L’Agrigentino nella morsa della crisi idrica: monta la protesta dei cittadini

Quando si parla di beni comuni, l’acqua è il primo riferimento che affiora. Ancora oggi, in Italia, ci sono interi territori dove questa risorsa primaria viene erogata a turni, razionalizzando l’approvvigionamento idrico tra le singole case. Da tempo la provincia di Agrigento risulta essere una tra le più colpite dal fenomeno. Il Comitato civico di Licata – L’acqua ai cittadini non usa mezzi termini nel denunciare a L’Indipendente «una gravissima emergenza idrica» in atto, fatta di «turnazioni lunghissime, spesso anche oltre dieci-quindici giorni». La situazione è peggiorata da maggio, con la sospensione del servizio suppletivo delle autobotti. I ritardi accumulati nella distribuzione creano disagi e rischi per famiglie e attività economiche, normalizzando una discriminazione territoriale tra i cittadini. Eppure le soluzioni ci sarebbero, a partire dagli interventi per ridurre le perdite lungo la rete idrica, fino ad arrivare a una gestione più trasparente ed efficiente del servizio.

Non è trascorso nemmeno un anno da quando le immagini di un’Agrigento alle prese con siccità e crisi idrica facevano il giro della penisola. Oggi i rubinetti restano di nuovo a secco, nonostante le abbondanti piogge delle scorse settimane abbiano riempito gli invasi. Il Comitato civico di Licata – L’acqua ai cittadini considera lo scenario l’ennesima prova di una gestione idrica fallimentare da parte delle autorità preposte: «non siamo più davanti a un semplice disservizio, ma a una situazione che rischia di assumere i caratteri di una vera emergenza igienico-sanitaria». Nel mirino finisce l’Azienda Idrica Comuni Agrigentini (AICA), l’ente pubblico che gestisce il servizio idrico integrato nella provincia siciliana.

«È un ente fallito, con circa 70 milioni di euro di debiti, che il mondo politico si accanisce a tenere in vita», dichiara a L’Indipendente Angelo Rinascente, responsabile del Comitato civico di Licata – L’acqua ai cittadini, che in questi giorni ha lanciato un portale dedicato ad avvisi e segnalazioni. Insieme al Comitato civico Acqua Bene Comune di Canicattì, ha presentato un esposto alla Prefettura e alla Procura di Agrigento, denunciando «l’incapacità di AICA»: dall’acquisizione di forniture idriche da Siciliacque S.p.A., ritenute insufficienti anche a causa della scarsa liquidità finanziaria, all’assenza di manutenzione ordinaria e straordinaria lungo la rete. Quotidianamente i cittadini segnalano perdite in strada o tra i marciapiedi, segno di una condotta fatiscente che richiederebbe interventi seri e strutturali. Di fronte a questo quadro complessivo di disservizi, i comitati chiedono la proclamazione dello stato di calamità, propedeutico alla riforma o al commissariamento di AICA.

I cittadini denunciano una dotazione idrica di 47-48 litri d’acqua al giorno pro capite (l’equivalente di una doccia da pochi minuti), tre volte inferiore rispetto al consumo medio nazionale, che si attesta sui 150 litri per abitante. «Siamo stanchi, perché questa è una vicenda di cent’anni e riguarda una dozzina di comuni dell’agrigentino, mentre in altre province della Sicilia l’acqua scorre 24 ore su 24», denuncia Angelo Rinascente. A Licata, come a Canicattì, i rubinetti restano spesso a secco, non solo d’estate. Sulla carta, la distribuzione idrica sul territorio di Licata si baserebbe su due turni settimanali, con i cittadini chiamati a dotarsi a proprie spese di sistemi di accumulo per sopravvivere fino all’erogazione successiva. Ad aggravare un sistema che di per sé mostra evidenti profili discriminatori, se comparati alla condizione di normalità che vivono gli altri cittadini italiani, sono i continui ritardi nella distribuzione idrica. «In molte zone — sottolinea il comitato cittadino — l’acqua arriva dopo turnazioni lunghissime, spesso anche oltre dieci-quindici giorni, creando enormi difficoltà alle famiglie e alle attività economiche». Sulle conseguenze sociali dell’emergenza, amplificate per le persone fragili, è intervenuta anche la deputata pentastellata Ida Carmina, invitando la Regione Sicilia ad agire in modo tempestivo.

La situazione è peggiorata da maggio, da quando l’AICA ha deciso di mettere sotto il suo controllo il sistema di autobotti su cui per anni i cittadini hanno fatto affidamento per sopperire alla mancanza d’acqua. «Noi non possiamo più chiedere agli autobottisti di portarci l’acqua, ma dobbiamo passare per AICA», spiega Angelo Rinascente, sottolineando come ciò si traduca in lungaggini burocratiche, tra bollettini da pagare in anticipo e liste d’attesa da rispettare. La sospensione del servizio ha lasciato a Maddalusa, frazione di Agrigento, centinaia di abitanti senza acqua potabile da quasi due mesi. Lungo la provincia, i cittadini chiedono nell’immediato misure urgenti, anche ricorrendo ai mezzi della protezione civile o dell’esercito, per ripristinare le forniture di un bene comune primario quale l’acqua.

Mentre AICA operava una stretta sulle autobotti, aggravando l’emergenza idrica, il fermento popolare nella provincia di Agrigento cresceva. A Licata e Canicattì i comitati hanno organizzato delle giornate di protesta, raccogliendo il malcontento degli abitanti e annunciando battaglia per i prossimi mesi. L’orizzonte, oltre alle soluzioni a breve termine, riguarda interventi strutturali per spezzare l’ormai pluriennale discriminazione cittadina, passando per la riparazione delle condutture e l’attivazione a pieno regime del dissalatore, nonché per una nuova gestione pubblica all’insegna della trasparenza e dell’efficienza.

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Salvatore Toscano

Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.

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