La rivincita degli sherpa: da gregari invisibili a leggende dell’alpinismo

Rimasti invisibili per decenni, nonostante l’apporto fondamentale nelle spedizioni di alpinisti di tutto il mondo che si prendevano i meriti delle scalate senza mai nominare chi aveva permesso loro di arrivare in vetta, gli sherpa stanno finalmente ottenendo il giusto riconoscimento del loro valore. L’ultima storia balzata alle cronache racconta di una vicenda al limite delle capacità umane: Dawa Sherpa, 52enne nepalese disperso da una settimana sull’Everest, si è salvato da solo strisciando per giorni, infortunato, senza cibo né bombole di ossigeno, in quella che viene chiamata la zona della morte per la scarsità di ossigeno, per avvicinarsi al campo base e chiedere soccorso. Disperso dal 29 maggio durante la discesa dalla vetta più famosa del mondo, si trovava sopra il campo 3 quando sarebbe rimasto indietro rispetto agli altri membri della spedizione organizzata dall’agenzia Himalayan Traverse, senza che si avesse più nessuna notizia. È stato soccorso dagli operatori dell’SPCC, che hanno riferito che soffrisse di congelamenti e fosse in stato di ipotermia.

Il dottor Nishant Dhakal, responsabile del Dipartimento di Medicina d’Emergenza dell’ospedale, ha spiegato che Dawa è stabile e fuori pericolo. I congelamenti hanno interessato le dita di entrambe le mani, ma le sue condizioni generali sono considerate buone e il recupero starebbe procedendo rapidamente. E mentre monta la polemica, con la moglie che ha accusato apertamente Himalayan Traverse di negligenza, chiedendo che vengano accertate eventuali responsabilità per quanto accaduto, fa impressione sapere che, in quelle condizioni, è riuscito a superare in autonomia i crepacci della seraccata del Khumbu, nonostante le scale posizionate per aiutare gli alpinisti fossero già state rimosse dopo la fine della stagione primaverile.

Una storia che cristallizza due aspetti fondamentali: la straordinaria resistenza degli sherpa, e la poca attenzione che le spedizioni alpinistiche hanno avuto spesso per queste persone, nonostante il ruolo imprescindibile nelle scalate.

Vale la pena chiarire un equivoco che dura da decenni. “Sherpa” non è sinonimo di portatore d’alta quota: è un’identità etnica. Il nome deriva dal tibetano shar-pa, “uomini dell’est”, e indica una popolazione originaria dell’altopiano tibetano insediatasi nelle valli himalayane del Nepal orientale, soprattutto nella regione del Solu-Khumbu. Una minoranza di circa 150mila persone che, per ragioni geografiche e biologiche insieme, si è trovata nel posto giusto nel momento in cui il mondo ha cominciato a guardare in alto con rinnovato interesse. Il loro vantaggio non è soltanto culturale: studi genomici hanno documentato un’adattamento evolutivo all’ipossia che consente loro di lavorare a quote dove la maggior parte degli esseri umani collassa. A 8mila metri, nella zona della morte, il corpo di uno sherpa acclimatato mantiene un’efficienza che non ha paragoni nelle popolazioni di pianura.

È su questa base che si costruisce il loro ruolo nelle spedizioni. Non si tratta di trasportare zaini, o non soltanto. Gli sherpa preparano la via prima che qualunque cliente metta piede sulla montagna: fissano le corde, installano le scale metalliche nei punti più critici, allestiscono i campi in quota, gestiscono la logistica delle bombole di ossigeno e accompagnano gli alpinisti nei momenti di maggior pericolo. Senza di loro, le imprese con portatori che hanno riempito le pagine dei giornali di mezzo mondo non sarebbero mai avvenute. Il problema è che per decenni quelle pagine non li hanno mai nominati.

Il primo a uscire dall’anonimato fu Tenzing Norgay. Nato nella regione del Solo Khumbu nel maggio del 1914, si trasferì a diciotto anni a Darjeeling. Aveva fatto la gavetta come portatore d’alta quota in sei spedizioni sull’Everest negli anni Trenta e Quaranta, accumulando un’esperienza che nessun alpinista occidentale poteva vantare. Nel 1953, svolgendo anche la mansione di sirdar — capo dei portatori — viene chiamato come alpinista effettivo della spedizione britannica guidata dal colonnello John Hunt, e il 29 maggio raggiunge la vetta insieme a Edmund Hillary. È la prima ascesa riuscita e documentata. Hillary fu nominato cavaliere dalla regina; Tenzing ricevette la George Medal. La disparità non passò inosservata, ma fu lui il primo sherpa a diventare un nome noto al di fuori del Nepal.

Settant’anni dopo, stiamo assistendo a un cambiamento definitivo. Nirmal Purja, ex soldato della brigata Gurkha dell’esercito britannico, nel 2019 ha scardinato ogni parametro di riferimento nell’alpinismo d’alta quota: ha scalato tutti e quattordici gli Ottomila in 189 giorni, poco più di sei mesi. Il precedente primato apparteneva al sudcoreano Kim Chang-ho, che ci aveva impiegato sette anni, dieci mesi e sei giorni. Dall’impresa è nato il documentario 14 vette: niente è impossibile, che ha portato la storia degli sherpa a un pubblico non per forza appassionato di montagna. Nepalese di origine, appartiene all’etnia dei magar, non a quella degli sherpa, ma è uno di quegli esempi che stanno facendo parlare di sé i tutto il mondo.

Lo stesso giorno in cui Dawa Sherpa strisciava verso il campo base, il 17 maggio 2026, Kami Rita Sherpa raggiungeva la vetta dell’Everest per la trentaduesima volta, battendo il proprio primato dell’anno precedente. Nato a Thame nel 1970, aveva scalato la montagna per la prima volta nel 1994 a ventiquattro anni, e da allora è tornato quasi ogni anno, a volte due volte nella stessa stagione. Il soprannome “Everest Man” racchiude trent’anni di salite in quota, di corde fisse, di clienti accompagnati in sicurezza dove il confine tra la vita e la morte è questione di centimetri e di minuti.

Quello stesso 17 maggio, sullo stesso versante, anche Lhakpa Sherpa scriveva una pagina di storia: undicesima ascensione dell’Everest, nuovo record mondiale per una donna. Nata nel distretto di Sankhuwasabha, nella regione del Makalu, aveva raggiunto la vetta per la prima volta il 18 maggio 2000, diventando la prima donna nepalese a salire e tornare viva. La sua storia — cresciuta senza scuola in un Nepal che non mandava le bambine in classe, poi emigrata negli Stati Uniti dove lavorava in un supermercato del Connecticut mentre continuava ad allenarsi — è stata raccontata nel documentario Mountain Queen.

Da non dimenticare Nima Jangmu Sherpa, che nel 2018 ha compiuto un’impresa rimasta senza precedenti. Allora ventottenne, è diventata l’unica donna al mondo a scalare tre vette di 8mila metri in una sola stagione alpinistica, in 25 giorni: Lhotse (8.516 m), Everest (8.849 m) e Kangchenjunga (8.586 m). Le prime due salite le aveva completate senza ossigeno ausiliario e se prima di lei nessuna donna ci aveva provato, dopo di lei nessun’altra è riuscita a replicare l’impresa.

Sono storie che nascono da un popolo che vive la propria quotidianità a 3mila metri di quota, che impara a conoscere la montagna prima ancora di iniziare a parlare, e che per decenni ha messo il proprio corpo e la propria vita al servizio di spedizioni che si prendevano tutto il merito senza condividere nulla. Almeno fino ad oggi.

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Mario Catania

Giornalista professionista freelance, specializzato in cannabis, ambiente e sostenibilità, alterna la scrittura a lunghe camminate nella natura.

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