Sono armi esplosive vere e proprie, che impiegate in modo inadeguato possono causare danni gravi, fino alla morte di una persona. Eppure, nonostante i lacrimogeni rappresentino ormai una risposta costante delle forze dell’ordine alle manifestazioni, che siano pacifiche o meno, in Italia non è previsto alcun regolamento per il loro impiego. Ad ammetterlo è nientemeno che il Viminale, in una risposta inviata alla procuratrice di Bologna proprio nell’ambito di un processo per i danni recati dall’esplosione di uno di questi ordigni.
È il 2 ottobre 2025 quando un lacrimogeno lanciato ad altezza uomo esplode in faccia a Lince (alias impiegato per tutelare l’identità della donna). Il contesto è quello delle proteste per la Palestina, sistematicamente soffocate con la violenza dalle forze dell’ordine. Le conseguenze sono devastanti: la donna, 33 anni, non recupererà più la vista dall’occhio destro. Da quell’incidente è nata una campagna, Lince. Occhi sugli abusi, per sostenere le spese mediche della donna e per offrire una ulteriore piattaforma di testimonianze sugli abusi delle forze dell’ordine. Quanto accaduto è finito sotto inchiesta a Bologna, dove la Procura sta cercando di stabilire eventuali responsabilità da parte delle forze di polizia per la mutilazione subita dalla donna. Ed è proprio rispondendo ad una richiesta formale della pm Morena Palazzi che, riporta il Corriere di Bologna, il Viminale ha ammesso che non esistono documenti scritti nè manuali d’uso sull’impiego dei lacrimogeni da parte delle forze di polizia.
Non si tratta del primo caso in cui il lancio di lacrimogeni ferisce gravemente i cittadini. Nell’aprile del 2021, durante una manifestazione No TAV, Giovanna Saraceno è rimasta gravemente ferita dall’esplosione di un lacrimogeno, che le ha colpito la faccia causandole due emorragie cerebrali e fratture multiple al volto. In quell’occasione, la polizia cercò in ogni modo di negare la ricostruzione dei fatti fornita dall’attivista, nonostante alcuni video dimostrassero chiaramente che il lancio dei candelotti di gas CS era avvenuto ad altezza uomo. Dieci anni prima, sempre nel contesto di una manifestazione contro l’Alta Velocità, Yuri Justensen ha perso in maniera permanente parte dell’udito.
I candelotti di lacrimogeni, classificati ufficialmente come «armi non letali», sono considerati veri e propri ordigni esplosivi, motivo per il quale le conseguenze dell’uso improprio e dell’impatto diretto sulle persone possono essere molto gravi, quando non letali. Non si tratta solamente di ipotesi: è accaduto a Zineb Redouane a Marsiglia, nel 2018, e a decine di manifestanti in tutto il mondo, come documentato dalle ricerche di Amnesty. Per questo, come sottolineato dalla ONG, dovrebbero essere impiegati solamente in extrema ratio, con traiettoria parabolica e all’unico fine di disperdere le proteste.
Le denunce di un impiego ad altezza uomo, però, sono innumerevoli: dai casi recenti dei cortei contro lo sgombero del centro sociale torinese Askatasuna alle manifestazioni per la Palestina (come quella svoltasi a Udine nell’ottobre 2025, durante la quale Amnesty ha segnalato la violazione dei diritti umani dei presenti da parte della polizia), fino alle decine di segnalazioni durante i cortei in Val di Susa e in altri contesti di protesta. Un video che mostra un poliziotto sparare un lacrimogeno ad altezza uomo è emerso anche nel contesto degli scontri a margine del derby a Torino, durante le quali un tifoso è stato ferito gravemente alla testa da quello che alcuni testimoni riferiscono fosse proprio un candelotto di gas CS – ma che, per le forze dell’ordine, potrebbe essre un sasso o una bottiglia.
Per la campagna che sostiene Lince, quanto accaduto non è un incidente, ma il risultato di «scelte politiche e operative che trasformano lo spazio pubblico in un luogo di rischio per chi dissente». A stabilire eventuali responsabilità saranno le indagini della procura. Nel frattempo, tuttavia, in anni recenti l’impiego di gas lacrimogeni e armi «non letali» sembra essersi notevolmente intensificato e va di pari passo con una tendenza della politica a tutelare sempre più l’operato della polizia, che grazie ai nuovi decreti sicurezza può vantare un grado di impunità crescente. Il tutto, sulla pelle dei cittadini.





Siamo un paese di disgraziati che vanno avanti a Meloni e Mortadella.