sabato 21 Marzo 2026
Home Blog Pagina 168

La vera libertà è il vagabondaggio

0

Queste parole stavano su un piccolo manifesto trovato molti anni fa in un paesino sui Pirenei francesi. Motto perfetto per un camperista come me, che da quasi quarant’anni attraversa l’Europa.

Tutti abbiamo una qualche idea di che cosa sia un popolo ma che cosa sia davvero la gente pochi lo sanno veramente. Girare in camper ti permette di fartene un’idea, anzi tante idee, e le più varie, perché la folla è più o meno anonima ma le persone no, le persone se le fai parlare in condizioni informali ti regalano spezzoni di film, inquadrature, scene, sequenze di una fiction. Ognuno è irripetibile ma nello stesso tempo è rappresentante di qualcosa.

Il contadino a Cabo Espichel, Portogallo, che all’alba portava la sua frutta e verdura in quel posto sperduto e rimpiangeva con me di non aver studiato, perché avrebbe voluto scrivere qualcosa anche lui sullo sfruttamento delle maestranze in Alentejo come aveva fatto il grande Saramago.

La ciclista nella Vandea, Francia, che aveva lasciato la bici fuori dalla chiesa sperduta. Saint-Révérien abbazia cluniacense del XII secolo. Eravamo arrivati lì quasi per sbaglio, sul Cammino francese di Santiago, io e Ave, appassionata e studiosa fra l’altro di arte medievale, e anche lei pilota indomabile. Appena entrati una commozione speciale: i capitelli tutti intatti, che non avevano subito l’oltraggio delle truppe napoleoniche. Una enciclopedia di simboli. E la ciclista che aveva appena deposto dei fiori di campo su una spalliera, stava disegnando una di quelle sirene di pietra. 

A proposito di fiori, per par condicio, indimenticabile il busto di Karl Marx nel parco cittadino di Neubrandenburg, Pomerania, Germania dell’Est, e quell’ombra indistinta che si allontana nella nebbia della sera dopo aver lasciato dei garofani bianchi. 

E sul Baltico, Rostock, i musicisti di strada che eseguono brani folclorici con strumenti tradizionali. Ti avvicini, ti parlano in quell’inglese improbabile da turista e ti dicono che un po’ sono russi e un po’ ucraini ma che le canzoni erano le stesse. 

Ivo ci aveva portati a visitare l’isola delle donne e l’isola degli uomini, in Croazia, prigionia-lager dei nemici di Tito. Ma con la barca eravamo andati a sbattere contro una bora contraria pazzesca. E allora Ivo aveva tirato fuori grappa per tutti. E sembravamo, gente di mezza Europa, la barca dei rovinati, come si chiamava nel Cinquecento, la piccola nave su cui si imbarcavano i relitti sociali, canzonatori del potere, personaggi di quel mondo alla Rabelais su cui avevamo letto gli studi fantastici del russo Mihail Bachtin. 

Lassù in Norvegia, verso il Circolo polare, ci mettiamo in una serata gelida a parlare con Knut, non troviamo la presa per l’elettricità, lui ci fa vedere come si fa ma un attimo dopo ci scateniamo con le ricette di baccalà e stoccafisso. E quel ragazzo al mercato del pesce, sempre nel grande Nord, siciliano? Io faccio il professore sul mare che unisce i popoli più diversi e lui incazzato con Salvini a cui dà la colpa se ha dovuto diventare emigrante. 

E Bakunin? C’è posto anche per lui. Il tipo dell’Ufficio di Turismo vuol farmi salire sul riksciò perché vede che faccio fatica a camminare. Ma gli dico no grazie e gli chiedo che cosa fa nella vita. Si sta per laureare alla Sorbona sul tema del potere con una allieva di Michel Foucault… 

E la polacca incontrata in un parco naturale di ampiezza sterminata. Vende gilet di renna, è di Wadowice, il paese di papa Wojtyła. Dipinge, ancora adesso dopo molti anni ci seguiamo su Instagram. Ci racconta la splendida leggenda dei troll, di queste piccole scorbutiche creature fantastiche che abiterebbero appena sottoterra, facendo trapelare ogni tanto la loro testa sotto quelle zolle rialzate che si vedono in lontananza. 

La realtà insomma, per chi la va a cercare, si trasfigura continuamente, assume le dimensioni del mito e la gente, ognuno di noi, è portatore di storie, di incantesimi perfino. E hai l’impressione che raccogliere racconti in giro abbia a che fare con un compito. Sentirci parte di uno stesso teatro.

Revocate le sanzioni USA contro il presidente siriano Ahmed al Sharaa

0

Gli Stati Uniti hanno rimosso le sanzioni contro il presidente siriano Ahmed al Sharaa, in vista dell’incontro della prossima settimana con Donald Trump. Il provvedimento segue una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU e decisioni analoghe adottate da Regno Unito e Unione Europea. Revocate anche le misure contro il ministro dell’Interno Anas Khattab. La decisione ha un forte valore simbolico, segnando il pieno reintegro della Siria nella comunità internazionale dopo la fine del regime di Bashar al Assad. Al Sharaa e Trump si erano già incontrati a maggio a Riad, in Arabia Saudita.

Morti sul lavoro, la strage silenziosa: 784 vittime da gennaio a settembre

0

Continua a mietere vittime la strage sui luoghi di lavoro del nostro Paese. È quanto attestato dall’ultimo rapporto dell’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega Engineering, che evidenzia dati impietosi: da gennaio a settembre 2025 si sono registrati 784 decessi, 8 in più rispetto allo stesso periodo del 2024. Il bilancio comprende 575 morti in occasione di lavoro e 209 in itinere, con oltre la metà del territorio nazionale classificato a rischio elevato. I settori più colpiti rimangono le costruzioni e le attività manifatturiere, mentre le regioni del Nord mostrano i numeri assoluti più alti, nonostante un rischio relativo inferiore rispetto al Mezzogiorno. La situazione, in realtà, è ancora più preoccupante: il computo è stato infatti redatto sulla base dei dati diramati dall’INAIL, che – come hanno già provato recenti rapporti di centri di ricerca indipendenti – non contemplano la totalità dei casi effettivi.

L’analisi del rischio morte sul lavoro rivela un’Italia spaccata in due. Come attestato dal report, a finire in zona rossa a settembre 2025, con un’incidenza superiore al 25% rispetto alla media nazionale di 24 morti ogni milione di lavoratori, sono Basilicata, Umbria, Campania, Puglia e Sicilia. Seguono, in zona arancione (ove si segnala un’incidenza infortunistica compresa tra il valore medio nazionale e il 125% dell’incidenza media nazionale), Liguria, Calabria, Abruzzo, Trentino-Alto Adige, Veneto, Piemonte e Sardegna. La maglia nera per il maggior numero assoluto di vittime in occasione di lavoro spetta alla Lombardia con 73 decessi, seguita da Veneto (60), Campania (57), Piemonte ed Emilia-Romagna (47).

I lavoratori di età maggiore ai 65 anni rappresentano il target più vulnerabile, con un’incidenza di mortalità che raggiunge i 78 decessi ogni milione di occupati. Seguono i lavoratori tra i 55 e i 64 anni (37,5) e quelli tra i 45 e i 54 anni (24,6). Numericamente, però, la fascia più colpita è quella tra i 55 e i 64 anni, con 200 vittime sulle 575 totali in occasione di lavoro. Risulta poi particolarmente allarmante la situazione dei lavoratori stranieri, che registrano un rischio di morte sul lavoro più che doppio rispetto agli italiani: 49,7 morti ogni milione di occupati contro i 21,0 degli italiani. In totale, sono 171 gli stranieri vittime di infortuni sul lavoro, di cui 125 deceduti in occasione di lavoro e 46 in itinere. Negativo anche il bilancio delle vittime di sesso femminile: le donne coinvolte in incidenti mortali sono infatti 68, con 33 decessi in occasione di lavoro e 35 in itinere, segnando un aumento di 5 unità rispetto al 2024.

Il settore delle costruzioni si conferma il più pericoloso con 99 decessi, seguito da attività manifatturiere (83), trasporti e magazzinaggio (71) e commercio (54). Per quanto riguarda la distribuzione temporale, il venerdì risulta il giorno più luttuoso della settimana, con il 22,3% degli infortuni mortali, seguito dal lunedì (20,8%) e dal giovedì (16,8%). Le denunce di infortunio totali mostrano un lieve aumento dello 0,7%, passando dalle 433.002 di fine settembre 2024 alle 435.883 di quest’anno. Le attività manifatturiere registrano il numero più alto di denunce (52.283), seguite da costruzioni (28.210) e sanità (27.492).

Eppure, questi dati sembrano costituire solo una sottostima del reale bilancio. Basti pensare che, a inizio agosto, l’Osservatorio Nazionale Morti sul Lavoro ha attestato in un suo rapporto che in Italia, dal 1° gennaio 2025 sino al 31 luglio, sono deceduti 873 lavoratori, di cui 621 sul posto di lavoro, con una media di una morte ogni 6 ore. Un computo che va ben oltre le statistiche dell’INAIL, che escludono migliaia di lavoratori non assicurati o assicurati con altri enti. L’Osservatorio ha specificato che, tra le vittime, oltre il 30% ha più di 60 anni (di cui il 17% oltre 70) e il 32% è costituito da stranieri. Le categorie più colpite includono i lavoratori agricoli, gli autotrasportatori e chi soffre per stress da superlavoro.

USA, 5.000 voti cancellati o in ritardo a causa dello shutdown

0

Oltre 5.000 voli negli Stati Uniti sono stati cancellati o ritardati a causa dello shutdown governativo, che ha lasciato senza stipendio decine di migliaia di controllori di volo e personale aeroportuale. Secondo la Cnn, oltre 1.000 voli sono stati cancellati e circa 4.100 hanno subito ritardi, colpendo in particolare 40 dei principali aeroporti, tra cui New York, Chicago e Atlanta. La Faa ha avvertito che nel weekend le cancellazioni potrebbero raggiungere il 20%. Lo shutdown, previsto dall’Antideficiency Act, scatta quando il Congresso non approva i fondi federali necessari. La paralisi potrebbe coinvolgere anche l’Europa e l’Italia, dove nelle basi USA sono a rischio gli stipendi dei lavoratori civili.

Stati Uniti, l’intelligenza artificiale presenta il conto: 153mila licenziamenti in un mese

2

Negli Stati Uniti, l’intelligenza artificiale ha iniziato a presentare il conto. Secondo l’ultimo rapporto di Challenger, Gray & Christmas, solo nel mese di ottobre 2025 sono stati annunciati 153.074 licenziamenti, un aumento del 175% rispetto all’anno precedente e il dato più alto dal 2003. È l’istantanea di una trasformazione epocale: in nome dell’efficienza e dell’automazione, interi comparti produttivi stanno sostituendo la manodopera con sistemi basati sull’AI. I manager la chiamano “ottimizzazione dei processi”, una formula tecnica utile per mascherare l’erosione sistematica del lavoro umano, che soppianta non solo le professioni manuali, ma anche i cosiddetti “colletti bianchi”.

Dall’inizio dell’anno, secondo il rapporto di Challenger, i tagli hanno superato quota 1,09 milioni, con un incremento del 65% rispetto al 2024. A ottobre, oltre 31.000 posti sono stati eliminati direttamente a causa dell’introduzione dell’intelligenza artificiale, per un totale di quasi 50.000 da gennaio. Le aziende tecnologiche restano il settore più colpito, con 33.281 licenziamenti, seguiti dal settore manifatturiero, dall’editoria, dai servizi di telecomunicazione e distribuzione (47.878 tagli), dove la robotica ha sostituito mansioni un tempo affidate a persone. «Alcuni settori stanno subendo una correzione dopo il boom delle assunzioni causato dalla pandemia», ha spiegato Andy Challenger, Chief revenue officer di Challenger, «una correzione dovuta all’adozione dell’intelligenza artificiale, al calo della spesa e all’aumento dei costi che spingono le imprese a congelare le assunzioni o ridurre il personale». In molti casi, si tratta di ristrutturazioni “preventive”: le imprese non attendono la crisi per ridurre il personale, ma anticipano il futuro, investendo in automazione e tagliando i costi umani. La geografia della disoccupazione riflette la mappa dell’innovazione: California, Georgia, Washington. Gli stessi Stati che avevano beneficiato dell’espansione digitale ora pagano il prezzo più alto, mostrando come la transizione tecnologica sia diventata una selezione darwiniana in tempo reale.

Economisti e sociologi parlano di una nuova “rivoluzione industriale”, ma il paragone è ingannevole rispetto al passato: allora, le macchine crearono anche nuovi mestieri, oggi l’intelligenza artificiale li cancella. Non solo le mansioni ripetitive, da “catena di montaggio”: l’AI erode persino le professioni creative, artistiche e cognitive, dagli analisti finanziari ai copywriter. La produttività sale, mentre l’occupazione crolla. Le assunzioni programmate per il 2025 sono scese al livello più basso dal 2011, con un -35% rispetto all’anno precedente. Già nel 2013, Benedikt Frey e Michael Osborne della Oxford University, autori del paper The Future of Employment e Technology at Work, avevano stimato che il 47% dei lavori negli Stati Uniti era a rischio automazione: previsioni in accordo con numerose altre ricerche e statistiche, rimaste inascoltate. L’euforia tecnologica che aveva invaso la Silicon Valley si sta rovesciando in una distopia tecnologica: la progressiva sostituzione dell’uomo con la macchina, che non si stanca, non si ammala, non reclama ferie né diritti.

In un mondo che idolatra la tecnica, l’uomo perde il diritto a essere imperfetto e la macchina diventa il nuovo centro della storia, riscrivendo i valori e i confini del possibile. L’automazione non è più un mezzo, ma un fine. È il “dislivello prometeico” di cui parlava Günther Anders: la tecnica avanza oltre la capacità umana di comprenderla. L’intelligenza artificiale non si limita a eseguire, ma modella linguaggio, decisioni e desideri. L’uomo diventa accessorio, un elemento fragile in una catena produttiva che tende a soppiantarlo e a trasformarlo in merce. La società, intanto, si abitua alla propria superfluità, mentre le istituzioni arrancano nel contenere l’impatto di una rivoluzione che non è solo economica e industriale, ma esistenziale e antropologica. Nel 2015, il professore della MIT Sloan School of Management Eric Brynjolfsson e il suo collaboratore Andrew McAfee in La nuova rivoluzione delle macchine sostenevano che la tecnologia stesse distruggendo più lavoro di quanto ne creasse: robot e automazione minacciavano ormai anche settori complessi come la medicina e la finanza. Dieci anni dopo, l’innovazione, invece di apportare benefici a tutti, come ci si aspettava, ha finito per accentuare le disuguaglianze globali: arricchisce pochi e impoverisce molti. La produttività continua a crescere, occupazione e redditi stagnano, mentre aziende e multinazionali si fanno sempre più ricche.

Venezuela, nuovo attacco USA a nave nei Caraibi

0

L’esercito statunitense ha colpito e distrutto una nave sospettata di trasportare droga in acque internazionali nei Caraibi, uccidendo tre uomini a bordo. Lo ha annunciato il Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, che ha diffuso un video di 20 secondi – classificato come non riservato – in cui si vede l’imbarcazione esplodere dopo l’attacco. Hegseth ha dichiarato che la nave era “gestita da un’organizzazione terroristica”, senza però fornire prove o ulteriori dettagli sull’identità del gruppo coinvolto. Gli attacchi statunitensi hanno finora distrutto almeno 18 imbarcazioni venezuelane e il bilancio delle vittime della controversa campagna antidroga di Washington sale così ad almeno 70.

Brunetta si aumenta lo stipendio: 310 mila euro al Cnel

0

Il presidente del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), Renato Brunetta, ha aumentato il proprio stipendio da 250 mila a 310 mila euro l’anno, con un rincaro di 60 mila euro. L’aumento coinvolge anche dirigenti e staff, per una spesa aggiuntiva complessiva di circa 1,7 milioni di euro. Le opposizioni denunciano un segnale negativo, parlando di “stipendi d’oro” nella pubblica amministrazione mentre i redditi medi restano fermi. Il Cnel replica che si tratta di un adeguamento ai parametri degli altri organi costituzionali. A sollevare ulteriori polemiche è il fatto che Brunetta, pensionato, percepisca un incarico retribuito nonostante la legge del 2012 lo vieti, salvo deroghe specifiche.

Per un calcio popolare: storia dello United of Manchester

1

Il nostro calcio, le nostre regole: questo è lo slogan di una squadra che lotta quotidianamente contro le norme di uno sport che giorno dopo giorno abbandona i legami con il popolo per preferire una visione ultracapitalista. Parlando della città di Manchester, in Inghilterra, le principali cronache calcistiche riguardano molto spesso due tra le squadre più blasonate del calcio inglese, il Manchester City e il Manchester United. Nella città simbolo della rivoluzione industriale, però, a compiere strenuamente la missione di sognare un calcio ancora popolare c’è un’altra squadra: il Football Club United of Manchester

La fondazione di questo club risale alla necessità di vivere uno sport spinto da valori reali, lontani dalla speculazione finanziaria e da un modello economico che ha sbaragliato il calcio, rendendolo sempre più elitista e lontano dalla passione viscerale di chi lo ama e lo segue. La nascita dello United of Manchester è il frutto di uno slancio di protesta contro una pratica alla quale siamo sempre più abituati: l’acquisizione, da parte di multimilionari, dei club più antichi e appoggiati dai tifosi. Dopo il tentativo di acquisto di Rupert Murdoch, proprietario di News Corporation e Fox Corporation, del Manchester United, nel 2005 è stato l’imprenditore statunitense Malcolm Glazer a mettere le mani sulla squadra dei Red Devils. 

A seguito dell’acquisto da parte di Roman Abramovich del Chelsea e il nuovo acquisto della squadra di Manchester, era chiaro che il mondo del calcio avesse intrapreso definitivamente la strada della mercificazione dello sport, che rapidamente avrebbe dato vita a una trasformazione irrevocabile. I biglietti per assistere alle partite sono saliti di prezzo, gli stessi orari dei match hanno iniziato a cambiare sulla base delle necessità delle emittenti televisive proprietarie dei diritti e gli sponsor e le pubblicità stavano diventando i principali protagonisti di uno spettacolo che fino a quel momento era stato reso possibile dalla stretta relazione tra tifoseria e squadra di casa.

L’acquisizione del team, che ha casa nello storico Old Trafford, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Una parte della tifoseria che fino a quel momento aveva sostenuto il club ha deciso di voltare definitivamente le spalle ai Red Devils per fondare una nuova squadra. Alle radici di questo nuovo team doveva esserci la missione di vivere il calcio in maniera popolare, cooperativa e comunitaria. Il 30 maggio del 2005, nell’Apollo Theatre di Manchester, più di duemila persone hanno partecipato a una riunione finalizzata alla fondazione ufficiale del club; in quest’occasione, oltre a decretare un nome, sono stati stabiliti i princìpi fondamentali della squadra. Ogni anno chi è interessato a divenire membro deposita una quota minima di 25 sterline e ottiene il diritto di voto, attraverso il quale è possibile eleggere democraticamente un consiglio composto da undici persone. Il club si impegna a mantenere i prezzi di partecipazione e i biglietti accessibili e promette di creare legami con la comunità locale, senza discriminazioni e coinvolgendo quanto più possibile i giovani. Infine, il club si impegna nel far rimanere la società un’organizzazione senza fine di lucro. 

Dopo aver iniziato a disputare le partite nel Gigg Lane a Bury, il club ha decretato la necessità di costruire un proprio stadio, il quale, attraverso finanziamenti pubblici e almeno 400.000 sterline raccolte dai sostenitori, è stato edificato nell’area di Moston. Il 16 giugno del 2015, dieci anni dopo la fondazione del club, viene inaugurato il Broadhurst Park, lo stadio da 4400 posti che ospita le partite dell’undici femminile e maschile dello United of Manchester. 

Le due squadre gareggiano rispettivamente nella North West Women Regional League e nella Northern Premier League e in più di un’occasione sono state vicine a raggiungere la promozione, in particolar modo durante la stagione 2019/2020, segnata dalla pandemia da Covid 19. Sono state proprio le restrizioni applicate a chiudere forzosamente la stagione e a infrangere così il sogno delle due squadre. Inoltre, l’annullamento delle partite ha colpito duramente le finanze del club, il quale si sostenta esclusivamente attraverso le quote versate dalle persone iscritte, dai biglietti venduti e dalle consumazioni di cibo e bevande durante lo svolgimento delle partite. Ancora una volta, però, la generosità dei tifosi ha permesso al team di sopravvivere alla mancanza di introiti, grazie a varie campagne di autofinanziamento, avvenute attraverso progetti di beneficenza e donazioni private, che hanno permesso di raggiungere la cifra di 100.000 sterline. 

Nonostante alcuni tifosi dei Red Devils abbiano inizialmente storto il naso – tra cui lo storico allenatore della squadra Alex Ferguson, che ha accusato la fondazione del nuovo team di rappresentare un “tradimento” nei confronti del Manchester United –, il club popolare ha indubbiamente riscosso grande successo, specialmente tra le figure da sempre critiche con il calcio che FIFA e UEFA stanno gradualmente imponendo. Tra tutti spicca Eric Cantona, ex attaccante del Manchester United, che oltre a elogiare l’iniziativa, nel 2010 affermò di essere disposto a giocare per la squadra. 

Nel corso di questi vent’anni il club si è distinto per svariate azioni di volontariato sociale sul territorio: ogni venerdì, ad esempio, per il prezzo simbolico di una sterlina, si svolgono delle sessioni di “ricordi sportivi” destinati ad avvicinare persone sole e formare gruppi di dialogo. A questo si aggiungono progetti di giardinaggio comunitario e agricoltura all’interno dell’orto botanico che fa parte delle strutture dello stadio; sessioni di calcio per persone con disabilità; allenamenti comunitari per donne e programmi per avvicinare le bambine tra i cinque e gli undici anni al mondo del calcio. Ognuna di queste attività non supera il costo di tre sterline per sessione. 

Sognare un calcio ancora popolare non solo è possibile, ma necessario. Lontano dai contratti milionari, dalle necessità stabilite da un mercato ultracapitalista e dai lustri degli sponsor e della pubblicità, ci sono ancora società che lottano per far sì che questo sport resti un collante tra persone, una maniera di educare, unire e avvicinare una comunità alla sua squadra. Mentre il calcio dei multimilionari allontana e discrimina chi non può più permetterselo, lo United of Manchester fa del popolo la sua forza.

Tesla, via libera al mega-bonus da 1.000 miliardi per Elon Musk

0

Gli azionisti di Tesla hanno approvato con oltre il 75% dei voti un nuovo pacchetto retributivo per Elon Musk della durata di dieci anni: se verranno superati una serie di obiettivi finanziari e operativi – fra cui portare Tesla a una capitalizzazione di mercato di 8.500 miliardi di dollari, gestire un milione di robot-taxi e un milione di robot – l’imprenditore sudafricano potrà ottenere azioni del Gruppo per oltre 1.000 miliardi di dollari, rendendo questo stipendio aziendale il più alto nella storia.

YouTube colpisce ancora: cancellati 700 video sui massacri israeliani in Palestina

0

YouTube ha rimosso senza preavviso oltre 700 video e tre account di ong palestinesi, Al Haq, Al Mezan Center for Human Rights e Palestinian Centre for Human Rights, che documentavano i massacri da parte di Israele nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. L’eliminazione dei profili è stata confermata dalla stessa piattaforma che, interpellata da The Intercept, ha spiegato di averlo fatto per rispettare le leggi in materia di sanzioni imposte dal Dipartimento di Stato americano nei confronti delle organizzazioni coinvolte, per il loro contributo al procedimento della Corte penale internazionale contro Israele.

Dal canto loro, le tre ong colpite denunciano la rimozione dei contenuti come un tentativo di cancellare inchieste preziose su uccisioni, violenze e detenzioni arbitrarie nei territori palestinesi, sottraendo all’opinione pubblica testimonianze video essenziali e contribuendo così a silenziare la voce delle vittime, preservando al contempo la narrazione di Tel Aviv. I video rimossi comprendevano inchieste, interviste e documentari sulle azioni militari israeliane e sulle condizioni della popolazione palestinese, oggi in gran parte inaccessibili o recuperabili solo in parte, tramite archivi indipendenti su Wayback Internet Archive e su Facebook. Diversi video rimossi erano stati utilizzati come prove in indagini internazionali o ripresi da emittenti estere per documentare i crimini di guerra commessi da Israele. Tra i materiali cancellati figuravano un’analisi sull’uccisione della giornalista statunitense Shireen Abu Akleh, colpita da un cecchino israeliano mentre seguiva un’incursione dell’IDF nel campo rifugiati di Jenin, in Cisgiordania, testimonianze di detenuti palestinesi che denunciavano torture da parte delle forze israeliane e documentari come The Beach, che raccontava la morte di quattro bambini su una spiaggia di Gaza nel 2014, colpiti da un raid aereo.

I canali delle organizzazioni Al Haq, Al Mezan e del Palestinian Centre for Human Rights sono stati oscurati in blocco con la motivazione di presunte violazioni delle leggi sulle sanzioni, senza però che YouTube, di proprietà di Google, abbia fornito spiegazioni precise, né dettagli sui contenuti considerati irregolari, limitandosi a un messaggio automatico di chiusura. Le implicazioni toccano il diritto all’informazione e la trasparenza nei conflitti armati. La rimozione dei contenuti ripropone, inoltre, il tema della responsabilità delle piattaforme digitali nel filtrare le informazioni provenienti dalle zone di guerra e sulla reale trasparenza delle loro politiche di moderazione. A The Intercept il portavoce di Al Haq ha definito la decisione di YouTube «una grave violazione di principio e un’allarmante battuta d’arresto per i diritti umani e la libertà di espressione. Le sanzioni statunitensi vengono utilizzate per paralizzare il lavoro di accertamento delle responsabilità in Palestina e mettere a tacere le voci e le vittime palestinesi, e questo ha un effetto a catena su tali piattaforme che agiscono a loro volta in base a tali misure per mettere ulteriormente a tacere le voci palestinesi». Da parte sua, la piattaforma, in una nota del portavoce di YouTube Boot Bullwinkle, ha dichiarato di aderire alle leggi in materia, sottolineando che «ci impegniamo a rispettare le sanzioni applicabili e le normative sulla conformità commerciale».

Al di là delle giustificazioni formali, l’intervento di YouTube appare come una scelta politica: un’azione che contribuisce a oscurare la voce delle vittime e a tutelare, di fatto, l’immagine dello Stato israeliano, configurandosi di fatto come l’ennesima forma di censura della piattaforma, che mina il diritto alla verità e ostacola la diffusione di prove e testimonianze scomode sui crimini di guerra. In questo quadro, YouTube non agisce solo come intermediario tecnico, ma come un attore attivo nella costruzione del consenso informativo. La cancellazione di centinaia di video sulle violenze commesse a Gaza si configura come l’espressione di un controllo sistemico del racconto del conflitto, dove chi denuncia viene silenziato e chi colpisce resta protetto. Le ong palestinesi annunciano azioni legali e appelli internazionali per ripristinare i contenuti rimossi, denunciando il silenzio complice dell’Occidente. Mentre Israele continua a operare indisturbato, sostenuto dall’impunità diplomatica e dall’inerzia delle istituzioni internazionali, la rete – un tempo strumento di trasparenza – si trasforma nell’ennesimo campo di battaglia, dove la verità viene filtrata, rimossa e infine riscritta dai colossi del web.