Al Rifugio Vicenza, sul Sassolungo, la famiglia Piazza ha smesso di accettare prenotazioni per la fine dell’estate e non sa se riuscirà a restare aperta fino a settembre. «Siamo proprio al limite», racconta Alexander Piazza, che gestisce la struttura di proprietà della Provincia di Bolzano insieme al padre Walter e al fratello Hannes: se il rifugio è pieno, la vasca di accumulo si svuota in uno o due giorni. L’unica alternativa è farsi portare l’acqua in elicottero, con costi di 350 euro per un viaggio singolo che arriverebbero fino a 3500 per riempire completamente la cisterna. Due anni fa un problema simile si era presentato a metà agosto: quest’anno è arrivato con un mese di anticipo.
Non è un caso isolato. Nelle stesse settimane il Rifugio Vandelli, al Lago di Sorapis, ha dovuto sospendere i servizi igienici per gli escursionisti di passaggio, e difficoltà simili sono segnalate all’Auronzo e al Giussani, tra le Tofane. Raffaele Alimonta, vicepresidente dell’Associazione gestori rifugi del Trentino, intervistato da Il Dolomiti la mette in prospettiva: «Siamo di fronte a livelli minimi mai registrati prima. La situazione che stiamo vivendo oggi è paragonabile a quella dello scorso anno dopo la prima settimana di agosto». La Società Alpinisti Tridentini (SAT) misura da mesi un manto nevoso dimezzato rispetto alla media storica, con punte anche peggiori a seconda dei bacini: a inizio giugno mancava circa il 90% della neve nel bacino del Brenta, il 70% in quello di Noce e Avisio, il 60% nel Sarca. Meno neve caduta in inverno e primavera, in prospettiva, significa meno acqua di scioglimento per le sorgenti che riforniscono i rifugi durante l’estate.
I gestori si adattano come possono. Al Tosa Pedrotti l’acqua della doccia viene trattata e riutilizzata per lo sciacquone; al Tonini è in arrivo un bagno a secco, senza consumo idrico. Il vicino Nuvolau, che da sempre riserva le docce al solo personale, ha comunque dovuto recuperare l’acqua del lavabicchieri del bar per i bagni. La SAT sta censendo la situazione rifugio per rifugio in un “libro azzurro”, per capire dove intervenire con nuovi sistemi di raccolta e accumulo.
Il problema, però, non si ferma in quota. Scendendo verso valle, in Valcamonica mancano circa dieci milioni di metri cubi d’acqua rispetto al fabbisogno stagionale: i bacini idroelettrici camuni ne contengono oggi circa 50 milioni contro una media di 61, e diversi Comuni hanno già invitato i cittadini a limitare i consumi agli usi essenziali. E ancora più a valle, nei grandi laghi che quelle stesse sorgenti alimentano indirettamente, la fotografia scattata a inizio luglio da Legambiente nel report “Laghi sotto pressione” mostra la stessa tendenza su scala nazionale: dieci bacini lacustri esaminati, dal Maggiore al Trasimeno, sono considerati “estremamente vulnerabili” e sempre più in secca. Il Lago Maggiore, al 5 luglio, aveva un livello di riempimento del 40%, dopo aver perso 43 milioni di metri cubi rispetto a fine giugno; il Lago di Como era al 41%, l’Iseo al 35%. Il Trasimeno, privo di emissari naturali e quindi interamente dipendente dal proprio bilancio idrico, ha perso 169 centimetri rispetto allo zero idrometrico, fino a far sospendere il servizio pubblico di battelli verso l’isola Polvese.
È la stessa crisi raccontata a due velocità: in quota si misura in giorni di autonomia e viaggi in elicottero, in pianura in centimetri sotto lo zero idrometrico e milioni di metri cubi mancanti. Ma l’origine è comune, ed è la più difficile da correggere in tempi brevi: una stagione nevosa che non basta più, da sola, a garantire la riserva d’acqua di interi territori. Bagni a secco, docce sospese, censimenti come il libro azzurro della SAT restano adattamenti puntuali e utili ma insufficienti sul lungo periodo. Alimonta lo dice esplicitamente: servono nuovi accumuli idrici strutturali, non soluzioni di emergenza rifugio per rifugio, e la questione dovrà entrare stabilmente nell’agenda degli investimenti provinciali dei prossimi anni.





Intanto tutto l’Occidente consuma più petrolio che mai e l’inquinamento mancato delle poche auto elettriche, viene ripagato cento volte con gli iper inquinanti investimenti in armi.