Il Messico ha annunciato un aumento del salario minimo del 13% e una riforma che porterà la settimana lavorativa da 48 a 40 ore entro il 2030. Due interventi che arrivano mentre il Paese continua a registrare oltre 2.200 ore lavorate all’anno per dipendente, una delle medie più alte tra le economie avanzate. Dal 2026 il salario minimo giornaliero salirà a circa 15,75 euro nel resto del Paese e a 22 euro nelle zone di frontiera con gli Stati Uniti. L’anno successivo inizierà invece la riduzione graduale dell’orario di lavoro, con un taglio di due ore all’anno fino a raggiungere le 40 settimanali.
Nel dettaglio, dal 1° gennaio 2026 il salario minimo nazionale passerà da 13,94 a 15,75 euro, per un totale mensile di circa 492 euro. Nella Zona Franca del Confine Settentrionale, che beneficia di regimi fiscali specifici, la soglia salirà a 20,99-22,04 euro al giorno, per un totale mensile di circa 670 euro. L’aggiornamento è stato definito dalla Commissione Nazionale per il Salario Minimo (CONASAMI), che dal 2018 applica aumenti costanti per compensare una lunga stagnazione salariale e garantire che il minimo copra almeno il costo di due pacchi alimentari di base, considerati il riferimento essenziale per una famiglia.
I dati diffusi dall’Istituto Nazionale di Statistica e Geografia (INEGI) mostrano l’impatto di queste politiche sul benessere sociale. Tra il 2022 e il 2024, 8,3 milioni di persone sono uscite dalla povertà multidimensionale, una condizione che non riguarda solo il reddito ma anche aspetti come istruzione, salute e accesso ai servizi. Secondo il ricercatore Manuel Martínez Espinoza, questo miglioramento è legato soprattutto all’aumento del salario minimo e alle riforme sociali introdotte durante il governo di Andrés Manuel López Obrador. Dal 2018 al 2025 il salario minimo è infatti triplicato, passando da 88,40 a 278,80 pesos al giorno, mentre i programmi di assistenza sono stati ampliati per raggiungere giovani, anziani, studenti, agricoltori e persone con disabilità.
La riforma dell’orario di lavoro rappresenta l’altro asse del cambiamento. Il governo prevede di ottenere l’approvazione legislativa nel 2026 e di avviare dal 2027 una riduzione graduale delle ore lavorate. L’obiettivo è avvicinare il Paese ai modelli in cui orari più contenuti hanno favorito livelli maggiori di produttività e una migliore qualità della vita.
Accanto ai dati incoraggianti restano però alcune preoccupazioni. Secondo diversi economisti, aumenti salariali continui senza un parallelo miglioramento della produttività potrebbero mettere sotto pressione soprattutto le micro, piccole e medie imprese. L’inflazione, oggi al 3,5%, non ha mostrato legami diretti con gli aumenti del minimo, ma analisti come quelli di Banamex, una delle più grandi e antiche banche del Messico, avvertono che lo spazio per ulteriori rialzi si sta riducendo proprio a causa della produttività stagnante. Nonostante questi timori, il quadro generale del mercato del lavoro rimane stabile. Uno studio della Banca Mondiale attribuisce agli aumenti del salario minimo la maggior parte della riduzione della povertà registrata tra il 2020 e il 2022. E la domanda di lavoro non ne sembra stata penalizzata: il tasso di disoccupazione è sceso al 2,8%, il livello più basso degli ultimi anni.



