sede dei servizi sociali la famiglia è riuscita ad evitare di finire in strada contrattando una soluzine alberghiera con un contributo mensile di centinaia di euro che consideriamo inadeguata e contro la quale continueremo a dare battaglia», riferisce il PLAT.