Nel mezzo della crisi geopolitica globale, i pirati somali sono tornati. Nell’ultima settimana, sono stati registrati almeno tre attacchi a petroliere e mercantili partiti dall’area meridionale del Mar Rosso, rilanciando un fenomeno che sembrava ormai essere stato quasi completamente debellato. Una delle incursioni più recenti ha coinvolto una petroliera partita dal porto di Berbera, nella regione separatista del Somaliland, intercettata al largo delle coste del Puntland, regione somala in cui si concentra il fenomeno della pirateria. Tali operazioni arrivano in un momento teso per la Somalia: lo stesso Somaliland è stato recentemente riconosciuto da Israele come Stato indipendente, decisione che ha reso Tel Aviv il primo governo a riconoscere i separatisti e acceso le tensioni diplomatiche con la Somalia, che ha minacciato di chiudere l’accesso al Mar Rosso ai Paesi nemici. La Somalia affaccia inoltre sul Golfo di Aden, corridoio strategico per il commercio internazionale, specie dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz.
Non è ancora chiaro quanti attacchi si siano registrati negli scorsi giorni al largo delle coste somale, ma quello che è certo è che sono aumentati drasticamente. Il primo incidente è stato segnalato il 21 aprile, al largo delle coste di Mareeyo, riportato dall’autorità britannica per la navigazione UKMTO. Secondo l’UKMTO le autorità militari somale hanno segnalato che «persone non autorizzate» hanno preso il controllo di una petroliera per poi condurla a sud, all’interno delle acque territoriali del Paese. Il giorno dopo diversi media internazionali hanno riportato un altro attacco; quest’ultimo è senza ombra di dubbio il più difficile da ricostruire: l’emittente britannica BBC cita fonti anonime, secondo cui la nave coinvolta sarebbe la petroliera Honour 25, registrata a Palau. La nave sarebbe stata abbordata nei pressi di Bander Beyla e, «sotto il controllo dei pirati», avrebbe gettato l’ancora vicino alla costa somala tra i villaggi di pescatori di Xaafun e della stessa Bander Beyla. A bordo, riporta la BBC, ci sarebbero state 17 persone (10 pakistani, quattro indonesiani, un indiano, uno srilankese e uno birmano), e 18.500 barili di petrolio. Anche l’agenzia di stampa Associated Press menziona fonti esclusive, che tuttavia sostengono che la nave sarebbe pakistana. Il Jerusalem Post, invece, menziona una nota del gruppo Vanguard e sovrappone tale attacco a un incidente segnalato qualche giorno dopo dalla UKMTO; secondo il media israeliano, l’equipaggio sarebbe composto da 15 persone, di cui 13 siriani e 2 indiani. Altri media, infine, lo sovrappongono al primo attacco, e aggiungono ulteriori dettagli.
Comunque sia andato l’attacco alla Honour 25, quello che è certo è che esso non è stato l’ultima operazione attribuita ai pirati somali. Il 23 aprile l’UKMTO ha segnalato un attacco a una nave cargo al largo di Eyl che non sarebbe andato a buon fine; il 26 aprile, infine, è stato registrato un ultimo abbordaggio al largo di Garacad. Con questo ultimo attacco, l’UKMTO ha rilasciato un avviso in cui avverte della ripresa delle attività di abbordaggio, chiedendo agli addetti ai lavori di transitare con cautela e di segnalare qualsiasi attività sospetta. La nota dell’agenzia britannica parla esplicitamente di «sospette attività pirata», attribuendo a essi i sequestri delle navi. La notizia è a suo modo rilevante: il fenomeno della pirateria in Somalia è nato negli anni ’90 del secolo scorso; in quel periodo, a causa della crisi in cui versava il Paese, le autorità locali hanno perso il controllo delle acque territoriali, che sono finite sempre più soggette a sfruttamento da parte delle potenze straniere – tra cui quelle europee, che le sfruttavano per portare avanti attività di pesca illegale e per gettarvi rifiuti. I pirati – inizialmente gruppi di pescatori e residenti locali – hanno iniziato a emergere per contrastare tale fenomeno, e con gli anni hanno messo in piedi una solida rete economica fondata sul sequestro delle navi. Con l’avvio delle varie missioni di contrasto alle loro attività, quali l’europea Atalanta e l’operazione dell’Alleanza Atlantica Ocean Shield, i casi di sequestro di navi da parte di tali attori si sono ridotti drasticamente, e i pirati hanno iniziato a virare verso attività meno legate al commercio delle navi, come il traffico di migranti. Nell’ultima settimana, tuttavia, si sono registrati almeno tre attacchi a navi cargo e petroliere.
La ripresa delle operazioni da parte dei pirati somali arriva inoltre in un contesto di tensione per la Somalia. Lo scorso dicembre, Israele ha riconosciuto il Somaliland quale Nazione sovrana, divenendo il primo Stato a riconoscere la regione separatista. A febbraio Tel Aviv ha approvato l’ambasciatore proposto dal Somaliland e ieri ha nominato a sua volta il proprio rappresentante nella regione separatista. Il Somaliland si colloca nell’area nordoccidentale della Somalia – che corrisponde alla vecchia Somalia britannica – occupando un territorio strategico dal punto di vista geografico: la regione, infatti, affaccia sullo Stretto di Bab el Mandeb, controllato, dall’altra parte del mare, dai ribelli yemeniti di Ansar Allah, meglio noti con il nome di Houthi; nell’area è inoltre presente il porto di Berbera, che ospita basi militari. Il riconoscimento del Somaliland, insomma, assicura allo Stato ebraico un alleato per contrastare le operazioni di Ansar Allah nel Mar Rosso. Tale decisione non è stata presa bene dal governo centrale, e ha provocato un innalzamento delle tensioni tra Tel Aviv e Mogadiscio sul piano diplomatico.
Lo scorso 17 aprile, nel bel mezzo della guerra di Israele e USA contro l’Iran, l’ambasciatore della Somalia in Etiopia ha rilasciato una dichiarazione da molti letta come una minaccia velata a Israele: «Qualsiasi Paese interferisca negli affari interni della Somalia e comprometta la sua integrità territoriale e la sua sovranità subirà delle ripercussioni, tra cui potenziali restrizioni all’accesso allo Stretto di Bab el-Mandeb», si legge nella dichiarazione. A chiunque fosse rivolta la minaccia, le parole del diplomatico risultano – almeno sul piano materiale – prive di concretezza, poiché l’area della Somalia riconosciuta internazionalmente che affaccia su Bab el Mandeb risulta completamente fuori dal controllo di Mogadiscio. Nulla tuttavia vieta di pensare che il governo centrale abbia favorito, o quanto meno lasciato correre indisturbate, le operazioni dei pirati somali per destabilizzare i propri rivali regionali o per chiedere l’invio di maggiori aiuti. Allo stesso modo, è possibile che siano stati gli stessi pirati a decidere di riprendere le proprie operazioni, sullo sfondo della guerra in Asia Occidentale: certamente, l’interruzione del traffico dal Mar Rosso danneggia più Israele di quanto non danneggi l’Iran; il sequestro di navi e la conseguente richiesta di riscatto potrebbero inoltre risultare più redditizi in un periodo di crisi come quello attuale. Le interpretazioni sul rilancio delle operazioni di pirateria, insomma, sono molteplici, e non essendo i gruppi dotati di una organizzazione centrale o strutturata, non sono note né ipotetiche rivendicazioni politiche, né obiettivi degli attacchi.





Non sono pirati, ma patrioti.
Dai pazzi Trump e Nethaniau può derivare soltanto pazzia per tutto il mondo.