Mettere in dubbio la narrazione di Kiev sulla guerra, anche quando si è incerti sulla fondatezza delle informazioni, potrebbe legittimare la diffamazione da parte di terzi. Almeno, questo è quanto emerge dalla richiesta di archiviazione della denuncia per diffamazione avanzata dall’avvocato Marco Bordoni. Nel 2024, a seguito dell’attacco di un missile russo contro la città di Kharkhiv, Bordoni aveva pubblicato un post su X, chiamando la città con il suo nome russo (Kharkov), dichiarando che «secondo Zelensky» il missile era di provenienza russa e offrendo il punto di vista di un analista russo. Visto il fioccare di insulti e minacce per «complicità filorussa» apparsi sotto il post, Bordoni ha sporto denuncia per diffamazione. Denuncia che rischia ora di essere archiviata, in quanto, secondo il pm, il post «poteva essere percepito dal cittadino medio come una provocazione» alla luce del contesto «di forte coscienza sociale» creato dalla guerra, «che ha visto gran parte della popolazione schierarsi a sostegno dell’Ucraina». L’ultima parola sul caso spetterà al GIP.
Marco Bordoni è un avvocato civilista di Bologna che da anni pubblica osservazioni e materiale di divulgazione sull’area russa, spinto anche da un interesse personale e da qualche conoscenza linguistica di base. Sul proprio profilo X ha sempre sostenuto l’opportunità di riferire più versioni quando non è possibile verificare direttamente i fatti; così fece il 25 maggio 2024, dopo che un missile aveva centrato un grande centro commerciale a Kharkiv provocando morti e feriti. Nel post, utilizzando il toponimo russo “Kharkov” per riferirsi alla città ucraina di Kharkiv, l’avvocato ha precisato, citando testualmente il presidente ucraino, che l’attacco era di matrice russa «secondo Zelensky». Inoltre, ha riferito – allegando il link della fonte – l’indiretta conferma del blogger russo Cassad, che ha parlato di «esplosioni secondarie» per presenza di materiale militare. Sotto il post si è scatenata una valanga di reazioni violente nella sezione commenti, con utenti che hanno definito Bordoni un «filo invasore» e un «traditore dell’Occidente», accusandolo di «complicità filorussa». Di fronte a questi insulti, l’avvocato ha ritenuto di aver subito una diffamazione e ha quindi presentato una denuncia. Tuttavia, la Procura della Repubblica di Bologna, nella persona del sostituto procuratore incaricato dell’indagine, ha chiesto al giudice l’archiviazione del caso.
Proprio la motivazione di questa richiesta è ciò che trasforma la vicenda da una semplice scambio sui social network a un potenziale precedente preoccupante. Dalla lettura del documento si evincerebbe infatti che, secondo il pm, quei commenti costituirebbero reazioni scatenate dal comportamento provocatorio di chi aveva pubblicato il post, inserito in un clima nazionale particolarmente sensibile e schierato con l’Ucraina. In sostanza, la percezione collettiva di chi legge come «filorusso» il contenuto renderebbe giustificabili – o almeno non punibili – le risposte offensive. Una lettura che molti osservatori inquadrano come pericolosa, dal momento che legittimare reazioni offensive sulla base di un’emozione collettiva rischia di erodere le garanzie contro le aggressioni verbali e di indebolire la tutela della reputazione individuale.
Bordoni, ovviamente, contesta fermamente l’ottica adottata dalla Procura nell’esame del caso. Il post dell’avvocato, che riportava una notizia citando le proprie fonti, non conteneva fake news né insulti. Dunque, secondo la sua difesa, la reazione diffamatoria degli utenti non sarebbe giustificabile in alcun modo sulla base del contenuto del messaggio originario. A ogni modo, le carte sono ora al vaglio del Gip, che dovrà stabilire se archiviare o, in alternativa, opporsi alla richiesta del pm.
Un collegio di quattro giudici della Corte Suprema brasiliana ha votato per trattenere l’ex presidente Jair Bolsonaro in custodia cautelare in carcere. I giudici hanno approvato la misura all’unanimità, confermando la disposizione del collega Alexandre de Moraes, che ne aveva ordinato l’arresto a causa di una violazione dei domiciliari. Bolsonaro è stato condannato a una pena di 27 anni e 3 mesi per il tentato golpe militare del 2022; nonostante ciò, si trovava ancora in custodia cautelare ai domiciliari, perché secondo la legge brasiliana per scontare la pena in prigione è necessario concludere tutto l’iter processuale, e all’ex presidente manca ancora la pronuncia della Corte Suprema.
Dopo le spiagge, gli ippodromi: nel cercare location alternative in cui organizzare concerti, a Jovanotti e al suo team l’idea di questo nuovo tour deve essere sembrata irresistibile. Agli animalisti un po’ meno. E infatti, dopo l’annuncio delle date del “Jova Summer Party 2026”, che prevede due concerti in due differenti ippodromi, sono partite le proteste che sottolineano come i decibel di un concerto mal si concilierebbero con la presenza di animali come i cavalli, che potrebbero patire diverse conseguenze problematiche.
«Siamo basiti nell’apprendere che viene organizzato un concerto che accoglierà migliaia di persone dentro un ippodromo, a pochi metri dai box dove sono alloggiate decine di cavalli, animali che potrebbero andare nel panico e ferirsi per il grande e prolungato rumore a cui non sono abituati e che, nella migliore delle ipotesi, subiranno un forte stress», sottolinea il presidente di Italian Horse Protection Sonny Richichi, associazione indipendente per la tutela di questi animali. «Possiamo anche immaginare che gli organizzatori si siano fidati delle parole di chi gestisce l’ippodromo il quale, da opportunista che passa sopra il benessere dei cavalli per racimolare qualche soldo, avrà rassicurato tutti, raccontando la favola che i cavalli sono abituati al frastuono e che non si spaventano. Ma questo non giustifica una decisione che andava ponderata meglio, non basandosi solamente su chi i cavalli li sfrutta».
Il riferimento è probabilmente al comunicato stampa dell’ippodromo di Palermo La Favorita, che dovrebbe appunto ospitare uno dei due concerti della prossima estate, nel quale gli organizzatori spiegano che «le misure di tutela sono già previste». Inoltre evidenziano che «dai rilievi fonometrici effettuati e stante la notevole distanza del palco rispetto alle scuderie – pari a oltre 500 metri – si rimane ampiamente sotto la soglia di normale tollerabilità per gli animali». Infine, secondo il veterinario della struttura, il dottor Salvatore Speciale: «La musica non nuoce agli animali, che dimostrano di tollerarla e gradirla senza alcuno stress. Il vero pericolo per i cavalli è rappresentato da rumori improvvisi e violenti come i fuochi d’artificio».
Di diverso avviso il presidente di Italian Horse Protection che rincara la dose, spiegando che i cavalli: «Hanno un udito finissimo, molto più sensibile di quello umano, e possono andare nel panico se avvertono segnali di pericolo e se non hanno la possibilità di fuggire in campo aperto. Chiusi all’interno di un box e bombardati dai decibel del concerto e dalle urla del pubblico, non è difficile immaginare cosa passeranno quei poveri animali. Già sono sottoposti a una vita innaturale qual è quella dell’ippodromo, e in più devono subire quella che noi, senza mezzi termini, definiamo una vera e propria violenza». E quindi rivolgono un accorato appello a Jovanotti, chiedendogli di scegliere posti alternativi, «dove la festa non comporti la sofferenza di nessun animale».
Le polemiche precedenti si erano infuocate nella calda estate del 2022, quando erano in corso i concerti del “Jova beach party” tour. L’evento di Fermo, in particolare, aveva suscitato non poche polemiche, con i controlli dell’Ispettorato del lavoro che avevano fatto emergere la presenza di diversi lavoratori in nero e la devastazione ambientale causata dalla distruzione della vegetazione delle dune di sabbia per far posto al palco che aveva portato alla protesta di diversi comitati ambientalisti, compresa la sezione del WWF locale che aveva chiuso i battenti in aperta polemica con il WWF nazionale, che aveva invece supportato l’iniziativa.
I dirigenti di Meta si trovano nuovamente nella posizione di dover convincere il mondo che, nonostante quanto emerge da alcuni messaggi interni trapelati, il loro modo di gestire i social non rappresenti un pericolo per la società e, soprattutto, per i minori. Documenti giudiziari parzialmente desecretati suggeriscono infatti che l’azienda avrebbe per anni minimizzato i rischi delle sue piattaforme per i giovani, ignorando ricerche interne che evidenziavano effetti negativi su salute mentale, sicurezza e benessere degli adolescenti, e mantenendo al contempo una notevole tolleranza verso diverse forme di sfruttamento sessuale.
La rivista Timeha recentemente portato all’attenzione pubblica un nuovo dossier relativo a una causa multidistrettuale che, avviata nel 2022, coinvolge ormai migliaia di querelanti. Secondo l’accusa, le piattaforme di Meta – ma anche TikTok, YouTube e altri social media – sarebbero deliberatamente progettate per creare dipendenza nei minori, un’interpretazione che sembra essere supportata da testimonianze, email interne e rapporti sviluppati da quattro diversi esperti indipendenti. In più occasioni, funzionari di Meta avrebbero descritto i loro stessi servizi come “droghe digitali”, arrivando a definirsi ironicamente “pusher” mentre, parallelamente, le ricerche interne che mettevano in luce le criticità dei portali venivano eliminate silenziosamente prima di raggiungere l’occhio pubblico.
Il fascicolo riporta, per esempio, che nel 2019 Meta avesse avviato uno studio sull’effetto dell’allontanamento dei giovani da Instagram e Facebook: dopo appena una settimana di pausa, i partecipanti mostravano livelli più bassi di ansia, depressione e solitudine. L’azienda ha dunque deliberatamente evitato di divulgare tali risultati, sostenendo che questi fossero influenzati da “narrative mediatiche preesistenti” ostili a Meta. Un dipendente avrebbe dunque paragonato la scelta di nascondere i dati alle pratiche adottate anni addietro dell’industria del tabacco, le quali hanno occultato per decenni le prove dei danni alla salute causati dalle sigarette. Da anni, intanto, il CEO Mark Zuckerberg continua a sostenere davanti al mondo politico che la tutela dei giovani rappresenti una priorità per Meta, negando qualsiasi correlazione tra l’uso delle piattaforme e il disagio psicologico.
Tra le rivelazioni più gravi spiccano le testimonianze di dirigenti che avrebbero denunciato una tolleranza eccessivamente ampia nei confronti di contenuti legati allo sfruttamento sessuale dei minori, con soglie di intervento così alte da permettere a utenti segnalati decine di volte di rimanere attivi. “Potevi accumulare sedici violazioni per prostituzione o sollecitazione sessuale e solo alla diciassettesima l’account veniva sospeso”, avrebbe testiimoniato Vaishnavi Jayakumar, ex responsabile della sicurezza e del benessere di Instagram, entrata in Meta nel 2020.
Benché anche TikTok, Snapchat e YouTube siano accusati di essere consapevoli degli effetti di dipendenza generati nei giovani, Meta si staglia per la gravità e l’ampiezza delle contestazioni, oltre che per l’ipotesi che alcuni suoi dirigenti abbiano fornito testimonianze fuorvianti anche quando sotto giuramento davanti al Congresso statunitense. Del resto, la Big Tech non è nuova a scandali: Facebook è già stato accusato da whistleblower di essere pericoloso per i minori, di aver influenzato processi elettorali e, secondo alcune inchieste, di aver facilitato almeno un genocidio. L’idea che Instagram e Facebook possano costituire un terreno fertile per l’adescamento dei minori non appare dunque difficile da credere, ancor più che Meta ha già dimostrato una certa flessibilità nel proporre contenuti sessuali ai giovani, qualora questo gli consenta di mantenere alte le interazioni sui suoi portali. Nonostante questo, l’attenzione dei legislatori sembra voler incanalare la lotta alla pedopornografia verso misure che erodono la privacy delle persone, invece che sulla piena responsabilizzazione delle grandi aziende tecnologiche d’oltreoceano.
In Belgio è stato lanciato uno sciopero generale per protestare contro le misure di austerità del governo, che includono anche un aumento dell’età pensionabile. A proclamare la protesta sono state tre delle maggiori firme sindacali del Paese che hanno organizzato manifestazioni per tre giorni consecutivi: oggi sciopereranno i lavoratori del settore dei trasporti pubblici, e le ferrovie prevedono di far funzionare un treno su tre. Domani non verranno garantiti i servizi pubblici di scuole, asili nido e ospedali, e dopodomani il personale aeroportuale si unirà alla protesta, tanto che gli aeroporti di Bruxelles-Zaventem e Charleroi, i due principali scali del Paese, hanno già cancellato tutti i voli.
Per mesi sarebbe stata nascosta alla popolazione una grave contaminazione da PFBA, sostanze perfluoroalchiliche derivate dai cantieri della Pedemontana Veneta che stanno inquinando le falde acquifere del Vicentino. L’allarme è stato lanciato dal Comitato Tuteliamo la Salute, che ha reso pubblici documenti ufficiali dell’Agenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto (Arpav) in cui si evidenziano concentrazioni di PFBA fino a 2.212 nanogrammi per litro in alcune cave utilizzate come discariche per i materiali di scavo della superstrada. Nonostante la comunicazione dell’agenzia ambientale ai Comuni risalga al 19 maggio 2025, i cittadini non sarebbero stati informati del rischio, in particolare a Montecchio Precalcino, dove il sindaco avrebbe minimizzato l’emergenza.
«Il Comune di Montecchio Precalcino conosceva la situazione Pfas già da maggio»: è questa l’accusa centrale del Comitato, che durante una conferenza stampa ha presentato documentazione inerente la contaminazione. Il 19 maggio scorso l’Arpav aveva infatti inviato una comunicazione a Regione, gestori acquedottistici, ULSS, Provincia di Vicenza e comuni di Montecchio Precalcino e Marano Vicentino, in cui si parlava esplicitamente di un «rinvenimento di sostanze perfluoroalchiliche (PFBA) nell’acquifero sotterraneo del medio-alto vicentino e nei pozzi acquedottistici». Le indagini Arpav hanno focalizzato tre aree — Cava Vianelle (Marano Vicentino), Discarica Terraglioni e Cava Cavedagnona (entrambe a Montecchio Precalcino) — dove sono stati conferiti complessivamente volumi significativi di terre da scavo. Le analisi rilevano «di PFBA nelle acque di dilavamento, con punte anche superiori a 2.000 ng/l, parametro in generale preponderante rispetto ad altri PFAS», con misure isolate che arrivano a 2.212 ng/l nella cava Cavedagnona, 826 ng/l a Vianelle e 643 ng/l alla discarica Terraglioni. Numeri che, se estesi alla falda e alle reti di captazione, avrebbero conseguenze gravi per la potabilità.
Il comitato sottolinea un quadro idrogeologico preoccupante. «A seguito delle elaborazioni idrogeologiche dell’acquifero vicentino e delle relative direttrici di flusso sotterraneo, si evidenzia uno scenario di progressiva contaminazione da PFBA nell’acquifero vicentino proveniente da nord, non meglio identificato», si legge in un documento Arpav del 12 novembre. Ciò significa che, avverte il Comitato, la propagazione potrebbe investire aree contigue, compresi pozzi di captazione utilizzati per l’acquedotto di Padova e numerosi pozzi privati in comuni come Dueville, dove circa 13.000 persone dipendono da prelievi non sempre soggetti a controlli regolari.
La polemica politica è tutta intorno al comportamento delle amministrazioni locali: mentre il sindaco di Marano ha informato enti e cittadini, il Comitato accusa l’amministrazione di Montecchio Precalcino di aver «sottaciuto l’emergenza ambientale e sanitaria che gli è stata comunicata da Arpav», nonostante una delibera comunale del 7 aprile che chiedeva il bando dei PFAS sul territorio. In parallelo, associazioni ecologiste come Covepa denunciano che i siti di conferimento sono molti più di quelli ufficialmente dichiarati — si parla di decine di «hot spot» — e che i monitoraggi rimangono «incompleti», con reti piezometriche spesso assenti.
Il Comitato ha denunciato anche il conferimento di 30.600 m3 di materiale contaminato nella Cava Brugiane, di proprietà di Silva Srl, nonché la presenza di PFBA nelle acque sotterranee dei piezometri di valle della discarica Terraglioni di Montecchio Precalcino. Questo ha spinto il Comitato a scrivere alla Provincia di Vicenza chiedendo di bloccare nuovi insediamenti nell’area e di avviare studi e bonifiche «Il Comitato Tuteliamo la Salute, dopo aver consultato esperti di Diritto ambientale, ritiene che sia ormai necessario e doveroso non aggiungere un nuovo insediamento così impattante come quello proposto da Silva in un’area già martoriata che andrà monitorata per gli anni a venire». Il Comitato conclude chiedendo interventi immediati: «Chiediamo che le istituzioni intervengano per tutelare la popolazione ed il territorio con gli opportuni interventi di studio, bonifica e risanamento delle zone in cui è già stato riscontrato inquinamento da PFAS».
Nel frattempo, il mese scorso la Procura di Vicenza ha chiuso le indagini sulla Superstrada Pedemontana Veneta, accusando 12 persone, tra manager del Consorzio SIS, amministratori della Strada Pedemontana Veneta S.p.A., direttori tecnici e responsabili di cantiere, di inquinamento ambientale e omessa bonifica. Nello specifico, l’inchiesta riguarda i lavori svolti dal 28 giugno 2021 al 23 gennaio 2024 per le gallerie di Malo e di Sant’Urbano (Vicenza). Secondo le ipotesi, gli indagati non avrebbero rispettato le prescrizioni tecniche relative alla composizione del calcestruzzo, impiegando un accelerante contenente PFBA in concentrazioni superiori a quanto consentito, provocando contaminazione delle acque superficiali e sotterranee nei comuni di Castelgomberto, Malo, Montecchio Maggiore, Isola Vicentina e Costabissara.
Quest’oggi, lunedì 24 novembre, tre attentatori suicidi hanno assaltato in Pakistan il quartier generale della polizia di frontiera a Peshawar, nell’area densamente popolata di Khyber Pakhtunkhwa. Dopo aver aperto il fuoco all’ingresso, si sono introdotti nel complesso e si sono fatti esplodere, uccidendo tre paramilitari e ferendo almeno cinque persone. L’esercito e la polizia hanno isolato la zona, temendo la presenza di altri militanti. I feriti sono stati portati al Lady Reading Hospital. Nessun gruppo ha rivendicato l’attacco, che si inserisce in un’escalation di violenze attribuite ai militanti islamici attivi lungo il confine con l’Afghanistan.
Sono già più di 133 mila le firme della petizione online lanciata l’11 novembre dalla associazione animalista Meta Parma su Change.org in sostegno della famiglia anglo-australiana residente nei boschi di Palmoli, nel Chietino, in seguito a un provvedimento del Tribunale per i minori dell’Aquila che ha disposto la sospensione della potestà genitoriale e l’allontanamento dei tre figli. La petizione ribadisce che i genitori «non sono poveri, non vivono in condizioni precarie, hanno semplicemente fatto una scelta» di vita consapevole e alternativa.
La coppia si è stabilita in un’ex casa colonica nei pressi di Vasto, in provincia di Chieti, acquistata nel 2024, insieme ai tre figli: la maggiore di 8 anni, Rose Utopia, e due gemelli di 6, Galorian e Bluebell. Nathan Trevallion, cittadino inglese e Catherine Louise Birmingham, australiana, hanno scelto di vivere senza allaccio elettrico tradizionale ma con pannelli solari e batterie, sufficienti per le necessità quotidiane. La coppia, che rivendica autonomia economica e libertà educativa, ha adottato la modalità di apprendimento domiciliare noto come unschooling, in cui i bimbi non seguono lezioni o programmi scolastici prestabiliti, ma imparano partendo dai propri interessi ed esperienze quotidiane. L’allarme delle autorità è scattato dopo un episodio di intossicazione da funghi velenosi nel settembre 2024, seguito da una segnalazione dei carabinieri che parlavano di “isolamento” e “condizioni abitative non idonee”. Il Tribunale ha disposto l’allontanamento dei tre minori il 13 novembre e l’affidamento in una casa-famiglia, motivando con «la deprivazione del confronto fra pari in età da scuola elementare» e «il pericolo per l’integrità fisica» nella condizione abitativa. Gli avvocati della famiglia contestano i fatti: sostengono che la figlia maggiore abbia regolare attestato di idoneità per il passaggio alla classe terza e che i bambini sono seguiti da un pediatra, fanno la spesa al supermercato, regolari gite e hanno contatti con i coetanei.
«Riporterò a casa i miei figli» promette il padre. «Torneremo a essere un nucleo familiare» assicura la madre, l’unica che per ora può stare con i figli nella casa-famiglia. Il legale della famiglia ha annunciato un ricorso contro il provvedimento del tribunale, denunciando «falsità» nell’ordinanza e un sistema “in cortocircuito”. L’avvocato, Giovanni Angelucci, ha spiegato che nel ricorso saranno inseriti anche tutti i certificati di idoneità statica della casa e «un progetto per poter realizzare un bagno adiacente all’abitazione, dotato di un sistema di fitodepurazione». Il legale ha anche chiarito la questione sanitaria: i bambini hanno effettuato il primo ciclo di vaccini obbligatori, ma non hanno completato i richiami successivi, «perché non vanno a scuola». Verranno presentati anche i documenti con la richiesta dei genitori di avvalersi dell’istruzione parentale.
In parallelo, è stata annunciata una manifestazione nazionale di solidarietà per il 6 dicembre a Roma, davanti al ministero della Famiglia e delle Pari Opportunità, per manifestare contro la decisione del Tribunale per i minorenni dell’Aquila che ha disposto l’allontanamento dei tre bambini. A cementare la protesta è una seconda petizione lanciata sempre su Change.org, che definisce il provvedimento una «misura estrema» fondata su un pregiudizio culturale e ribadisce che il caso «riguarda tutti noi». Almeno altre sette petizioni sono state avviate dopo il provvedimento giudiziario. Altri appelli raccolgono centinaia di firme per richiedere il ricongiungimento o per denunciare un intervento statale basato sullo stile di vita non convenzionale dei genitori e non su un reale pericolo per i bambini.
La vicenda ha acceso il dibattito pubblico e politico: il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha definito «estremamente doloroso e grave» il distacco dei minori e ha annunciato un approfondimento ispettivo, mentre il vice-premier Matteo Salvini ha parlato di un «sequestro indegno e vergognoso». Dalla parte opposta, l’Associazione Nazionale Magistrati ha ribadito che l’ordinanza del tribunale «si fonda su valutazioni tecniche ed elementi oggettivi» relativi a sicurezza, condizioni sanitarie e obbligo scolastico. Ora, la vicenda si sposta sul piano giudiziario, con il ricorso annunciato dalla difesa e l’attesa della decisione della corte. Intanto, la mobilitazione online continua a crescere, alimentando un confronto che ha trasformato il caso in un simbolo dello scontro tra modelli educativi, autonomia familiare e intervento dello Stato.
Domenica in Slovenia si è tenuto un referendum sulla legge che avrebbe introdotto il suicidio assistito per adulti con malattie terminali o gravi sofferenze senza possibilità di cura. Il 53 per cento dei votanti ha respinto la norma, contro il 47 per cento favorevole, impedendone così l’entrata in vigore nonostante l’approvazione parlamentare di luglio. La consultazione era stata richiesta da una petizione sostenuta da Chiesa cattolica e partiti conservatori, che contestavano la compatibilità della legge con la Costituzione e chiedevano migliori cure palliative. Per 12 mesi il parlamento non potrà riproporre una legge simile.
UMM AL-KHAIR, PALESTINA OCCUPATA – Come si consola un lutto così grande? Esistono parole per asciugare quelle lacrime? Anadhi piange, il velo nero le incornicia il viso oggi sempre triste. L’immagine di suo marito, Awdah Hathaleen è ovunque nel villaggio. Nel centro comunitario, sulle porte di alcune case, dipinto nell’abitazione che ospita i forestieri in visita. Un poster con il suo volto risalta sul muro del salotto di Anadhi, unica immagine sulle pareti spoglie. E poi la scritta col pennarello rosso, sul muro: 28/07/2025. A capo: Awdah. La storia dell’omicidio di Awdah e di questa comunità è la storia di tutta la Palestina. Un racconto che, da solo, parla più di mille altri. È la storia di Umma al-Khair, di Masafer Yatta, di Hebron. della Cisgiordania occupata. Di Gaza. È la storia dei palestinesi.
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Il poster di Awdah Hathaleen. Foto di Moira Amargi
A memoria di Awdah. Foto di Moira Amargi
Awdah stava riposando quando, quel pomeriggio del 28 luglio, l’hanno chiamato per riattaccare l’acqua al villaggio. Umm al-Khair è un villaggio beduino di nemmeno trecento anime incastonato tra le colline a sud di Hebron, nella regione di Masafer Yatta. Pochi alberi, una distesa rocciosa semi-desertica ospita quella comunità scacciata dal deserto del Naqab nel 1948. Le violenze dei coloni ebrei, i futuri israeliani, li hanno obbligati a lasciare le proprie terre ormai 77 anni fa. E ora li vogliono mandare via di nuovo.
Nelle immagini registrate dal centro comunitario si vede tutto. La felpa rossa del 31enne è ben visibile dalle varie telecamere posizionate apposta per registrare i numerosi attacchi dei coloni della zona. Tutto, intorno, sembra tranquillo. Nessuno avrebbe immaginato che pochi minuti dopo, Awdah avrebbe perso la vita, rubata, come quasi tutto, da un israeliano residente nella vicina colonia illegale di Carmel. Un escavatore si avvicina alla comunità, vuole operare sulle terre palestinesi. Uomini, donne, bambini, si avvicinano, chiedendo di fermarsi, il macchinario stava rovinando alberi e recinzioni. Un uomo viene ferito alla testa dalla pala del mezzo, Awdah si mantiene lontano, riprende con il cellulare. Filma così la sua esecuzione.
Compare accanto alla ruspa un colono ben noto per le sue violenze contro la comunità palestinese, Yinon Levi. L’uomo, che gestisce un’impresa di lavori pubblici che da anni facilita l’insediamento di avamposti coloniali, era già sotto sanzione per le sue azioni in UE e UK. Tira fuori una pistola, inizia a puntarla contro tutti. Uno sparo. All’inizio nessuno si accorge che Awdah si è accasciato a terra. Era dietro tutti, a filmare, ad almeno 20 metri di distanza. Accanto, c’era uno dei suoi tre figli, Mohammed, 2 anni. Lo vede una donna, inizia a gridare, tutti si avvicinano. Cercano una macchina, ma sarà un’ambulanza uscita dalla colonia di Carmel a sequestrare il corpo. Ancora non sanno che Awdah è già morto, il proiettile l’ha centrato nel cuore.
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Umma al Khair, sullo sfondo la colonia israeliana di Carmel. Foto di Moira Amargi
In questa e nella foto successiva: colono che disturba i palestinesi. Foto di Moira Amargi
Foto di Moira Amargi
Danneggiamenti dei coloni altro villaggio di Masafer Yatta. Foto di Moira Amargi
Poco dopo arriva un mezzo militare israeliano, poi un altro, e un altro ancora. Sparano lacrimogeni contro la piccola folla di famiglie riunita. Sarà lo stesso colono a indicare chi arrestare. Cinque fratelli e cugini di Awadeh vengono portati via quella sera. Altri tredici nei due giorni successivi. Il perché, ignoto. Forse testimoni non voluti di un omicidio che Tel Aviv vuole nascondere. L’assassino, Yinon Levi, verrà rilasciato la notte stessa. Pochi giorni dopo tornerà a intimidire le famiglie palestinesi. I 18 membri della comunità arrestati verranno detenuti nelle carceri israeliane tra gli 8 e gli 11 giorni.
Le autorità di Tel Aviv ci hanno messo 10 giorni a restituire il corpo di Awdah. Pretendevano che il funerale si tenesse di notte, con meno di 15 persone, e che il corpo del giovane insegnante di inglese non venisse sepolto nel cimitero della comunità ma nella città di Yatta. Queste le condizioni per il dissequestro del cadavere. La comunità non ha accettato, e alla fine, dopo 10 giorni, centinaia di persone hanno potuto assistere alla cerimonia funebre. La polizia ha anche minacciato la famiglia, consigliandole di non andare avanti con la causa legale che chiede giustizia per l’ennesimo omicidio protetto dalla politica di Tel Aviv.
Esercitazione militare nel nuovo avamposto illegale. Foto di Moira Amargi
Pochi giorni dopo, i coloni hanno danneggiato il sistema elettrico ed idrico che portava acqua luce a metà delle case del paese. Nemmeno un mese dopo l’omicidio, hanno iniziato la costruzione di un nuovo avamposto, rubando nuovi centinaia di metri quadrati alla comunità di Umm al-Khair. Oggi sono almeno sei le abitazioni israeliane protette da filo spinato e recinzioni presenti a meno di dieci metri dalle case palestinesi. In alto, sventolano varie stelle di David bianche e blu. Il villaggio palestinese è ora praticamente circondato dai coloni.
14 ordini di demolizione per sradicare la comunità
Mappa di Umm al Khair. Foto di Moira Amargi
Ma la storia non finisce qui. Era il 28 ottobre quando alcuni militari israeliani si sono presentati al centro comunitario per consegnare 14 ordini di demolizione. Le costruzioni, sono illegali, dicono. E vanno abbattute. La maggior parte sono case dove abitano buona parte delle famiglie di Umm al-Khair. Oltre allo stesso centro comunitario, la sede dell’attivismo di Umm al-Khair, nonché parco giochi per gli oltre 70 bambini del paese, e una serra invernale. «Se non riusciamo a fermare le demolizioni, quasi 100 persone rimarranno senza casa» dice a L’Indipendente Khalil Hathaleen, uno dei leader del villaggio nonché fratello maggiore dello scomparso Awdeh. «Distruggeranno quasi metà della comunità».
Bambini che giocano, sullo sfondo il cancello della colonia Carmel. Foto di Moira Amargi
La pratica di demolire “strutture illegali” è una delle armi principe della pulizia etnica di Tel Aviv. Masafer Yatta è zona C, ossia sotto il totale controllo amministrativo d’Israele. Che rifiuta quasi completamente di rilasciare permessi di costruzione ai palestinesi. Le colonie illegali israeliane sono libere di ingrandirsi, e sono migliaia le nuove abitazioni approvate in tutta la Cisgiordania quest’anno. Mentre i palestinesi non possono costruire nuove case sulle proprie terre. Se non a rischio di vedersele demolire.
Khalil che fa mangiare le capre. Khalil è il fratello di Awdah. Foto di Moira Amargi
«La comunità di Umm al-Khair soffre l’occupazione da molto tempo, ma dopo il 7 ottobre le cose sono peggiorate. I coloni fanno quello che vogliono, e l’esercito e la polizia israeliana non fanno nulla per fermarli. Stanno distruggendo tutte le nostre forme di sostentamento: non possiamo più portare a pascolare le capre e le pecore a causa degli assalti dei coloni. Abbiamo un quarto degli animali di prima». Khalil è ben chiaro sul perché. «Vogliono mandarci via dalla nostra terra. Togliendoci i mezzi che abbiamo per sopravvivere. E ora, togliendoci anche le case». La comunità ha già subito 97 demolizioni dal 2007 a oggi. Ma questa volta, i 14 ordini di demolizione colpiranno le principali costruzioni della comunità.
«Noi non lasceremo Umm al Khair. Terra palestinese», recita la didascalia. Foto di Moira Amargi
La storia di Umm al-Khair è solo un esempio. Le violenze sono continue e ogni giorno nella regione si registrano attacchi alle case, campi distrutti, case demolite. Coloni e militari collaborano nello stesso, identico progetto di pulizia etnica di Masafer Yatta. Nuovi cancelli installati alle porte di ogni villaggio, che i militari d’Israele aprono e chiudono a piacimento, danno una idea visiva dell’apartheid che Tel Aviv non fa che consolidare.
«Hanno ucciso mio fratello perché era uno dei cuori pulsanti della comunità. Hanno costruito un nuovo avamposto. E ora vogliono abbattere 14 case. Questa è la nostra terra, e noi non ce ne andremo. Ma Israele va fermato,» conclude Khalil.
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