lunedì 12 Gennaio 2026
Home Blog Pagina 168

Israele fa entrare a Gaza gli influencer per diffondere fake news sul genocidio

1

Il Ministero della Diaspora di Tel Aviv ha invitato dieci influencer internazionali nella Striscia di Gaza per promuovere la propaganda a proprio favore. «Se io fossi Israele, a Gaza non darei nemmeno i calzini appaiati», dice uno di loro, mostrando le pile di aiuti umanitari bloccate sul lato palestinese del valico di Kerem Shalom, situato tra Israele, Striscia di Gaza ed Egitto; «Sono qui a Gaza e tutto quello che vedo è cibo, acqua e opportunità». Il giardino dell’Eden, insomma, a cui i gazawi non avrebbero accesso perché Hamas ruberebbe gli aiuti e l’ONU si rifiuterebbe di distribuirli. L’ennesima operazione mediatica per spargere il seme del negazionismo, che Israele ha portato avanti scaltramente, invitando una manciata di persone note sui social all’interno di un’area di confine chiusa, mentre da quasi due anni blocca l’accesso alle zone di guerra ai giornalisti internazionali.

«Stiamo perdendo la guerra della propaganda». Diceva così il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu lo scorso 10 agosto, lanciando le tradizionali accuse di faziosità contro i media che non riportano fedelmente la versione di Israele sul genocidio palestinese. «Dobbiamo fare qualcosa contro l’algoritmo dei social», continuava, sostenendo che i contenuti virali fossero orientati a dipingere lo Stato ebraico negativamente. Ecco dunque che dieci giorni dopo, sono apparsi sui social i video di Xavier De Rousseau, “attivista della generazione Z” statunitense, 500mila follower su Instagram, e 250mila su X. È lui, vestito con casco protettivo e giubbotto antiproiettile, a sostenere di essere «dentro Gaza» (senza specificare di trovarsi ben lontano dalle zone di guerra, su un valico di confine controllato da Israele) e ad accusare l’ONU di «portare gli aiuti, ma non finire il lavoro, come il tuo ex». Visto l’alto numero di follower e la vena polemica dei suoi contenuti, i suoi video sono tra quelli che sono circolati di più, ma non sono gli unici. A Kerem Shalom sono entrati anche Marwan Jaber, giovane druso israeliano, con 250mila follower su Instagram; Jeremy Abramson, israelo-statunitense con 450mila follower; Shiraz Shukrun e David Mayofis, israeliani; Gabriel Boxer, statunitense; e Abraham Hamra, siriano di fede ebraica. L’unica a fare qualcosa di diverso è Brooke Goldstein, avvocata attiva nella lotta all’antisemitismo, che si è recata presso un punto di distribuzione della Gaza Humanitarian Foundation.

Tutti gli influencer invitati portano avanti la propaganda israeliana sui social da diverso tempo, e nei propri video “a Gaza” dicono la medesima cosa: gli aiuti ci sono, ma Hamas li ruberebbe per mangiare a volontà sotto i tunnel e vendere il cibo a prezzi elevatissimi in modo da finanziare l’acquisto di armi; l’ONU, invece, non vorrebbe distribuirli. Tutte queste affermazioni sono supportate dalla sola propaganda israeliana, e non c’è nessuna fonte diversa ad appoggiare la narrazione di Tel Aviv; che Israele stia bloccando gli aiuti, invece, lo hanno detto in tanti e tante volte, a partire dalle stesse Nazioni Unite, per arrivare al suo Ufficio Umanitario (OCHA), al Programma Alimentare Mondiale, alla Organizzazione Mondiale della Sanità, all’UNRWA; e ancora, ci sono esperti internazionali come la Relatrice per i territori palestinesi occupati Francesca Albanese, il Relatore per il cibo Michael Fakhri, e altri 30 relatori indipendenti; ci sono poi le ONG, come Amnesty, Human Rights Watch, le israeliane B’Tselem e Physicians for Humans Rights, e più di altre 100 organizzazioni non governative; le analisi indipendenti di cui si serve l’OCHA per i propri bollettini, le fonti ospedaliere locali, e quelle giornalistiche, tanto arabe quanto israeliane. Lo scorso giugno, anche la stessa GHF annunciò che Israele aveva limitato la distribuzione degli aiuti all’ONU, cosa che ha fatto svariate volte. Nei mesi Israele si è difesa lanciando accuse di antisemitismo contro chiunque mettesse in dubbio la propria versione, sostenendo che ci sia un complotto contro di lei, affermando che l’ONU sia «una palude di bile antisemita», e che le sue agenzie sostengano il terrorismo; non ha tuttavia mai portato nulla di solido per sostenere i propri argomenti.

L’invito agli influencer è arrivato dopo una serie di video su YouTube, inserzioni su Google, pubblicità su Meta (l’azienda di Mark Zuckerberg) e dichiarazioni sui media tradizionali, con i quali Israele sta provando a cambiare la narrativa sul genocidio a Gaza. Negli ultimi mesi, lo Stato ebraico ha portato avanti una massiccia operazione di propaganda per screditare Francesca Albanese promuovendo i propri rapporti contro di lei sul motore di ricerca di Google, ha speso 150 milioni di dollari per migliorare la propria immagine, e ha condotto campagne coordinate dall’Agenzia Pubblicitaria governativa. In generale, sul web e sui social sono iniziati a comparire contenuti che provano a descrivere una Gaza diversa, lontana dalla catastrofe umanitaria in cui si trova. Questa macchina della propaganda bellica, studiata per manipolare e orientare i contenuti online in modo da smentire il genocidio e legittimare la repressione, trova terreno fertile e amplificatori anche in Italia, come nel caso del Lava Café, un presunto bar dove i gazawi si riunirebbero tranquillamente a mangiare dolci.

Gaza, bombardato ospedale Nasser: 15 morti tra cui 4 giornalisti

0

Un raid israeliano ha colpito l’ospedale Nasser di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, uccidendo almeno 15 persone, tra cui quattro giornalisti di Al Jazeera: il fotografo Mohammed Salameh, i cameraman Moaz Abu Taha e Hossam al-Masri, e la fotoreporter Mariam Abu Daqqa. L’attacco è stato condotto da un drone kamikaze dell’IDF. In totale, almeno 23 palestinesi sono stati uccisi dall’alba di lunedì, con nove civili, tra cui cinque membri di una famiglia, morti in attacchi precedenti nella zona di al-Karameh, a nord-ovest di Gaza City.

Spagna: il dramma della Comunità Valenziana, dieci mesi dopo l’alluvione

0

Sono passati dieci mesi da quando, il 28 di ottobre del 2024, una violenta alluvione si è abbattuta sulla Comunità Valenziana, sulla comunità di Castiglia e la Mancia e Aragona, lasciando in vari paesi, specialmente quelli della fascia meridionale intorno alla città di Valencia, distruzione e morte. Quella sera, intorno alle ore 20, i fiumi sono esondati a causa delle forti piogge trasformando le strade cittadine in torrenti di acqua e fango. La mattina successiva la situazione è risultata immediatamente terribile: garage e abitazioni al piano terra completamente sommersi dal fango, un numero elevato di feriti e dispersi e, ad oggi, 233 vittime, delle quali 225 solo nella Comunità Valenziana.

Dieci giorni dopo la situazione risultava essere ancora critica; la popolazione denunciava l’inadempienza delle istituzioni, la lentezza delle forze dell’ordine e in varie aree delle città il fango superava anche il metro e mezzo d’altezza. Davanti ai miei occhi si accumulavano le immagini della devastazione: le automobili ammassate nei parcheggi, i detriti delle case accatastati negli angoli delle strade e lo sguardo perso di molti residenti, affacciati ai balconi dei piani superiori attenti a seguire il lavoro delle migliaia di persone accorse per dare una mano. E a dieci mesi di distanza, ancora si fatica a ritornare alla normalità. 

Paiporta, al centro del disastro

Paiporta, paese a pochi chilometri a sud della capitale valenziana, è stato tra i più colpiti dalla furia della pioggia. Qui, il torrente che attraversa la città, il Barranco del Poyo, ha distrutto ogni cosa si trovasse sul proprio cammino e per giorni ha diviso inesorabilmente in due parti il paese, rendendo estremamente complessa ogni operazione di salvataggio. Il tragitto che unisce Paiporta e Valencia era segnato da un via vai costante di volontari, che, dopo il lavoro, ancora sporchi di fango, scrollavano la polvere e i residui attaccati sugli scarponi lungo il sentiero che costeggia gli aranceti della zona, per poi raggiungere gli autobus e tornare a casa.

Oggi è semplice arrivare a Paiporta. Solo alcune settimane fa è stato ristabilito il traffico ferroviario, e per mezzo della linea 1 e 2 della metro, si può raggiungere il paese dal centro di Valencia in pochi minuti. Non appena si esce dalla stazione si è accolti da un cartello su cui è riportato: «Reconstrucción de la estación de Paiporta. Líneas 1,2 y 7». Questi lavori fanno parte del Pla Recuperem València, un pacchetto di finanziamenti pari a un miliardo di euro stanziato dalla Generalitat Valenciana e finalizzato alla ricostruzione dei paesi, al quale si aggiunge il contributo economico dello Stato.

Sul cartello è riportato: «Ricostruzione della stazione ferroviaria di Paiporta. Linee 1, 2 e 7». Foto di Armando Negro

Osservare i nuovi binari su cui circolano i vagoni della metropolitana fa inevitabilmente un certo effetto. L’immagine della ferrovia divelta e accasciata su se stessa risale a solo pochi mesi prima, ma non può far altro che suggerire un immediato paragone nella memoria di chi ha visto quella stazione della metro. La sensazione di trovarsi dinanzi ad una rappresentazione fisica della locuzione «la quiete dopo la tempesta» è costante, ma è nei dettagli che ci si può imbattere nella percezione di un dolore ancora irrisolto.

Per chi ha visto Paiporta solo durante i giorni successivi alla DANA, il paese è irriconoscibile. Camminare tra le strade, questa volta, è reso difficile solo dal caldo asfissiante che in questi giorni di agosto sta colpendo una gran parte dello stato spagnolo. Bruciati dal sole, gli angoli delle strade accolgono le persone rimaste in paese e vari operai che seduti sulle panchine cercano ristoro sotto l’ombra degli alberi. Il fantasma degli ammassi di detriti è tangibile. Le stesse strade sono ricoperte da una sottile patina di polvere e fango che risale con tutta probabilità a quei giorni, mentre il vento smuove la terra dei giardini non più verdi.

Una delle tante abitazioni distrutte dalla DANA. Foto di Armando Negro

Non appena arrivo in una delle piazze principali del paese, dove sorge la Chiesa di Sant Jordi, noto che le attività di ristorazione hanno ripreso a lavorare: per sfuggire dal caldo alcuni si riparano sotto gli ombrelloni dei bar e si rinfrescano bevendo del caffè freddo o una horchata, bevanda tipica della Comunità Valenziana. Il caso vuole che tra i tavolini abbia la fortuna di incontrare Zaca, lo stesso ragazzo che dieci mesi prima, mi descrisse, dentro ad un centro di distribuzione alimentare improvvisato, la sua esperienza. All’epoca mi raccontò di aver avuto fortuna, di essersi salvato in tempo e di aver avuto la possibilità di parcheggiare al sicuro. Mi accoglie oggi con lo stesso sorriso. «Mancano ancora delle cose, ma onestamente molte altre sono state sistemate grazie alla gente che è venuta da fuori. Senza queste persone non staremmo così» mi spiega Zaca. «Non mi interesso di politica, però sicuramente da quel punto di vista le cose sono state fatte male». Chiosa, prima di andare a lavorare.

La quotidianità dopo il disastro

Nonostante siano passati vari mesi, è possibile ascoltare tra i tavolini del bar i racconti di quei giorni, il resoconto dei danni e le esperienze più dure vissute da conoscenti e amici. La DANA qui è divenuta una tappa imprescindibile nella vita delle persone: tra le varie vicissitudini della vita, l’alluvione ha preso un posto fondamentale nello svolgimento della quotidianità cittadina, come era accaduto durante la pandemia da Covid-19.

«L’acqua dentro casa arrivava a due metri d’altezza, sono venuti a salvarci alcuni vicini» mi racconta Carmen, una signora del paese. «Noi ci siamo salvati per miracolo, io per sette mesi mi sono dovuta trasferire in Svizzera per guarire e sono tornata qui solo da qualche settimana». Mi viene spiegato che, nonostante tutto, il popolo cerca di ritrovare la forza di andare avanti ancora adesso. «Chiaramente le famiglie che hanno vissuto la perdita di un caro fanno ancora molta fatica a voltare pagina» mi spiega ancora Carmen.

Foto di Armando Negro

Tornando sull’argomento, lo sgomento provato da chi ha rischiato di perdere la vita sembra riaccendersi immediatamente: ognuno cerca la propria pace in vari modi, chi benedicendo la fortuna che permette loro di essere ancora vivi; chi ringraziando il lavoro incessante dei volontari; chi attaccando senza mezzi termini l’inadempienza della politica. «Io vivo in Svizzera e, nonostante ciò, ho comunque visto le immagini di Paiporta inondata prima che i cittadini ricevessero gli allarmi d’emergenza» mi spiega Pablo, il figlio di Carmen. «Se la Generalitat fosse intervenuta per tempo, si parlerebbe di molti danni, ma sicuramente di molte meno vittime».

La fuga della politica

Sono proprio le responsabilità politiche il tema ancora oggi più scottante. Difatti, nonostante la Generalitat e il governo spagnolo abbiano dato il via ad un oneroso piano di ricostruzione, il presidente valenziano Carlos Mazón non ha mai ammesso la propria colpevolezza e nel corso dei mesi ha tergiversato sulle ragioni per le quali non è stato fatto partire in tempo l’allarme. L’agenzia metereologica spagnola (AEMET) aveva allertato fin dalla mattina del 28 ottobre il rischio di alluvione, ma secondo le indagini, non solo il presidente Mazón ha ignorato la gravità della situazione, ma nello stesso pomeriggio è risultato per svariate ore completamente irraggiungibile, e di conseguenza ha reso impossibile azionare un piano di precauzione. Nella stampa spagnola e tra i banchi della politica i racconti, al limite del grottesco, continuano a sprecarsi, ma resta il fatto che quest’inadempienza, unita alla gestione successiva della tragedia, è stata fatale per più di duecento persone.

Sebbene la propaganda di destra abbia cercato fin da subito di colpire il presidente del governo Pedro Sánchez, alcuni cittadini giustificano l’operato del governo, lasciando cadere la totale responsabilità su Carlos Mazón. «Quell’uomo non vuole metterci la faccia, a ogni domanda risponde che è impegnato nella ricostruzione dei paesi, ma su dove stesse in quel momento o su come ha gestito l’invio degli allarmi non si pronuncia. Allarmi che non ci sono stati» mi spiega Juán. «La gente ha iniziato a ricevere gli avvisi sul cellulare quando l’acqua era già a tre metri d’altezza. Io stesso sono tra quelli che hanno dovuto correre per salvarsi».

Foto di Araìmando Negro

La conversazione si accende, le persone hanno voglia di riaffrontare una tematica che la stampa spagnola sembra aver completamente dimenticato, e ognuno sceglie di soffermarsi su un aspetto di questa tragedia. Tra questi spicca la necessità di tornare alla normalità. «Adesso funziona bene o male tutto, hanno riaperto varie attività, come i supermercati e le farmacie, altri negozi sono stati chiusi definitivamente, mentre in altri punti ne stanno aprendo di nuovi. In quel momento non potevamo neanche fare la spesa» mi spiega Jesús. «Qui hanno aiutato tanto. Devo ammettere che la gente giovane mi ha dato una lezione, è stato impressionante quanto si siano adoperati i volontari».

Durante la seconda settimana di agosto Paiporta celebra le feste patronali, in onore di San Rocco e dell’Assunzione di Maria. La programmazione delle serate d’agosto è ricca di eventi musicali e folkloristici, oltre che di attività per i bambini del paese. Anche questa situazione, però, è motivo di dibattito. «C’è bisogno di un po’ d’allegria, affinché la gente possa dimenticare quanto accaduto, specialmente per i bambini che hanno sofferto molto» mi spiega Pablo. «Tanto riceverebbero critiche in ogni caso, che queste feste si facessero o che non si facessero. Sicuramente saranno molto ridotte rispetto agli anni passati».

Foto di Armando Negro

Camminando per il paese è possibile vedere i garage e i piani terra fortemente intaccati dall’alluvione: negli atri dei condomini si scorge ancora oggi il livello raggiunto dal fango sulle pareti; molti cancelli sono piegati dalla forza dell’acqua e le facciate di molte case presentano dei muri grezzi di mattoni nei quali si trova l’attuale ingresso delle abitazioni. Sono vari i lavoratori impegnati a ristrutturare attività commerciali, mentre altri si dedicano al recupero dei garage.

«Quando abbiamo iniziato a ristrutturare questo garage la situazione era ancora critica. L’acqua era arrivata fino al tetto, quindi abbiamo dovuto rimuovere tutto il gesso, ricostruire le pareti cadute e adesso ci manca ridipingere» mi spiega Juanma, lavoratore di una ditta impegnata nella ristrutturazione dei garage. «Ci vorrà molto tempo per ricostruire tutto, in alcune zone del paese non si è nemmeno iniziato a lavorare». Ciò che alcuni abitanti segnalano, infatti, è la lentezza con la quale procedono i lavori per far ritornare la normalità a Paiporta «ora come ora il problema non sono i soldi, che in molti hanno ricevuto dallo Stato, ma mancano le persone che si occupino di tutto quello che c’è da fare» mi spiegano.

Sul muro c’è scritto: «Vincono sempre coloro che non si arrendono, e anche coloro che si arrendono per un momento». Foto di Armando Negro

Ogni angolo della città racconta quanto accaduto: i disegni dei bambini sbiaditi, i cartelli con messaggi di appoggio verso il popolo valenziano, le locandine che promuovono manifestazioni ed eventi religiosi nei quali pregare e radunarsi per un po’ di conforto continuano ad essere affissi su vari edifici, in alcuni casi chiusi per le vacanze estive, in altri casi definitivamente. Ancora oggi vengono organizzati alcuni eventi legati alla DANA: da allora, ad esempio, a Valencia ogni giorno 29 del mese centinaia di manifestanti si radunano davanti agli uffici della Generalitat per chiedere giustizia e reclamare le dimissioni di Carlos Mazón. I messaggi più diretti, però, si trovano ancora una volta sui muri, in alcuni casi accusatori, in altri di conforto: «Hasta aquí llegó el agua y la incompetencia del PP» (Fino a qui è arrivata l’acqua e l’incompetenza del Partido Popular) si trova scritto accanto al portone di una casa, mentre, vicino all’ingresso di un officina ancora sventrata dall’alluvione si legge: «Siempre ganan los que nunca se rinden (y lxs que se rinden un rato, también)» (Vincono sempre coloro che non si arrendono, e anche coloro che si arrendono per un momento).

Crisi climatica ed eventi estremi

Se da un lato la rabbia e la sfiducia si dirige verso la politica istituzionale, che non sembra voler rendere giustizia né dare le risposte che la popolazione ancora aspetta di ricevere, un altro aspetto di questo disastro è indubbiamente ancora attuale, ovvero la gestione della crisi climatica. Da un bar è possibile ascoltare le notizie riportate dal telegiornale sui numerosi incendi che simultaneamente stanno colpendo varie aree del territorio spagnolo. La Galizia, Castiglia e León, le Asturie, Madrid e Aragona in questo momento sembrano legate tra loro dalle conseguenze feroci della crisi climatica che sta attanagliando la Spagna e che dieci mesi fa si abbatté sulla Comunità Valenziana. All’interno del bar, varie persone pranzano in silenzio mentre osservano le immagini degli incendi, con lo sguardo di chi ha vissuto la devastazione in prima persona. Davanti allo sconforto che oggi altri sono costretti a provare, ognuno sembra rispondere a proprio modo. «Siamo persone plurali e diverse, ognuno vive il proprio dolore in maniera differente» mi spiega Sergio, il presidente dell’associazione Intercomparsa de Moros i Cristians de Paiporta. «Bisogna rispettare ogni tipo di pensiero, azione e voglia di partecipazione».

Alcuni punti della città, resi deserti dalla canicola del primo pomeriggio, ti obbligano a confrontarti con il silenzio di quanto incontrato dieci mesi prima. Il parcheggio che a novembre ospitava le automobili accatastate oggi è completamente vuoto; in egual misura l’incrocio nel quale erano stati posizionati centinaia di stivali o il parco che ospitava il gazebo e i tavoli con alimenti e generi di prima necessità. Di quella situazione non sembra restare nulla, se non un leggero odore acre, che ricorda, forse per suggestione, il fetore del fango di quei giorni.

La nuova vita risiede in coloro che si impegnano quotidianamente per ricostruire la città; nelle persone impiegate nella ristrutturazione di case, garage e attività commerciali; in coloro che si adoperano per creare spazi di comunità e ricreazione, tra chi ha voglia di raccontare la propria esperienza e anche in quelle persone che non riescono ancora a voltare pagina.  Se si arriva a Paiporta con la metropolitana da Valencia, sembra non essere successo nulla. Ma i fantasmi della devastazione sono ancora lì, nella patina di fango sulle strade, nei cartelli piegati dall’acqua, nello sguardo di chi ha visto la propria normalità spazzata via in una sera.

Vietnam, arriva il tifone Kajiki: 500mila evacuati

0

In Vietnam, il governo ha ordinato l’evacuazione di circa 586.000 persone dalle province centrali di Thanh Hoa, Quang Tri, Hue e Da Nang, in preparazione all’arrivo del tifone Kajiki previsto per lunedì. Il tifone, che si sta spostando dalla Cina, ha venti che superano i 160 km/h, con un’intensificazione prevista fino a 200 km/h e piogge abbondanti. Le autorità hanno cancellato una ventina di voli e raccomandato alle imbarcazioni di restare nei porti per motivi di sicurezza. Si prevede che l’intensità del tifone diminuisca durante il suo avanzamento nel paese.

Libia, scontri a Tripoli: 12 morti

0

Ieri a ovest della capitale libica Tripoli sono scoppiati degli scontri armati in seguito a cui sono state uccise 12 persone. A dare la notizia è l’emittente saudita Al Hadath, che riferisce che i combattimenti sarebbero iniziati dopo che un gruppo di persone armate avrebbe tentato di uccidere il comandante della 55esima Brigata, Muammar Al-Dawi, schierato dalla parte del governo centrale. Gli scontri sarebbero avvenuti a Warshefana, a ovest di Tripoli, e il comandante sarebbe rimasto illeso. L’attacco non è stato rivendicato da nessuno.

Yemen, Israele bombarda la capitale Sana’a

0

Israele ha nuovamente bombardato lo Yemen, prendendo di mira la capitale Sana’a. Con 15 raid l’aviazione israeliana ha colpito obiettivi strategici e civili. Attaccato anche il palazzo presidenziale, evacuato da tempo proprio a seguito di precedenti raid israeliani. Fonti locali parlano di diverse vittime, con i bilanci in aggiornamento. Lo scopo principale dell’attacco sarebbe l’assassinio di un leader degli Houthi, il movimento che da due anni minaccia le navi dirette a Israele come strumento di pressione verso quest’ultimo, affinché cessi il genocidio condotto in Palestina.

Caracas, liberati 2 detenuti italo-venezuelani

0

La Farnesina ha annunciato la scarcerazione a Caracas di Amerigo De Grazia, ex deputato, e Margherita Assenza, ex funzionaria pubblica. I due sono cittadini italo-venezuelani arrestati l’anno scorso in Venezuela e detenuti all’Helicoide, prigione politica del Paese. Da quanto si apprende, De Grazia e Assenza non potranno, almeno per il momento, lasciare Caracas dopo la scarcerazione. «Continua l’azione per la liberazione di Alberto Trentini e di tutti gli altri italiani ancora detenuti», fa sapere il Ministero degli Esteri.

Amnesty: gli USA impiegano l’IA per repressione del dissenso ed espulsioni di massa

6

L’accusa diretta al governo statunitense proviene da Amnesty International, l’organizzazione internazionale per i diritti umani: negli Stati Uniti, le autorità starebbero impiegando sistemi automatizzati basati sull’intelligenza artificiale per controllare e reprimere il dissenso sociale. Gli strumenti impiegati sono, in particolare, Babel X, prodotto da Babel Street, e Immigration OS, prodotto da Palantir. Nel mirino delle autorità sono finite soprattutto le proteste a sostegno della Palestina: secondo Amnesty, infatti, il controllo ha il fine di inserire gli studenti pro-palestinesi nel programma Catturare e Revocare, che prevede la revoca dei visti a chi prende parte a manifestazioni a favore della Palestina. Ad essere controllati sono anche persone migranti e richiedenti asilo.

Le prove del monitoraggio di massa provengono dall’esame di documenti pubblici come quelli del Dipartimento per la Sicurezza interna, bandi di assegnazione e altri. Il programma Babel X, riporta Amnesty, verrebbe impiegato per «valuta le “emozioni” e le probabili intenzioni delle persone utenti basandosi sul loro comportamento online». In questo modo, vengono identificati «contenuti collegati al “terrorismo”», che le autorità possono poi impiegare per decidere se revocare o meno i visti. Babel X è infatti in grado di «accogliere rapidamente una serie di dati relativi a una persona, come nome e cognome, indirizzo di posta elettronica o numero di telefono; può avere accesso ai suoi post sui social media, al suo indirizzo IP, al suo curriculum professionale e ai codici univoci di identificazione per le app di annunci pubblicitari in modo da localizzare il dispositivo».

Per quanto riguarda Palantir, il coinvolgimento con gli apparati di sicurezza e di intelligence statunitensi e israeliani è appurato (l’azienda fornisce a Israele i software necessari per portare a termine la propria campagna genocidiaria a Gaza). Il suo prodotto Immigration OS, versione aggiornata di programmi precedentemente esistenti, viene impiegato dall’ICE sin dal 2014, spiega Amnesty. Esso permette di «creare un archivio elettronico, che organizza e collega tutte le notizie e i documenti associati a una particolare indagine [su un caso di immigrazione], in modo che possano essere consultati da uno specifico luogo».

Entrambe gli strumenti sono fondamentali per portare avanti la politica di repressione delle proteste studentesche a favore della Palestina e di espulsione di massa di tutti i migranti “irregolari” messa in atto dall’attuale amministrazione Trump. In questo contesto sono divenuti celebri casi come quello di Mahmoud Khalil, neolaureato alla Columbia University (che, insieme ad Harvard ed altre univestià statunitensi, è finita nel mirino del governo nel contesto delle proteste contro il genocidio a Gaza) e titolare di un permesso di residenza permanente negli USA, arrestato nel suo appartamento dagli agenti della ICE in quanto portavoce delle proteste per la Palestina. Il suo permesso, come quello di tanti altri studenti, è stato successivamente revocato. Come sottolineato da Erika Guevara, alta direttrice delle ricerche e delle campagne di Amnesty, «sistemi come Babel X e Immigration Os hanno un ruolo fondamentale nel rendere possibile l’attuazione delle politiche repressive dell’amministrazione USA, facilitando decisioni rapide e automatizzate che hanno già causato espulsioni di massa a un ritmo senza precedenti, che non consentono un livello adeguato di procedure eque e che mettono significativamente in pericolo i diritti umani di tutte le persone immigrate, anche delle studentesse e degli studenti che non sono cittadini USA».

Guevara ha definito la situazione «profondamente preoccupante», in quanto «queste tecnologie consentono alle autorità di rintracciare rapidamente e prendere di mira studenti e altri gruppi marginalizzati con una velocità e un’ampiezza senza precedenti. Ne derivano arresti illegali ed espulsioni di massa, un clima di paura e un effetto raggelante ancora più diffuso tra le comunità migranti e tra le studenti e gli studenti internazionali nelle scuole e nei campus universitari».

Romagna, violento temporale nella notte: allagamenti e caduta alberi

0

Un forte temporale si è abbattuto intorno alle 4.30 di stamattina sulla costa romagnola, prima nelle zone di Ravenna e Cervia, dove sono stati registrati danni ingenti a spiagge e bagni, e poi nella provincia di Rimini. I violenti rovesci hanno causato la caduta di numerosi alberi, oltre ad allagamenti, con alcune strade che si sono presto trasformate in fiumi d’acqua. La caduta di alcuni pini a Milano Marittima ha isolato alcune zone, richiedendo l’intervento dei vigili del fuoco. Dalle 6 di stamattina sono sospesi i treni nel tratto Rimini-Ferrara, mentre altri treni regionali possono subire ritardi o cancellazioni.

La Cisgiordania tra occupazione e resistenza

1

Ormai non ci sono dubbi, se mai ce ne siano stati: Israele punta alla conquista totale e alla distruzione di quello che sarebbe dovuto essere lo Stato palestinese e del suo popolo. Obiettivi dichiarati e perseguiti alla luce del sole, nonostante vadano contro il diritto internazionale. «È la fine dell'illusione dello Stato di Palestina», così ha detto il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, durante la presentazione del nuovo programma di insediamento coloniale nei territori della Cisgiordania denominato «Piano E1». Il piano prevede la costruzione di 3.400 unità abitative, con il...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.