Epstein Files: un giudice ordina di rimuovere gli omissis dal testo

Il giudice federale Emmet Sullivan ha ordinato al Dipartimento di Giustizia statunitense di rimuovere gli omissis da documenti chiave degli Epstein Files entro il 2 luglio 2026, oppure di spiegare legalmente e nel dettaglio il motivo per cui devono rimanere segreti. Mentre la magistratura chiede conto delle parti cancellate e rimette in discussione la gestione di migliaia di pagine diffuse negli ultimi mesi, il Congresso torna a occuparsi di un altro nodo rimasto irrisolto: i rapporti fra Epstein e il miliardario Leon Black, fondatore di Apollo Global Management, convocato nuovamente dopo essersi rifiutato di rispondere a una serie di domande sui presunti accordi di riservatezza stipulati con alcune donne. Secondo un’indagine interna di Apollo, tra il 2012 e il 2017, Leon Black pagò a Jeffrey Epstein circa 170 milioni di dollari per consulenze di pianificazione fiscale e successoria, diventandone il principale cliente dopo la condanna del 2008.

L’ordinanza nasce dalla causa promossa dalla giornalista Katie Phang nell’ambito del Freedom of Information Act (FOIA), la legge americana che consente ai cittadini di ottenere documenti detenuti dalle agenzie federali. Secondo la ricorrente, il Dipartimento di Giustizia avrebbe applicato gli omissis in maniera eccessivamente estensiva, impedendo di comprendere la reale portata delle indagini. Sullivan non ha stabilito che quei documenti debbano essere pubblicati integralmente, ma ha contestato il modo in cui il governo ha motivato le cancellature. Nella sua ordinanza osserva che il Dipartimento dovrà spiegare con precisione perché ogni singola informazione debba restare nascosta, non limitandosi a invocare genericamente esigenze investigative o di tutela della privacy. Fra il materiale contestato figurano gli omissis sui mittenti e destinatari di almeno otto e-mail con Epstein relative a un presunto «video di tortura» e ad abusi su minori, i nomi di possibili complici contenuti in una bozza d’incriminazione, le note degli interrogatori dell’FBI sulla denuncia di violenza sessuale presentata contro Donald Trump, i documenti in lingua straniera finora esclusi e un elenco dettagliato di tutte le informazioni oscurate. Il Dipartimento di Giustizia ha già annunciato l’intenzione di impugnare la decisione, sostenendo che la divulgazione potrebbe compromettere interessi tutelati dalla legge.

Mentre Sullivan chiede conto degli omissis, a Washington il nome che torna al centro dell’attenzione è quello di Leon Black, audito il 26 giugno a porte chiuse. Fondatore di Apollo Global Management e per anni considerato uno dei più potenti investitori di Wall Street, Black intrattenne rapporti economici con Epstein anche dopo la prima condanna del finanziere nel 2008 per reati sessuali. Quando quei rapporti divennero pubblici, Apollo incaricò lo studio legale Dechert di svolgere un’indagine indipendente. Il rapporto concluse che fra il 2012 e il 2017 Black aveva versato a Epstein circa 170 milioni di dollari per consulenze fiscali, patrimoniali e successorie. Una cifra enorme, difficilmente spiegabile con normali prestazioni professionali, che provocò una rivolta degli investitori e portò alle dimissioni di Black dalla guida di Apollo nel 2021. «Non ero a conoscenza di questa attività nefasta fino a quando Epstein non è stato accusato di traffico di esseri umani nel luglio 2019», si è giustificato il miliardario, che però si è contraddetto, ammettendo di essere a conoscenza del fatto che Epstein si fosse dichiarato colpevole nel 2008 di reati statali relativi alla prostituzione minorile. Davanti alla Commissione di Vigilanza della Camera dei Rappresentanti, Black ha ribadito di non avere mai avuto rapporti sessuali con minori, né di avere pagato Epstein per procurargli donne, tuttavia, se n’è andato dopo essere stato interrogato sugli accordi di riservatezza che potrebbe aver sottoscritto. Tre donne hanno citato in giudizio Black per presunti abusi sessuali, accuse che Black ha ripetutamente negato: una delle cause è stata archiviata, una è stata ritirata e una è ancora pendente.

I parlamentari non sembrano intenzionati a chiudere qui la questione. Il presidente della Commissione, il repubblicano James Comer, ha accusato Black di essersi rifiutato di rispondere a numerose «domande fondamentali» e, per questo motivo, la Commissione ha approvato due mandati di comparizione coatta (subpoenas). Black è obbligato per legge a consegnare tutti i testi dei non-disclosure agreements (NDA) stipulati in passato e a ripresentarsi di nuovo tra tre settimane per una testimonianza questa volta pubblica e sotto giuramento. Il nodo non riguarda soltanto l’esistenza di questi accordi, ma anche un’eventuale partecipazione di Epstein alla loro predisposizione e negoziazione. Il sostegno bipartisan alle subpoena dimostra che, a quasi sette anni dalla morte di Epstein, il Congresso ritiene tutt’altro che chiusa la vicenda.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.

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