venerdì 19 Luglio 2024

L’alpinismo di ieri e di oggi, come metafora del mondo: intervista a Fausto De Stefani

La recente impresa della scalatrice norvegese Kristin Harilache il 27 luglio, con la conquista del K2, è diventata la persona più veloce a completare la scalata di tutte e 14 le vette superiori agli 8.000 metri (impresa durata 3 mesi e 1 giorno) –  ha rivelato un retroscena dal gusto amaro quando due scalatori austriaci hanno condiviso sui social alcune immagini che la ritraevano, durante la scalata del K2, scavalcare con il suo team il corpo di Hassan (sherpa di un’altra squadra) in fin di vita anziché prestargli soccorso. Nonostante le giustificazioni della scalatrice norvegese, i video hanno causato parecchia indignazione da parte dell’opinione pubblica ed hanno lanciato un dibattito sull’alpinismo e sui valori sacrali che riguardano questa disciplina. L’Indipendente ne ha parlato con Fausto De Stefani, uno dei personaggi simbolo dell’alpinismo italiano, noto per aver scalato tutte le 14 vette superiori agli 8000 metri senza ossigeno (tra il 1983 e il 1998).

Il K2 per lei è stata la prima vetta sopra gli 8000 metri. L’episodio in questione ha polarizzato l’opinione pubblica tra chi si è indignato per il comportamento degli scalatori e chi invece quel comportamento lo ha giustificato. Lei si è fatto un’opinione riguardo a quanto accaduto?

Noi abbiamo raggiunto la vetta del K2 dal versante nord. Qui, invece, si parla del versante pakistano. Si tratta di una salita meno impegnativa ma resta comunque il K2 e dopo gli ottomila, se usi l’ossigeno non succede niente se non lo usi ci sono dei problemi: sei più lento e devi stare molto più attento. Ciò che ci distingue però non è questo. Da tanto tempo non parlo di montagna, perché non mi ci trovo più. Io mi sento un privilegiato perché ho fatto dell’alpinismo non come attività sportiva ma come passione, era una filosofia di vita. Ho avuto la fortuna di avere maestri e compagni di cordata che sono stati più unici che rari. E allora, quando c’era qualche incidente ci si soccorreva a vicenda: io ho soccorso altre persone e altre hanno soccorso me. Era quella la normalità per noi. Questa, invece, non è più normalità. Questa è una società oramai ammalata e non credo che qualche farmaco basti a guarirla. Pensare a questa persona che si trovava a terra nella neve, sentendo la voce delle persone che non si fermavano per aiutarlo, è una delle cose più terribili che possano accadere. Quelli che lo hanno abbandonato non hanno scusanti e, a mio modo di vedere, andrebbero processati per omissione di soccorso. 

Da alpinista di lungo corso come pensa che sia cambiato l’alpinismo? Mi spiego meglio: oggi, che è diventato un po’ una disciplina di massa, quasi turistica, i valori sacrali di questa disciplina sono ancora così sentiti oppure l’importanza di questi valori sta scemando? 

I valori sono valori, non vanno fuori di moda. C’è chi vive in senso di questi e chi no. Io dico sempre che l’alpinismo, come tante altre cose, è lo specchio della nostra società. E questa è una società malata, che ha contagiato tutto, anche il mondo della montagna. Qualcuno vorrebbe che la montagna diventasse un luna park e lo sta diventando. La fatica oramai è un qualcosa che non si va a cercare, anzi è un qualcosa che si cerca di snobbare. Anche qui, sulla collina di Lorenzo, ci sono tanti ragazzini che arrivano per provare una nuova esperienza. Le parlo di circa 22-23mila bambini e ragazzi all’anno e anche questi in collina dopo 5 minuti dicono “sono già stanco, ma è necessario far fatica?”, no non è necessario far fatica, però è attraverso quest’ultima che si riesce a comprendere il valore di ciò che si conquista. Un valore che senza la fatica non capiremmo.

Può essere che con il tempo le modifiche che il paesaggio montano ha subito, abbiano reso la scalata una sfida più ardua o al contrario non nota grandi differenze in questo senso? 

No, io personalmente non noto grandi differenze in questo senso. Certo, i mutamenti climatici hanno creato notevoli problemi un po’ in tutto il mondo – dall’America Latina, all’Africa e all’Himalaya – però no, la salita in questo caso del K2 è una salita dove già gli sherpa ti mettono tutte le corde fisse. Gli sherpa sono sempre stati molto più forti di noi. Io lo dicevo già trentacinque anni fa: loro salgono in vetta al K2 a mo’ di Lepre, dormono più in alto rispetto a noi perché voglio vedere l’alba al mattino presto. Quella è la loro terra, no? Noi occidentali abbiamo pensato che la scalata fosse una prerogativa degli occidentali perché i primi sono stati neozelandesi, inglesi, italiani e così via… ma noi siamo distanti anni luce. Pensare in questo modo fa comodo agli alpinisti occidentali, che “se la tirano”, perché hanno fatto “una fatica incredibile”. Ma se noi confrontassimo la fatica che facciamo oggi in montagna con quella che han fatto i nostri nonni, perderemmo questo senso di “incredibile fatica”.  

Lei come avrebbe gestito una situazione del genere? Cioè, lei sarebbe riuscito a scavalcare una persona a terra in fin di vita? 

No, no, no. A me è capitato sull’Everest e non l’ho fatto. Io ho aiutato questa ragazza, che oramai era morta, a scendere in un tratto fuori da quello che era il sentiero. Io da solo non avrei potuto, però poi sono intervenuti anche degli sherpa che l’hanno portata a valle. Sicuramente, su quel pendio del K2 sarebbero bastate 2-3 persone per aiutarlo: bastava legarlo e calarlo 200-300 metri che con un po’ più di ossigeno non sarebbe assolutamente morto. Io se fossi il ministero del turismo pakistano non riconoscerei le salite che questa persona ha compiuto sul territorio del loro Paese. Ma non per strani motivi, ma perché da sempre andare in montagna è straordinario anche per l’avvicinamento ad altre culture, per il contatto diretto con le persone di quel territorio: la chiacchierata, l’aiuto verso i compagni che incontri lungo la scalata. 

Vedere episodi come questo la allontana dall’alpinismo di oggi?

Vedere episodi come questo mi fa sentire distante anni luce da questo mondo. Non mi ci vedo più. Preferisco un sentiero di una capezzaia di pianura piuttosto che andare in montagna nel modo in cui la si vive oggi. Perché la montagna è una grande maestra silenziosa che va vissuta, va ascoltata. Ma voglio essere molto chiaro su questo: il discorso potrebbe essere applicato alla collina, al mare, ai laghi… non è solo la montagna. Ormai la gente è sempre di corsa, in questo caso la corsa al record, e non è disposta a fare un passo indietro, anzi ne vuole fare due o tre in avanti. Stiamo quindi raccogliendo i frutti di questa vita vissuta di fretta ed è molto frustrante perché anche i nostri bambini e i nostri giovani sono frutto di questa semina… Bisogna stare attenti insomma, perché è una cosa seria. 

[di Iris Paganessi]

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2 Commenti

  1. Apprezzo ciò che dice De Stefani, però per scalare tutti gli Ottomila bisogna essere veloci, come sicuramente è stato lui. Non si può rimanere nella zona della morte a lungo. Ora, alla sua età, ha scoperto la grande virtù della lentezza. Ma gli scalatori di oggi non sono né meglio né peggio di quelli di cinquant’anni fa, anche allora c’era chi si fermava a soccorrere e chi tirava dritto, per non parlare di doping (Buhl docet…). L’ Uomo (Donna) è fatto così, altrimenti non ci sarebbero i poemi omerici…

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