La nuova legge sulla valorizzazione della risorsa mare, approvata dal Parlamento con la Legge 7 maggio 2026 n. 70, riapre il confronto sul destino delle vecchie piattaforme petrolifere offshore italiane. Al centro del dibattito c’è l’articolo 28, che modifica le norme ed emana delle linee guida sulla dismissione delle strutture per l’estrazione di idrocarburi in mare, introducendo esplicitamente il riferimento agli “ecosistemi marini di interesse conservazionistico” sviluppatisi a ridosso delle piattaforme nel corso della loro attività. Il tema divide ambientalisti, ricercatori e operatori del settore. Da un lato, la letteratura scientifica internazionale concorda sul fatto che molte piattaforme offshore, dopo decenni in mare, siano effettivamente diventate habitat artificiali complessi, capaci di ospitare biodiversità, favorendo la presenza di pesci, alghe e invertebrati. Dall’altro, resta aperta la questione dei costi ambientali e finanziari della mancata rimozione delle strutture, soprattutto considerando che molte compagnie petrolifere potrebbero evitare onerosi interventi di bonifica e smantellamento.
Secondo i dati dell’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (UNMIG/MASE), aggiornati al 31 dicembre 2025, in Italia risultano 137 strutture marine censite tra piattaforme e infrastrutture assimilabili. Nel documento relativo alle piattaforme in dismissione mineraria, aggiornato al 30 giugno 2025, diverse strutture – tra cui ADA 2, ARMIDA 1, AZALEA A e PORTO CORSINI 73 – risultano già in attesa di smantellamento o con progetti di rimozione presentati. La modifica normativa introduce un principio già discusso da anni a livello internazionale: le piattaforme offshore sarebbero dei veri e propri “ecosistemi emergenti” da conservare. Una revisione scientifica pubblicata nel 2019 sulla rivista Frontiers in Marine Science definisce queste strutture come reef artificiali capaci di sostenere importanti servizi ecosistemici dopo decenni di permanenza in mare. Gli autori sottolineano che la rimozione integrale potrebbe distruggere habitat ormai consolidati e che, in alcuni casi, il ritorno alle condizioni originarie potrebbe risultare impossibile o persino dannoso. Anche uno studio pubblicato nel 2024 su PLOS Sustainability and Transformation evidenzia come le piattaforme aumentino la biodiversità locale, soprattutto in aree dominate da fondali sabbiosi o fangosi privi di substrati duri naturali.
La ricerca, tuttavia, richiama anche l’esistenza di importanti lacune scientifiche. Mancano ad esempio dati longitudinali sugli effetti ecologici della rimozione delle piattaforme e standard condivisi per valutare costi e benefici ambientali delle diverse strategie di smantellamento. È proprio su questo punto che si concentra una delle principali critiche alla nuova impostazione italiana. Molte piattaforme più vecchie, costruite prima dell’introduzione delle procedure di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), non sono mai state sottoposte a monitoraggi ambientali sistematici durante il loro esercizio. In assenza di scarichi in mare delle cosiddette “acque di strato”, non esiste infatti alcun obbligo continuativo di controllo su sedimenti, biota o qualità delle acque. Le piattaforme più recenti sottoposte a VIA devono invece effettuare, almeno cinque anni prima della dismissione, indagini ambientali su acqua, sedimenti, organismi marini ed ecotossicologia. Secondo le linee guida ISPRA-SNPA del 2021, soltanto poco più del 20% delle piattaforme offshore italiane è soggetto a monitoraggi ambientali periodici legati agli scarichi delle acque di produzione. La conseguenza è che molte strutture oggi considerate potenziali habitat ecologici non dispongono in realtà di una storia documentata sul loro impatto ambientale accumulato in decenni di attività estrattiva. Eppure, i procedimenti di dismissione finora avviati si sono spesso fermati a una semplice “valutazione preliminare”, prevista dall’articolo 6 del decreto legislativo 152/2006. Secondo quanto emerge dalla documentazione ministeriale, nessuna delle istanze esaminate ha finora avuto esito negativo o richiesto automaticamente una nuova VIA completa.
Il nodo politico riguarda quindi il bilanciamento tra tutela ecologica e responsabilità industriale. Da una parte, la permanenza delle piattaforme potrebbe evitare impatti ambientali derivanti dalla rimozione di ecosistemi ormai consolidati. Dall’altra, molte associazioni ambientaliste contestano il fatto che le compagnie petrolifere possano beneficiare economicamente della mancata dismissione senza sostenere costi compensativi o programmi di bonifica ambientale. Il dibattito si inserisce inoltre nel quadro più ampio relativo alla gestione della risorsa mare. La stessa legge 70/2026 ha suscitato polemiche anche per l’articolo 33, che introduce un rappresentante della Federazione Italiana Pesca Sportiva (FIPSAS) nelle commissioni di riserva delle Aree Marine Protette. Il movimento ambientalista Sea Shepherd Italia ha definito la norma un potenziale conflitto di interessi, sostenendo che organismi deputati alla conservazione dovrebbero mantenere un profilo prevalentemente tecnico-scientifico e indipendente dagli interessi legati allo sfruttamento delle risorse marine. Nel Mediterraneo, dove gli ecosistemi affrontano pressioni crescenti legate al cambiamento climatico, alla perdita di biodiversità e al degrado degli habitat costieri, lo sfruttamento sostenibile delle risorse e la mitigazione gli impatti industriali dovrebbero essere una priorità. Nel caso delle piattaforme offshore, la sfida sarà capire se queste strutture possano davvero essere integrate in una strategia di conservazione e ripristino dell’ecosistema marino basata su dati scientifici solidi: magari proprio a spese delle aziende petrolifere e come già avvenuto in altre parti del mondo, alcune piattaforme potrebbero essere convertite in barriere artificiali ecologicamente funzionali attraverso programmi noti come rigs to reefs. Senza adeguate valutazioni e misure, resta invece il rischio di trasformare un problema industriale irrisolto in un mero vantaggio economico per i concessionari.




