Un altro soldato italiano che combatteva per Kiev è stato ucciso in Ucraina

Si chiamava Alex Pineschi, aveva 42 anni ed era originario della città di La Spezia. Ex alpino, specializzato nell’uso di fucili ad alta precisione, è stato ucciso sul campo di battaglia lo scorso 23 maggio nei pressi della città di Lyman, nel Donbass, mentre combatteva al fianco delle forze armate di Kiev contro l’esercito russo. La notizia è stata diffusa dall’associazione di volontari Memorial, che sui propri canali social ha annunciato la scomparsa del volontario italiano «sul campo di battaglia». Come spesso accade nelle vicende che vanno in scena nel quadro dei conflitti armati, la storia di Pineschi – il quale aveva aveva alle spalle anni trascorsi in teatri di guerra diversi, dall’Iraq alla Siria – ha sollevato più dubbi che certezze, alimentando un intenso dibattito sui numeri e le logiche che stanno dietro all’utilizzo di soldati stranieri in battaglia da parte delle forze in campo.

Analizzando gli spunti biografici conosciuti, sappiamo che Pineschi aveva prestato servizio nell’8° reggimento Alpino dell’esercito italiano prima di intraprendere una carriera come combattente in diversi contesti di guerra. Aveva combattuto in Siria e in Kurdistan, ma il suo impegno più noto risaliva al 2015, quando era stato il primo italiano a partire volontario in Iraq al fianco dei Peshmerga curdi contro l’ISIS. Su questo vissuto aveva costruito anche una parte della sua identità pubblica: era fondatore di AP TAC, una realtà di addestramento al tiro e alla sicurezza, e si presentava spesso come istruttore e autore. Le ricostruzioni disponibili lo descrivono come un professionista delle armi, molto seguito sui social e attivo nella divulgazione di contenuti tecnici. Al rientro in Italia, era finito sotto indagine perché il nostro Paese considera reato andare a combattere all’estero. Il procedimento, però, si era concluso con un’archiviazione: la magistratura aveva riconosciuto in lui un volontario mosso da ideali, non un mercenario. Lo stesso Pineschi aveva commentato la decisione con soddisfazione: «Non sono un mercenario, ma un idealista». Particolare su cui sono tuttavia sempre stati alimentati dubbi.

In Ucraina, dove era arrivato nell’aprile 2026, aveva firmato un contratto con le forze armate di Kiev ed era stato integrato nel cosiddetto “Team Green Badgers”, un’unità d’élite delle forze speciali ucraine con base a Khmelnytskyi. Almeno secondo quanto riportano le prime ricostruzioni, Pineschi sarebbe rimasto ucciso insieme ad altri membri della sua unità a causa di un attacco condotto con droni FPV nemici. A differenza di quanto accaduto per altri connazionali caduti al fronte, il suo corpo sarebbe stato recuperato e si troverebbe ora in un obitorio, in attesa di fare ritorno nel nostro Paese. La distinzione tra “volontario” e “mercenario” è da sempre al centro del dibattito sui combattenti stranieri in Ucraina. Come detto, nel caso di Pineschi la magistratura italiana aveva già chiuso il cerchio anni fa, archiviando l’indagine che lo riguardava perché era stata esclusa «qualsiasi finalità di lucro». Anche la sua ultima esperienza ucraina, però, è stata etichettata in modi diversi dai media: alcuni lo hanno definito contractor (il modo politicamente corretto di definire i mercenari), altri volontario. Una differenza non solo semantica, che rispecchia l’ambiguità di una guerra in cui si scontrano anche le rispettive propagande: per quella di Mosca tutti i combattenti stranieri sono mercenari, mentre per quella di Kiev si tratta sempre di legionari animati da spirito di libertà.

La morte di Pineschi si inserisce in un elenco già corposo di italiani caduti sul fronte russo-ucraino. Non esiste una lista ufficiale, ma in un elenco certamente sottostimato sono almeno una decina: nel 2022 morirono combattendo con le milizie russe Edy Ongaro (che aveva 46 anni e combatteva già dal 2015 con gli allora secessionisti russi della Repubblica Popolare di Doneck) e il ventisettenne Elia Putzolu, mentre servendo la parte ucraina trovò la morte Benjamin Giorgio Galli, anch’egli a 27 anni. Due anni dopo sono rimasti uccisi Angelo Costanza, 42 anni, arruolato nell’esercito di Kiev, e Massimiliano Galletti, 59 anni, impegnato come soccorritore volontario a supporto dei militari ucraini; nello stesso anno Luca Cecca venne dato per disperso mentre combatteva nelle fila ucraine, con la conferma della morte che arrivò soltanto nei mesi successivi; Nel 2025, infine, il bilancio si è aggravato ancora con le morti di Antonio Omar Dridi, 35 anni, Manuel Mameli, 25, Thomas D’Alba, 40 anni, e Artiom Naliato, 21enne di origini ucraine adottato da una famiglia italiana. Eppure, già nel 2024, il ministero della Difesa russo aveva diffuso dati molto più pesanti, secondo cui le forze di Mosca avrebbero ucciso in totale 5.962 «mercenari» stranieri sui 13.287 arrivati in Ucraina, inclusi 147 dei 356 francesi e 33 dei 90 italiani.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.

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