mercoledì 18 Febbraio 2026
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Haiti: almeno 28 persone coinvolte in assassinio presidente Jovenel Moise

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Sono almeno 28 gli individui responsabili dell’assassinio del presidente di Haiti Jovenel Moise, avvenuto mercoledì scorso all’interno della sua abitazione. A renderlo noto è stata la polizia locale, la quale ha specificato che 26 di loro sono colombiani e 2 sono americani di origine haitiana. Inoltre 17 di essi, tra cui anche i due americani, sono stati arrestati, mentre 8, tutti di nazionalità colombiana, sono al momento ancora ricercati.

Commissione Europea: multa da 875 milioni a BMW e Volkswagen

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Le case automobilistiche tedesche BMW e Volkswagen sono state multate dalla Commissione europea per complessivi 875 milioni di euro, in quanto hanno violato la normativa comunitaria agendo «come un cartello sulla tecnologia delle emissioni per le auto diesel». Le case si erano accordate per rinviare l’immissione sul mercato di auto a minori emissioni, per evitare di dover spendere di più in ricerca e produzione. La BMW dovrà pagare 373 milioni di euro, Volkswagen 502 milioni. Del cartello faceva parte anche la casa Daimler, risparmiata dalla multa per aver rivelato l’esistenza dell’accordo.

Covid, al via la causa civile: 500 familiari delle vittime chiedono i danni

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Si è svolta questa mattina a Roma la prima udienza della causa intentata da 520 parenti di vittime del Covid contro il Governo, il ministero della Salute e la Regione Lombardia. Il team di avvocati che rappresenta i parenti ha presentato nei giorni scorsi un atto d’accusa di oltre 2000 pagine. La causa è stata intentata principalmente da parenti delle vittime della prima ondata nella bergamasca che imputano ai poteri pubblici l’assenza di un piano per fronteggiare la pandemia e le lentezze e le mancanze nell’affrontare l’emergenza. La battaglia delle famiglie, superato lo scoglio della prima udienza, si annuncia lunga e difficile.

La questione del piano pandemico

La mancata redazione di un piano pandemico da parte dell’Italia è nota da alcuni mesi. Il governo italiano nel febbraio 2020 avrebbe anche ingannato l’Organizzazione mondiale della sanità, fingendosi falsamente preparata ad affrontare una pandemia. Il Governo, il 4 febbraio 2020, aveva presentato alla Organizzazione mondiale della sanità (Oms) un documento di autovalutazione nel quale dichiarava che il nostro Paese rispettava il “livello 5”, ovvero al grado più alto di preparazione nell’affrontare una pandemia, che prevede che «il meccanismo di coordinamento degli interventi di emergenza del settore sanitario e il sistema di gestione degli incidenti collegato con un centro operativo di emergenza nazionale sono stati testati e aggiornati regolarmente». Un falso, visto che è stato poi appurato che l’ultimo aggiornamento del piano pandemico risaliva al 2006.

Le mancanze nell’individuazione dei casi

Ma la causa verte anche su altri elementi, puntando l’indice contro la gestione dei tamponi, non utilizzati per identificare i casi di coronavirus nel febbraio 2020 nonostante fossero già disponibili. In particolare sotto accusa è la circolare con la quale, il 27 gennaio 2020, il ministero della Salute stabilì che il tampone andava fatto solo ai casi sospetti collegabili a contatti e viaggi in Cina, andando a modificare la precedente circolare, emessa appena cinque giorni prima, che prevedeva il test anche per chi manifestasse «un decorso clinico insolito o inaspettato». In questo modo si sarebbe lasciato circolare il virus senza contromisure per quasi tutto il mese di febbraio. È in questo arco temporale, tra fine gennaio e fine febbraio 2020, che si gioca parte della partita: si fosse intervenuti prima – è quanto cercheranno di dimostrare in aula i legali delle vittime – la tragedia sarebbe stata circoscritta e molte vite sarebbero state salvate.

 

 

 

 

Gli attivisti ambientali vincono sempre più spesso nei tribunali: grazie alla scienza

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In Olanda, a fine maggio di quest’anno, una sentenza storica ha imposto al colosso del petrolio Shell di tagliare le proprie emissioni del 45% entro il 2030. Ma la decisione del tribunale de L’Aia è solo un esempio dei numerosi contenziosi climatici risoltisi a favore degli attivisti ambientali negli ultimi anni. E le vittorie non riguardano solo cause avviate contro grandi multinazionali. Recente è il caso dell’ultimatum concesso alla Francia secondo cui il governo di Parigi ha nove mesi di tempo per adottare misure serie ed efficaci nel contrastare la crisi climatica. A finire in tribunale sono state anche Germania, Belgio, Spagna e Italia. Vista la tendenza, nulla esclude che anche in questi casi ad avere la meglio siano i ricorrenti. Ma perché cittadini e Ong incassano la vittoria sempre più spesso? La risposta è nella scienza. Secondo uno studio dell’Università di Oxford, in particolare, in un uso puntuale della scienza climatica. Ora, ad esempio, è più semplice accusare una compagnia petrolifera e trovare le prove che la legano agli effetti del cambiamento climatico.

I ricercatori hanno analizzato 73 cause legali avanzate a livello globale. Tutte quelle che sono state rigettate dai tribunali – ha spiegato lo studio – non hanno sfruttato la scienza più avanzata di cui si disponeva. Se lo avessero fatto – sostengono i ricercatori – avrebbero avuto più possibilità di vittoria. «Utilizzare al meglio le metodologie previste dalla scienza odierna – scrivono – potrebbe migliorare le prospettive dei contenziosi. I risarcimenti, le azioni normative e la riduzione delle emissioni da parte degli imputati sarebbero più facili da ottenere anche quando questi negano le loro responsabilità legali». Queste evidenze confermano la necessità di quanto scienza e attivismo debbano affiancarsi per potersi imporre alla decisioni politiche. E in via più generale viene appurato il ruolo chiave del sapere scientifico in qualsivoglia ambito sociale. A patto che questo – cosa purtroppo non sempre scontata – sia attendibile, rigoroso e non strumentalizzato.

[di Simone Valeri]

Tav in Val di Susa: assegnati altri 3 miliardi di euro per la prosecuzione dei lavori

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La Telt, azienda francese di proprietà al 50% dello Stato francese ed al 50% delle Ferrovie dello Stato Italiane che si occupa della realizzazione della linea ferroviaria Torino-Lione (Tav), ha annunciato che sono stati firmati i contratti per la realizzazione di una ampia parte (quelle situata in Francia) del tunnel di base che dovrà unire Saint Jean de Maurienne e Susa/Bussoleno. Gli appalti assegnati riguardano lo scavo dell’80% del tunnel ed hanno un valore pari ad oltre 3 miliardi di euro: essi, precisa la Telt, sono stati «cofinanziati da Europa, Italia e Francia». Inoltre, dopo aver sottolineato che tali cantieri al picco dei lavori vedranno impegnate 5 frese, l’azienda assicura che nei prossimi mesi sarà la volta anche del lotto italiano, che vale circa un miliardo di euro, per i lavori di scavo del tunnel che sbucherà appunto a Susa (Torino).

Detto ciò, la firma di tali contratti ha generato anche la reazione del movimento No Tav, composto da gruppi di cittadini che si oppongono alla costruzione della linea ferroviaria. In tal senso, sul sito Notav.info gli attivisti hanno commentato la vicenda affermando che la Tav «assomiglia sempre di più a un transatlantico alla deriva», ed hanno aggiunto che «delle tratte nazionali non c’è per ora neanche il progetto». Inoltre, una critica viene fatta anche ai finanziamenti del tunnel, sottolineando che «ad oggi il Governo Italiano ha finanziato e autorizzato esclusivamente la costruzione di metà tunnel, non disponendo di risorse per l’altra metà», mentre «il Governo Francese non ha assunto alcun impegno pluriennale di bilancio che garantisca la sua quota a copertura dei costi» e «il contributo europeo assegnato nel 2014 è di circa 0,8 mld €», tuttavia «alla sua scadenza a fine 2022 ne risulterà persa circa la metà, a causa del mancato completamento del opere previste (preliminari e accessorie, prevalentemente)».

Riguardo ciò, nei mesi scorsi il presidente di Telt, Hubert Du Mesnil, ha confermato che solo l’Italia ha finora garantito un finanziamento pluriennale: quello francese viene stabilito di anno in anno, mentre l’Europa ha garantito investimenti nell’opera solo fino al 2022. Inoltre, a tal proposito si possono ricordare anche le parole dell’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato Italiane, Gianfranco Battisti, il quale tempo fa aveva sottolineato che fosse l’Italia il paese ad aver finanziato la maggior parte (82%) della spesa per la costruzione della Tav, che solo il 18% del denaro provenisse dall’Unione Europea e che la Francia non avesse praticamente partecipato al finanziamento. Tutto ciò nonostante il fatto che esso riguardasse proprio la costruzione del tunnel di base, situato per 45 dei 57,5 km totali in territorio francese. Dunque, tornando agli appalti appena assegnati, come detto la Telt parla di “cofinanziamento”, ma non specifica con quale percentuale Europa, Italia e Francia abbiano rispettivamente contribuito a sostenere questi lavori.

[di Raffaele De Luca]

Voto ai 18enni per eleggere il Senato: sì definitivo di Palazzo Madama

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L’aula del Senato ha approvato con 178 voti favorevoli, 15 contrari e 30 astensioni, la riforma costituzionale con la quale si stabilisce che l’età minima per eleggere il Senato sia di 18 anni e non più di 25. Con questo voto il Parlamento ha approvato definitivamente la riforma: essa, però, sarà promulgata tra tre mesi per consentire di chiedere il referendum confermativo, dato che alla Camera sono mancati i due terzi dei voti favorevoli.

Non per vendetta ma per giustizia: chi controlla i controllori?

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I recenti casi delle torture perpetuate ai danni dei detenuti dagli agenti penitenziari nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e della carica, apparentemente immotivata, effettuata da alcuni carabinieri contro un gruppetto di ragazzi che se ne stavano seduti fuori da un locale a Milano ha riacceso i riflettori su un tema che in Italia non trova risposta: chi controlla i controllori? Ovvero: che possibilità hanno le autorità giudiziarie di identificare ed eventualmente punire uno o più agenti che si rendano responsabili di un uso illegittimo della forza? Una questione esplosa con forza dopo i fatti del G8 di Genova 2001 e sempre attualizzata dai casi piuttosto frequenti che continuano a verificarsi: da Stefano Cucchi a Federico Aldrovandi e Aldo Bianzino passando per altri fatti fortunatamente meno tragici ma non meno gravi, come quello di Giovanna, l’attivista No Tav gravemente ferita al volto da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo da un poliziotto in Val di Susa lo scorso 18 aprile.

Se sono poche mele marce perché non isolarle?

Il tema dell’eccessivo uso della forza da parte degli agenti viene solitamente derubricato dal grosso dei media e delle forze politiche come un problema che riguarda poche “mele marce”, escludendo a priori che nelle forze dell’ordine italiane vi sia alcun tipo di problema sistemico e negando che occorra quindi prendere provvedimenti o procedere a qualche tipo di riforma. Una posizione alla quale si potrebbe obiettare citando non solo la frequenza con i quali casi del genere vengono a conoscenza del pubblico ma anche, forse soprattutto, analizzando alcuni casi che hanno testimoniato come in alcune caserme (ad esempio la Levante di Piacenza) violenze e condotte al di fuori della legge si siano rivelate pratica generale e non di pochi agenti deviati. Ad ogni modo, proprio chi crede che il problema riguardi solo poche mele marce dovrebbe, a rigor di logica, auspicare che queste vengano identificate e punite per evitare che infanghino il nome di tutti gli altri agenti che ricoprono il ruolo nel rispetto della Costituzione. Anche perché un modo, semplice, pronto all’uso ed applicato in buona parte d’Europa, già ci sarebbe.

Codice identificativo: vero strumento di tutela

Caschi, scudi e tenute antisommossa rendono irriconoscibili gli agenti durante le operazioni di piazza. Per questa ragione è da tempo pratica diffusa in molti Paesi quella di dotare i poliziotti di codici alfanumerici identificativi facili da ricordare e visibili a distanza: sono i cosiddetti “codici identificativi” e servono ad impedire che agenti responsabili di violenze possano evitare il processo per il semplice motivo che nessuno sia riuscito ad identificarli. L’uso del codice identificativo è stato richiesto agli stati membri anche dal Parlamento Europeo (raccomandazione n. 192 del 2012) e da una risoluzione del Consiglio sui Diritti Umani dell’Onu nel 2016. Oggi l’uso dei codici identificativi è già realtà in tutti i 28 Stati europei tranne Italia, Austria, Cipro, Olanda e Lussemburgo. La causa è da tempo perorata in Italia anche da Amnesty International, che sta raccogliendo le firme per darle forze, riportando anche alla luce la triste storia di Paolo Scaroni, tifoso del Brescia ridotto invalido al 100% da poliziotti mai identificati.

Perché in Italia non si riesce ad introdurre

Al Parlamento italiano sono diverse le proposte per l’introduzione del codice identificativo che sono state presentate. Le ultime in ordine di tempo da Giuditta Pini (Partito Democratico) e da Riccardo Magi (+Europa): entrambe sono impantanate alla Commissione Affari Costituzionali e sembrano avere scarse possibilità di arrivare al voto dell’aula. Ad opporsi a queste leggi sono tutti i partiti di centro-destra e i sindacati di polizia. Le motivazioni sono più o meno sempre le stesse: il Siulp (principale sindacato di polizia) sostiene che la misura «negherebbe la presunzione di innocenza proprio nei confronti di chi è deputato a mantenere e a tutelare le condizioni di vivibilità della comunità civile». Mentre il Sap l’ha definita senza mezzi termini «una proposta di marchiatura». Ma se gli agenti violenti fossero solo poche mele marce che rovinano la reputazione della stragrande maggioranza del corpo non dovrebbero essere gli stessi sindacati di polizia a richiedere l’approvazione della norma? Il dubbio sulla reale volontà di prendere le distanze da questi agenti sorge legittimo se si decide di far caso al fatto che il Sap (Sindacato autonomo di polizia) è lo stesso sindacato i cui delegati riservarono un lungo applauso agli agenti condannati per la morte di Federico Aldrovandi, un ragazzo di 18 anni ucciso di botte da quattro agenti il 25 settembre 2005 a Ferrara.

[di Andrea Legni]

 

 

 

L’Italia intensifica il suo ruolo militare nell’Africa sub-sahariana

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Il Sahel, ovvero l’area centro-africana che confina a nord con il deserto del Sahara, rappresenta una delle aree più “calde” dello scacchiere politico internazionale. Le nazioni che ne fanno parte si trovano a dover gestire oscure battaglie per procura, terrorismo legato a Daesh e Al Qaeda e flussi migratori. Una vera e propria polveriera in cui l’Italia si sta sempre più immergendo.

Nuove basi e più soldati

Affidandosi alle parole del Ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, l’esercito nostrano starebbe imbastendo proprio in questi giorni la prima base interamente italiana nel Niger, la quale, una volta terminata, prevedrà un impiego di forze «fino a un massimo di 295 militari, 160 automezzi leggeri e pesanti e 5 aerei». Come spesso capita in questo genere di missioni, la priorità dei militari è innanzitutto quella di addestrare e assistere le truppe locali, strategia che in territori tanto instabili si è dimostrata spesso essere un’arma a doppio taglio.

L’impegno italiano non è tuttavia limitato all’apertura di questo insediamento, negli scorsi mesi il Dipartimento della Difesa ha fatto sapere che si sta preparando a schierare nell’area che confina con il Niger e con il Burkina Faso del Mali duecento soldati, venti mezzi terrestri e otto elicotteri, uno schieramento che risponde alla Task Force Takuba, unità operativamente guidata e fortemente voluta dalla Francia.

Un pantano creato dalla Francia

L’ombra dell’Amministrazione Macron copre infatti tutte le manovre europee nell’area del Sahel. I francesi vantano d’altronde in Africa noti interessi economico-energetici, cosa che li ha portati nel tempo a intensificare la propria presenza militare sul territorio. Nel 2012, con la scusa della lotta al terrorismo nel Mali, avevano dato il via alla missione Servel, quindi nel 2014 ne hanno ampliato la portata perché gli sforzi si estendessero alle nazioni confinanti, istituendo la missione Barkhane. Almeno 5.100 soldati francesi sono dispiegati in zona, tuttavia sembra che la situazione sia in procinto di evolvere rapidamente.

Le battaglie contro i gruppi legati a Daesh non hanno sviluppato i risultati formalmente ventilati, anzi molti locali avvertono – non a torto – che la presenza estera sia tinteggiata dai colori tipicamente neocolonialisti, con il risultato che malcontento e alienazione stanno crescendo senza sosta. Per intendersi: nel 2013 il Sahel contava annualmente circa 300 episodi di violenza a sfondo terroristico, cifra che è salita progressivamente fino a superare i 2.000 casi nel 2020.

Pur senza contare il ruolo russo nel recente colpo di Stato malese, la Francia si è dunque resa conto che il peso delle sue strategie militari sta divenendo economicamente sconveniente, ancor più perché le missioni e le task force in questione sono prive di obiettivi strategici ben definiti, con il risultato che gli sforzi armati si stiano semplicemente protraendo ad oltranza.

Minniti dal Viminale alla campagna d’Africa

Ecco dunque che Emmanuel Macron si prepara a sostituire Barkhane con un piano d’azione ancor più impegnativo e costoso, ma che vada però a coinvolgere l’intera Unione Europea. Di fatto, si parla tra le righe di una vera e propria guerra perenne che andrebbe ad alimentare gli interessi economici di diverse nazioni, prime tra tutte quelle che si occupano di vendita di armi.

Fatalmente, febbraio ha visto il lancio della Fondazione Med-Or, una realtà italiana tanto interessante da spingere l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti a lasciare il Parlamento pur di mettersi alla guida del progetto. Si tratta di una costola di Leonardo S.p.A. che ambisce a porsi come «mediatore economico, industriale e culturale» nelle aree di «maggior interesse strategico» del Bel Paese, Sahel compreso. Considerando che un buon 68% del fatturato di Leonardo sia rappresentato dal settore della difesa – ovvero armi – è facile intuire la direzione che potrebbe velocemente prendere questa neonata realtà.

[di Walter Ferri]

Traffico rifiuti e inquinamento ambientale: 6 arresti in Lombardia

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I carabinieri del Reparto Operativo di Como stanno dando esecuzione, nelle provincie di Como e Milano, ad un provvedimento applicativo di misure cautelari nei confronti di 6 persone e stanno procedendo al sequestro di autocarri, macchine di scavo e terreni per più di 4,7 ettari. Nel corso del tempo, infatti, gli individui hanno sversato «enormi quantità di rifiuti, almeno 85.000 metri cubi di materiale, in un’area agricola del canturino sottoposta a doppio vincolo, ambientale e paesaggistico, compromettendo l’ecosistema dove si snodano importanti falde acquifere».

Haiti, assassinato il presidente Jovenel Moise

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In un agguato contro la sua residenza privata sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco il presidente di Haiti, Jovenel Moise e sua moglie Martine Moise. Non vi sono al momento rivendicazioni dell’attacco, secondo quanto riferito condotto da un commando di uomini. L’aeroporto della capitale Port-au-Prince è stato chiuso e il governo ha decretato lo stato di emergenza.