giovedì 19 Febbraio 2026
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Trump: Israele e Hamas hanno raggiunto un accordo per la prima fase del cessate il fuoco

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«Sono molto orgoglioso di annunciare che Israele e Hamas hanno entrambe approvato la prima fase del nostro Piano di Pace» annuncia il presidente statunitense Donald Trump sul proprio social Truth. La notizia è stata confermata anche da un comunicato diffuso dai media vicini ad Hamas, il quale invita «il presidente Trump, gli Stati garanti e tutte le parti arabe, islamiche e internazionali a garantire che Israele attui pienamente l’accordo senza evasioni o ritardi». Dopo l’annuncio, giunto a due anni esatti dall’inizio del genocidio nella Striscia e dopo almeno 70 mila morti tra la popolazione civile palestinese, a Gaza c’è stato un «segno collettivo di sollievo». Il gabinetto di Netanyahu si riunirà oggi per discutere dell’accordo e ratificarlo. Secondo le testimonianze provenienti da Gaza, anche dopo il raggiungimento di questo accordo l’esercito israeliano sta continuando ad attaccare i civili ininterrottamente.

«Questo significa che TUTTI gli ostaggi saranno liberati molto presto e che Israele ritirerà le proprie truppe su di una linea concordata come primi passi di una Forte, Duratura e Perenne Pace», riporta il messaggio di Trump. «Tutte le parti saranno trattate equamente! Questo è un GRANDE Giorno per il Mondo Arabo e Musulmano, per Israele, tutte le Nazioni circostanti e gli Stati Uniti d’America, e vogliamo ringraziare i mediatori da Qatar, Egitto e Turchia, che hanno lavorato con noi per realizzare questo Evento Storico e Senza Precedenti [maiuscole originali, ndr]». In un comunicato, Hamas dichiara che l’accordo, raggiunto dai mediatori riuniti a Sharm el-Sheikh intorno alla mezzanotte italiana, prevede di «porre fine alla guerra su Gaza; garantire il ritiro delle forze di occupazione israeliane; consentire l’accesso degli aiuti umanitari; attuare uno scambio di prigionieri». «Questo è un successo diplomatico e una vittoria nazionale e morale per lo Stato di Israele», dichiara il primo ministro israeliano Netanyahu. Il suo ufficio ha fatto sapere che lui e Trump hanno «avuto una conversazione molto emozionante e calorosa», nel corso della quale si sono congratulati a vicenda per lo «storico accordo» raggiunto. Media israeliani riferiscono che Trump dovrebbe recarsi in Israele questo fine settimana e che Netanyahu gli avrebbe chiesto di tenere un discorso alla Knesset. Dopo la diffusione della notizia, Hamas ha annunciato di aver inviato una lista di prigionieri palestinesi che dovrebbero essere liberati, in base a quanto previsto dagli accordi. Il movimento ha dichiarato di stare aspettando l’approvazione finale della lista dei nomi prima di renderla pubblica. Nel frattempo, l’IDF ha «avviato i preparativi operativi in vista dell’attuazione dell’accordo», preparandosi dunque a ritirarsi da parte della Striscia.

I punti chiave del piano di Trump e Netanyahu per Gaza sono gli stessi riproposti nel corso degli scorsi mesi: cessate il fuoco e riapertura dei corridoi umanitari in cambio del rientro immediato di tutti gli ostaggi, della smilitarizzazione completa della Striscia e dell’istituzione di un corpo di monitoraggio esterno – presieduto da Trump con l’appoggio di Tony Blair, che dovrebbero supervisionare la fase di ricostruzione e disarmo. Successivamente, il controllo politico della Striscia potrà essere assunto da un «gruppo palestinese pacifico». Il piano (che non prevede alcuna soluzione per la questione Cisgiordania) mira dunque a svuotare Gaza di ogni reale forma di rappresentanza, piegandola al controllo politico e militare esterno. La prima fase del piano prevede la cessazione immediata delle ostilità e fornisce ad Hamas e a tutte le altre firme palestinesi 72 ore per rilasciare tutti gli ostaggi. Al contempo, Israele dovrebbe cessare tutti gli attacchi, riaprire i corridoi umanitari, garantendo la distribuzione degli aiuti a organi terzi quali ONU e Mezzaluna Rossa, e permettere la riabilitazione di infrastrutture idriche ed elettriche, oltre alla riapertura di ospedali e panifici. In questa prima fase, l’esercito israeliano si ritirerebbe «moderatamente» entro un perimetro interno a Gaza, che rimarrebbe in piedi fino a data da destinarsi. Dopo la consegna degli ostaggi, Israele rilascerebbe 250 ergastolani e altri 1.700 prigionieri incarcerati dopo il 7 ottobre; a questi si aggiungerebbero i corpi di 15 gazawi per ogni ostaggio israeliano deceduto.

La notizia dell’accordo ha suscitato reazioni positive da parte di vari politici e istituzioni internazionali, dal segretario ONU Antonio Guterres al ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, che ha dichiarato che l’Italia, che «è sempre stata dalla parte del piano statunitense, è pronta a fare la sua parte per consolidare il cessate il fuoco, per fare arrivare nuovi aiuti umanitari e perpartecipare alla ricostruzione di Gaza». Anche il presidente palestinese Mahmoud Abbas si è detto soddisfatto, così come il premier inglese Starmer e altre personalità. Tuttavia, in maniera del tutto simile a quanto accaduto a gennaio, Israele non sembra aver smesso di bombardare la Striscia anche dopo il raggiungimento dell’accordo, mentre in Cisgiordania, solamente questa mattina, almeno 9 persone sono state arrestate dalle forze di occupazione.

In Europa salta la maggioranza sul Chat Control: voto rinviato a data da definire

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Il voto sul regolamento europeo noto come “Chat Control”, che prevedeva la scansione preventiva delle comunicazioni private per individuare materiale pedopornografico, è stato rinviato dopo che i 27 Stati membri non sono riusciti a raggiungere un accordo. La mancanza di una maggioranza qualificata ha costretto il Consiglio UE a rimandare la decisione, originariamente prevista per il 14 ottobre, a data da definire. Il progetto resta in discussione a livello tecnico, ma l’iter legislativo subisce un forte contraccolpo. Tra i motivi del rinvio c’è il mancato sostegno della Germania, che ha esplicitamente preso posizione contro il progetto, facendo venir meno la maggioranza qualificata necessaria. Le trattative riprenderanno a livello tecnico senza una nuova data fissata.

La proposta legislativa è stata presentata originariamente dalla Commissione europea nel 2022 con l’obiettivo di «prevenire e combattere gli abusi sessuali sui minori online», prevedendo tra l’altro che i fornitori di servizi di messaggistica, come ad esempio WhatsApp, Telegram e Signal, potessero effettuare uno screening preventivo dei contenuti privati (audio, foto, video) alla ricerca di segnali di abusi o scambi illegali. Il Parlamento europeo aveva già modificato la proposta originaria, eliminando il controllo “indiscriminato” su tutte le chat e orientandosi verso interventi “mirati” su gruppi o individui sospetti. Tuttavia, i 27 Stati membri non sono riusciti a convergere su un testo condiviso. Dopo i tentativi falliti sotto la presidenza polacca, l’ultimo tentativo della presidenza danese del Consiglio prevedeva alcune garanzie (solo rilevamento di foto/video, classificazione del rischio, rispetto della crittografia), ma non è bastato a comporre la mediazione.

Nel frattempo, si erano moltiplicate le proteste da parte di attivisti per i diritti digitali e da parte delle imprese tecnologiche, che hanno denunciato la violazione della privacy e l’uso strumentale di un’emergenza morale per giustificare una sorveglianza di massa preventiva. Quaranta organizzazioni per i diritti digitali e civili avevano scritto alla Commissione Europea chiedendo di abbandonare il progetto, mentre la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si è espressa contro qualsiasi intervento che possa indebolire o addirittura aggirare la crittografia. Con la scusa della sicurezza, si scardinano le fondamenta della privacy e dei diritti civili e si legalizza un meccanismo che ribalta il principio di presunzione d’innocenza: tutti sono potenziali sospetti, tutti devono essere scansionati. È una logica da panopticon digitale, che nulla ha a che fare con la tutela dei minori, quanto semmai con la normalizzazione di una tecno-sorveglianza preventiva e totalizzante. Con Berlino che ufficialmente ha detto “no”, la mancanza di una maggioranza in Consiglio è diventata incontrovertibile. Stefanie Hubig, ministra federale della giustizia e della tutela dei consumatori della Germania, ha spiegato che «il monitoraggio ingiustificato delle chat deve essere un tabù in uno Stato di diritto» e ha ribadito che la comunicazione privata non può essere sottoposta a sospetti generalizzati. Con l’uscita della Germania dal fronte favorevole, si continuerà a lavorare “a livello tecnico”, ossia senza la firma politica necessaria per far avanzare il regolamento nell’immediato.

Il rinvio del voto del regolamento Chat Control apre scenari differenti. Da una parte, il fatto che non sia stata approvata una legge così invasiva per la privacy dei cittadini viene salutato come una vittoria dai sostenitori dei diritti digitali. Contribuisce, inoltre, a mettere in evidenza le difficoltà della governance europea sulle tecnologie e la protezione dei dati, specie quando si scontrano esigenze di sicurezza e meccanismi di sorveglianza preventiva. Dall’altra, rimane forte la pressione politica e mediatica per trovare una risposta concreta alla diffusione del materiale pedopornografico online: l’assenza di consenso su un testo legislativo comune blocca l’azione coordinata a livello europeo e rischia di lasciare vuoti normativi nei vari Stati membri. Un altro aspetto da considerare è che, pur modificato, il progetto restava controverso dal punto di vista tecnico e giuridico: la possibilità di analizzare preventivamente le comunicazioni private si scontra, infatti, con i limiti imposti dalla crittografia, con i rischi legati alla gestione dei dati e con il principio di proporzionalità rispetto alla tutela della privacy. Il Parlamento europeo ha proposto alcune alternative, come l’obbligo per le app di integrare sistemi di sicurezza già nella fase di progettazione (“security by design”), la rimozione più rapida dei contenuti illegali e misure di prevenzione attiva, che però non risultano ancora pienamente integrati nella proposta del Consiglio. In questo contesto, il rinvio non è necessariamente la fine del percorso legislativo: i lavori potranno riprendere se e quando si troverà un nuovo compromesso tra Stati membri, Commissione e Parlamento. Per ora, l’Europa ha fermato l’idea di una scansione preventiva di massa delle chat private: resta da vedere quando e come il meccanismo sarà rilanciato e, soprattutto, in quale forma.

Francia: fine trattative, Lecornu lascia, Macron nominerà nuovo premier

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Il premier dimissionario Sébastien Lecornu, in un discorso televisivo in cui ha confermato che rimarrà primo ministro ad interim per il disbrigo degli affari correnti, ha ammesso di non essere riuscito a raggiungere un accordo per la formazione di un nuovo esecutivo. «La mia missione è terminata», ha dichiarato, aggiungendo che Emmanuel Macron dovrebbe nominare un nuovo primo ministro entro 48 ore. Lecornu ha sottolineato che la maggioranza all’Assemblea Nazionale non desidera lo scioglimento del Parlamento e che ci sono «gruppi pronti ad accordarsi su un bilancio comune». L’ostacolo principale rimane la riforma delle pensioni, su cui manca un compromesso in Aula. Nel frattempo, il leader della sinistra Jean-Luc Mélenchon è tornato a chiedere elezioni presidenziali anticipate.

Le comunità filippine si autodifendono dalle estrazioni minerarie piantando alberi

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foresta

Nel sud delle Filippine, tra le montagne della provincia di South Cotabato, comunità indigene e contadini stanno piantando alberi per difendere le proprie terre. Una forma di resistenza contro le attività minerarie che, dal 2022, stanno distruggendo paesaggi, compromettendo la salute pubblica e minacciando l’identità di interi villaggi. L’iniziativa si chiama Balik Lasang, che in lingua locale significa “ritorno alla foresta”, e coinvolge sei ettari di territorio nel villaggio montano di Ned, nel comune di Lake Sebu. A guidarla è l'associazione indigena Tamasco, con il sostegno di organizzazio...

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Sparatorie in Giamaica: imposto il coprifuoco

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Le autorità giamaicane hanno imposto il coprifuoco in seguito a due recenti sparatorie in cui cinque persone sono state uccise e altre 10 ferite. La più recente sparatoria è avvenuta ieri sera, nella capitale Kingston. La precedente si è invece verificata domenica nella città di Linstead. Le forze di polizia e i funzionari governativi attribuiscono le sparatorie alle bande armate locali, e le inseriscono in un contesto di incremento delle violenze tra gang. Secondo le statistiche ufficiali, nel corso di quest’anno nel Paese sarebbero state uccise 522 persone, con un calo del 41% rispetto all’anno scorso.

Gasparri ha presentato una proposta di legge che criminalizza le critiche a Israele

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Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri ha presentato un disegno di legge per adottare la definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA). Tale definizione fornisce diversi esempi di che cosa sia inquadrabile come «antisemitismo», tra cui rientrano anche le critiche allo Stato di Israele. Il DDL, oltre a inasprire le pene per i reati di propaganda e incitamento all’odio antisemita, prevede l’istituzione di corsi di formazione permanenti per militari, magistrati, forze di polizia e docenti. Inoltre, demanda al Ministero dell’Interno e della Giustizia la creazione di una “Guida pratica” per le forze dell’ordine, introducendo contestualmente obblighi di segnalazione e norme penali per chi viola la definizione dell’IHRA.

Il disegno di legge, composto da quattro articoli, mira a «prevenire e reprimere le (crescenti) manifestazioni di antisemitismo», individuando nell’antisionismo una delle sue moderne manifestazioni. Il testo denuncia come, dopo il «terribile attacco terroristico del 7 ottobre 2023», i focolai di antisemitismo in Europa si siano «estesi e propagati sotto la veste di antisionismo, dell’odio contro lo Stato ebraico e del suo diritto a esistere e difendersi». L’articolo 1 del provvedimento sancisce l’adozione integrale della definizione operativa di antisemitismo approvata dall’IHRA, che descrive l’antisemitismo come «una specifica percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree o non ebree, i loro beni, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto».

Il cuore della controversia si trova però nell’articolo 4, che modifica l’articolo 604-bis del codice penale, noto come “legge Mancino”, che punisce chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico e chi istiga a commettere o commette atti di discriminazione. Nella proposta di legge vengono infatti aggiunti due specifici commi: il primo prevede che la pena della reclusione da due a sei anni si applichi anche quando la propaganda o l’istigazione all’odio si fondino «in tutto o in parte sull’ostilità, sull’avversione, sulla denigrazione, sulla discriminazione, sulla lotta o sulla violenza contro gli ebrei, i loro beni e pertinenze, anche di carattere religioso o culturale, nonché sulla negazione della Shoah o del diritto all’esistenza dello Stato di Israele o sulla sua distruzione»; il secondo introduce un’aggravante specifica: se l’offesa è commessa utilizzando «segni, simboli, oggetti, immagini o riproduzioni che esprimano, direttamente o indirettamente, pregiudizio, odio, avversione, ostilità, lotta, discriminazione o violenza contro gli ebrei, la negazione della Shoah o del diritto all’esistenza dello Stato di Israele, la pena è aumentata fino alla metà».

La proposta di legge istituisce anche un articolato sistema di formazione e controllo. All’art. 2 si legge che i ministeri della difesa, della giustizia, dell’interno, dell’istruzione e del merito e dell’università e della ricerca «promuovono corsi di formazione iniziale e progetti di formazione continua destinati ai militari, ai magistrati, al personale della carriera prefettizia, alle Forze di polizia, ai docenti delle scuole di ogni ordine e grado e ai docenti e ricercatori universitari» che siano «specificamente dedicati allo studio della cultura ebraica e israeliana e all’analisi di casi di antisemitismo», nonché, con riferimento specifico alle Forze di polizia, «alla formazione in materia di redazione dei verbali di denuncia di atti di antisemitismo». L’articolo 3, invece, introduce obblighi di prevenzione e segnalazione di «atti razzisti o antisemiti in ambito scolastico e universitario», prevedendo sanzioni specifiche per il personale che violi questi doveri.

La deriva che vede l’utilizzo del concetto di antisemitismo come potenziale arma politica per strumentalizzare il dissenso appare un fenomeno in grande espansione, non soltanto nel nostro Paese. Sulla base della medesima giustificazione, ad esempio, nel Regno Unito è arrivata l’ennesima stretta repressiva del governo britannico sulle manifestazioni di piazza, che fa seguito alle proteste pro-Palestina che nelle ultime settimane hanno mobilitato migliaia di persone a Londra e in altre città. Secondo il governo, infatti, le recenti proteste avrebbero ingenerato «molto timore» nella comunità ebraica, spingendolo così a intervenire. Lo scorso luglio, su iniziativa dell’allora ministra degli Interni Yvette Cooper, l’esecutivo britannico ha vietato Palestine Action – organizzazione che promuove il boicottaggio di Israele – ai sensi del Terrorism Act. La sua proscrizione come organizzazione terroristica rende reato qualsiasi forma di sostegno pubblico, punibile con fino a 14 anni di carcere. Nelle settimane seguenti, fino a pochi giorni fa, si sono succeduti centinaia di arresti.

Burkina Faso: 8 europei arrestati per spionaggio

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Il governo militare del Burkina Faso ha annunciato di avere arrestato otto persone che lavorano per l’International ONG Safety Organisation, organizzazione non governativa con Sede nei Paesi Bassi. Le persone arrestate sono accusate di spionaggio e tradimento, accuse che l’ONG olandese ha respinto. Tra gli arrestati figurano un francese, un franco-senegalese, un ceco, un maliano e quattro cittadini burkinabé. Gli operatori erano stati precedentemente oggetto di una sospensione di tre mesi, ma, secondo il ministro della Sicurezza del Paese, avrebbero continuato a lavorare «clandestinamente», raccogliendo informazioni e dati sensibili «senza autorizzazione».

Siri ascolta ogni parola? La magistratura francese apre un’inchiesta

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Siri, l’assistente vocale di Apple, è da tempo al centro di accuse riguardanti la presunta violazione della privacy degli utenti. Nello specifico, le interazioni vocali con il sistema sono finite in passato nelle mani di aziende terze, le quali hanno poi ascoltato le registrazioni private delle persone. Alla luce di ciò, la Procura di Parigi ha deciso di aprire un’indagine nei confronti del colosso di Cupertino per stabilire se – e in che misura – Siri operi in violazione delle leggi francesi ed europee sulla protezione dei dati personali.

Il fascicolo, affidato all’Office Anti-Cybercriminalité (OFAC), nasce in relazione a una denuncia presentata il 13 febbraio 2025 dall’organizzazione non governativa Ligue des droits de l’Homme (LDH), tuttavia le radici della vicenda affondano più indietro nel tempo, fino al 2019, quando emerse pubblicamente l’uso controverso delle registrazioni vocali di Siri grazie alle rivelazioni di alcuni whistleblower impiegati presso Globe Technical Services, azienda subappaltatrice di Apple. Il compito dei tecnici era quello di ascoltare una selezione di file audio provenienti dalle interazioni delle persone con Siri, al fine di condurre controlli di qualità e migliorare le prestazioni del sistema. Ufficialmente, tutto avveniva con il consenso volontario degli utenti, eppure l’effettiva consapevolezza di tale adesione è tuttora oggetto di dibattito. Ancor più visto che, almeno inizialmente, la funzione di ascolto risultava attiva di default su tutti i dispositivi Apple e soltanto in seguito l’azienda ha iniziato a chiedere il consenso esplicito.

Secondo quanto ricostruito da un’inchiesta pubblicata all’epoca dal The Guardian, un numero considerevole di queste registrazioni contenevano informazioni estremamente private e sensibili, il che rende difficile credere che siano state condivise con estranei di propria iniziativa. Il soggetto più noto tra coloro che hanno preso parte alla denuncia originale, Thomas Le Bonniec, ha per esempio rivelato di aver compreso la gravità del fenomeno nel momento in cui ha dovuto valutare la qualità di una registrazione di un pedofilo. Approfondendo la questione, è dunque emerso che Siri tendeva ad attivarsi con estrema facilità anche in modo accidentale – bastava il suono di una zip che si apre per avviare una registrazione – e che la maggior parte degli utenti non era pienamente consapevole delle implicazioni derivanti dall’interagire con lo strumento.

A distanza di cinque anni, l’ONG francese ha dunque chiesto alle autorità di aprire il caso e indagare più a fondo. Una mossa che potrebbe sembrare tardiva – e in parte lo è – ma che rispecchia i tempi della giustizia d’oltreoceano e delle azioni legali intraprese in merito negli Stati Uniti. Negli Stati Uniti, Apple ha infatti recentemente chiuso una class action relativa alla gestione delle registrazioni di Siri, accettando di versare 95 milioni di dollari per risolvere la controversia in via extragiudiziale. L’obiettivo dichiarato della Ligue des droits de l’Homme è quello di aprire la strada a un procedimento analogo anche in Francia, con la prospettiva che un’eventuale causa, la quale potrebbe poi estendersi a macchia d’olio sull’intera Unione Europea. Il tutto mentre la Big Tech sta cercando – non senza difficoltà – di rilanciare Siri in versione potenziata dall’intelligenza artificiale.

“Apple non ha mai usato i dati di Siri per creare profili di marketing, non li ha mai resi accessibili agli inserzionisti e non li ha mai venduti a nessuno, per nessun motivo”, ha commentato Apple in un comunicato diffuso alla stampa. Una replica che, a ben vedere, non affronta il cuore delle accuse: il problema non è la vendita dei dati, ma le potenziali violazioni della privacy derivanti dal trasferimento delle registrazioni a società esterne e dall’ascolto da parte di personale umano. A prescindere dall’esito dell’inchiesta, il caso mette ancora una volta in luce come la tecnologia “intelligente” non sia alimentata da arcane magie digitali, bensì da operatori in carne e ossa tenuti molto lontani dallo sguardo degli utenti.

Birmania, l’esercito bombarda i manifestanti: 27 morti

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L’esercito della Birmania ha sganciato due bombe da un parapendio a motore su una folla di manifestanti, uccidendo 27 persone e ferendone altre 47. L’attacco è avvenuto a Chang-U, città nella Birmania centrale controllata dalle forze ribelli. I manifestanti, qualche centinaio di persone, si erano radunati per protestare contro la giunta militare. Dal 2021 la Birmania è al centro di una violenta guerra civile che vede contrapposto l’esercito, salito al potere con un colpo di Stato, e gruppi di milizie etniche locali. Da quanto riportano i gruppi per i diritti umani, l’esercito starebbe utilizzando sempre più spesso paramotori per effettuare attacchi contro i propri contestatori.

Legami tra talco e cancro: Johnson & Johnson dovrà pagare 966 milioni di dollari

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Un tribunale di Los Angeles ha inflitto una sonora sconfitta a Johnson & Johnson: la giuria ha condannato l’azienda a versare 966 milioni di dollari in favore dei familiari di Mae Moore, una donna californiana morta nel 2021 per mesotelioma, ritenuto causato dall’esposizione ad amianto presente nei prodotti a base di talco del colosso farmaceutico. Il verdetto ha una portata storica, in quanto è stata riconosciuta la responsabilità morale e civile di una multinazionale accusata da anni di aver minimizzato i rischi legati all’uso del talco contaminato. Trey Branham, uno degli avvocati che rappresentano la famiglia Moore, ha dichiarato dopo il verdetto che il suo team «spera che la Johnson & Johnson si assuma finalmente la responsabilità di queste morti insensate».

Secondo il verdetto, 16 milioni copriranno i danni compensativi, mentre ben 950 milioni rappresentano il risarcimento punitivo, con l’intento di colpire l’azienda oltre che risarcire le vittime. La reazione di Johnson & Johnson è stata immediata: la multinazionale ha annunciato che presenterà appello, definendo la decisione «atroce e incostituzionale» e ribadendo che le accuse sarebbero basate su «scienza spazzatura», ovvero studi scientifici difettosi e non attendibili. Da anni l’azienda sostiene che i suoi prodotti siano sicuri, privi di amianto e non correlati a malattie tumorali. Tuttavia, già nel 2020, spinta da un’ondata di denunce e dalla perdita di fiducia dei consumatori, J&J aveva sospeso la vendita del talco per bambini negli Stati Uniti, sostituendolo con polveri a base di amido di mais, segno che la pressione mediatica e giudiziaria aveva iniziato a produrre i suoi effetti. Il maxi-risarcimento, tuttavia, potrebbe essere ridotto in appello, poiché la Corte Suprema statunitense ha stabilito che i danni punitivi non dovrebbero superare di nove volte quelli compensativi.

Il caso Moore rappresenta l’ultimo capitolo di una lunghissima battaglia legale che vede coinvolte decine di migliaia di persone in tutto il mondo. Da anni, i querelanti sostengono che i prodotti per l’igiene personale di Johnson & Johnson, tra cui il celebre borotalco, contenessero tracce di amianto in grado di provocare gravi patologie, tra cui tumori ovarici e mesoteliomi. Si stima che, nel 2025, le cause pendenti contro la società superino le 67.000. Nel corso degli anni, l’azienda ha tentato in più modi di chiudere la vicenda: nel 2023 aveva offerto 9 miliardi di dollari per mettere fine alle accuse legate al talco, mentre nel 2024 ha raggiunto un accordo da 700 milioni di dollari per risolvere alcune cause promosse dai procuratori generali di diversi Stati americani. Sempre nel 2024, la società ha presentato un piano da 6,5 miliardi di dollari, distribuiti in 25 anni, per chiudere il 99,75% delle richieste di risarcimento per cancro ovarico. Tutti questi tentativi avevano un obiettivo chiaro: contenere i danni economici e salvaguardare l’immagine del marchio, senza mai ammettere una responsabilità diretta. Le strategie giudiziarie e finanziarie di Johnson & Johnson non hanno convinto i tribunali. In più occasioni, infatti, i giudici federali hanno respinto i tentativi della multinazionale di spostare le cause all’interno di società veicolo create ad hoc per dichiarare il fallimento e ridurre i debiti legali, ritenendo tali manovre una distorsione della legge fallimentare. Nell’ultimo anno, J&J ha ottenuto diverse sentenze importanti in casi di mesotelioma, ma quella di lunedì è tra le più consistenti. L’azienda ha vinto alcuni processi per mesotelioma, tra cui quello della scorsa settimana in South Carolina, dove una giuria ha dichiarato J&J non responsabile ed è riuscita a ridurre alcuni risarcimenti in appello, tra cui un caso in Oregon in cui un giudice statale ha accolto la richiesta della multinazionale di annullare un verdetto di 260 milioni di dollari e di tenere un nuovo processo. Il caso Mae Moore, dunque, chiude simbolicamente una fase di tattiche dilatorie e apre un nuovo capitolo in cui il peso della responsabilità aziendale viene riaffermato con forza.

La condanna da 966 milioni di dollari non rappresenta solo un evento giudiziario, ma un segnale di svolta nel modo in cui l’opinione pubblica e la giustizia guardano al rapporto tra salute e industria. Se confermata in appello, la sentenza potrebbe costituire un precedente importante, rafforzando le posizioni delle migliaia di querelanti che ancora attendono giustizia. Anche se l’importo dovesse essere ridimensionato, il messaggio lanciato dal tribunale è chiaro: le multinazionali non possono più nascondersi dietro le strategie legali per eludere le proprie responsabilità. Per Johnson & Johnson, questo verdetto rischia di trasformarsi in una condanna più pesante della cifra in sé: una condanna morale che mette in discussione decenni di pubblicità e di fiducia costruite attorno all’immagine di un marchio “per la famiglia”. La vicenda del talco contaminato diventa così un caso emblematico del conflitto tra profitto e salute, tra le logiche di mercato e il diritto dei cittadini a conoscere la verità sui prodotti che utilizzano quotidianamente, spingendo sempre più verso una revisione dei protocolli di sicurezza. L’industria cosmetica e farmaceutica è oggi chiamata a fare i conti con una nuova consapevolezza: non basta proclamare la sicurezza di un prodotto, serve dimostrarla in modo trasparente, accettando la possibilità di un errore. Quella di Mae Moore non è più una storia isolata: è il simbolo di una giustizia che, dopo anni di silenzi e compromessi, inizia finalmente a chiedere conto del prezzo umano pagato sull’altare del profitto.