Dopo quasi tre mesi di blocco totale degli aiuti umanitari a Gaza da parte di Israele, che ha portato la popolazione dell’enclave a morire letteralmente di fame, la scorsa settimana la distribuzione di una «quantità base» di cibo è ripresa, grazie al meccanismo concordato da Tel Aviv e Washington e messo in pratica tramite l’ONG statunitense Gaza Humanitarian Foundation (GHF). Tuttavia, lungi dal rappresentare una speranza di salvezza, questa si è trasformata presto nell’ennesima occasione per massacrare i civili affamati. Sono almeno 102, secondo l’ufficio stampa del governo di Gaza, le persone uccise da quando è iniziata la distribuzione degli aiuti umanitari da parte della GHF, 490 i feriti. L’esercito israeliano ha infatti a più riprese aperto il fuoco sulla folla nei punti di distribuzione degli aiuti, trasformandoli in «bagni di sangue di massa». In aggiunta a ciò, la distribuzione del cibo è comunque insufficiente a coprire le esigenze di un popolo ormai ridotto allo stremo.
Eppure, la GHF era stata presentata dagli Stati Uniti come la soluzione al blocco israeliano e al presunto dirottamento degli aiuti da parte di Hamas, come più volte sostenuto da Tel Aviv. La sua storia, fatta di opacità, ambiguità e interessi taciuti, lascia pensare che le cose stiano in modo molto diverso. L’umanitarismo ha infatti lasciato spazio alle agende politiche e di sicurezza nelle quali Israele è direttamente coinvolto, favorendo il raggiungimento degli obiettivi militari dell’oppressore.
Un’operazione nata nell’ombra
La “trama” di questa storia inizia molto prima che la crisi raggiungesse il suo picco di disperazione attuale, con sempre più civili di Gaza che muoio letteralmente di fame. Già nel dicembre 2023, infatti, era in discussione l’idea di un programma di distribuzione alimentare privato che fosse gestito con il supporto israeliano. Come riportato dal New York Times, per tutto il 2024, funzionari israeliani avrebbero lavorato a stretto contatto con contractor di sicurezza privati americani, tra cui spicca Philip Reilly, un veterano della CIA con quasi trent’anni di esperienza nei servizi segreti di Washington. Reilly non è una figura qualsiasi ma è colui che, nel gennaio di quest’anno, ha lanciato anche Safe Reach Solutions (SRS), una società di sicurezza incaricata della protezione dei siti di distribuzione alimentare a Gaza nonché del controllo dei veicoli durante il cessate il fuoco che Israele ha poi deciso di infrangere.
La stessa GHF, benché presentata come un’organizzazione sorta per rispondere alla crisi, ha una storia ambigua. Una prima entità con lo stesso nome è stata registrata nel novembre 2024 nel Delaware (USA), uno stato noto per le sue normative fiscali permissive e l’anonimato societario. Il legale rappresentante di questa entità è James H. Cundiff, avvocato specializzato in pianificazione fiscale e fondi fiduciari, nonché rappresentante legale anche di SRS. Successivamente, nel febbraio 2025, la GHF è stata fondata anche in Svizzera, altro centro finanziario che garantisce notevole discrezione e segretezza.
Questo dispiegamento temporale e geografico delle registrazioni, che precede persino l’ultimo cessate il fuoco, così come le dichiarazioni di Trump sul rendere Gaza una meta turistica del Mediterraneo, suggerisce una pianificazione a lungo termine, quasi una messa in scena di un’operazione che andava ben oltre la carità. Anzi, con quest’ultima potrebbe proprio non avere a che fare. Il sostegno esplicito dell’amministrazione Trump e del governo israeliano sin dai primi momenti rafforza questa idea.
Aiuti o controllo militare del territorio?
Il soggetto centrale di questa narrazione è la radicale politicizzazione e militarizzazione degli aiuti umanitari. Come spiegato dall’ambasciatore Mike Huckabee all’emittente BBC, gli Stati Uniti hanno sempre confermato la preparazione di questo nuovo sistema, enfatizzando come Israele non sarebbe stato direttamente coinvolto nella distribuzione, ma solo nella protezione dei dei centri. La motivazione ufficiale, sostenuta proprio da Israele, sarebbe quella di impedire ad Hamas di rubare gli aiuti, un’accusa costantemente smentita dalle Nazioni Unite, che ribadiscono l’efficacia dei loro meccanismi di sorveglianza. E proprio le Nazioni Unite avevano preannunciato il caos che sarebbe derivato da una gestione privata degli aiuti, al di fuori del suo controllo. L’estromissione dell’ONU – non solo da Gaza – e delle sue agenzie ha fatto sollevare proteste da tutto il mondo delle organizzazioni umanitarie, ma Israele ha sempre sostenuto di volersi difendere dalle infiltrazioni terroristiche all’interno delle stesse agenzie delle Nazioni Unite (salvo essere puntualmente smetito).
Oltre alla gestione degli aiuti, e dei soggetti coinvolti, la critica risiede anche nelle modalità in cui questa operazione si svolge. Il piano della GHF, dettagliato in un documento di 14 pagine, prevede infatti pochi centri di distribuzione (4-6), per lo più nel sud di Gaza, specie a Rafah, in contrasto con la capillarizzazione dei punti utilizzati dalle Nazioni Unite. Questa centralizzazione rende l’accesso difficile per i più vulnerabili e crea, come abbiamo visto, ingorghi pericolosi. Nel piano redatto da GHF c’è anche la questione della protezione dei siti di smistamento: per la parte interna i contractor privati statunitensi della SRS, mentre per il perimetro esterno l’esercito israeliano. Così, la presenza militare israeliana e la sicurezza privata compromettono intrinsecamente la percezione di neutralità per chi deve ricevere gli aiuti. Nel piano c’è poi lo screening biometrico o facciale per escludere presunti militanti di Hamas e in questo la tecnologia israeliana, utilizzata per portare avanti un regime di apartheid in tutta la Palestina, è senz’altro all’avanguardia. Viene poi prevista una distribuzione limitata (1-2 volte al mese) di razioni preconfezionate e solo 60 camion di aiuti al giorno, ovvero un decimo di quanto necessario e di quanto entrava durante il cessate il fuoco, fino a marzo. Un’offerta irrisoria e inefficiente di fronte a una carestia che sta uccidendo i palestinesi. Tutto questo trasforma la distribuzione degli aiuti in una operazione di intelligence e di controllo militare del territorio.
Le critiche all’operazione degli aiuti controllati da USA e Israele
Le Nazioni Unite hanno assunto una posizione intransigente, affermando che non collaboreranno con la GHF e accusando il piano di «armare gli aiuti» e di «rendere la fame una merce di scambio». L’ONU denuncia inoltre che ben 3.000 camion e 130.000 tonnellate di aiuti sono fermi da quando, ad inizio marzo, Israele ha dato via al nuovo assalto a Gaza. La credibilità della GHF è stata ulteriormente erosa dalle dimissioni del suo direttore esecutivo, Jake Wood, ex marine degli Stati Uniti, avvenute il 25 maggio 2025, proprio al momento dell’inizio delle operazioni dell’organizzazione a Gaza. Wood ha motivato il suo abbandono con l’impossibilità di operare «aderendo rigorosamente ai principi umanitari di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza». Le accuse non si limitano alle agenzie internazionali. Yair Lapid, leader dell’opposizione israeliana, ha apertamente suggerito che GHF e SRS siano «società di comodo» utilizzate per celare i finanziamenti e il controllo del governo israeliano, una tesi che trova eco nelle ambigue registrazioni in paradisi fiscali e nel fatto che queste organizzazioni siano state fondate, recentemente, da personale militare e di intelligence statunitense. «Il governo israeliano dovrebbe avere una certa dignità, dire ad alta voce che finanzia queste due organizzazioni e fare la cosa che odia fare di più: assumersi la responsabilità delle cose che fa e sopportarne le conseguenze», ha affermato Lapid.
Gli obiettivi politici attraverso la carestia
Tutto questo si svolge mentre la situazione a Gaza è disperata. I prezzi dei beni essenziali sono esplosi: un sacco di farina da 25 kg costa 415 dollari a Gaza City, trenta volte il prezzo di febbraio. Il perché di questa iniziativa, al di là delle motivazioni ufficiali, appare sempre più legato a obiettivi strategici, soprattutto di immagine politica. Infatti, in questo modo Israele vuole dare l’impressione di una risposta umanitaria alla tragedia che sta compiendo sotto gli occhi del mondo. Il controllo del territorio, come accennato precedentemente, è un altro degli obiettivi. La collocazione degli hub e i meccanismi di screening per l’accesso possono essere usati per esercitare un controllo sulla popolazione e sui suoi movimenti, già fortemente stringenti e ristretti. Inoltre vi potrebbe essere il tentativo di piegare la popolazione palestinese ad una sorta di rivolta contro Hamas. Infine, vi è l’intenzione di minare il ruolo dell’ONU, indebolendo la sua autorità, creando un precedente pericoloso in altre zone di conflitto.
La storia della Gaza Humanitarian Foundation è un monito amaro: in contesti di crisi umanitaria, la tentazione di utilizzare gli aiuti come strumento di pressione politica o come leva per scopi di sicurezza è forte. Ma quando la carità viene “armata” e la neutralità compromessa, il rischio è di trasformare la sofferenza in un campo di battaglia, con le vittime innocenti a pagare il prezzo più alto. La vera soluzione non è un sistema opaco e condizionato, ma la fine del blocco e un accesso illimitato e incondizionato agli aiuti, guidato dai principi etici che l’umanitarismo dovrebbe incarnare.







Tutti quei cervelloni x fare ciò che fanno i cacciatori che non brillano certo x intelligenza… Aspettano vicino all’ acqua e poi sparano!
💩
Senza il sostegno degli USA, l’ONU ha praticamente perso qualunque potere effettivo, salvo la moral suasion…..
Un orrore di cui speriamo che la storia chieda conto a questi criminali!