Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato nuovi dazi. I primi colpiranno i film prodotti all’estero, che verranno colpiti da una tariffa del 100%. Il presidente aveva preannunciato tale misura mesi fa; nell’annuncio, Trump si è scagliato contro il governatore della California, il democratico Gavin Newsom, attribuendo a lui il calo dell’industria cinematografica del Paese. Trump ha poi annunciato dazi aggiuntivi su tutti i Paesi che non producono mobili negli USA, senza tuttavia specificare cosa di preciso intenda fare. Tale mossa vuole salvaguardare il mercato del mobilio della North Carolina, che sta perdendo piede davanti alla crescita dei competitori cinesi.
Crolla scuola in Indonesia: 3 morti, decine intrappolati
Una scuola islamica è crollata oggi nella città di Sidoarjo, in Giava Orientale, causando la morte di almeno tre studenti e intrappolando sotto le macerie altri 38 giovani, tra i 12 e i 17 anni. Secondo gli operatori di soccorso, si sarebbero udite “grida e pianti” da sotto le macerie, suggerendo la possibilità di sopravvissuti. Le operazioni sono tutt’ora in corso, con gli esperti che avvertono di procedere con cautela data l’instabilità dei resti dell’edificio.
Gaza, ecco il piano Trump-Netanyahu: Hamas accetti o “finiremo il lavoro”
Trump e Netanyahu hanno presentato il loro personale «piano per la pace» per Gaza. I punti chiave della proposta rimangono gli stessi avanzati nei mesi: cessate il fuoco e riapertura dei corridoi umanitari in cambio del rientro immediato di tutti gli ostaggi, della smilitarizzazione completa della Striscia e dell’istituzione di un corpo di monitoraggio esterno. Quest’ultimo verrebbe presieduto dallo stesso Trump con il supporto dell’ex premier britannico Tony Blair, e supervisionerebbe il processo di ricostruzione e disarmo; lascerebbe poi spazio a un «gruppo civile palestinese pacifico» mentre Israele manterrebbe il controllo della sicurezza. Un piano Gaza-centrico che non solo non affronta la questione della Cisgiordania, ma che prevede una Palestina svuotata di ogni reale forma di rappresentanza, soggetta a controllo esterno politico e militare; Hamas non ha ancora rilasciato dichiarazioni, ma Trump e Netanyahu hanno già minacciato il gruppo, affermando che se non dovesse accettarlo, Israele finirà il lavoro, «con le buone o con le cattive».
Il piano Trump-Netanyahu è stato presentato dai due vertici dei rispettivi Stati ieri, lunedì 29 settembre, in una conferenza stampa congiunta in seguito a cui non è stato lasciato spazio alle domande dei giornalisti. Parallelamente, l’account X (ex Twitter) della Casa Bianca ha pubblicato un piano diviso in 20 punti dettagliando meglio la proposta. Essa prevede la cessazione immediata delle ostilità e una prima fase della durata di 72 ore in cui Hamas e tutte le firme palestinesi dovrebbero consegnare tutti gli ostaggi ancora nelle loro mani, vivi e morti. Nel frattempo Israele cesserebbe le aggressioni e riaprirebbe i corridoi umanitari garantendo un flusso pari almeno a quello della tregua di gennaio: verrebbero riabilitate le infrastrutture idriche ed elettriche, riaperti ospedali e panifici e gli aiuti verrebbero distribuiti da terzi come le agenzie ONU e la Mezzaluna Rossa. In questa prima fase, l’esercito israeliano si ritirerebbe «moderatamente» entro un perimetro interno a Gaza, che rimarrebbe in piedi fino a data da destinarsi. Dopo la consegna degli ostaggi, Israele rilascerebbe 250 ergastolani e altri 1.700 «prigionieri» incarcerati dopo il 7 ottobre; a questi si aggiungerebbero i corpi di 15 gazawi per ogni ostaggio israeliano deceduto.
Superata questa prima fase, l’amministrazione di Gaza verrebbe affidata a una sorta di governo tecnico formato da esperti internazionali e palestinesi filtrati da Israele. Questo sarebbe sotto la supervisione di un “corpo internazionale per la pace” formato da tecnici, politici internazionali (tra cui Blair), e Stati arabi e islamici; il corpo di pace verrebbe guidato da Trump e avrebbe il compito di definire il quadro di gestione e di gestire i finanziamenti per la ricostruzione di Gaza. Lo scopo ultimo sarebbe quello di smilitarizzare Gaza, disarmare Hamas, e garantire l’implementazione di alcuni dei piani proposti negli anni, tra cui il piano di riforme dell’Autorità Nazionale Palestinese avanzato da Trump nel 2020, il piano franco-saudita per la Palestina, e un non meglio specificato piano economico pensato dagli USA per attirare gli investimenti. In questa fase, sarebbe garantito il diritto al ritorno ai palestinesi, e i membri di Hamas che si impegnerebbero alla coesistenza riceverebbero un’amnistia. Mentre ricostruzione e disarmo procederebbero, Israele si ritirerebbe progressivamente dalla Striscia, impegnandosi a non annetterla.
A quel punto si entrerebbe nella terza fase, quello della consegna di Gaza a una amministrazione politica palestinese: se il piano della Casa Bianca fa esplicito riferimento a un’ANP riformata, Trump e Netanyahu, durante la conferenza, sono stati ben più vaghi, affermando che nessun gruppo palestinese, ANP compreso, governerebbe Gaza. In ogni caso, al termine del processo, Gaza sarebbe completamente smilitarizzata, e la gestione della sicurezza verrebbe affidata nelle mani dell’esercito israeliano, che nel frattempo istituirebbe una zona di controllo interna alla Strisca. Né dal piano della Casa Bianca, né dalla conferenza stampa risultano chiari i tempi entro cui tutto questo piano si svolgerebbe. Prima fase a parte, Trump non ha parlato di alcuna scadenza né fissato alcun cronoprogramma, e non ha menzionato quale dovrebbe essere nella sua ottica il destino della Cisgiordania. Trump ha detto che il piano ha ricevuto l’appoggio di diversi Stati, chiedendo ad Hamas di accettarlo. Il gruppo palestinese, dal canto suo, non ha ancora commentato la proposta; la Palestina che disegna, tuttavia, è smilitarizzata priva di rappresentanza politica e soggetta al controllo e alla gestione militare e amministrativa di terzi che verrebbero scelti da Israele.
Regionali: Marche alla destra, Val d’Aosta agli autonomisti
Ieri sono terminati gli scrutini delle elezioni regionali nelle Marche e in Val d’Aosta. Nella regione del centro Italia, il candidato di destra e presidente uscente Francesco Acquaroli ha preso il 52,43%, staccando il rivale dell’opposizione Matteo Ricci di quasi 8 punti. In Val d’Aosta, invece, hanno trionfato gli autonomisti di Union Valdotaine, che hanno ottenuto il 31,97%; seguono gli Autonomisti di Centro con il 14,05%, Fratelli d’Italia con il 10,99%, Forza Italia con il 10,05%. Nella regione, il governatore non viene eletto direttamente dai cittadini, ma dai consiglieri regionali. Gli autonomisti dovranno dunque allearsi con qualcuno per scegliere il prossimo presidente regionale.
Perù: storica condanna per i tagliatori di legna che uccisero i leader indigeni Saweto
In Perù, quattro tagliatori di legna che operavano illegalmente nella regione di Ucayali sono stati condannati a 28 anni e 3 mesi di carcere per l’assassinio di altrettanti leader indigeni locali, avvenuto alla fine dell’agosto 2014. Si tratta di una sentenza «storica», spiegano gli stessi avvocati, seppur giunta a undici anni di distanza dai fatti. L’America Latina, infatti, è il territorio dove si verifica la quasi totalità degli omicidi di leader o membri di comunità locali impegnati nella difesa dell’ambiente (sono oltre una ventina quelli attualmente irrisolti nel solo Perù), ma questi rimangono per lo più impuniti. Per questo motivo, la sentenza rappresenta un importante passo avanti nella lotta per la tutela della vita e dell’operato dei membri delle comunità locali, il cui ruolo nella difesa dell’ambiente locale è fondamentale.
L’omicidio di Edwin Chota, Jorge Ríos, Leoncio Quintísima e Francisco Pinedo, leader Ashéninka della comunità nativa Alto Tamaya-Saweto (nella regione di Ucayali), è avvenuto il 1° settembre 2014 lungo il confine tra Perù e Brasile, mentre i quattro erano in viaggio per incontrare altri leader nativi impegnati nella lotta per la difesa della terra. Proprio in quella zona, dal 2008, Chota e gli altri conducevano una attiva campagna contro il disboscamento illegale del territorio, ma ogni tentativo di denunciare il taglio illegale alle autorità è stato archiviato. Nessuno ha avuto loro notizie per una settimana, fino a quando, il 6 settembre dello stesso anno, sono stati ritrovati i resti dei loro corpi: dopo essere stati uccisi a colpi di arma da fuoco, i quattro leader nativi erano stati fatti a pezzi e bruciati.
La procura ha identificato in José Estrada e Hugo Flores i mandanti e nei fratelli Atachi gli esecutori materiali ed ha portato il risarcimento civile per le vedove a 100 mila soles a testa (pari a 28.500 dollari), per un totale di 114 mila dollari. Latam Maritza Quispe, avvocata costituzionalista dell’Istituto di Difesa Legale, ha dichiarato alla rivista ambientale Mongabay che si tratta di una «sentenza storica», in quanto per la prima volta la magistratura «riconosce il lavoro delle popolazioni indigene nella difesa dei diritti umani e del loro rapporto con la natura». Secondo un’altra avvocata, Rocío Trujillo Solís, il pronunciamento della procura «non solo riconosce il danno immateriale alle vedove e ai bambini, ma a tutta la comunità indigena Soweto» e che questo «genera un precedente per le altre cause di [omicidi di] difensori indigeni e un messaggio di resistenza e speranza contro la impunità»
Sono oltre una trentina, infatti, i casi ancora irrisolti di omicidio di leader nativi impegnati contro la devastazione ambientale nel solo Perù. Qui, come in altre parti dell’America Latina, le violenze sono portate a termine da soggetti che nutrono interessi per le risorse locali, che si tratti della criminalità organizzata, di persone pagate dalle multinazionali o di singoli attori. A complicare le indagini vi è il fatto che spesso i pubblici ministeri non dispongono delle risorse necessarie – in termini di fondi, ma anche di personale specializzato – per operare con le comunità locali. Dei 146 omicidi di questo genere avvenuti nel mondo lo scorso anno, 117 (l’82%) hanno avuto luogo nel solo Sud America, un trend che sostanzialmente conferma quello dell’anno precedente.
A Saweto, nonostante la comunità sia in possesso di un titolo di proprietà sul territorio, la maggior parte degli uomini è stata costretta ad allontanarsi dopo aver ricevuto minacce di morte dai tagliatori di legna illegali, che continuano a disboscare il territorio appropriandosi del legname da rivendere alle aziende. Non si tratta dell’unica attività vietata che devasta l’ambiente: nella zona sono presenti anche diversi cacciatori e pescatori che operano illegalmente in maniera analoga. Per arginare il problema nella regione di Ucayali, alla fine dello scorso agosto alcune organizzazioni native hanno presentato al ministero della Giustizia e dei Diritti Umani del Perù un piano di emergenza composto da 12 proposte concrete per proteggere i soggetti impegnati nella difesa della terra, cercando di colmare il divario tra gli impegni ufficiali assunti dal governo e la realtà sul territorio. Tra queste vi è, per esempio, l’approvazione di un Protocollo di intervento della polizia per la protezione dei difensori, in sospeso da anni, o l’installazione di centri sanitari nelle comunità maggiormente colpite dalla violenza, come di tracciare finalmente in maniera dettagliata sullo stato delle minacce contro chi protegge l’ambiente.
All’indomani della sentenza, il Difensore civico ha chiesto che siano velocizzate le procedure anche nei casi degli altri 23 leader indigeni uccisi negli ultimi anni, evitando ulteriori ritardi. Una strada per il momento tutta in salita, ma nella quale questa sentenza potrebbe segnare un punto di svolta.
Russia, ratificati protocolli con il Vietnam su petrolio e armi
Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato oggi provvedimenti che ratificano due protocolli con il Vietnam. Il primo estende fino al 2050 l’accordo sulla cooperazione energetica tramite la joint venture Rusvietpetro, garantendo condizioni fiscali preferenziali per le attività di esplorazione e produzione di petrolio e gas. Il secondo riguarda il prestito statale concesso ad Hanoi nel 2011 per l’acquisto di armamenti russi, introducendo un meccanismo temporaneo di rimborso in rubli per il periodo 2024-2026. Secondo il vice ministro delle Finanze russo Vladimir Kolychev, il Vietnam ha già saldato due terzi del debito complessivo.
Electronic Arts vicina all’uscita da Wall Street per un maxi accordo da 55 miliardi
L’industria videoludica da tempo muove ricavi superiori a quelli del cinema e della musica messi insieme, confermandosi come uno dei comparti più rilevanti dello spettacolo globale. In questo scenario, Electronic Arts (EA), colosso statunitense da decenni ai vertici del settore, ha annunciato un accordo epocale per trasformarsi in una società privata, abbandonando così i listini di Wall Street dopo oltre trent’anni di presenza in Borsa. L’operazione, stimata intorno ai 55 miliardi di dollari, coinvolge tra gli altri il fondo sovrano dell’Arabia Saudita e il genero del Presidente USA ed ex consigliere della Casa Bianca per il Medio Oriente, Jared Kushner.
Le trattative hanno coinvolto un consorzio guidato da Silver Lake – già presente nel settore tech grazie a investimenti in aziende quali Dell, Klarna, Twitter e Airbnb – affiancato dal Public Investment Fund (PIF), fondo saudita da anni impegnato a diversificare l’economia del Regno nell’ambito della strategia nazionale denominata Vision 2030, e da Affinity Partners, la società d’investimento fondata da Kushner con il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar. L’operazione è però caratterizzata da una struttura finanziaria complessa, in quanto assume la forma di un leveraged buyout (LBO), ossia è un’acquisizione sostenuta impiegando fondi presi a prestito, attraverso l’indebitamento. In altre parole, qualora l’accordo andasse in porto, 20 miliardi di dollari di oneri d’acquisto verranno caricati sulla stessa Electronic Arts, la quale dovrà poi ripagarli a JPMorgan attraverso ricavi futuri. Secondo i documenti, 18 milioni di dollari dovrebbero essere saldati in tempi contenuti, una prospettiva che suggerisce che l’azienda sarà presto protagonista di una campagna di tagli al personale. L’operazione rappresenterà uno dei più sostanziosi LBO della storia e viene etichettato come “il più grande investimento privato in contanti”.
Sin dalle prime indiscrezioni trapelate dal Wall Street Journal, il Mercato è andato in visibilio: il titolo EA ha registrato nell’arco di un weekend un rialzo superiore al 15%, segnale che gli investitori ritengono concreta la possibilità di un accordo e che la valutazione ipotizzata rappresenta una prospettiva favorevole rispetto agli attuali multipli. La società, che prima della notizia capitalizzava circa 42 miliardi di dollari, ha d’altronde dalla sua un portafoglio di franchise ben consolidati: The Sims, Battlefield, Dragon Age, Mass Effect, e soprattutto i titoli sportivi come EA Sports FC – noto fino a non molto tempo fa come FIFA – e Madden NFL. Proprio questi brand rappresentano da anni un motore di crescita, alimentato da servizi live, microtransazioni e contenuti aggiuntivi che vengono spesso considerati predatori, ma che sono anche estremamente proficui.
Negli ultimi anni il settore dei videogiochi ha conosciuto un forte processo di consolidamento. Nel 2023, Microsoft ha completato l’acquisizione di Activision Blizzard, un’operazione finita temporaneamente nel mirino dell’antitrust statunitense, mentre Sony continua a rafforzare l’ecosistema PlayStation attraverso acquisizioni mirate e il gigante cinese Tencent investe massicciamente in società occidentali per estendere la propria presenza oltre i confini nazionali. Anche nel caso di Electronic Arts non manca un aspetto geopolitico. Il fondo PIF ha acquisito partecipazioni in aziende come Nintendo, Capcom e Take-Two, con l’obiettivo di rendere l’Arabia Saudita un hub globale per l’intrattenimento e i contenuti digitali. Una strategia che si inserisce nel piano Vision 2030, volto a modernizzare e diversificare l’economia del Paese, ma che viene anche letta come una forma di sportwashing, volta a migliorare la reputazione di un regime accusato di gravi violazioni dei diritti umani e di limitazioni delle libertà civili.
La prospettiva della vendita di Electronic Arts ha sorpreso molti osservatori, tuttavia l’idea che la società sia pronta a lasciare Wall Street non ha stupito nessuno. Negli Stati Uniti sono sempre più pressanti le critiche al modello di governance finanziaria imposto dalla Borsa, in particolare per quanto riguarda la trasparenza e la pubblicazione dei risultati trimestrali, considerata un vincolo che spinge le aziende a perseguire obiettivi di breve periodo a scapito di strategie di lungo respiro. Lo stesso Presidente USA, Donald Trump, ha ventilato l’idea di ritoccare il modello consolidato per limitare la presentazione degli utili a sole due volte l’anno.









