Nonostante il cessate il fuoco annunciato dagli Stati Uniti martedì 7 aprile, lo Stretto di Hormuz resta di fatto bloccato e saldamente nelle mani di Teheran. Nel tratto da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, nodo da cui dipendono flussi commerciali di primaria importanza, il traffico navale è infatti crollato a meno del 10% del normale, con l’Iran che ha imposto un sistema di autorizzazioni e pedaggi e minaccia di «distruggere» le imbarcazioni non autorizzate. Oltre mille navi sono in attesa, mentre l’Europa corre il rischio di una carenza sistemica di carburante aereo entro tre settimane.
I dati sono molto eloquenti. Nelle ultime 24 ore, infatti, solo due navi hanno transitato lo stretto di Hormuz, segnando il livello più basso dall’annuncio del cessate il fuoco, e il giorno prima erano state appena 12; prima dello scoppio del conflitto, la media abituale era compreso tra 130 e 160 navi ogni giorno. L’aspetto più rilevante non è solo la riduzione dei passaggi, ma il fatto che ogni movimento appare oggi subordinato a condizioni imposte sul terreno: mentre un migliaio di imbarcazioni risultano bloccate, Teheran chiede un «pedaggio» per il transito, arrivando a pretendere fino a un dollaro al barile o somme nell’ordine dei milioni di dollari, da pagare in yuan cinesi o bitcoin. I Guardiani della Rivoluzione hanno diffuso mappe con «zone di pericolo» per le mine navali, costringendo le navi a rotte alternative che rasentano le coste iraniane, sotto il controllo diretto dei Pasdaran.

La reazione del presidente USA Donald Trump di fronte a questo scenario è stata molto aspra. Il capo della Casa Bianca ha definito la gestione iraniana «pessima», intimando a Teheran di «smetterla subito» e minacciando che lo Stretto sarà riaperto «con o senza» la cooperazione di Teheran. Ieri Trump ha ricevuto la chiamata del premier britannico Keir Starmer, che ha sottolineato come l’attuale cessate il fuoco sia troppo fragile e che Hormuz deve essere riaperto e senza pedaggi. Dal canto suo, l’Iran ha apertamente rivendicato il controllo sullo Stretto, con la Guida Suprema Mojtaba Khamenei che ha annunciato una «nuova fase» nella sua gestione. La stampa iraniana ha parlato di un controllo «intelligente» da parte dell’IRGC, e Teheran afferma di aver «vinto il diritto di controllare il passaggio e riscuotere i pedaggi».
Alla partita di Hormuz si lega indissolubilmente il nodo libanese. Secondo fonti vicine alla delegazione iraniana, infatti, il presidente del Parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Qalibaf, ha ribadito che i negoziati con gli USA non potranno entrare nel vivo finché non sarà stato raggiunto un «cessate il fuoco in Libano» e sbloccati gli asset iraniani congelati. Una condizione inaccettabile per Israele, che venerdì ha lanciato nuove ondate di attacchi nel sud del Paese e a Beirut, e il cui premier Benjamin Netanyahu ha rivendicato con forza la linea dura: «Non c’è alcun cessate il fuoco in Libano, continuiamo a colpire Hezbollah a pieno regime». A inasprire il confronto, una profonda divergenza in merito all’ambito di applicazione della tregua: Washington e Israele assicurano che l’intesa con l’Iran non copre il Libano, mentre Teheran e il mediatore pachistano sostengono l’esatto contrario.




