La retromarcia del procuratore della Cpi: “Non ci sono prove di genocidio a Gaza” (Il Tempo); “A Gaza non c’è un genocidio”. La Cpi gela la sinistra mondiale (Il Giornale); Il procuratore Khan delude i pro-pal: “Gaza? Non è un genocidio” (Libero). I titoli sensazionalistici si sprecano sulla stampa filo-governativa, con tanto di virgolettati inventati che giocano sulla confusione tra Corte Penale Internazionale — che al momento ha chiesto l’arresto del premier israeliano Netanyahu e dell’ex ministro Gallant per crimini di guerra e contro l’umanità — e Corte di Giustizia, impegnata invece nel processo a Israele per genocidio. Secondo l’ultima fake news montata ad hoc, il procuratore della Corte Penale Internazionale Karim Khan avrebbe negato proprio il genocidio in atto in Palestina. Con un abile rimbalzo di condizionali e responsabilità si arriva alla fonte primaria: l’intervista di Mehdi Hasan al procuratore, che invece conferma la linea adottata dalla CPI a partire dal maggio 2024, quando sono stati spiccati i mandati di arresto internazionale contro due uomini chiave della politica israeliana.
«Non c’è un limite ai crimini internazionali. Si può aspettare la fine di un’indagine per avviarne un’altra, come abbiamo fatto ad esempio in Ucraina. Per dimostrare alle vittime che non sono invisibili, inizi a raccogliere le prove, spicchi i mandati di arresto e poi continui». Con queste parole il procuratore della CPI Karim Khan ha risposto a Mehdi Hasan, che gli chiedeva per quale motivo i mandati internazionali per Netanyahu e Gallant non includessero anche il crimine di genocidio. Quando il conduttore di Zeteo, rincalzandolo, voleva sapere se potesse esserci un nuovo mandato per genocidio, Khan ha detto che «tutto è in funzione dell’evidenza» e che «nessun crimine è off limits se ci sono le prove». A tal proposito ricorda che le indagini non sono ferme, ma continuano, come scritto negli stessi mandati internazionali spiccati nel maggio del 2024.
Questo passaggio chiave, condensato in circa un minuto e mezzo dell’intervista a Zeteo (tra il minuto 10 e 11:30) è stato invece stravolto da una parte della stampa orientata a destra, che non vedeva l’ora di contestare prove, rapporti e testimonianze raccolti negli ultimi due anni e mezzo. Le parole di Khan confermano infatti la linea tracciata dalla Corte Penale Internazionale nel 2024. Come ben sintetizzato da Amnesty International, «la CPI non sta attualmente indagando sul crimine di genocidio, dunque il suo procuratore non ha concluso che non c’è stato genocidio».
Nella fake news costruita ad hoc contro Khan si punta anche sulla confusione tra due diversi piani della giustizia internazionale, personale e statale. La CPI, che si occupa di responsabilità individuali, ha emesso dei mandati di arresto per Netanyahu e Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, dando priorità alle prove più facili da raccogliere secondo il principio della certezza della pena. È la Corte Internazionale di Giustizia (CIG), che si occupa di responsabilità degli Stati, a star esaminando il ricorso presentato dal Sudafrica contro Israele per la violazione della Convenzione sul genocidio. Una causa intentata nel 2023 e ancora priva di una conclusione, segno che la CPI ha agito per accelerare la tutela delle vittime, andando comunque avanti con le indagini, come ribadito di recente dallo stesso Khan.
Ciò che forse non si aspettava la Corte Penale era l’inazione dei suoi Stati membri. A fronte di una celere iniziativa giudiziaria, i Paesi hanno scelto la non cooperazione. Si pensi all’Italia, che ha lasciato Netanyahu sorvolare i propri cieli, venendo meno all’obbligo di dare seguito al mandato internazionale e dunque arrestare il premier israeliano. Una scelta coerente con l’indirizzo politico italiano, complice di Israele in più sedi: da quelle ONU, durante gli attacchi alla Relatrice Speciale Francesca Albanese, a quelle europee, con il recente muro eretto contro la sospensione degli accordi commerciali con Tel Aviv. Per i porti italiani transitano poi di continuo i carichi militari diretti in Israele, a spregio degli obblighi di legge, nazionali e internazionali.
Di fronte a questo quadro di generale calpestio del diritto internazionale, parte della stampa mainstream ha scelto la sua priorità e monta il caso sul nulla. Almeno Flaubert puntava sulla forza dello stile e sulla perfezione della forma.





