«Aveva chiaramente legami con i livelli più alti dell’intelligence americana. Aveva chiaramente legami con i livelli più alti dell’intelligence israeliana». Sono arrivate inaspettate le parole del vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, ospite del Joe Rogan Experience, il podcast più seguito d’America. Alla domanda se Jeffrey Epstein fosse legato al Mossad, Vance ha risposto senza esitazioni: «Sì. Mossad o CIA o qualche altro Stato profondo, che fosse in America o in Israele». Il vicepresidente ha anche ammesso gli errori nella gestione dei documenti sul caso: «Lo abbiamo gestito male, specialmente la comunicazione». Le dichiarazioni si inseriscono in un momento politicamente delicato, a pochi mesi dalle elezioni di Midterm, mentre prosegue lo scontro con il Dipartimento di Giustizia sulla mancata pubblicazione dei restanti documenti e sul mantenimento degli omissis che potrebbero celare i nomi di presunti complici del finanziere.
Le rivelazioni di Vance rompono un tabù e rappresentano una svolta perché, per la prima volta, si riconosce come plausibile ciò che per anni è rimasto confinato alle inchieste giornalistiche e alle testimonianze di ex funzionari d’intelligence: la possibilità che Jeffrey Epstein fosse collegato ad apparati d’intelligence – in particolare il Mossad – e avesse creato una sofisticata rete di inganni e di ricatti per loro. Da tempo, gli investigatori ipotizzano che il sistema di videosorveglianza installato nelle abitazioni del finanziere fosse utilizzato per raccogliere materiale compromettente su politici, imprenditori, accademici e altre personalità influenti. Un’ipotesi consolidata da una lunga serie di elementi mai definitivamente chiariti, che si sono accumulati nei decenni. Nel 2019, emerse che Alexander Acosta, il procuratore federale che nel 2008 negoziò il controverso patteggiamento con Epstein, avrebbe confidato durante la selezione per entrare nell’amministrazione Trump che gli era stato detto di lasciar perdere il finanziere perché «apparteneva all’intelligence». Acosta ha sempre smentito quella ricostruzione. Tuttavia, un memorandum FBI FD-1023 dell’ottobre 2020, reso pubblico il 30 gennaio scorso, riferisce che sarebbe stato l’avvocato Alan Dershowitz a rivelare ad Acosta che Epstein era un asset del Mossad, inducendolo ad accettare l’accordo a porte chiuse. A rafforzare l’ipotesi che Epstein fosse stato cooptato da Tel Aviv c’è anche la figura di Ghislaine Maxwell. Il padre Robert Maxwell, magnate dell’editoria morto nel 1991 in circostanze mai del tutto chiarite, è stato indicato da diversi ex funzionari, tra cui Ari Ben-Menashe, come un collaboratore del Mossad.
Vance ha proseguito affermando che, negli Stati Uniti, Epstein aveva «connessioni a tutto campo, aveva amici repubblicani, aveva amici democratici. Aveva legami molto più profondi con la sinistra israeliana che con la destra», alludendo allo stretto rapporto con l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak. Questi ha sempre sostenuto che la vicinanza con il finanziere fosse dovuta esclusivamente a iniziative imprenditoriali e filantropiche, ma gli Epstein Files hanno portato alla luce anche i contatti con Yehoshua “Yoni” Koren, uno dei più alti ufficiali dell’intelligence militare israeliana (Aman) e stretto collaboratore dell’ex primo ministro. I documenti mostrano inoltre i rapporti anche con l’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu, sempre negati da quest’ultimo. I registri della THE C.O.U.Q. FOUNDATION INC., ente riconducibile a Jeffrey Epstein, attestano donazioni dirette a soggetti centrali dell’ecosistema istituzionale israeliano. Ulteriore conferma emerge da documenti dell’FBI, secondo cui Epstein avrebbe finanziato sia il gruppo Friends of Israel Defense Forces (FIDF) sia il Jewish National Fund (JNF), impegnato anche nella costruzione di insediamenti israliani.
Nel corso dell’intervista con Rogan, Vance ha inoltre sostenuto che esista una «cospirazione separata» sul caso Epstein, a suo dire trascurata dai media. Il vicepresidente ha richiamato il rapporto tra il finanziere e il miliardario Leslie Wexner, di cui Epstein gestì per anni il patrimonio e gli affari finanziari, affermando che proprio quella relazione rappresenterebbe uno degli aspetti meno approfonditi dell’intera vicenda. L’altro fronte aperto riguarda la gestione degli Epstein Files. Incalzato da Rogan, Vance ha negato un insabbiamento deliberato, ma ha riconosciuto il fallimento dell’amministrazione: «Abbiamo assolutamente sbagliato la comunicazione degli atti su Epstein». Il vicepresidente ha criticato l’ex procuratrice generale Pam Bondi per aver «esagerato quello che avevamo e quello che non avevamo», riconoscendo che promesse disattese, continui rinvii e una pubblicazione incompleta dei documenti hanno finito per alimentare la sfiducia dell’opinione pubblica. Una presa di posizione che arriva mentre una parte crescente dell’elettorato MAGA accusa la Casa Bianca di aver tradito l’impegno di fare piena luce sul caso. A pochi mesi dalle elezioni di Midterm, il cambio di registro di Vance, che si è definito «uno dei pionieri delle teorie complottiste su Epstein», appare come un’operazione politica: riconoscere gli errori senza mettere in discussione la linea dell’amministrazione, nel tentativo di ricompattare una base sempre più delusa su uno dei dossier più esplosivi della presidenza Trump.




