Fabio Butera: il giornalista che dovrà pagare 42.000 euro dopo aver scritto la verità

Nell’agosto del 2018, Fabio Butera, all’epoca giornalista freelance, si imbatté in un articolo del Giornale di Vicenza dedicato a una protesta di alcuni richiedenti asilo ospitati in un centro della provincia: «Vogliono Sky», recitava il titolo dell’articolo, che in breve tempo fu ripreso a scopi propagandistici dalla politica nazionale. Butera fece il lavoro che un giornalista dovrebbe fare: verificò la notizia parlando con Questura e Prefettura, e scrisse un pezzo nel quale ristabiliva la verità dei fatti sbugiardando la ricostruzione pubblicata sul quotidiano locale, che pubblicò sulla propria pagina Facebook, in un post divenuto virale. Oggi, anche se i giudici non hanno contestato la correttezza del suo lavoro giornalistico, è stato condannato a pagare 42mila euro di risarcimento all’autore dell’articolo, Valentino Gonzato. Il motivo? I commenti degli utenti sotto il suo post, che secondo la Cassazione Butera avrebbe dovuto moderare. Un precedente pesantissimo, che apre un precedente secondo il quale ogni giornalista potrebbe essere condannato a pagare risarcimenti enormi per i commenti fatti da altri sotto ai suoi articoli. Un’enormità di fronte alla quale Butera ha già affermato di non volersi rassegnare, annunciando il ricorso davanti alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo.

Riavvolgiamo il nastro. È il 9 agosto 2018 e il Giornale di Vicenza pubblica un articolo riguardante una protesta di alcuni richiedenti asilo davanti alla questura. “I richiedenti asilo vogliono avere Sky. Scatta la protesta, titola il quotidiano, dentro al pezzo Gonzato scriveva: «Vogliono l’abbonamento a Sky per potersi guardare il campionato di calcio». L’articolo diviene carne da propaganda e viene prontamente ripreso da esponenti nazionali della Lega, primo fra tutti Matteo Salvini, che fomenta l’indignazione via social. L’uso strumentale della vicenda spinge Butera ad approfondire: il giornalista contatta anzitutto la questura, davanti alla quale si è svolta la protesta; gli agenti affermano di non sapere nulla sulle rivendicazioni dei manifestanti e lo indirizzano alla prefettura, dove risultavano soltanto richieste relative ai certificati di residenza. Butera prova allora a sentire telefonicamente anche Valentino Gonzato, autore dell’articolo, che gli spiega di aver ricevuto la notizia da una fonte che non poteva rivelare e di non aver avuto il tempo di parlare direttamente con i migranti.

Dopo il lavoro di verifica, il post. La ricostruzione di Butera che demolisce l’articolo del Giornale di Vicenza diventa virale e viene ripresa da diverse testate nazionali; la verifica spinge lo stesso quotidiano a correggere il tiro nell’articolo e, con il tempo, la vicenda si sgonfia, come spesso accade in casi mediatici simili. Dopo qualche mese, la Questura di Vicenza pubblica una nota che contraddice la versione fornita a Butera e conferma che, tra le varie richieste dei richiedenti asilo, vi sarebbe stata anche quella relativa all’accesso a piattaforme televisive. Gonzato denuncia Butera per diffamazione. Nel 2023, il Tribunale di Verona stabilisce che il post di quest’ultimo non può essere considerato diffamatorio perché frutto di una ricerca documentata, perché risponde a un interesse pubblico e perché è formalmente corretto; nella seconda parte della sentenza, tuttavia, lo condanna al pagamento di 23 mila euro, oltre alle spese di risarcimento, per un totale di 33 mila euro, ritenendolo responsabile per non avere rimosso i commenti pubblicati dagli utenti.

Gli interventi incriminati esprimono giudizi nei confronti di Gonzato (senza tuttavia nominarlo direttamente), del Giornale di Vicenza e dell’articolo. Secondo il tribunale, nonostante la viralità del post, Butera avrebbe letto tutte le reazioni degli utenti sui social e, dunque, sarebbe stato tenuto a moderare i commenti. Per dimostrare che il giornalista avesse effettivamente letto tutti i commenti, il tribunale fa riferimento alla pubblicazione di due post separati nei quali Butera torna sull’argomento. La Corte d’Appello conferma la condanna, così come successivamente fa la Cassazione; nel complesso, la somma da risarcire lievita fino a raggiungere i 42 mila euro. Ieri la Cassazione ha pubblicato le motivazioni della sentenza, respingendo il ricorso presentato da Butera. «La Corte di Cassazione, con questa sentenza, presume che io abbia letto una manciata di commenti su oltre centinaia che erano fioccati in poche ore sulla mia bacheca», spiega Butera, annunciando poi l’intenzione di presentare ricorso davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. «È giusto che ognuno sia responsabile nel difendere il dibattito pubblico sui social da discorsi d’odio », scrive Butera, «ma condannare una persona nell’esercizio della sua libertà di critica e di cronaca per i commenti di terzi è troppo gravoso», afferma, conclude.

Il 7 gennaio 2025 la stessa CEDU si è espressa su un caso analogo riguardante un giornalista romeno che, nel proprio Paese, era stato condannato per non avere rimosso alcuni commenti denigratori pubblicati sotto un suo post su Facebook. La Corte ha stabilito che «la condanna del ricorrente in relazione ai commenti pubblicati su tale pagina Facebook costituisce una violazione dell’articolo 10 della Convenzione», relativo alla libertà di espressione. «Questa sentenza sembrerebbe affermare che in Italia la libertà di critica sia meno tutelata che in Romania», commenta Butera. Il caso è rilevante perché potrebbe costituire un precedente sulla condotta che i giornalisti dovrebbero adottare sui social: in un intervento pubblico, il giornalista ha infatti chiesto come avrebbe dovuto comportarsi rispetto ai commenti degli utenti sotto il proprio post, domandandosi quali avrebbe dovuto rimuovere e sulla base di quali criteri.

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Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.

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