Stanford stava per liquidare alcune delle sue esperienze di autogestione studentesca più longeve. Le co-op, come vengono chiamate, sono residenze in cui gli studenti non pagano cuochi né addetti alle pulizie: cucinano, lavano, riparano e le gestiscono. Ogni regola della casa viene approvata per consenso. I turni di lavoro, da due a sei ore settimanali, non sono volontari: sono la costituzione implicita di una piccola democrazia.
C’è una stanza a Synergy, una delle case cooperative di Stanford, dove i libri sugli scaffali hanno ancora le annotazioni degli anni Ottanta. I diari comuni della casa di fronte, Terra, raccolgono decenni di voci studentesche sovrapposte a matita, a penna, in lingue diverse, che continuano a essere consultate. Quando l’università ha annunciato di voler cancellare lo statuto cooperativo di entrambe le case e convertirle in residenze ordinarie, qualcuno si è chiesto dove sarebbero andati quei libri.
La decisione amministrativa, maturata nell’ambito di un più ampio processo di riassegnazione delle residenze tematiche, prevedeva la rimozione del loro statuto cooperativo a partire dall’anno accademico 2026-27. Synergy esiste dal 1972, nata da un corso universitario che voleva sperimentare forme alternative di convivenza. Terra è da decenni il rifugio informale della comunità queer e trans del campus. La reazione è stata immediata e inaspettatamente sofisticata: anziché limitarsi a protestare, docenti e studenti hanno trasformato la minaccia in un caso di studio accademico.
Il corso invernale intitolato “Studio dei beni comuni, del commoning e degli approcci cooperativi all’autogoverno e alla sostenibilità” è stato tenuto da Sibyl Diver (programma di Scienze della Terra), Xavier Basurto (Scienze Sociali Ambientali) e Nicole Franz (Centro per le Soluzioni Oceaniche), tutti esperti affiliati all’International Association for the Study of the Commons, l’organizzazione fondata da Elinor Ostrom. Basurto, in particolare, è stato allievo diretto di Ostrom, prima donna a vincere il Premio Nobel per l’Economia, nel 2009, proprio per la sua teoria sul governo dei beni comuni. L’idea centrale, sviluppata nel suo lavoro Governing the Commons, è che le comunità siano capaci di gestire risorse condivise in modo sostenibile senza bisogno né dello Stato né del mercato, a patto di costruire istituzioni appropriate dal basso.
Le co-op di Stanford, secondo i docenti, funzionano esattamente come un “laboratorio vivente” dove gli studenti praticano l’arte e la scienza del mantenimento di sistemi di gestione collaborativa nella vita quotidiana. Non è una metafora. Le ricerche citate nel corso documentano benefici concreti sulla salute: la struttura cooperativa riduce la solitudine, migliora il benessere mentale e fisico, e costruisce reti sociali che le residenze tradizionali non riescono a generare.
«Le co-op sono il luogo dove può avvenire l’apprendimento non istituzionale», ha dichiarato una delle studentesse coinvolte nel progetto didattico. «Ci sono lezioni dove gli studenti insegnano ciò che conta per loro. Le dinamiche sono diverse da qualsiasi aula normale». Non è un dettaglio: in un’epoca in cui le università faticano a formare cittadini capaci di gestire conflitti e decisioni collettive, quelle case producono esattamente quella competenza, giorno dopo giorno, a partire dalla lista della spesa.
L’ultima volta che Stanford aveva eliminato una co-op era il 1978. Quarantasette anni dopo la storia rischiava di ripetersi su scala più ampia. Ma il Co-op Council ha poi raggiunto un accordo con l’ufficio di Residential Education: Synergy e Terra sono state preservate come opzioni di alloggio cooperativo per il prossimo anno accademico, anche se in una sede diversa. Una vittoria parziale, fragile, che non chiude il dibattito.
Il profilo degli ex-residenti di Synergy dice qualcosa sul tipo di formazione che quelle case hanno offerto nel tempo: tra gli alunni figurano l’ambasciatore di Barack Obama in Russia, il presidente e CEO della Packard Foundation e un ex sindaco di Boulder, in Colorado. Lee Altenberg, biologo teorico cresciuto a Synergy negli anni Settanta, ricorda di aver conosciuto nella casa il whistleblower dei Pentagon Papers Daniel Ellsberg, a un barbecue. Poi ha esportato il modello cooperativo alla Duke University, dove era ricercatore. «Ha avuto risultati formativi su studenti di molte università», ha detto. «I suoi effetti vanno ben oltre le mura di un dormitorio».
La vicenda di Stanford non è solo una disputa immobiliare. È una domanda che molte istituzioni educative evitano di porsi: cosa si impara vivendo insieme e governandosi, che non si può imparare seduti in un’aula? Elinor Ostrom aveva già risposto, decenni fa, con dati alla mano. I suoi ex allievi hanno semplicemente portato quella risposta dove serviva, mostrando studenti capaci di gestire un bene comune senza che nessuno glielo ordinasse. Intanto i libri annotati dagli anni Ottanta sono ancora lì. Per ora.




