martedì 17 Febbraio 2026
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I membri della Global Sumud Flotilla raccontano violazioni e umiliazioni subite da Israele

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Umiliati, insultati, costretti a fare foto con la bandiera israeliana; ma anche picchiati, rinchiusi in massa in celle da tre metri, privati di cibo e di acqua. Sono questi alcuni dei trattamenti che in questi giorni Israele avrebbe inflitto agli attivisti incarcerati della Global Sumud Flotilla, la missione umanitaria che prova a rompere l’assedio israeliano su Gaza. A lanciare la denuncia sono gli stessi organi di comunicazione di GSF e il gruppo umanitario di assistenza giuridica Adalah, i cui avvocati stanno rappresentando gli attivisti. In una conferenza stampa, una rappresentante di Adalah ha spiegato che Israele avrebbe negato ai legali del gruppo di parlare con gli attivisti per giorni, non avvisandoli neanche dei processi in corso, negando alle persone incarcerate anche il diritto al giusto processo. L’annuncio di Adalah segue le notizie diffuse dai media internazionali tra cui spicca quella riguardante Greta Thunberg, che sarebbe stata colpita e costretta a baciare la bandiera israeliana.

La conferenza stampa della Global Sumud Flotilla si è tenuta oggi, lunedì 6 ottobre, con la partecipazione di Lubna Tuma, avvocatessa di Adalah. Tuma ha spiegato che le violazioni israeliane sarebbero iniziate sin da dopo le intercettazioni degli attivisti in mare e che sarebbero continuate a ogni passaggio di consegna delle persone arrestate. Dopo essere stati catturati dalla marina, gli attivisti sono stati consegnati prima alle forze di polizia e poi alle autorità per l’immigrazione; queste hanno poi consegnato gli attivisti alle autorità detentive che infine li hanno affidati al tribunale. Un lungo iter formale di gestione delle persone incarcerate che, ha spiegato Tuma, non avrebbe mai coinvolto adeguatamente i rappresentanti legali di Adalah. Per i primi tre giorni, le forze israeliane avrebbero negato agli attivisti di vedere i propri avvocati, di consultarsi con essi, e anche di contattarli. Successivamente, la situazione non è migliorata: in alcuni casi i legali Adalah avrebbero dovuto attendere ore per vedere i propri assistiti o per parlare con le autorità israeliane, e in altri sarebbero stati avvisati dei processi solo mentre erano in corso.

La privazione dei più fondamentali diritti giuridici è solo una delle tante violazioni israeliane denunciate da Adalah. Non appena sbarcati, molti attivisti avrebbero chiesto di avere accesso a cure mediche perché affetti da disturbi o malattie croniche, ma Israele avrebbe negato le visite sanitarie a tutti gli arrestati. Una volta arrivati, alcuni attivisti sarebbero poi stati costretti a stare chinati sotto il sole con ginocchia, gomiti e fronte a terra per ore, o di stare genuflessi, bendati e ammanettati con le mani dietro la schiena per oltre cinque ore. Tra i vari passaggi alle autorità israeliane, gli attivisti sarebbero stati presi a insulti, derisioni, umiliazioni verbali, particolarmente duri nel caso di donne e persone arabe; alle persone di religione islamica sarebbero inoltre stato vietato pregare e alle donne musulmane sarebbe stato imposto di togliere il velo.

Alcuni, tra cui Greta Thunberg, sarebbero stati oggetto di ulteriori forme di umiliazione, costretti a posare in foto con la bandiera israeliana. Secondo delle rivelazioni del Guardian, proveniente da fonti diplomatiche dell’ambasciata svedese, la stessa Thunberg sarebbe stata avvolta attorno alla bandiera israeliana, e sarebbe stata costretta a baciarla. Versioni analoghe sono supportate da altri attivisti, tra cui il giornalista italiano Lorenzo Agostino. Gli attivisti avrebbero denunciato ad Adalah di essere stati privati di accesso ai bagni, cibo e acqua, di essere stati costretti a dormire sul pavimento in condizioni igieniche precarie, e di essere stati stipati in gruppi da dieci o quindici persone all’interno di celle da tre metri. Alcuni di essi riportano di percosse e violenze fisiche, come calci in testa. Viste le violazioni riportate, alcuni degli attivisti rimasti nelle prigioni israeliane hanno deciso di avviare uno sciopero della fame – e alcuni anche dell’acqua – in solidarietà con gli altri detenuti.

La Global Sumud Flotilla è una iniziativa umanitaria lanciata con lo scopo di rompere l’assedio marittimo israeliano su Gaza. La missione è stata lanciata all’inizio dello scorso settembre e ha mobilitato oltre 40 navi e centinaia di attivisti provenienti da 44 Paesi del mondo. Una volta raggiunta la Grecia la flotta ha navigato verso la costa gazawi, venendo tuttavia fermata dalla marina israeliana in acque internazionali prima che potesse raggiungere il territorio palestinese.

La Cina ha deciso di ridurre la collaborazione con le aziende tecnologiche europee

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La Repubblica Popolare Cinese sta riducendo sensibilmente le forniture tecnologiche provenienti dall’Europa, almeno per quanto riguarda le apparecchiature di telecomunicazione. Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa estera, nel mirino delle nuove restrizioni ci sarebbero in particolare la finlandese Nokia e la svedese Ericsson, aziende finite di fatto al centro del fuoco incrociato di una guerra commerciale e considerate da Pechino come un potenziale rischio per la sicurezza nazionale. La mossa appare come una risposta speculare alle decisioni prese nel 2020 da diversi Paesi europei, i quali bandirono le tecnologie 5G dei colossi cinesi Huawei e ZTE. All’epoca, la misura fu per l’appunto giustificata con la necessità di tutelare la sicurezza nazionale, tuttavia la decisione cadde fatalmente in concomitanza con le forti pressioni esercitate da Washington, impegnata in una guerra commerciale e tecnologica con Pechino. Oggi, con l’acuirsi delle tensioni politiche ed economiche, non sorprende che – come riportato dal Financial Times – Pechino si stia attrezzando per alleggerire i suoi legami con le industrie occidentali, imponendo loro un più stringente – e opaco – processo revisionale da parte della Cyberspace Administration of China (CAC). 

Secondo quando riportato dalla testata, i criteri di valutazione correntemente adottati dalla CAC non vengono resi pubblici né spiegati ai fornitori, lasciando le imprese in una condizione di incertezza riguardo alle motivazioni e alle tempistiche delle decisioni. 

La misura si inserisce in un contesto internazionale già segnato da diffidenze sull’origine e sull’affidabilità dei componenti 5G, oltre che dalla crescente politicizzazione delle scelte infrastrutturali nel settore delle telecomunicazioni. È l’ennesima conferma di come, in un mondo in cui anche tra alleati lo spionaggio digitale è una realtà quotidiana, nessun Paese ritenga più prudente fondare le proprie infrastrutture critiche su tecnologie provenienti da Stati che manifestano interessi divergenti. La decisione cinese di limitare l’accesso ai fornitori europei reitera come la sicurezza tecnologica sia divenuta una vera e propria leva strategica, tanto industriale quanto geopolitica. Le nuove revisioni di sicurezza e gli obblighi informativi imposti da Pechino costringeranno infatti i fornitori europei a investire risorse significative in compliance, tracciabilità dei componenti e certificazioni di sicurezza — processi complessi che possono tradursi in ritardi, modifiche contrattuali o, nei casi più estremi, nell’esclusione da gare e appalti strategici. Un panorama che, di fatto, spinge verso la localizzazione delle produzioni e che la Camera di Commercio dell’Unione Europea in Cina ha definito una “minaccia esistenziale” per le imprese europee.

Detto ciò, i rischi legati ai rapporti tecnologici tra Stati restano concreti, soprattutto in un contesto di interdipendenza in cui ogni azienda distribuisce prodotti a “doppio uso”, impiegabili sia in contesti civili, che militari. Gli USA stanno in questo periodo obbligando Bytedance a svendere TikTok a imprenditori statunitensi vicini al governo, così da poter mettere mano sui suoi algoritmi. Parallelamente, molte aziende cinesi continuano a produrre sistemi di videosorveglianza che mostrano la tendenza di inviare flussi di dati verso i loro server in Asia. Tuttavia, lo stesso governo cinese si affida a tecnologie americane per alimentare i propri apparati di sorveglianza e controllo. Nel frattempo, anche Nokia ed Ericsson mantengono legami stretti con le forze armate europee e statunitensi — un elemento che, agli occhi di Pechino, potrebbe rafforzare l’idea di un potenziale rischio per la propria sicurezza interna.

Elezioni Calabria: vince il centrodestra

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Sono terminati gli spogli per le elezioni regionali in Calabria. Il candidato di centrodestra e presidente uscente Roberto Occhiuto ha vinto con il 61,58% delle preferenze, battendo il candidato di centrosinistra Pasquale Tridico, che si è fermato al 37,81%. L’affluenza si è attestata al 43,13% contro il 44,36% delle scorse regionali. La provincia dove si è votato di meno è quella di Vibo Valentia che ha raggiunto il 38,89%.

Canapa contro l’inquinamento: una risorsa naturale per rigenerare il pianeta

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In un periodo storico in cui consumiamo più risorse di quelle che potremmo permetterci, continuando a scaricare sui chi verrà dopo di noi la responsabilità di un cambiamento nelle nostre pratiche quotidiane, e inquiniamo l’ambiente con prodotti difficili da smaltire aumentando a dismisura i livelli di CO2, la canapa può essere un alleato da non sottovalutare per favorire un reale cambio di paradigma. Parliamo di una pianta che si può integrare perfettamente nelle pratiche di economia circolare per creare modelli sostenibili di sviluppo economico, ma soprattutto di un vegetale che può diventare...

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Sudan: condannato un capo di milizia dalla Corte Penale Internazionale

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La Corte Penale Internazionale ha condannato un vertice di milizia per i crimini commessi nella regione sudanese del Darfur. A essere processato è stato Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman, leader del movimento Janjawid che oltre vent’anni fa ha supportato l’esercito contro i gruppi ribelli del Darfur. Abd-Al-Rahman è stato trovato colpevole di 27 capi d’imputazione per crimini contro l’umanità e crimini di guerra, tra cui stupro, omicidio e persecuzione; la sua condanna verrà determinata in seguito alle prossime udienze. Abd-Al-Rahman è il primo leader di milizia a venire condannato per i crimini commessi in Sudan, per i quali ci sono ancora diversi processi attivi.

Regno Unito, stretta sui cortei con il pretesto dell’antisemitismo: 440 arresti a Londra

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In seguito alle proteste pro-Palestina che nelle ultime settimane hanno mobilitato migliaia di persone a Londra e in altre città del Regno Unito, arriva l’ennesima stretta repressiva del governo britannico sulle manifestazioni di piazza. Secondo il governo, infatti, le recenti proteste avrebbero ingenerato «molto timore» nella comunità ebraica, spingendolo così a intervenire. In una nota ufficiale del Ministero dell’Interno si legge che le nuove misure — che saranno introdotte «il prima possibile» — daranno alla polizia maggiori poteri per porre condizioni o vietare del tutto proteste «ripetute e di vasta portata», valutandone «l’impatto cumulativo» sulle aree locali. Intanto, a Londra, durante una veglia a Trafalgar Square contro la messa al bando di Palestine Action – organizzazione che promuove il boicottaggio di Israele e per questo dichiarata “terroristica” dall’esecutivo Starmer, in una decisione senza precedenti – la polizia ha arrestato 442 persone.

Nel comunicato, il ministero dell’Interno ha spiegato che «alle forze di polizia saranno concessi nuovi poteri per porre condizioni alle proteste ripetute», con la possibilità di ordinare agli organizzatori di spostare o cancellare eventi se questi causano «ripetuti disordini» o turbano la vita dei residenti. Chiunque violi tali condizioni rischierà «l’arresto e il procedimento penale». La decisione arriva all’indomani dell’attacco alla sinagoga di Manchester, in cui un cittadino britannico di origine siriana ha accoltellato alcune persone (due delle quali sono decedute), ma segue in realtà una raffica di episodi che hanno visto la polizia intervenire per arrestare manifestanti pro-pal in situazioni del tutto pacifiche. Le misure saranno introdotte modificando le sezioni 12 e 14 del Public Order Act del 1986, così da consentire alla polizia di intervenire in base all’impatto cumulativo delle manifestazioni ricorrenti. Il governo valuterà anche la possibilità di estendere il potere di divieto totale e di includere le nuove disposizioni nel disegno di legge su criminalità e polizia, attualmente in discussione in Parlamento. Tra le misure già previste dal disegno di legge figurano il divieto di uso di fuochi d’artificio e maschere durante le proteste, nonché la criminalizzazione della scalata a monumenti commemorativi di guerra. Il comunicato precisa inoltre che tutte le forze di polizia in Inghilterra e Galles stanno collaborando con il Community Security Trust per rafforzare la sicurezza di oltre 500 sinagoghe e sedi della comunità ebraica.

La ministra dell’Interno Shabana Mahmood ha sottolineato che «il diritto di protestare è una libertà fondamentale nel nostro Paese», tuttavia «questa libertà deve essere bilanciata con la libertà dei propri vicini di vivere la propria vita senza paura». La ministra ha aggiunto che «proteste di vasta portata e ripetute possono lasciare che alcune parti del nostro Paese, in particolare le comunità religiose, si sentano insicure, intimidite e spaventate all’idea di lasciare le proprie case». Tale sentimento, ha spiegato, «è stato particolarmente evidente in relazione alla notevole paura all’interno della comunità ebraica, che mi è stata espressa in numerose occasioni in questi ultimi giorni difficili». Mahmood ha quindi definito le nuove disposizioni «un passo importante per garantire la tutela del diritto di protestare e, al contempo, assicurare che tutti si sentano al sicuro in questo Paese». Le nuove misure sono state annunciate dopo una maxi-operazione di polizia a Londra, dove 442 persone sono state arrestate durante una manifestazione a Trafalgar Square organizzata contro la messa al bando di Palestine Action, gruppo dichiarato fuorilegge dal governo di Keir Starmer lo scorso luglio. Gli agenti hanno iniziato a fermare i manifestanti durante una veglia silenziosa, dopo che alcuni avevano esposto messaggi di solidarietà con l’organizzazione.

A luglio, il governo laburista di Keir Starmer, su iniziativa dell’allora ministra degli Interni Yvette Cooper, ha vietato Palestine Action ai sensi del Terrorism Act. Secondo il governo britannico, il gruppo avrebbe causato «danni per milioni di sterline che compromettono la sicurezza nazionale». La sua proscrizione come organizzazione terroristica rende reato qualsiasi forma di sostegno pubblico, punibile con fino a 14 anni di carcere.  La decisione è seguita all’irruzione di alcuni attivisti in una base della Royal Air Force (RAF), dove hanno danneggiato due aerei cisterna imbrattandoli di vernice rossa, in segno di protesta contro il sostegno militare del Regno Unito a Israele. Nelle settimane seguenti, si sono succeduti centinaia di arresti. Palestine Action, nato nel 2020, ha spesso preso di mira aziende del settore difesa, tra cui Elbit Systems UK, accusata di legami diretti con l’esercito israeliano. Gli attivisti colpiscono anche aziende complici, come Leonardo, Thales, Teledyne e grandi gruppi finanziari come Barclays e JP Morgan, attraverso blocchi, occupazioni, sabotaggi e danneggiamenti. Le loro azioni hanno avuto un impatto concreto: diverse aziende hanno interrotto i rapporti con Elbit, fabbriche sono state chiuse o vendute, e importanti contratti – come il progetto Watchkeeper da 2,1 miliardi di sterline – sono stati cancellati.

“Italia d’azzardo”: il nuovo numero del mensile de L’Indipendente

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È da oggi disponibile il nuovo numero del mensile de L’Indipendente, la rivista rilegata e da conservare, con oltre 80 pagine di contenuti esclusivi. Anche questo mese tornano inchieste e approfondimenti riguardanti consumo critico, ambiente, diritti, reportage e molto altro. Si tratta di notizie che non troverete altrove, perchè noi non ospitiamo pubblicità e non siamo dunque influenzabili da poteri politici e interessi economici, come accade per la maggior parte degli altri mezzi di informazione. Questo mese, la nostra inchiesta di copertina svela i retroscena del gioco d’azzardo, un business che nel nostro Paese vale ben 157 miliardi di euro ma che produce un paradosso fiscale che vede introiti statali minimi rispetto ai volumi di gioco e nel quale le mafie hanno individuato una fonte di guadagno sicura. I meccanismi per creare dipendenza, inoltre, sono studiati a tavolino, in modo che per i giocatori (anche giovanissimi) sia difficile liberarsi da questa schiavitù.

Il mensile de L’Indipendente ha come sottotitolo i tre pilastri che ne definiscono la cifra giornalistica: inchieste, consumo critico, beni comuni. Ogni parola è stata scelta con cura, racchiudendo ciò che vogliamo fare e che, a differenza di altri media, possiamo fare, perché non abbiamo padroni, padrini o sponsor da compiacere.

Questi tre punti cardinali rappresentano il nostro impegno per il giornalismo che crediamo necessario: inchieste (per svelare i lati nascosti della politica e dell’economia), consumo critico (per vivere meglio, certo, ma anche per promuovere scelte consapevoli capaci di colpire gli interessi privilegiati) e beni comuni (perché la nostra missione è quella di leggere la realtà nell’interesse dei cittadini e non delle élite oligarchiche che controllano i media dominanti). Al suo interno ci saranno poi, naturalmente, approfondimenti sull’attualità e sui temi che caratterizzano da sempre la nostra agenda: esteri, geopolitica, ambiente, diritti sociali.

Questi sono solamente alcuni dei contenuti che potrete ritrovare nel nuovo numero:

  • I paradisi fiscali nel cuore dell’Europa: non solo su isole lontane, ma anche nel cuore dell’occidente hanno sede paradisi fiscali dove vengono depositati i miliardi sottratti alla tassazione pubblica, un sistema che contribuisce a accentuare le diseguaglianze e indebolire la sovranità fiscale.
  • Le piante di canapa come risorsa per rigenerare il pianeta: pianta straordinaria dalle molteplici virtù, la canapa è impiegabile nei più diversi contesti, dalla bioedilizia alla produzione di energia, oltre a contribuire alla bonifica dei terreni contaminati da metalli pesanti e da altri pericolosi inquinanti, come gli PFAS.
  • La nuova norma italiana sull’IA: l’Italia ha approvato in via definitiva la legge sull’intelligenza artificiale la quale, se da un lato pone il nostro Paese in una posizione di avanguardia amministrativa, dall’altro presenta vuoti normativi che, secondo alcuni esperti, potrebbero garantire al governo ulteriori strumenti per sorvegliare i cittadini.
  • Latte crudo: un patrimonio da proteggere: nonostante la narrazione imprecisa e fuorviante messa in campo da alcuni mezzi di informazione, la produzione casearia a base di latte crudo rappresenta una eccellenza italiana e un settore fondamentale per l’economia del nostro Paese.

Il nuovo numero del mensile de L’Indipendente è acquistabile (in formato cartaceo o digitale) sul nostro shop online, ed è disponibile anche tramite il nuovo abbonamento esclusivo alla rivista, con il quale potreste ricevere la versione cartacea a casa ogni mese per un anno al prezzo di 90 euro, spese di spedizione incluse. Per consultare le modalità dell’abbonamento ed, eventualmente, sottoscriverlo potete cliccare qui: lindipendente.online/abbonamenti.

Russia-ucraina, raid incrociati: a Belgorod in 40mila senza luce

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Nelle ultime ore, un attacco ucraino ha colpito la rete elettrica della regione russa di Belgorod, al confine con l’Ucraina, lasciando senza corrente circa 40.000 persone. Il governatore Vyacheslav Gladkov ha parlato di «danni significativi» in sette comuni, spiegando che 34.000 utenti hanno riavuto la luce, mentre 5.400 restano al buio. L’attacco, parte dell’escalation contro infrastrutture critiche, ha provocato una rappresaglia russa: un raid contro un impianto energetico nella regione ucraina di Chernihiv. Il presidente Volodymyr Zelensky ha denunciato la nuova ondata di bombardamenti, definendola parte di una strategia sistematica del Cremlino.

Troppo mercurio nel tonno: in Francia le scuole lo escludono dalle mense

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Otto comuni francesi, tra cui Parigi e Lione, hanno temporaneamente vietato il tonno dai menù delle mense scolastiche per «impedire l’esposizione dei bambini al mercurio», un metallo neurotossico. La decisione, che coinvolge oltre 3,5 milioni di abitanti, arriva dopo l’allarme lanciato nell’ottobre 2024 dalle ONG Bloom e Foodwatch, che hanno fatto analizzare 148 scatolette di tonno da un laboratorio indipendente. Lo studio ha dimostrato che il 100% delle scatolette analizzate era contaminato da mercurio, sostanza classificata dall’OMS come una delle dieci «di maggiore preoccupazione per la salute pubblica».

A fronte dell’inazione del governo dopo la pubblicazione dello studio, le città firmatarie – Bègles, Grenoble, Lille, Lione, Montpellier, Mouans-Sartoux, Parigi e Rennes – hanno deciso di «non servire prodotti a base di tonno nei menù scolastici», agendo da «scudo sanitario» per tutelare i bambini. In un comunicato congiunto diffuso prima dell’inizio dell’anno scolastico, le amministrazioni hanno annunciato che la decisione non sarà ritirata fino a quando le norme sui tassi di mercurio non saranno ridotte. «Le prime vittime di questa norma, stabilita senza tenere conto della salute dei consumatori, sono i bambini, che possono superare molto rapidamente la dose settimanale tollerabile (TWI), cioè la quantità massima che può essere ingerita regolarmente nel corso della vita prima di essere esposti a un rischio per la salute», si legge all’interno della nota.

Attualmente le norme europee stabiliscono limiti differenziati: il limite generale è di 0,5 mg/kg, quello per le piccole specie è abbassato a 0,3 mg/kg, mentre per i grandi predatori come il tonno è elevato a 1 mg/kg. Tuttavia, come spiega Gilles Pérole, vicesindaco di Mouans-Sartoux: «Ciò che sorprende è che il tonno abbia diritto a un’esenzione in termini di livelli di mercurio rispetto ad altri pesci. Vogliamo applicare il principio di precauzione». L’assenza del tonno dai menù «non potrà essere rivista senza che il limite massimo di mercurio autorizzato nel tonno venga abbassato al livello più restrittivo esistente per il pesce, ovvero 0,3 mg/kg», precisano le autorità. Una richiesta che si basa anche sui calcoli delle ONG, secondo cui la soglia di 1 mg/kg calcolata sul “prodotto fresco” equivale a circa 2,7 mg/kg nella lattina, poiché il mercurio si concentra con la disidratazione.

Dall’altra parte, la Federation of Preserved Food Industries ha reagito difendendo il settore: «Le aziende rispettano le normative vigenti e nessun prodotto immesso sul mercato supera la soglia regolamentare di 1 mg/kg». Secondo l’associazione di categoria, il protocollo utilizzato dallo studio di Bloom «non sembra essere conforme agli standard attuali, il che spiegherebbe tali discrepanze». I dati italiani emersi dallo stesso studio non sono confortanti: tra le 28 scatolette acquistate in Italia, cinque hanno superato il limite legale di 1 mg/kg, il numero più alto tra tutti i paesi monitorati. Un risultato che sembrerebbe confermare l’urgenza di interventi normativi a livello europeo per proteggere i consumatori più vulnerabili, in primis i bambini.

Francia: il nuovo premier Lecornu si dimette dopo meno di 24 ore

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«Non c’erano le condizioni per restare primo ministro». A poche ore dalla creazione del nuovo governo, con la nomina di 18 ministri, su pressione delle forze alleate e dell’opinione pubblica, Sebastien Lecornu ha rassegnato le dimissioni al presidente francese Emmanuel Macron, che le ha accettate. La Francia ripiomba così nel vortice dell’instabilità politica. Lasciando l’Hôtel de Matignon appena 27 giorni dopo la sua nomina, Lecornu diventa il primo ministro con il mandato più breve della storia. L’inedita caduta anticipata testimonia un Paese esasperato da promesse disattese e una democrazia logorata da tensioni interne. Dal 2024 a oggi, la Quinta Repubblica sta conoscendo una vera e propria sindrome di instabilità: governi che cadono, fiducie perdute, contrasti interni che dilaniano coalizioni già fragili. Il governo, composto quasi interamente da uomini già noti all’establishment macronista, era stato presentato meno di 24 ore fa con enfasi come un segnale di “rottura”, ma ha generato al contrario reazioni di sdegno nell’alleanza tra la maggioranza presidenziale e la destra repubblicana. Sin dal momento della nomina, il nuovo esecutivo è apparso sull’orlo dell’implosione: critiche sono piovute da ogni lato. Bruno Retailleau, appena nominato ministro dell’Interno e figura influente del partito Les Républicains (LR), ha attaccato la squadra di governo, denunciando la quasi totalità di riconfermati o nominati vicini al presidente come una mera riedizione del passato. Così facendo, ha convocato un comitato strategico del partito per discutere la possibile uscita dalla coalizione, minacciando di trascinare l’intera alleanza in un crollo parlamentare.

Altri dirigenti repubblicani, come Xavier Bertrand, hanno detto che LR (Les Républicains) non può più restare in un governo che «non riflette la rottura promessa». Nel frattempo, l’opposizione di destra e di sinistra ha denunciato l’ennesima farsa: il Rassemblement National ha definito l’esecutivo «una nave alla deriva destinata a colare a picco» e Jordan Bardella ha chiesto che Macron sciolga l’Assemblea Nazionale. Intanto, socialisti e verdi hanno parlato di «implosione del fronte comune», cioè del fragile equilibrio politico che ancora reggeva il macronismo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’assenza di sorpresa nella composizione del governo: un ritorno inatteso di Bruno Le Maire al dicastero della Difesa – nonostante i suoi anni come ministro dell’Economia e le critiche alla sua gestione finanziaria – ha fatto infuriare l’opinione pubblica, già stanca del rimpasto di volti riciclati. Macron e i suoi alleati sapevano che il rischio era alto, ma la rapidità con cui si è inaugurata la crisi ha sorpreso anche i più scettici. Non è la prima volta che il governo di Macron cede in breve tempo sotto i colpi della politica interna: quarta crisi di governo dal 2024 a oggi (Attal, Barnier, Bayrou, Lecornu), il neogoverno era atteso oggi pomeriggio all’Eliseo per il primo Consiglio dei ministri. All’orizzonte c’è – da tempo – una questione di fondo: come coniugare il progetto liberale del presidente con le esigenze sociali, territoriali e identitarie del Paese? La recente finanziaria, invece, ha fatto da detonatore. La proposta di bilancio – che prevedeva congelamenti di spesa sociale, tagli agli incentivi e un aumento delle franchigie mediche – ha catalizzato le tensioni attorno al potere centrale. Il parlamento, ostaggio di maggioranze fragili, ha minacciato di sfiduciare l’esecutivo, costringendo Macron a navigare a vista. Con la caduta anticipata di Lecornu, il presidente è costretto a rimodellare nuovamente il suo orizzonte politico, in un contesto che gli concede margini sempre più risicati. I giri di poltrone rischiano di accentuare l’immagine di un potere stanco, lontano dal Paese reale. Macron, nonostante l’esperienza e l’ancoraggio istituzionale, appare sempre più come un presidente in cerca di una rottura che non riesce o non vuole praticare.

Ora si apre una partita difficile per l’Eliseo. Macron può scegliere di affidare l’incarico a un esecutivo tecnico, ma rischierebbe una crisi di legittimità. Può tentare una nuova alleanza con centro e centrodestra, ma le tensioni dentro LR sono diventate esplosive. Può, infine, considerare un ricorso alle urne anticipato, cercando di resettare la mappa parlamentare, ma con il pericolo che il Rassemblement National possa trarre vantaggio. Le pressioni interne ai partiti macronisti saranno decisive: l’UDI (Union des démocrates et indépendants) ha già mostrato malumori, mentre i deputati di base chiedono risposte concrete, non solo rimpasti cosmetici. In un sistema dove l’Assemblea nazionale appare sempre più instabile, il 49, comma 3 – l’articolo che permette al governo di far approvare una legge senza voto – continua a rimanere una leva centrale, non senza polemiche. Jean-Noël Barrot ha sostenuto che «la vera rottura consisterebbe nell’abbandono del 49.3», ma in un Parlamento frammentato quell’idea è difficile da attuare. Se Macron cede su quel punto, rischia di essere percepito come un’espressione di debolezza; se lo mantiene, le obiezioni sull’autoritarismo legislativo si moltiplicherebbero. Per il futuro, la politica francese deve fare i conti con un elettorato sfiancato, un panorama istituzionale lacerato e il crescente peso del Rassemblement National, sempre pronto a capitalizzare ogni crisi. Se Macron non troverà una via d’uscita autorevole, il suo secondo quinquennio potrebbe concludersi non con la prospettiva della riforma, ma con la parabola del declino.