L’eolico si sta mangiando l’Irpinia e il Sannio nell’indifferenza generale

Quando si pensa all’eolico italiano la prima cosa che, con ogni probabilità, viene in mente sono le distese infinite di pale nelle terre pugliesi. La Puglia è infatti la prima regione italiana per produzione energetica proveniente dall’eolico. Segue subito dopo la Sicilia, con decine di impianti distribuiti in 139 comuni. A chiudere il podio della potenza installata è la Campania, guidata dall’Irpinia e dal Sannio. Qui, anno dopo anno nell’indifferenza di media e politica, sono state erette centinaia di pale eoliche. Di fronte all’impatto paesaggistico e ai danni all’economia locale, qualcosa sembrerebbe muoversi, con la politica intenzionata ad ascoltare i cittadini. Il raggiungimento di una giustizia sociale e ambientale è tuttavia lontano. La necessaria transizione dagli idrocarburi è stata ridotta a business per pochi che, dall’alto di profitti miliardari, scaricano tutti i costi sui popoli.

Lo sfruttamento del Sannio e dell’Irpinia

La quasi totalità della dell’energia eolica viene prodotta dal Mezzogiorno, dove un mix di conformazione del territorio, opportunità di investimento e bassa densità abitativa (dunque meno opposizioni iniziali) ha portato negli anni ’90 alla prima apparizione delle pale eoliche. Da lì è stata una diffusione continua, tra installazione di impianti e produzione energetica. Al 2025 risulta installata in Puglia una potenza di 3.680 MW, da cui si possono ricavare circa 7GWh, in grado di soddisfare il fabbisogno energetico di qualche migliaio di famiglie. In Sicilia la potenza eolica si attesta sui 2.500 MW, mentre subito dopo si posiziona la Campania con 2.200 MW. A guidare la crescita campana sono le province di Benevento e Avellino, dunque i distretti storico-geografici del Sannio e dell’Irpinia.

Elaborazione grafica de L’Indipendente.

È nell’Alto Sannio e nell’Alta Irpinia, aree rurali e di confine, che negli anni sono state installate centinaia di impianti eolici. Nel beneventano si contano oltre 800 MW di potenza installata, con un’alta concentrazione di turbine tra Baselice, Durazzano, Foiano di Val Fortore e Ginestra degli Schiavoni — tutte aree segnate dallo spopolamento. Tra sistemi già entrati in funzione e altri in attesa di completamento si contano invece in Alta Irpinia — ribattezzata Distretto del Vento all’inizio degli anni Duemila — 820 pale eoliche. Soltanto a Bisaccia, un comune di 3mila abitanti, sono state erette 170 turbine e altre 14 sono in programma. A Lacedonia, che conta appena 2mila abitanti, ci sono 123 pale eoliche e altre 14 arriveranno nei prossimi anni.

In Campania ha trovato diffusione anche il fenomeno del mini-eolico, con turbine più piccole, con una ridotta potenzialità energetica e un iter autorizzativo semplificato. Nel Distretto del Vento la produzione energetica è tre volte il fabbisogno della provincia, riproducendo schemi già collaudati altrove, dove i territori si affermano quali spazi estrattivi senza ricadute economiche positive per gli abitanti. 

Elaborazione grafica de L’Indipendente.

Lo denuncia, per ultimo, il lavoro del ricercatore Antonio Sibilia, di recente pubblicato per conto dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. «Lo studio — si legge — esamina il rapporto tra lo sviluppo dell’energia eolica in Alta Irpinia e l’accaparramento delle terre, l’emarginazione territoriale e la disuguaglianza socioeconomica». Sibilia ha raccolto diverse interviste agli abitanti, riscontrando un malcontento generalizzato per la conversione dei terreni agricoli in siti energetici industriali. «L’espansione selvaggia dei parchi eolici guida pratiche estrattiviste ed erode le identità e le economie rurali», scrive Sibilia nel suo studio, facendo eco ai comitati cittadini che da anni denunciano i danni della speculazione energetica. Dove c’erano terreni coltivati, pascoli e legami col territorio sorgono oggi distese di pale eoliche che hanno stravolto il paesaggio e imposto alle comunità di pagare i costi della “transizione verde”. Mentre chi produce le turbine e le installa incassa profitti miliardari, gli abitanti dei territori coinvolti non ottengono neanche uno sconto in bolletta, come denunciato dai comitati cittadini.

Conti in rosso, comitati sugli scudi

I comitati civici, attivi soprattutto in Irpinia, hanno di recente acceso i riflettori su una vicenda lontana dai palcoscenici mediatici, lanciando appelli e iniziative. Viene ribadita la volontà di preservare il valore storico della provincia, così come la sua integrità ambientale. Al di là della sottrazione dei terreni all’agricoltura — vocazione storica dell’area — i cittadini puntano il dito contro l’inquinamento acustico, che allontana la fauna e deprezza il valore delle case. I comitati denunciano anche la scarsa manutenzione degli impianti, come nel caso delle perdite di olio idraulico dalle turbine, che si trasformano in una fonte di inquinamento per i terreni e le falde acquifere.

La diffusione selvaggia dell’eolico tra il Sannio e l’Irpinia ha avuto vita facile grazie a una stagione di procedure autorizzative accelerate, entusiasmo (e dunque incentivi economici) per la novità e una bassa densità abitativa, che almeno all’inizio si è tradotto in una debole opposizione ai progetti. Oggi qualcosa sembra muoversi, soprattutto sul piano della giustizia amministrativa. Il comitato “Fuori dalle pale” ha di recente presentato un ricorso al TAR per i nuovi progetti di parchi eolici, individuati come una minaccia seria per l’economia locale. «Le multinazionali si affidano alla dichiarazione di pubblica utilità, e vanno avanti a colpi di espropri, una pratica che massacra il territorio. Il nostro, poi, è totalmente abbandonato: il Formicoso, una volta considerato il granaio della Campania, oggi è disseminato di parchi eolici», ha dichiarato il presidente del comitato Giuseppe Di Biasi al Corriere dell’Irpinia.

Pale eoliche in Alta Irpinia.

Un cittadino di Teora ha avviato una lunga battaglia legale contro la società che ha costruito su due suoi terreni un parco eolico, senza poi ripristinare lo stato dei luoghi. Il ristoro annuo, pari a circa 6mila euro, è così finito per coprire le spese legali. Quella di Teora non è una storia isolata, ma riguarda in modo diffuso sia i cittadini sia gli enti locali. Questi ultimi, con i conti in rosso, hanno in un primo momento accolto con favore le pale eoliche: le entrate dei ristori hanno così vinto sui timori della diffusione selvaggia e della speculazione energetica.

Mentre i cittadini reclamano sconti in bolletta, i comuni chiedono royalties sulla produzione energetica, andando oltre il semplice ristoro per gli impatti ambientali. 151 enti locali, sparsi in tutta Italia, si sono invece mobilitati per ottenere una legge nazionale in grado di limitare la proliferazione indiscriminata degli impianti e aumentare il coinvolgimento degli enti locali. Gli abitanti, nel condividere la necessarietà dell’abbandono degli idrocarburi, chiedono interventi urgenti alle istituzioni affinché i costi della transizione energetica non ricadano esclusivamente su di loro. I cittadini irpini e sanniti si uniscono così al grido delle altre comunità colpite, suggerendo l’esplorazione di altre strategie, come ad esempio l’installazione dei pannelli solari sui tetti degli edifici, pubblici e privati.

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Salvatore Toscano

Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.

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3 Commenti

  1. Già suggerito nel testo sarebbe auspicabile la ricerca di installazioni di pannelli fotovoltaici su edifici, in particolare industriali. E’ comunque vergognoso che gli abitanti delle zone invase dalle pale eoliche debbano solo subire il danno geologico e paesaggistico senza avere per esempio vantaggi economici.

  2. In questa vicenda è spiegata una delle ragioni per cui il nostro paese è impantanato da decenni mentre il resto del mondo corre e reagisce anche davanti ad eventi traumatici che impattano sul benessere dei propri cittadini. La transizione verso forme di energia più sostenibili, oltre che in grado di renderci meno dipendenti da fonti di approvvigionamento esterne più soggette a speculazioni finanziarie, da noi si trasforma in scontro tra poteri più o meno leciti che si accaparrano incentivi e posizioni di privilegio e comunità locali che si oppongono al cambiamento a volte anche in modo pregiudizievole. Il concetto di bene comune in Italia quasi sempre è destinato a soccombere davanti ai particolarismi e agli interessi privati in qualsiasi ambito.

  3. La stessa cosa sta accandendo in Emilia Romagna con il fotovoltaico e l’agrivoltaico spacciato come virtuoso. Multinazionali si stanno accapparando i nostri territori sottraendo terreni agricoli all’agricoltura, trasformando il paesaggio da agrario ad industriale e deprezzando il prezzo delle abitazioni

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