martedì 24 Marzo 2026

I mondiali fantasma di Cortina ’41: quando Hitler e Mussolini si misero gli sci

Bandiere con la croce uncinata del Terzo Reich che sventolano, anzi garriscono ovunque, tra le vie di Cortina e le piste da sci, come se ci fosse sullo sfondo la Porta di Brandeburgo, invece del massiccio delle Tofane. Militari in divisa, tedeschi e italiani, che passeggiano e si mescolano ai civili. Senza fucili, disarmati: anzi, festosamente coinvolti dal clima sereno. E poi cerimonie di premiazione di atleti che salutano col braccio teso, tra soldati che sfilano a passo dell’oca, con un gigantesco ritratto di Mussolini proprio sopra al palco d’onore. Nel febbraio del 1941 la Seconda Guerra mondiale era cominciata ormai da un anno e mezzo. La Germania aveva già invaso e occupato la Polonia, la Danimarca, la Norvegia ed era arrivata a Parigi. Mancava all’appello la Gran Bretagna, che non si piegava e non si sarebbe piegata, ma gran parte dell’Europa era già sotto al tacco delle truppe tedesche. Ma dal primo al 9 febbraio di quell’anno, mentre in tutta Europa si combatteva, si svolgevano i surreali Mondiali di sci alpino che non troverete in nessun albo d’oro e in nessun archivio dello sport, perché sono i Mondiali fantasma. Li hanno assegnati, li hanno organizzati, hanno fatto le gare e hanno anche dato le medaglie, gli sciatori si sono impegnati per vincerle e ogni partecipante è sfilato con la propria bandiera. Ma poi, a guerra finita, la Federazione internazionale di sci (FIS) li ha cancellati e ha sbaraccato tutto: gare, medaglie, palmares. Ha cancellato i podi su cui sono saliti gli atleti vincitori. Come se nulla fosse successo, come se ci fosse un buco nella storia centenaria di questa competizione che proprio in questi giorni riporta Cortina al centro del mondo con le Olimpiadi invernali. Li hanno fatti sparire, e qualcuno potrebbe anche chiedersi perché mai prima avessero permesso di farli, perché erano stati i Mondiali dell’Asse, i Mondiali voluti e organizzati da Hitler e da Mussolini, e perché evidentemente la funzione di propaganda e l’uso di un evento sportivo internazionale per finalità opposte allo spirito decoubertiniano, non erano conciliabili con lo spirito originario delle competizioni sportive.

La maledizione iridata

Lo Stadio Olimpico del Ghiaccio durante la cerimonia di apertura dei VII Giochi invernali di Cortina 1956

Questa è una storia carsica, abbastanza incredibile, che è passata come un oggetto invisibile tra le vicende legate alla Seconda Guerra mondiale, nelle pieghe di una tragedia di portata globale. Non la conoscono in tanti, nonostante la platea e la rilevanza, risucchiata e fagocitata dal conflitto e da tutto quello che una guerra comporta e porta. La storia di una manifestazione di livello internazionale e peraltro di qualità tecnica assoluta, vi hanno partecipato i migliori atleti delle rispettive nazioni, in alcuni casi sciatori che poi hanno vinto in carriera medaglie olimpiche. Cortina aveva già ospitato i Mondiali di sci nel 1932 e li avrebbe poi accolti quasi un secolo dopo, durante la pandemia del Covid, nel 2021, un’altra edizione particolare come se ci fosse uno strano destino legato alla perla delle Dolomiti. Diversamente, nel 1956, con le Olimpiadi invernali, le prime della storia dei Giochi trasmesse in Eurovisione, Cortina si mostrò al mondo con tutte le sue bellezze e divenne da allora una delle mete turistiche più rinomate e apprezzate, un salotto di montagna poi scoperto dal cinema con diverse pellicole diventate poi celeberrime, in una ricca carrellata di film e di cast: ma questa è un’altra pagina, un’altra vicenda.

Il nuovo ordine sportivo mondiale

La locandina dei Campionati del Mondo di sci del 1941. Tratta da «Cortina41-Il Mondiale fantasma»; Edizioni inContropiede

A causa del conflitto bellico, le Olimpiadi del 1940 già assegnate a Tokyo furono spostate ad Helsinki. La triplice alleanza dell’Asse, Germania, Giappone e Italia era impegnata, oltre che sui fronti di guerra, anche a creare un nuovo ordine sportivo mondiale: anche lo sport, secondo Hitler, Mussolini e l’imperatore Hirohito, doveva servire ai progetti di espansione e di conquista dell’alleanza. Le manifestazioni internazionali, proprio come i Mondiali di sci, viste come palcoscenici importanti dove celebrare festosamente le vittorie in battaglia e le conquiste sul campo. Ma anche dove creare, con questa propaganda sportiva, un clima di fiducia e di serenità con la popolazione civile. Per usare una metafora bellica, diciamo la prosecuzione delle gare di sci con altri mezzi. Per questo Hitler e Mussolini si impegnarono, con le rispettive cancellerie ed apparati, per convincere la Federazione internazionale a fargli organizzare la rassegna di Cortina. L’unico caso nella storia della sport in cui nazioni belligeranti hanno usato lo sport come un taxi. Coi Mondiali di Cortina ’41, il nazifascismo ha sostanzialmente occupato e utilizzato una manifestazione sportiva internazionale, sotto l’egida del Gotha dello sport, per i propri scopi di consenso, politici e militari. Niente di meno. Non ci sono prove del copyright, ma Goebbels sicuramente è un indiziato. In Italia, i giornali che all’epoca venivano usati come megafoni della propaganda fascista e bellicista partecipavano gioiosamente a rilanciare questo messaggio. A cominciare, visto il tema, proprio dalla Gazzetta dello Sport che il 31 gennaio, alla vigilia dei Mondiali, a proposito delle gare di Cortina scriveva: «In tempi di pace l’organizzazione del campionato del mondo già costituirebbe per la nostra Nazione un merito e un vanto (…). In tempo di guerra è una cosa più importante e più bella. Non è soltanto un segno di vitalità; già lo sappiamo che lo sport dell’Asse non ha ammainato la sua bandiera appunto perché viene pesato e brandito come un’arma. Prepara e fa dei soldati, è una vigilia e non una vacanza». Toni da Iliade, più che da barone De Coubertin: ma tant’è, con la mannaia della censura sulla testa e il ferreo controllo del regime, questo passava il convento.

La vendetta della Norvegia

La competizione bianca del ’41 era stata naturalmente concepita a uso e consumo dell’Asse e dei paesi ad essi vicini o controllati, al limite qualche stato neutrale. Furono dodici le nazioni schierate nelle competizioni di quello che ai tempi nostri viene chiamato il Circo bianco. Oltre a Germania, Italia e Giappone, l’unica rappresentativa extra europea per giustificare l’aggettivo “internazionale” della manifestazione, c’erano Bulgaria, Ungheria, Spagna, Slovacchia e la Norvegia occupata dai tedeschi e guidata dal governo fantoccio di Vidkun Quisling. Fu proprio la Norvegia, nel Dopoguerra, a farsi portatrice della richiesta di annullamento – accolta dalla FSI – di questi mondiali fantasma. Allineati ai cancelletti di partenza c’erano anche gli atleti di paesi che erano neutrali rispetto alla guerra, come Svezia, Finlandia, Jugoslavia – che però venne poi invasa di lì a poco dalle truppe dell’Asse – e la Svizzera, rappresentata da una squadra ridotta, ma presente. Naturalmente, della squadra tedesca facevano parte i fortissimi sciatori – già all’epoca – austriaci in virtù dell’Anschluss del 1938 di Vienna a Berlino. Fuori tutti gli altri, mancava tutto il resto del mondo a cominciare ovviamente da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, i nemici acerrimi, gli alleati in guerra contro l’Asse. Assenti anche i russi che dal 1917 avevano definito le discipline della neve come “sport borghesi”, e con il loro stile bolscevico si astenevano dal partecipare. 

Tedeschi “über alles” nel medagliere

L’atleta Celina Seghi. Foto tratta da «Cortina41-Il Mondiale fantasma»; Edizioni inContropiede

Le discipline in gara, in quella strana, stranissima settimana ai piedi delle Dolomiti dell’Ampezzano, erano piuttosto semplici e semplificate, il bouquet delle gare non era certo quello opulento dei tempi nostri. Si gareggiava nello sci alpino, discesa libera e slalom che nei tempi autarchici dell’epoca veniva chiamato “discesa obbligata”. C’erano poi le discipline “nordiche”, fondo, salto e combinata che all’epoca non era una specialità a parte, come oggi, ma semplicemente la sommatoria dei tempi di discesa e fondo. A parte, ma in gara per il medagliere, c’erano le gare riservate alle pattuglie militari nelle quali una squadra composta da un tenente, che doveva coordinare i membri, un sottufficiale e due soldati dovevano sottoporsi a prove di tiro a segno in movimento. Qualcosa che può considerarsi il nonno del biathlon, per capirci. Va anche detto che all’epoca le gare di fondo, 18 e 50 chilometri, erano riservate agli atleti maschi. Alla fine di quella kermesse di cui oggi restano fotografie in bianconero e qualche filmato di repertorio piuttosto emblematico, in testa al medagliere la Germania che ha raccolto 14 medaglie, di cui 6 ori: i tedeschi über alles sempre e comunque. Alle sue spalle la Finlandia (7 medaglie, 3 ori) e poi proprio l’Italia con nove medaglie e due ori, dietro la Svezia. Tra le glorie italiani, atleti che poi non hanno avuto carriere fortunate, come Alberto Marcellin o Vittorio Chierroni. Ma anche giovani promesse come Zeno Colò, all’epoca talento ventenne tra gli antenati della valanga azzurra, che poi in carriera divenne una stella con medaglie olimpiche (oro nella discesa a Oslo 1952) e mondiali (due titoli ad Aspen nel 1950). Tra le donne, l’impresa di Celina Seghi – che ci ha lasciato alla veneranda età di 102 anni, con un immenso baule di ricordi – ventenne toscana che nello slalom è riuscita a battere l’imbattibile tedesca Christl Cranz (12 ori mondiali e uno olimpico). Quando la FIS cancellò i mondiali di Cortina, mettendo al bando la Germania dalla Federazione internazionale, salvò l’Italia e le carriere di Zeno Colò e Celina Seghi che proseguirono poi con un ricco palmares. 

La Spoon River degli sciatori soldati

Josef ”Pepi” Jennewein

Mesto, molto più mesto il destino di diversi atleti medagliati dello squadrone tedesco che trovarono poi la morte sui campi di battaglia della guerra. Una specie di Spoon River di sciatori che hanno trionfato sulle piste di neve e si sono arruolati con le truppe del Terzo Reich, finendo dentro una tomba più gelida del ghiaccio che sapevano domare egregiamente. È il caso, per esempio, di Josef Jennewein, la stella dei mondiali fantasma di Cortina. Classe 1919, conosciuto come “Pepi” e originario delle alpi tirolesi, vincitore della combinata ai mondiali di due anni prima a Zakopane e arruolato come volontario nella Luftwaffe, l’aeronautica militare tedesca che era uno dei pilastri della Wehrmacht. Il suo talento sugli sci fu confermato come pilota, con l’abbattimento di ben 86 velivoli degli alleati. Di lui si persero le tracce nel ’43, due anni dopo i Mondiali di Cortina, dopo un atterraggio oltre le linee sovietiche. Stessa sorte per i discesisti tedeschi: un quartetto di atleti di cui solo Heli Lantschner riuscì a sopravvivere alla guerra. Albert Pfeifer e Rudolf Cranz (fratello della campionessa Christl) perirono in eventi bellici. Il primo, collega pilota di Jennewein, fu abbattuto col suo aereo in Olanda nello stesso anno in cui morì l’ex compagno sulle piste da neve, mentre l’alpino Cranz fu ucciso in Polonia mentre la Germania aveva cominciato l’invasione dell’Unione Sovietica.

«Il fior fiore degli atleti bianchi»

Il primo a sinistra: Renato Ricci, allora presidente della Federazione Italiana Sport Invernali (FISI) e Ministro delle Corporazioni

Alla cerimonia inaugurale, assente Benito Mussolini ed assente anche il presidente della Federazione Italiana Sport Invernali (FISI) nonché Ministro delle Corporazioni, Renato Ricci, gli onori di casa toccarono al presidente del Coni, Raffaele Manganiello che aprì le danze con una frase lapidaria: «Questo fatto onora l’Italia organizzatrice dei Campionati ed onora i Paesi che hanno decisamente aderito all’iniziativa perché rispecchia la serena coscienza di popoli veramente forti e sicuri del loro destino; i popoli che non si lasciano turbare dalle vicende dell’ora che volge». Il destino di Manganiello fu invece quello di aderire, successivamente, alla Repubblica di Salò e di essere giustiziato dai partigiani piemontesi nel 1944. Durante i campionati di Cortina fece coppia fissa con Hans von Tschammer und Osten, Ministro dello Sport del Terzo Reich (Reichssportführer), col quale fioccarono riunioni e scambi di idee per il comune e altisonante progetto di nuovo ordine sportivo mondiale che Germania e Italia avevano in mente fin dal 1939. I resoconti e i commenti della stampa italiana sulla kermesse furono letteralmente entusiastici: «Un’oasi franca dove gente di ogni contrada si muove a suo agio convive in cameratismo e cordialità, sotto il segno riappacificatore dello sport». Ma anche «un bellissimo esempio di serenità e di superiore civiltà che attraverso questo raduno l’Italia Fascista mostra al mondo». Gli stessi giornali che nei titoli scrivevano “lo sport è coraggio, consapevolezza e presagio”. O che raccontavano del “fior fiore degli atleti bianchi di 12 nazioni nella conca magica di Cortina d’Ampezzo”. Con la caduta di Mussolini, Cortina non rientrò nella Repubblica di Salò, ma fece parte del territorio della Germania nazista fino alla Liberazione. Dai Mondiali fantasma del ’41, vetrina del fascismo ed evento vetrina dell’Asse tra Berlino e Roma, ai Giochi olimpici del ’56 del riscatto e della consacrazione internazionale: il lungo, lunghissimo viaggio di Cortina 2026 ha attraversato due secoli, una guerra mondiale e svariati mondi. 

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Salvatore Maria Righi

Giornalista professionista dal 1992, è stato per 15 anni caposervizio e inviato della redazione romana del quotidiano L’Unità, occupandosi di inchieste di cronaca e criminalità. Per L'Indipendente cura la rubrica "pagine oscure d'Italia"

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