Il Kenya è ufficialmente libero dalla malattia del sonno. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato che il Paese ha eliminato la tripanosomiasi africana umana (HAT) come problema di salute pubblica. Un risultato che lo rende il decimo Stato africano a riuscirci, dopo anni di sorveglianza, investimenti sanitari e lavoro sul territorio.
La malattia del sonno è una patologia infettiva causata da un parassita trasmesso dalla puntura di una mosca tse-tse infetta. Nelle prime fasi può manifestarsi con febbre e mal di testa, ma se non trattata, il parassita raggiunge il sistema nervoso cen...
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In Italia persiste il fenomeno dell’analfabetismo funzionale, che non riesce a essere scalfito nemmeno dal progresso tecnologico ed educativo della società. È quanto emerge dal Rapporto 2025 sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile pubblicato dall’ISTAT, in cui è stato dato ampio spazio al programma PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) dell’OCSE, che fornisce preziose informazioni relative alle competenze cognitive della popolazione adulta dei Paesi membri. «Il nostro Paese si colloca agli ultimi posti delle graduatorie internazionali, con rilevanti disparità territoriali che vedono le regioni del Nord Italia in netto vantaggio rispetto al Mezzogiorno», scrive l’ISTAT in riferimento all’esito dell’ultima rilevazione avvenuta nel 2023. Circa un italiano su tre presenta infatti significative difficoltà nella lettura e scrittura, così come nel calcolo e nella capacità di risoluzione dei problemi. Un trend che non registra segnali di ripresa rispetto alle rilevazioni effettuate nello scorso decennio, nonostante le grandi mutazioni dello spaccato sociale e tecnologico.
Nello specifico, il PIAAC valuta le competenze degli adulti tra i 16 e i 65 anni in tre ambiti fondamentali: la literacy (capacità di comprendere e utilizzare testi scritti), la numeracy (abilità di usare concetti matematici) e il problem solving in ambienti digitali. Il rapporto mostra che, in Italia, i punteggi medi in tutte e tre le aree sono ben al di sotto della media OCSE. Si stima infatti che quasi il 35% della popolazione possieda bassi livelli di competenza alfabetica e oltre il 36% presenti livelli insufficienti di competenza numerica. Un divario che riflette non solo carenze formative strutturali, ma anche un ritardo nell’adeguamento alle richieste di un’economia sempre più basata sulla conoscenza e sulle competenze digitali. La literacy, o competenza nella lettura, è uno degli ambiti più critici, registrando punteggi medi preoccupanti che segnalano una carenza generalizzata su questo versante. Un dato particolarmente allarmante è la stabilità (se non, almeno in determinate regioni, il lieve peggioramento) delle competenze di base nell’arco di un decennio: il confronto con il primo ciclo PIAAC del 2012 mostra infatti che le competenze medie della popolazione italiana sono rimaste sostanzialmente invariate. Anzi, mentre nelle regioni del Nord-ovest emerge un miglioramento delle competenze medie per literacy e numeracy, in alcune regioni del Mezzogiorno si registra addirittura un decremento nella literacy.
Le cause di questo fenomeno sono molteplici. L’invecchiamento della popolazione e l’aumento dei flussi migratori – con una quota significativa di adulti con bassa scolarizzazione – hanno certamente influito. Tuttavia, anche controllando questi fattori demografici, emerge che il sistema educativo e formativo italiano fatica a colmare il gap culturale di partenza e a promuovere l’apprendimento permanente. Le disparità territoriali sono un altro tassello fondamentale del quadro. Le regioni del Nord-ovest mostrano segni di miglioramento, mentre il Sud conferma un grave ritardo. Una vera e propria frattura geografica che costituisce il riflesso di divari socioeconomici più ampi e di un accesso disuguale a servizi educativi di qualità, con ripercussioni dirette su numerosi ambiti. L’analfabetismo funzionale non è infatti un fenomeno che attiene solo alla sfera culturale, ma che ha ricadute tangibili sull’economia e sulla coesione sociale.
Il Rapporto ISTAT sottolinea come il mancato miglioramento delle competenze degli adulti rappresenti un serio ostacolo al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030, in particolare il Goal 4 (“Istruzione di qualità”). Le conseguenze di questa carenza di competenze sono evidenti nel mercato del lavoro. Le persone con competenze basse sono meno competitive e hanno maggiori difficoltà a trovare impieghi stabili e ben retribuiti. Di conseguenza, il Paese perde parte del suo potenziale umano, riducendo la produttività e rendono più difficile l’adozione di innovazioni tecnologiche. Inoltre, minano la capacità dei cittadini di comprendere informazioni complesse, prendere decisioni consapevoli e partecipare attivamente alla vita democratica.
Il ponte birmano di Gokteik è stato distrutto negli scontri tra la giunta militare e i gruppi ribelli. Il ponte si trovava tra la città di Gokteik e Nawnghkio, ed era parte della linea ferroviaria tra Lashio e Mandalay, situata nel centro del Paese. Era alto 102 metri, ed era una delle infrastrutture simbolo della Birmania, inaugurata 125 anni fa. Entrambe le parti si sono accusate di avere bombardato l’infrastruttura. In Birmania è in corso una violenta guerra civile tra giunta militare, salita al potere nel 2021, e gruppi ribelli etnici: dall’inizio del conflitto, sono state uccise più di 5.000 persone e milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case.
Per la prima volta, Google ha reso pubblica un’analisi dettagliata sull’impatto energetico e ambientale della sua intelligenza artificiale di punta, Gemini. L’iniziativa segna un momento storico nel settore, non tanto per le cifre in sé, quanto per l’inedita apertura di un colosso tecnologico su un tema che fino ad oggi era rimasto in gran parte avvolto dall’opacità. Le aziende che detengono il controllo dei modelli linguistici di grandi dimensioni si sono infatti mostrate sempre riluttanti a condividere dati concreti, costringendo i ricercatori indipendenti a lavorare su stime, proiezioni e calcoli teorici. Nel presentare i risultati, Google ha dipinto il quadro con toni marcatamente virtuosi, omettendo informazioni che permetterebbero di tratteggiare un ritratto definitivo del fenomeno, tuttavia rimane la possibilità che questo passo apra la strada a un futuro di maggiore dialogo tra mondo accademico e Big Tech, con metriche più condivise e confrontabili.
Secondo i dati diffusi, una singola richiesta testuale a Gemini comporterebbe un consumo di 0,24 wattora, che Google paragona a “meno di nove secondi passati davanti a un televisore”, uno sforzo che viene accompagnato da un utilizzo di acqua pari 0,26 millilitri, “l’equivalente di cinque gocce”, e circa 0,03 grammi di emissioni di anidride carbonica equivalente. Numeri che, nell’ottica dell’azienda, confermano l’efficienza raggiunta dal sistema: tra il maggio 2024 e il maggio 2025, l’impatto energetico medio di un prompt si sarebbe ridotto di 33 volte, mentre quello in termini di carbonio di ben 44 volte.
L’indagine non è stata sottoposta a revisione paritaria, quindi i suoi contenuti non sono ancora stati verificati da accademici terzi, tuttavia è plausibile che le cifre siano corrette nei termini in cui sono state raccolte, ma la loro estrema specificità si apre a diversi interrogativi. L’omissis più lampante e immediato si lega per esempio al fatto che i calcoli espressi fanno riferimento solo ed esclusivamente ai comandi di testo, mentre la generazione di immagini e di video non viene accennata neppure di sfuggita. Inoltre, il riferimento al “prompt medio” non fornisce un’indicazione dei consumi complessivi né rende conto delle variazioni legate a richieste più complesse, che potrebbero comportare picchi energetici ben superiori alla mediana presentata.
Un aspetto apprezzabile del rapporto è che i dati includono non solo il calcolo computazionale dei chip, ma anche i consumi delle CPU, della memoria, delle macchine inattive e dei sistemi di raffreddamento. Si tratta di un tentativo di offrire una visione complessiva delle infrastrutture coinvolte. Tuttavia, il metodo scelto da Google per la valutazione delle emissioni resta controverso: l’azienda ha utilizzato la cosiddetta “contabilità carbonica basata sul mercato”, la quale si fonda sugli investimenti e sugli acquisti di energia rinnovabile. In questo modo, un data center alimentato in gran parte da elettricità proveniente da combustibili fossili può comunque risultare più “verde” sulla carta, se l’azienda ha investito in progetti rinnovabili altrove. La discrepanza tra il dato di mercato e quello effettivo, cioè “location-based”, rischia così di presentare un impatto più edulcorato rispetto agli impatti reali.
Ammesso che l’ottimizzazione delle singole richieste sia stata esponenzialmente migliorata, resta però il fatto che l’ultimo report di sostenibilità di Google mostra infatti che le emissioni totali sono aumentate dell’11% nel 2024 e del 51% rispetto ai livelli del 2019. La Big Tech, insomma, inquina sempre di più, ed è facile ipotizzare che questa tendenza sia legata a una crescente attività sui frangenti di cloud computing e intelligenza artificiale.
La pubblicazione dei dati da parte di Google arriva in un momento delicato per il settore dell’IA. Figure centrali come Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, hanno iniziato a parlare apertamente del rischio che il mercato sia una bolla finanziaria, destinata a scoppiare se non troverà modelli di business realmente sostenibili. Allo stesso tempo, diverse comunità locali denunciano le conseguenze dirette della costruzione di data center e gigafactory sui loro territori, dal consumo di acqua alle bollette energetiche più care. In questo contesto, le grandi aziende tecnologiche si trovano sotto pressione: non solo devono dimostrare di essere economicamente sostenibili, ma anche di poter ridurre concretamente il loro impatto ambientale.
Alle 7:25 di questa mattina, la nave da crociera MSC World Europa, in viaggio da Genova a Napoli con oltre 8.500 persone a bordo, ha segnalato un guasto elettrico ai motori, a circa 8 miglia nautiche dall’isola di Ponza. La situazione a bordo è sotto controllo e i servizi essenziali sono garantiti dai generatori. Due rimorchiatori da Gioia Tauro e Napoli sono in viaggio per assistere la nave, mentre tecnici stanno lavorando per risolvere il problema. La Guardia Costiera ha inviato motovedette e un elicottero per monitorare la situazione, seguita dal Centro di Soccorso Marittimo di Civitavecchia.
Nonostate i recenti, fragili accordi di pace siglati tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda prima e alle trattative per un cessate il fuoco tra Kinshasa e milizie del M23 poi, i massacri di civili non si sono mai fermati. Organizzazioni internazionali parlano di centinaia di persone uccise nel solo mese di agosto per mano della milizia ribelle M23 e dei militari ruandesi ma anche di altri gruppi armati, ognuno mosso dai propri interessi all’interno di una delle regioni più instabili al mondo.
Il 27 giugno a Washington, alla presenza del Segretario di Stato americano Marco Rubio, i Ministri degli Esteri di Ruanda e Repubblica Democratica del Congo (RDC) hanno siglato un accordo di pace che prevedeva il ritiro delle forze ruandesi, la cessazione del sostegno a gruppi armati da parte di entrambe le nazioni, la facilitazione del loro disarmo e integrazione, e il rispetto della sovranità reciproca. Un accordo che è stato voluto dalla presidenza Trump, con il secondo fine di accaparrarsi dei contratti vantaggiosi per lo sfruttamento delle miniere della RDC in cambio di accordi volti a mantenere la sicurezza della regione. Rimaneva però un problema, l’accordo di Washington lasciava fuori dai partecipanti la milizia M23 che, con il sostegno del Ruanda, da gennaio ha conquistato e iniziato ad amministrare una consistente parte delle regioni orientali della RDC. Ma anche su questo punto la strada verso una soluzione pacifica sembrava essere stata intrapresa a Doha, dove una delegazione di Kinshasa si era seduta al tavolo con i rappresentanti della milizia ribelle. Il 19 luglio le due delegazioni hanno siglato, nella capitale qatariota, una Dichiarazione di Principi, che aveva come punto cardine un cessate il fuoco incondizionato, per arrivare al 18 agosto con un’accordo definitivo per porre la parola fine a una situazione di instabilità e guerra iniziata con il genocidio ruandese del 1994.
Il momento in cui a Washington, alla presenza del Segretario di Stato americano Marco Rubio, i Ministri degli Esteri di Ruanda e Repubblica Democratica del Congo (RDC) hanno siglato un accordo di pace che prevedeva il ritiro delle forze ruandesi, la cessazione del sostegno a gruppi armati da parte di entrambe le nazioni, la facilitazione del loro disarmo e integrazione, e il rispetto della sovranità reciproca. 27 giugno 2025
Il 18 agosto però la delegazione della milizia ribelle non si è presentata al tavolo delle trattative in Qatar. Sul profilo X del portavoce dell’M23/AFC (Alleanza del fiume Congo) si legge che «Il regime di Kinshasa, in un insolente disprezzo della Dichiarazione di Principi di Doha, continua a lanciare attacchi criminali sistematici contro zone densamente popolate». Il supposto non rispetto del cessate il fuoco da parte dell’esercito congolese e delle milizie ad esso legate ha spinto i rappresentanti della milizia a non presentarsi al tavolo delle trattative. Ma anche su altro punto della Dichiarazione di Principi si sono create divergenze tra le parti, quello riguardante il rilascio dei prigionieri da parte di Kinshasa. Il governo congolese si è rifiutato di dare seguito alla scarcerazione dei detenuti chiesta dall’M23, considerata una delle “misure di fiducia” contenute nell’accordo, fino a quando non sarà stato siglata un’intesa definitiva e rigira l’accusa di non aver rispettato il cessate il fuoco alla milizia ribelle.
Accuse sostenute dal report di Human Rights Watch (HRW) pubblicato il 20 agosto, in cui si parla di quasi 400 uccisioni per mano dei miliziani dell’M23 e delle truppe dell’esercito ruandese, avvenute tra il 9 luglio e l’8 agosto. «Le uccisioni di massa – si legge nel documento di HRW – sembrano far parte di una campagna militare contro gruppi armati oppositori, in particolare le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (FDLR), un gruppo armato composto in gran parte da hutu ruandesi, creato dai partecipanti al genocidio del 1994 in Ruanda». Grazie alle interviste condotte da HRW e alle testimonianze dei funzionari ONU sul campo, nel documento della ONG vengono raccontate le esecuzioni sommarie di civili in almeno 14 villaggi e viene sottolineata l’appartenenza della maggioranza delle vittime all’etnia Hutu, fatto che «solleva gravi preoccupazioni di pulizia etnica nel territorio di Rutshuru». Il 6 agosto invece era stato un documento dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani a muovere accuse, all’M23 e all’esercito ruandese, di uccisioni di massa in 4 villaggi sempre nella zona di Rutshuru, nella regione del Nord Kivu sotto il controllo dell’AFC/M23.
Nel report delle Nazioni Unite si parla anche di altri gruppi armati coinvolti nell’uccisione di civili, come il CODECO (Coopérative pour le développement du Congo) alleata alle Forze armate congolesi e le Allied Democratic Forces (ADF), formazione legata all’Isis. I due gruppi armati si sono macchiati dell’uccisione di almeno 100 civili, secondo quanto riporta l’ONU. La risposta della milizia M23 alle accuse non si è fatta attendere. Il 21 agosto in un comunicato dell’AFC i ribelli negano le accuse e incolpano HRW di «falsificare le notizie» e di «essere uno strumento di propaganda del regime di Kinshasa». Non è mancata anche la risposta di Kigali che ha negato le accuse contenute nel report dell’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, definendole «gratuite e sensazionaliste» e ribadendo il fatto che il Ruanda non controlla la milizia ribelle, al contrario di quanto emerso da diverse indagini internazionali.
Nonostante le tensioni che hanno portato alla diserzione dell’incontro di lunedì 18 agosto e alla situazione che rimane tragica sul campo, domenica 17 un funzionario qatariota ha dichiarato all’agenzia AFP che «è stata proposta una bozza di accordo di pace alle due parti» ribadendo che, anche se le tempistiche concordate il 19 luglio non sono state rispettate, «entrambe le parti hanno espresso la volontà di proseguire i negoziati». Parole che suonano come un eccesso di fiducia in un processo di pace molto complicato e che mostrano la convinzione del Qatar nel raggiungere un accordo tra le parti. Una certezza mossa dalle mire politico economiche dell’emirato che, come molte delle monarchie del Golfo, sta cercando la sua posizione nello scacchiere africano. Se da una parte Washington stringe accordi con Kinshasa, prendendone le parti, dall’altra il Qatar ha importanti asset in Ruanda dove sta finanziando la costruzione di un aeroporto multimiliardario e sta contrattando per l’acquisizione del 49% della compagnia aerea nazionale ruandese. Interessi che, come ben sanno sia a Washington che a Doha, sono più facilmente perseguibili in un contesto di pace, quanto meno apparente. Se l’accordo di Doha non ha portato il tanto sperato cessate il fuoco, quello di Washington non ha portato né il ritiro delle truppe ruandesi, né la fine dell’appoggio a gruppi armati, entrambi obiettivi dell’intesa siglata il 27 giugno.
Il 19 luglio le delegazioni ruandesi e congolesi hanno siglato, nella capitale qatariota , una Dichiarazione di Principi, che aveva come punto cardine un cessate il fuoco incondizionato
E mentre le parti in lotta si scambiano rapporti e accuse, sul campo la popolazione si trova tra l’incudine e il martello, continuando a soffrire senza soluzione di fine. Una situazione di completa incertezza ben rappresentata dal report pubblicato il 20 agosto da Amnesty International che titola : I gruppi armati rivali hanno hanno un nemico in comune, i civili. Nel documento di Amnesty si racconta, tramite testimonianze dal campo, le violenze subite dai civili per mano dell’M23, ma anche della milizia Wazalendo e dell’esercito congolese. Si parla di stupri, uccisioni sommarie e reclutamento forzato. Lo sconvolgimento di Voker Turk, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, rispetto agli «attacchi contro i civili da parte dell’M23 e di altri gruppi armati nella RDC orientale, nonostante il cessate il fuoco», non basta a far funzionare gli accordi presi tra le parti. I ragionamenti e gli sforzi dei mediatori per raggiungere una pace duratura rimangono miopi davanti a una situazione sul campo molto più complicata di quello che vogliono dipingere: con più di 120 gruppi armati presenti, ognuno con propri interessi e appoggiati da diverse potenze nazionali e sovranazionali. Una circostanza che più volte, nella tragica storia della regione, si è ripetuta con accordi mai veramente rispettati e con interessi che vanno ben oltre la pace e le sofferenze della popolazione civile. Mentre il mondo e i governanti si vantano di aiutare la fine della tragedia, gli stessi alimentano la violenza e l’instabilità per accaparrarsi più risorse possibili, una storia già vista e rivista e che affonda le sue radici nel colonialismo ottocentesco, in una mentalità razzista ancora molto viva per la quale 10.000.000 di morti e 8.000.000 di sfollati, se congolesi hanno meno importanza dei meri interessi economici.
L’ondata di caldo di 16 giorni che ha colpito la Spagna questo mese è stata “la più intensa mai registrata”, ha dichiarato l’Agenzia meteorologica statale spagnola. La lotta contro una devastante ondata di incendi va avanti da settimane e, al momento, si contano più di 400mila ettari andati in fumo, quattro morti, decine di feriti e migliaia di persone evacuate. Tra le province più colpite quelle di Castiglia e León e della Galizia, dove i vigili del fuoco e gli agenti forestali denunciano episodi di mancanza di coordinamento e di personale. Al momento restano ancora 15 incendi attivi.
Il Ministero della Diaspora di Tel Aviv ha invitato dieci influencer internazionali nella Striscia di Gaza per promuovere la propaganda a proprio favore. «Se io fossi Israele, a Gaza non darei nemmeno i calzini appaiati», dice uno di loro, mostrando le pile di aiuti umanitari bloccate sul lato palestinese del valico di Kerem Shalom, situato tra Israele, Striscia di Gaza ed Egitto; «Sono qui a Gaza e tutto quello che vedo è cibo, acqua e opportunità». Il giardino dell’Eden, insomma, a cui i gazawi non avrebbero accesso perché Hamas ruberebbe gli aiuti e l’ONU si rifiuterebbe di distribuirli. L’ennesima operazione mediatica per spargere il seme del negazionismo, che Israele ha portato avanti scaltramente, invitando una manciata di persone note sui social all’interno di un’area di confine chiusa, mentre da quasi due anni blocca l’accesso alle zone di guerra ai giornalisti internazionali.
«Stiamo perdendo la guerra della propaganda». Diceva così il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu lo scorso 10 agosto, lanciando le tradizionali accuse di faziosità contro i media che non riportano fedelmente la versione di Israele sul genocidio palestinese. «Dobbiamo fare qualcosa contro l’algoritmo dei social», continuava, sostenendo che i contenuti virali fossero orientati a dipingere lo Stato ebraico negativamente. Ecco dunque che dieci giorni dopo, sono apparsi sui social i video di Xavier De Rousseau, “attivista della generazione Z” statunitense, 500mila follower su Instagram, e 250mila su X. È lui, vestito con casco protettivo e giubbotto antiproiettile, a sostenere di essere «dentro Gaza» (senza specificare di trovarsi ben lontano dalle zone di guerra, su un valico di confine controllato da Israele) e ad accusare l’ONU di «portare gli aiuti, ma non finire il lavoro, come il tuo ex». Visto l’alto numero di follower e la vena polemica dei suoi contenuti, i suoi video sono tra quelli che sono circolati di più, ma non sono gli unici. A Kerem Shalom sono entrati anche Marwan Jaber, giovane druso israeliano, con 250mila follower su Instagram; Jeremy Abramson, israelo-statunitense con 450mila follower; Shiraz Shukrun e David Mayofis, israeliani; Gabriel Boxer, statunitense; e Abraham Hamra, siriano di fede ebraica. L’unica a fare qualcosa di diverso è Brooke Goldstein, avvocata attiva nella lotta all’antisemitismo, che si è recata presso un punto di distribuzione della Gaza Humanitarian Foundation.
Tutti gli influencer invitati portano avanti la propaganda israeliana sui social da diverso tempo, e nei propri video “a Gaza” dicono la medesima cosa: gli aiuti ci sono, ma Hamas li ruberebbe per mangiare a volontà sotto i tunnel e vendere il cibo a prezzi elevatissimi in modo da finanziare l’acquisto di armi; l’ONU, invece, non vorrebbe distribuirli. Tutte queste affermazioni sono supportate dalla sola propaganda israeliana, e non c’è nessuna fonte diversa ad appoggiare la narrazione di Tel Aviv; che Israele stia bloccando gli aiuti, invece, lo hanno detto in tanti e tante volte, a partire dalle stesse Nazioni Unite, per arrivare al suo Ufficio Umanitario (OCHA), al Programma Alimentare Mondiale, alla Organizzazione Mondiale della Sanità, all’UNRWA; e ancora, ci sono esperti internazionali come la Relatrice per i territori palestinesi occupati Francesca Albanese, il Relatore per il cibo Michael Fakhri, e altri 30 relatori indipendenti; ci sono poi le ONG, come Amnesty, Human Rights Watch, le israeliane B’Tselem e Physicians for Humans Rights, e più di altre 100 organizzazioni non governative; le analisi indipendenti di cui si serve l’OCHA per i propri bollettini, le fonti ospedaliere locali, e quelle giornalistiche, tanto arabe quanto israeliane. Lo scorso giugno, anche la stessa GHF annunciò che Israele aveva limitato la distribuzione degli aiuti all’ONU, cosa che ha fatto svariate volte. Nei mesi Israele si è difesa lanciando accuse di antisemitismo contro chiunque mettesse in dubbio la propria versione, sostenendo che ci sia un complotto contro di lei, affermando che l’ONU sia «una palude di bile antisemita», e che le sue agenzie sostengano il terrorismo; non ha tuttavia mai portato nulla di solido per sostenere i propri argomenti.
L’invito agli influencer è arrivato dopo una serie di video su YouTube, inserzioni su Google, pubblicità su Meta (l’azienda di Mark Zuckerberg) e dichiarazioni sui media tradizionali, con i quali Israele sta provando a cambiare la narrativa sul genocidio a Gaza. Negli ultimi mesi, lo Stato ebraico ha portato avanti una massiccia operazione di propaganda per screditare Francesca Albanese promuovendo i propri rapporti contro di lei sul motore di ricerca di Google, ha speso 150 milioni di dollari per migliorare la propria immagine, e ha condotto campagne coordinate dall’Agenzia Pubblicitaria governativa. In generale, sul web e sui social sono iniziati a comparire contenuti che provano a descrivere una Gaza diversa, lontana dalla catastrofe umanitaria in cui si trova. Questa macchina della propaganda bellica, studiata per manipolare e orientare i contenuti online in modo da smentire il genocidio e legittimare la repressione, trova terreno fertile e amplificatori anche in Italia, come nel caso del Lava Café, un presunto bar dove i gazawi si riunirebbero tranquillamente a mangiare dolci.
Un raid israeliano ha colpito l’ospedale Nasser di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, uccidendo almeno 15 persone, tra cui quattro giornalisti di Al Jazeera: il fotografo Mohammed Salameh, i cameraman Moaz Abu Taha e Hossam al-Masri, e la fotoreporter Mariam Abu Daqqa. L’attacco è stato condotto da un drone kamikaze dell’IDF. In totale, almeno 23 palestinesi sono stati uccisi dall’alba di lunedì, con nove civili, tra cui cinque membri di una famiglia, morti in attacchi precedenti nella zona di al-Karameh, a nord-ovest di Gaza City.
Sono passatidieci mesida quando, il28 di ottobre del 2024, una violenta alluvione si è abbattuta sulla Comunità Valenziana, sulla comunità di Castiglia e la Mancia e Aragona, lasciando in vari paesi, specialmente quelli della fascia meridionale intorno alla città di Valencia, distruzione e morte. Quella sera, intorno alle ore 20, i fiumi sono esondati a causa delle forti piogge trasformando le strade cittadine in torrenti di acqua e fango. La mattina successiva la situazione è risultata immediatamente terribile: garage e abitazioni al piano terra completamente sommersi dal fango, un numero elevato di feriti e dispersi e, ad oggi, 233 vittime, delle quali 225 solo nella Comunità Valenziana.
Dieci giorni dopo la situazione risultava essere ancora critica; la popolazione denunciava l’inadempienza delle istituzioni, la lentezza delle forze dell’ordine e in varie aree delle città il fango superava anche il metro e mezzo d’altezza. Davanti ai miei occhi si accumulavano le immagini della devastazione: le automobili ammassate nei parcheggi, i detriti delle case accatastati negli angoli delle strade e lo sguardo perso di molti residenti, affacciati ai balconi dei piani superiori attenti a seguire il lavoro delle migliaia di persone accorse per dare una mano. E a dieci mesi di distanza, ancora si fatica a ritornare alla normalità.
Paiporta, al centro del disastro
Paiporta, paese a pochi chilometri a sud della capitale valenziana, è stato tra i più colpiti dalla furia della pioggia. Qui, il torrente che attraversa la città, il Barranco del Poyo, ha distrutto ogni cosa si trovasse sul proprio cammino e per giorni ha diviso inesorabilmente in due parti il paese, rendendo estremamente complessa ogni operazione di salvataggio. Il tragitto che unisce Paiporta e Valencia era segnato da un via vai costante di volontari, che, dopo il lavoro, ancora sporchi di fango, scrollavano la polvere e i residui attaccati sugli scarponi lungo il sentiero che costeggia gli aranceti della zona, per poi raggiungere gli autobus e tornare a casa.
Oggi è semplice arrivare a Paiporta. Solo alcune settimane fa è stato ristabilito il traffico ferroviario, e per mezzo della linea 1 e 2 della metro, si può raggiungere il paese dal centro di Valencia in pochi minuti. Non appena si esce dalla stazione si è accolti da un cartello su cui è riportato: «Reconstrucción de la estación de Paiporta. Líneas 1,2 y 7». Questi lavori fanno parte del Pla Recuperem València, un pacchetto di finanziamenti pari a un miliardo di euro stanziato dalla Generalitat Valenciana e finalizzato alla ricostruzione dei paesi, al quale si aggiunge il contributo economico dello Stato.
Sul cartello è riportato: «Ricostruzione della stazione ferroviaria di Paiporta. Linee 1, 2 e 7». Foto di Armando Negro
Osservare i nuovi binari su cui circolano i vagoni della metropolitana fa inevitabilmente un certo effetto. L’immagine della ferrovia divelta e accasciata su se stessa risale a solo pochi mesi prima, ma non può far altro che suggerire un immediato paragone nella memoria di chi ha visto quella stazione della metro. La sensazione di trovarsi dinanzi ad una rappresentazione fisica della locuzione «la quiete dopo la tempesta» è costante, ma è nei dettagli che ci si può imbattere nella percezione di un dolore ancora irrisolto.
Per chi ha visto Paiporta solo durante i giorni successivi alla DANA, il paese è irriconoscibile. Camminare tra le strade, questa volta, è reso difficile solo dal caldo asfissiante che in questi giorni di agosto sta colpendo una gran parte dello stato spagnolo. Bruciati dal sole, gli angoli delle strade accolgono le persone rimaste in paese e vari operai che seduti sulle panchine cercano ristoro sotto l’ombra degli alberi. Il fantasma degli ammassi di detriti è tangibile. Le stesse strade sono ricoperte da una sottile patina di polvere e fango che risale con tutta probabilità a quei giorni, mentre il vento smuove la terra dei giardini non più verdi.
Una delle tante abitazioni distrutte dalla DANA. Foto di Armando Negro
Non appena arrivo in una delle piazze principali del paese, dove sorge la Chiesa di Sant Jordi, noto che le attività di ristorazione hanno ripreso a lavorare: per sfuggire dal caldo alcuni si riparano sotto gli ombrelloni dei bar e si rinfrescano bevendo del caffè freddo o una horchata, bevanda tipica della Comunità Valenziana. Il caso vuole che tra i tavolini abbia la fortuna di incontrare Zaca, lo stesso ragazzo che dieci mesi prima, mi descrisse, dentro ad un centro di distribuzione alimentare improvvisato, la sua esperienza. All’epoca mi raccontò di aver avuto fortuna, di essersi salvato in tempo e di aver avuto la possibilità di parcheggiare al sicuro. Mi accoglie oggi con lo stesso sorriso. «Mancano ancora delle cose, ma onestamente molte altre sono state sistemate grazie alla gente che è venuta da fuori. Senza queste persone non staremmo così» mi spiega Zaca. «Non mi interesso di politica, però sicuramente da quel punto di vista le cose sono state fatte male». Chiosa, prima di andare a lavorare.
La quotidianità dopo il disastro
Nonostante siano passati vari mesi, è possibile ascoltare tra i tavolini del bar i racconti di quei giorni, il resoconto dei danni e le esperienze più dure vissute da conoscenti e amici. La DANA qui è divenuta una tappa imprescindibile nella vita delle persone: tra le varie vicissitudini della vita, l’alluvione ha preso un posto fondamentale nello svolgimento della quotidianità cittadina, come era accaduto durante la pandemia da Covid-19.
«L’acqua dentro casa arrivava a due metri d’altezza, sono venuti a salvarci alcuni vicini» mi racconta Carmen, una signora del paese. «Noi ci siamo salvati per miracolo, io per sette mesi mi sono dovuta trasferire in Svizzera per guarire e sono tornata qui solo da qualche settimana». Mi viene spiegato che, nonostante tutto, il popolo cerca di ritrovare la forza di andare avanti ancora adesso. «Chiaramente le famiglie che hanno vissuto la perdita di un caro fanno ancora molta fatica a voltare pagina» mi spiega ancora Carmen.
Foto di Armando Negro
Tornando sull’argomento, lo sgomento provato da chi ha rischiato di perdere la vita sembra riaccendersi immediatamente: ognuno cerca la propria pace in vari modi, chi benedicendo la fortuna che permette loro di essere ancora vivi; chi ringraziando il lavoro incessante dei volontari; chi attaccando senza mezzi termini l’inadempienza della politica. «Io vivo in Svizzera e, nonostante ciò, ho comunque visto le immagini di Paiporta inondata prima che i cittadini ricevessero gli allarmi d’emergenza» mi spiega Pablo, il figlio di Carmen. «Se la Generalitat fosse intervenuta per tempo, si parlerebbe di molti danni, ma sicuramente di molte meno vittime».
La fuga della politica
Sono proprio le responsabilità politiche il tema ancora oggi più scottante. Difatti, nonostante la Generalitat e il governo spagnolo abbiano dato il via ad un oneroso piano di ricostruzione, il presidente valenziano Carlos Mazón non ha mai ammesso la propria colpevolezza e nel corso dei mesi ha tergiversato sulle ragioni per le quali non è stato fatto partire in tempo l’allarme. L’agenzia metereologica spagnola (AEMET) aveva allertato fin dalla mattina del 28 ottobre il rischio di alluvione, ma secondo le indagini, non solo il presidente Mazón ha ignorato la gravità della situazione, ma nello stesso pomeriggio è risultato per svariate ore completamente irraggiungibile, e di conseguenza ha reso impossibile azionare un piano di precauzione. Nella stampa spagnola e tra i banchi della politica i racconti, al limite del grottesco, continuano a sprecarsi, ma resta il fatto che quest’inadempienza, unita alla gestione successiva della tragedia, è stata fatale per più di duecento persone.
Sebbene la propaganda di destra abbia cercato fin da subito di colpire il presidente del governo Pedro Sánchez, alcuni cittadini giustificano l’operato del governo, lasciando cadere la totale responsabilità su Carlos Mazón. «Quell’uomo non vuole metterci la faccia, a ogni domanda risponde che è impegnato nella ricostruzione dei paesi, ma su dove stesse in quel momento o su come ha gestito l’invio degli allarmi non si pronuncia. Allarmi che non ci sono stati» mi spiega Juán. «La gente ha iniziato a ricevere gli avvisi sul cellulare quando l’acqua era già a tre metri d’altezza. Io stesso sono tra quelli che hanno dovuto correre per salvarsi».
Foto di Araìmando Negro
La conversazione si accende, le persone hanno voglia di riaffrontare una tematica che la stampa spagnola sembra aver completamente dimenticato, e ognuno sceglie di soffermarsi su un aspetto di questa tragedia. Tra questi spicca la necessità di tornare alla normalità. «Adesso funziona bene o male tutto, hanno riaperto varie attività, come i supermercati e le farmacie, altri negozi sono stati chiusi definitivamente, mentre in altri punti ne stanno aprendo di nuovi. In quel momento non potevamo neanche fare la spesa» mi spiega Jesús. «Qui hanno aiutato tanto. Devo ammettere che la gente giovane mi ha dato una lezione, è stato impressionante quanto si siano adoperati i volontari».
Durante la seconda settimana di agosto Paiporta celebra le feste patronali, in onore di San Rocco e dell’Assunzione di Maria. La programmazione delle serate d’agosto è ricca di eventi musicali e folkloristici, oltre che di attività per i bambini del paese. Anche questa situazione, però, è motivo di dibattito. «C’è bisogno di un po’ d’allegria, affinché la gente possa dimenticare quanto accaduto, specialmente per i bambini che hanno sofferto molto» mi spiega Pablo. «Tanto riceverebbero critiche in ogni caso, che queste feste si facessero o che non si facessero. Sicuramente saranno molto ridotte rispetto agli anni passati».
Foto di Armando Negro
Camminando per il paese è possibile vedere i garage e i piani terra fortemente intaccati dall’alluvione: negli atri dei condomini si scorge ancora oggi il livello raggiunto dal fango sulle pareti; molti cancelli sono piegati dalla forza dell’acqua e le facciate di molte case presentano dei muri grezzi di mattoni nei quali si trova l’attuale ingresso delle abitazioni. Sono vari i lavoratori impegnati a ristrutturare attività commerciali, mentre altri si dedicano al recupero dei garage.
«Quando abbiamo iniziato a ristrutturare questo garage la situazione era ancora critica. L’acqua era arrivata fino al tetto, quindi abbiamo dovuto rimuovere tutto il gesso, ricostruire le pareti cadute e adesso ci manca ridipingere» mi spiega Juanma, lavoratore di una ditta impegnata nella ristrutturazione dei garage. «Ci vorrà molto tempo per ricostruire tutto, in alcune zone del paese non si è nemmeno iniziato a lavorare». Ciò che alcuni abitanti segnalano, infatti, è la lentezza con la quale procedono i lavori per far ritornare la normalità a Paiporta «ora come ora il problema non sono i soldi, che in molti hanno ricevuto dallo Stato, ma mancano le persone che si occupino di tutto quello che c’è da fare» mi spiegano.
Sul muro c’è scritto: «Vincono sempre coloro che non si arrendono, e anche coloro che si arrendono per un momento». Foto di Armando Negro
Ogni angolo della città racconta quanto accaduto: i disegni dei bambini sbiaditi, i cartelli con messaggi di appoggio verso il popolo valenziano, le locandine che promuovono manifestazioni ed eventi religiosi nei quali pregare e radunarsi per un po’ di conforto continuano ad essere affissi su vari edifici, in alcuni casi chiusi per le vacanze estive, in altri casi definitivamente. Ancora oggi vengono organizzati alcuni eventi legati alla DANA: da allora, ad esempio, a Valencia ogni giorno 29 del mese centinaia di manifestanti si radunano davanti agli uffici della Generalitat per chiedere giustizia e reclamare le dimissioni di Carlos Mazón. I messaggi più diretti, però, si trovano ancora una volta sui muri, in alcuni casi accusatori, in altri di conforto: «Hasta aquí llegó el agua y la incompetencia del PP» (Fino a qui è arrivata l’acqua e l’incompetenza del Partido Popular) si trova scritto accanto al portone di una casa, mentre, vicino all’ingresso di un officina ancora sventrata dall’alluvione si legge: «Siempre ganan los que nunca se rinden (y lxs que se rinden un rato, también)» (Vincono sempre coloro che non si arrendono, e anche coloro che si arrendono per un momento).
Crisi climatica ed eventi estremi
Se da un lato la rabbia e la sfiducia si dirige verso la politica istituzionale, che non sembra voler rendere giustizia né dare le risposte che la popolazione ancora aspetta di ricevere, un altro aspetto di questo disastro è indubbiamente ancora attuale, ovvero la gestione della crisi climatica. Da un bar è possibile ascoltare le notizie riportate dal telegiornale sui numerosi incendi che simultaneamente stanno colpendo varie aree del territorio spagnolo. La Galizia, Castiglia e León, le Asturie, Madrid e Aragona in questo momento sembrano legate tra loro dalle conseguenze feroci della crisi climatica che sta attanagliando la Spagna e che dieci mesi fa si abbatté sulla Comunità Valenziana. All’interno del bar, varie persone pranzano in silenzio mentre osservano le immagini degli incendi, con lo sguardo di chi ha vissuto la devastazione in prima persona. Davanti allo sconforto che oggi altri sono costretti a provare, ognuno sembra rispondere a proprio modo. «Siamo persone plurali e diverse, ognuno vive il proprio dolore in maniera differente» mi spiega Sergio, il presidente dell’associazione Intercomparsa de Moros i Cristians de Paiporta. «Bisogna rispettare ogni tipo di pensiero, azione e voglia di partecipazione».
Alcuni punti della città, resi deserti dalla canicola del primo pomeriggio, ti obbligano a confrontarti con il silenzio di quanto incontrato dieci mesi prima. Il parcheggio che a novembre ospitava le automobili accatastate oggi è completamente vuoto; in egual misura l’incrocio nel quale erano stati posizionati centinaia di stivali o il parco che ospitava il gazebo e i tavoli con alimenti e generi di prima necessità. Di quella situazione non sembra restare nulla, se non un leggero odore acre, che ricorda, forse per suggestione, il fetore del fango di quei giorni.
La nuova vita risiede in coloro che si impegnano quotidianamente per ricostruire la città; nelle persone impiegate nella ristrutturazione di case, garage e attività commerciali; in coloro che si adoperano per creare spazi di comunità e ricreazione, tra chi ha voglia di raccontare la propria esperienza e anche in quelle persone che non riescono ancora a voltare pagina. Se si arriva a Paiporta con la metropolitana da Valencia, sembra non essere successo nulla. Ma i fantasmi della devastazione sono ancora lì, nella patina di fango sulle strade, nei cartelli piegati dall’acqua, nello sguardo di chi ha visto la propria normalità spazzata via in una sera.
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