giovedì 19 Febbraio 2026
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Le comunità filippine si autodifendono dalle estrazioni minerarie piantando alberi

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foresta

Nel sud delle Filippine, tra le montagne della provincia di South Cotabato, comunità indigene e contadini stanno piantando alberi per difendere le proprie terre. Una forma di resistenza contro le attività minerarie che, dal 2022, stanno distruggendo paesaggi, compromettendo la salute pubblica e minacciando l’identità di interi villaggi. L’iniziativa si chiama Balik Lasang, che in lingua locale significa “ritorno alla foresta”, e coinvolge sei ettari di territorio nel villaggio montano di Ned, nel comune di Lake Sebu. A guidarla è l'associazione indigena Tamasco, con il sostegno di organizzazio...

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Sparatorie in Giamaica: imposto il coprifuoco

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Le autorità giamaicane hanno imposto il coprifuoco in seguito a due recenti sparatorie in cui cinque persone sono state uccise e altre 10 ferite. La più recente sparatoria è avvenuta ieri sera, nella capitale Kingston. La precedente si è invece verificata domenica nella città di Linstead. Le forze di polizia e i funzionari governativi attribuiscono le sparatorie alle bande armate locali, e le inseriscono in un contesto di incremento delle violenze tra gang. Secondo le statistiche ufficiali, nel corso di quest’anno nel Paese sarebbero state uccise 522 persone, con un calo del 41% rispetto all’anno scorso.

Gasparri ha presentato una proposta di legge che criminalizza le critiche a Israele

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Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri ha presentato un disegno di legge per adottare la definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA). Tale definizione fornisce diversi esempi di che cosa sia inquadrabile come «antisemitismo», tra cui rientrano anche le critiche allo Stato di Israele. Il DDL, oltre a inasprire le pene per i reati di propaganda e incitamento all’odio antisemita, prevede l’istituzione di corsi di formazione permanenti per militari, magistrati, forze di polizia e docenti. Inoltre, demanda al Ministero dell’Interno e della Giustizia la creazione di una “Guida pratica” per le forze dell’ordine, introducendo contestualmente obblighi di segnalazione e norme penali per chi viola la definizione dell’IHRA.

Il disegno di legge, composto da quattro articoli, mira a «prevenire e reprimere le (crescenti) manifestazioni di antisemitismo», individuando nell’antisionismo una delle sue moderne manifestazioni. Il testo denuncia come, dopo il «terribile attacco terroristico del 7 ottobre 2023», i focolai di antisemitismo in Europa si siano «estesi e propagati sotto la veste di antisionismo, dell’odio contro lo Stato ebraico e del suo diritto a esistere e difendersi». L’articolo 1 del provvedimento sancisce l’adozione integrale della definizione operativa di antisemitismo approvata dall’IHRA, che descrive l’antisemitismo come «una specifica percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree o non ebree, i loro beni, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto».

Il cuore della controversia si trova però nell’articolo 4, che modifica l’articolo 604-bis del codice penale, noto come “legge Mancino”, che punisce chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico e chi istiga a commettere o commette atti di discriminazione. Nella proposta di legge vengono infatti aggiunti due specifici commi: il primo prevede che la pena della reclusione da due a sei anni si applichi anche quando la propaganda o l’istigazione all’odio si fondino «in tutto o in parte sull’ostilità, sull’avversione, sulla denigrazione, sulla discriminazione, sulla lotta o sulla violenza contro gli ebrei, i loro beni e pertinenze, anche di carattere religioso o culturale, nonché sulla negazione della Shoah o del diritto all’esistenza dello Stato di Israele o sulla sua distruzione»; il secondo introduce un’aggravante specifica: se l’offesa è commessa utilizzando «segni, simboli, oggetti, immagini o riproduzioni che esprimano, direttamente o indirettamente, pregiudizio, odio, avversione, ostilità, lotta, discriminazione o violenza contro gli ebrei, la negazione della Shoah o del diritto all’esistenza dello Stato di Israele, la pena è aumentata fino alla metà».

La proposta di legge istituisce anche un articolato sistema di formazione e controllo. All’art. 2 si legge che i ministeri della difesa, della giustizia, dell’interno, dell’istruzione e del merito e dell’università e della ricerca «promuovono corsi di formazione iniziale e progetti di formazione continua destinati ai militari, ai magistrati, al personale della carriera prefettizia, alle Forze di polizia, ai docenti delle scuole di ogni ordine e grado e ai docenti e ricercatori universitari» che siano «specificamente dedicati allo studio della cultura ebraica e israeliana e all’analisi di casi di antisemitismo», nonché, con riferimento specifico alle Forze di polizia, «alla formazione in materia di redazione dei verbali di denuncia di atti di antisemitismo». L’articolo 3, invece, introduce obblighi di prevenzione e segnalazione di «atti razzisti o antisemiti in ambito scolastico e universitario», prevedendo sanzioni specifiche per il personale che violi questi doveri.

La deriva che vede l’utilizzo del concetto di antisemitismo come potenziale arma politica per strumentalizzare il dissenso appare un fenomeno in grande espansione, non soltanto nel nostro Paese. Sulla base della medesima giustificazione, ad esempio, nel Regno Unito è arrivata l’ennesima stretta repressiva del governo britannico sulle manifestazioni di piazza, che fa seguito alle proteste pro-Palestina che nelle ultime settimane hanno mobilitato migliaia di persone a Londra e in altre città. Secondo il governo, infatti, le recenti proteste avrebbero ingenerato «molto timore» nella comunità ebraica, spingendolo così a intervenire. Lo scorso luglio, su iniziativa dell’allora ministra degli Interni Yvette Cooper, l’esecutivo britannico ha vietato Palestine Action – organizzazione che promuove il boicottaggio di Israele – ai sensi del Terrorism Act. La sua proscrizione come organizzazione terroristica rende reato qualsiasi forma di sostegno pubblico, punibile con fino a 14 anni di carcere. Nelle settimane seguenti, fino a pochi giorni fa, si sono succeduti centinaia di arresti.

Burkina Faso: 8 europei arrestati per spionaggio

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Il governo militare del Burkina Faso ha annunciato di avere arrestato otto persone che lavorano per l’International ONG Safety Organisation, organizzazione non governativa con Sede nei Paesi Bassi. Le persone arrestate sono accusate di spionaggio e tradimento, accuse che l’ONG olandese ha respinto. Tra gli arrestati figurano un francese, un franco-senegalese, un ceco, un maliano e quattro cittadini burkinabé. Gli operatori erano stati precedentemente oggetto di una sospensione di tre mesi, ma, secondo il ministro della Sicurezza del Paese, avrebbero continuato a lavorare «clandestinamente», raccogliendo informazioni e dati sensibili «senza autorizzazione».

Siri ascolta ogni parola? La magistratura francese apre un’inchiesta

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Siri, l’assistente vocale di Apple, è da tempo al centro di accuse riguardanti la presunta violazione della privacy degli utenti. Nello specifico, le interazioni vocali con il sistema sono finite in passato nelle mani di aziende terze, le quali hanno poi ascoltato le registrazioni private delle persone. Alla luce di ciò, la Procura di Parigi ha deciso di aprire un’indagine nei confronti del colosso di Cupertino per stabilire se – e in che misura – Siri operi in violazione delle leggi francesi ed europee sulla protezione dei dati personali.

Il fascicolo, affidato all’Office Anti-Cybercriminalité (OFAC), nasce in relazione a una denuncia presentata il 13 febbraio 2025 dall’organizzazione non governativa Ligue des droits de l’Homme (LDH), tuttavia le radici della vicenda affondano più indietro nel tempo, fino al 2019, quando emerse pubblicamente l’uso controverso delle registrazioni vocali di Siri grazie alle rivelazioni di alcuni whistleblower impiegati presso Globe Technical Services, azienda subappaltatrice di Apple. Il compito dei tecnici era quello di ascoltare una selezione di file audio provenienti dalle interazioni delle persone con Siri, al fine di condurre controlli di qualità e migliorare le prestazioni del sistema. Ufficialmente, tutto avveniva con il consenso volontario degli utenti, eppure l’effettiva consapevolezza di tale adesione è tuttora oggetto di dibattito. Ancor più visto che, almeno inizialmente, la funzione di ascolto risultava attiva di default su tutti i dispositivi Apple e soltanto in seguito l’azienda ha iniziato a chiedere il consenso esplicito.

Secondo quanto ricostruito da un’inchiesta pubblicata all’epoca dal The Guardian, un numero considerevole di queste registrazioni contenevano informazioni estremamente private e sensibili, il che rende difficile credere che siano state condivise con estranei di propria iniziativa. Il soggetto più noto tra coloro che hanno preso parte alla denuncia originale, Thomas Le Bonniec, ha per esempio rivelato di aver compreso la gravità del fenomeno nel momento in cui ha dovuto valutare la qualità di una registrazione di un pedofilo. Approfondendo la questione, è dunque emerso che Siri tendeva ad attivarsi con estrema facilità anche in modo accidentale – bastava il suono di una zip che si apre per avviare una registrazione – e che la maggior parte degli utenti non era pienamente consapevole delle implicazioni derivanti dall’interagire con lo strumento.

A distanza di cinque anni, l’ONG francese ha dunque chiesto alle autorità di aprire il caso e indagare più a fondo. Una mossa che potrebbe sembrare tardiva – e in parte lo è – ma che rispecchia i tempi della giustizia d’oltreoceano e delle azioni legali intraprese in merito negli Stati Uniti. Negli Stati Uniti, Apple ha infatti recentemente chiuso una class action relativa alla gestione delle registrazioni di Siri, accettando di versare 95 milioni di dollari per risolvere la controversia in via extragiudiziale. L’obiettivo dichiarato della Ligue des droits de l’Homme è quello di aprire la strada a un procedimento analogo anche in Francia, con la prospettiva che un’eventuale causa, la quale potrebbe poi estendersi a macchia d’olio sull’intera Unione Europea. Il tutto mentre la Big Tech sta cercando – non senza difficoltà – di rilanciare Siri in versione potenziata dall’intelligenza artificiale.

“Apple non ha mai usato i dati di Siri per creare profili di marketing, non li ha mai resi accessibili agli inserzionisti e non li ha mai venduti a nessuno, per nessun motivo”, ha commentato Apple in un comunicato diffuso alla stampa. Una replica che, a ben vedere, non affronta il cuore delle accuse: il problema non è la vendita dei dati, ma le potenziali violazioni della privacy derivanti dal trasferimento delle registrazioni a società esterne e dall’ascolto da parte di personale umano. A prescindere dall’esito dell’inchiesta, il caso mette ancora una volta in luce come la tecnologia “intelligente” non sia alimentata da arcane magie digitali, bensì da operatori in carne e ossa tenuti molto lontani dallo sguardo degli utenti.

Birmania, l’esercito bombarda i manifestanti: 27 morti

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L’esercito della Birmania ha sganciato due bombe da un parapendio a motore su una folla di manifestanti, uccidendo 27 persone e ferendone altre 47. L’attacco è avvenuto a Chang-U, città nella Birmania centrale controllata dalle forze ribelli. I manifestanti, qualche centinaio di persone, si erano radunati per protestare contro la giunta militare. Dal 2021 la Birmania è al centro di una violenta guerra civile che vede contrapposto l’esercito, salito al potere con un colpo di Stato, e gruppi di milizie etniche locali. Da quanto riportano i gruppi per i diritti umani, l’esercito starebbe utilizzando sempre più spesso paramotori per effettuare attacchi contro i propri contestatori.

Legami tra talco e cancro: Johnson & Johnson dovrà pagare 966 milioni di dollari

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Un tribunale di Los Angeles ha inflitto una sonora sconfitta a Johnson & Johnson: la giuria ha condannato l’azienda a versare 966 milioni di dollari in favore dei familiari di Mae Moore, una donna californiana morta nel 2021 per mesotelioma, ritenuto causato dall’esposizione ad amianto presente nei prodotti a base di talco del colosso farmaceutico. Il verdetto ha una portata storica, in quanto è stata riconosciuta la responsabilità morale e civile di una multinazionale accusata da anni di aver minimizzato i rischi legati all’uso del talco contaminato. Trey Branham, uno degli avvocati che rappresentano la famiglia Moore, ha dichiarato dopo il verdetto che il suo team «spera che la Johnson & Johnson si assuma finalmente la responsabilità di queste morti insensate».

Secondo il verdetto, 16 milioni copriranno i danni compensativi, mentre ben 950 milioni rappresentano il risarcimento punitivo, con l’intento di colpire l’azienda oltre che risarcire le vittime. La reazione di Johnson & Johnson è stata immediata: la multinazionale ha annunciato che presenterà appello, definendo la decisione «atroce e incostituzionale» e ribadendo che le accuse sarebbero basate su «scienza spazzatura», ovvero studi scientifici difettosi e non attendibili. Da anni l’azienda sostiene che i suoi prodotti siano sicuri, privi di amianto e non correlati a malattie tumorali. Tuttavia, già nel 2020, spinta da un’ondata di denunce e dalla perdita di fiducia dei consumatori, J&J aveva sospeso la vendita del talco per bambini negli Stati Uniti, sostituendolo con polveri a base di amido di mais, segno che la pressione mediatica e giudiziaria aveva iniziato a produrre i suoi effetti. Il maxi-risarcimento, tuttavia, potrebbe essere ridotto in appello, poiché la Corte Suprema statunitense ha stabilito che i danni punitivi non dovrebbero superare di nove volte quelli compensativi.

Il caso Moore rappresenta l’ultimo capitolo di una lunghissima battaglia legale che vede coinvolte decine di migliaia di persone in tutto il mondo. Da anni, i querelanti sostengono che i prodotti per l’igiene personale di Johnson & Johnson, tra cui il celebre borotalco, contenessero tracce di amianto in grado di provocare gravi patologie, tra cui tumori ovarici e mesoteliomi. Si stima che, nel 2025, le cause pendenti contro la società superino le 67.000. Nel corso degli anni, l’azienda ha tentato in più modi di chiudere la vicenda: nel 2023 aveva offerto 9 miliardi di dollari per mettere fine alle accuse legate al talco, mentre nel 2024 ha raggiunto un accordo da 700 milioni di dollari per risolvere alcune cause promosse dai procuratori generali di diversi Stati americani. Sempre nel 2024, la società ha presentato un piano da 6,5 miliardi di dollari, distribuiti in 25 anni, per chiudere il 99,75% delle richieste di risarcimento per cancro ovarico. Tutti questi tentativi avevano un obiettivo chiaro: contenere i danni economici e salvaguardare l’immagine del marchio, senza mai ammettere una responsabilità diretta. Le strategie giudiziarie e finanziarie di Johnson & Johnson non hanno convinto i tribunali. In più occasioni, infatti, i giudici federali hanno respinto i tentativi della multinazionale di spostare le cause all’interno di società veicolo create ad hoc per dichiarare il fallimento e ridurre i debiti legali, ritenendo tali manovre una distorsione della legge fallimentare. Nell’ultimo anno, J&J ha ottenuto diverse sentenze importanti in casi di mesotelioma, ma quella di lunedì è tra le più consistenti. L’azienda ha vinto alcuni processi per mesotelioma, tra cui quello della scorsa settimana in South Carolina, dove una giuria ha dichiarato J&J non responsabile ed è riuscita a ridurre alcuni risarcimenti in appello, tra cui un caso in Oregon in cui un giudice statale ha accolto la richiesta della multinazionale di annullare un verdetto di 260 milioni di dollari e di tenere un nuovo processo. Il caso Mae Moore, dunque, chiude simbolicamente una fase di tattiche dilatorie e apre un nuovo capitolo in cui il peso della responsabilità aziendale viene riaffermato con forza.

La condanna da 966 milioni di dollari non rappresenta solo un evento giudiziario, ma un segnale di svolta nel modo in cui l’opinione pubblica e la giustizia guardano al rapporto tra salute e industria. Se confermata in appello, la sentenza potrebbe costituire un precedente importante, rafforzando le posizioni delle migliaia di querelanti che ancora attendono giustizia. Anche se l’importo dovesse essere ridimensionato, il messaggio lanciato dal tribunale è chiaro: le multinazionali non possono più nascondersi dietro le strategie legali per eludere le proprie responsabilità. Per Johnson & Johnson, questo verdetto rischia di trasformarsi in una condanna più pesante della cifra in sé: una condanna morale che mette in discussione decenni di pubblicità e di fiducia costruite attorno all’immagine di un marchio “per la famiglia”. La vicenda del talco contaminato diventa così un caso emblematico del conflitto tra profitto e salute, tra le logiche di mercato e il diritto dei cittadini a conoscere la verità sui prodotti che utilizzano quotidianamente, spingendo sempre più verso una revisione dei protocolli di sicurezza. L’industria cosmetica e farmaceutica è oggi chiamata a fare i conti con una nuova consapevolezza: non basta proclamare la sicurezza di un prodotto, serve dimostrarla in modo trasparente, accettando la possibilità di un errore. Quella di Mae Moore non è più una storia isolata: è il simbolo di una giustizia che, dopo anni di silenzi e compromessi, inizia finalmente a chiedere conto del prezzo umano pagato sull’altare del profitto.

Ciudad Bolivar un anno dopo: tutto è cambiato, nulla è cambiato

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Nel Nord di Ciudad Bolivar, a Bogotà, in un anno non è cambiato niente e contemporaneamente tutto. Sono tornato in Colombia per una missione di un mese dopo un anno di assenza. Nel frattempo, la nostra Scuola ha iniziato il percorso di accreditamento del Baccalaureato Internazionale, il diploma più riconosciuto al mondo, per offrirlo gratuitamente ai bambini più vulnerabili dell’America latina. Questo è un momento tanto fondamentale quanto delicato, e sono tornato qui per supervisionare il suo corretto  compimento. 

Ho scelto un alloggio in prossimità della Scuola, a Ciudad Bolivar, nel profondo sud della città. Dovrò recarmi a scuola ogni giorno e dunque soggiornare nel confortevole ed europeo settentrione della città sarebbe alquanto impraticabile. Questa mia scelta, per molti “rollos” – così si chiamano gli abitanti di Bogotà – è assolutamente scellerata.  

Stando alla cronaca, alle statistiche, e ai racconti di coloro che non ci abitano, Ciudad Bolivar sembra essere un inferno in terra. Narcotraffico, gangs armate, furti violenti. Un posto da non visitare «nemmeno con sessanta guardie del corpo», scherza un funzionario della Segreteria dell’Educazione, con il quale mi incontro poco dopo il mio arrivo. 

Eppure i sentieri in salita, i colori, la musica che si riversa nelle strade dai negozi, e la familiarità con cui la gente si parla mi hanno sempre fatto sentire, in un certo senso, a casa. Non è romanticismo o ingenuità. Sono perfettamente al corrente di quanto feroce questo quartiere possa diventare. Nonostante la relativa stabilità del Paese, Ciudad Bolivar ha un profilo di sicurezza oggettivamente pessimo. Attacchi al coltello sono all’ordine del giorno. Un passo falso in un’area non conosciuta può essere fatale. Del resto, il narcotraffico non è la sola crisi che attanaglia Ciudad Bolivar. Il quartiere è terreno fertile per i reclutamenti dei gruppi paramilitari che imperversano nelle zone contese del Paese, nella cornice di uno dei conflitti più longevi al mondo. Ma c’è di più. Qui a Ciudad Bolivar risiede gran parte della comunità di rifugiati venezuelani di Bogotà. Sono loro, ormai, che hanno il monopolio della raccolta dei rifiuti nelle strade del quartiere. Uomini, donne e bambini venezuelani, il pomeriggio tardo e la domenica si riversano per la strada impegnati a ripulire ogni angolo.  Nella nostra scuola internazionale, ciascuno dei nostri studenti si fa ambasciatore di una di queste realtà. Ma Ciudad Bolivar è più che un coacervo di situazioni drammatiche e disagi sociali. 

A dispetto di tutto, calcare queste strade, scambiare saluti cordiali, e origliare le conversazioni di perfetti sconosciuti indaffarati nelle loro esistenze, mi ricorda lo scorrere del tempo nelle città nostrane. Siamo separati da un oceano, ma il legame di parentela tra noi italiani e questo popolo è evidente. Anche per noi il quartiere è un mosaico di vite che si muovono in armonia, toccandosi e intrecciandosi in strade diverse.

Giungo alla mia residenza per il prossimo mese: la “Riserva della Maddalena”. Soltanto un anno fa, questa stessa palazzina era un cantiere in costruzione. Ora è un complesso residenziale totalmente funzionale, che conta sei torri di venti piani riunite intorno a un giardino comune. I residenti passeggiano freneticamente su e giù dalle scale, attraverso il giardino, mentre telefonano o portano a spasso i loro cani. La Riserva della Maddalena ha stravolto i connotati di un angolo di Ciudad Bolivar. Tutto è come prima al di fuori della Riserva, ma il fatto che questa esista è un segno lampante del cambiamento in atto. Le case di mattoni rossi sembravano attributi permanenti di queste vie. Ora, residenti più abbienti, e conseguenti investimenti, sono arrivati in questo angolo della città, spostando la popolazione originaria verso aree dove il costo della vita è più clemente. Così, il carattere di questo sobborgo di Ciudad Bolivar comincia a mutare irreversibilmente. 

L’effetto non si limita alla riqualificazione urbana. È più profondo. Determina la capacità di un Paese di creare un cambiamento che benefici tutti. Mi chiedo se questo cambiamento vada nella direzione giusta. Chiacchiero con una residente della città, che mi chiede cosa farò durante il mio soggiorno a Bogotà. Le spiego che mi recherò giornalmente nel Lucero Bajo. Scherzando, ma non troppo, mi dice che lei, in vita sua, non ci metterà mai piede. Ma la signora che le fa la manicure una volta al mese, che è una brava persona, viene proprio da quel quartiere. Ho già la mia risposta.

Premio Nobel per la Chimica 2025 a Kitagawa, Robson e Yaghi

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Il Premio Nobel per la Chimica 2025 è assegnato a Susumu Kitagawa, Richard Robson e Omar M. Yaghi «per lo sviluppo di strutture metallo-organiche». Queste architetture molecolari formano cavità in cui molecole possono entrare e uscire: applicazioni concrete includono estrazione dell’acqua dall’aria in climi aridi, purificazione da sostanze inquinanti, cattura dell’anidride carbonica e stoccaggio di idrogeno. Con questo riconoscimento, si celebra non solo l’eleganza teorica, ma anche il potenziale rivoluzionario per sfide ambientali e energetiche globali.

Crosetto operato d’urgenza al colon, condizioni buone

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Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, è stato sottoposto lunedì 8 ottobre a un intervento chirurgico presso l’ospedale Fatebenefratelli di Roma per l’asportazione di tre polipi al colon. Secondo il comunicato ufficiale del Ministero, l’operazione è andata a buon fine, senza complicazioni e Crosetto è vigile e stabile. L’equipe medica ha eseguito l’intervento con tecniche tradizionali, in un quadro clinico stabile e il ministro è stato seguito nelle ore successive in regime di degenza ordinaria. Il personale medico è in attesa dell’esame istologico per accertare la natura delle formazioni rimosse. Al momento non è stato comunicato alcun dettaglio ufficiale sui tempi di recupero né sull’eventuale ripresa dell’attività istituzionale del ministro.