L’ultimo caso in ordine di tempo è quello di Rondo da Sosa, giovane rapper milanese e idolo di migliaia di ragazzi. Rondo, all’anagrafe Mattia Barbieri, con già alcuni precedenti per rissa, guida senza patente e porto d’armi illegale, ha elogiato su X la nuova legge sulla legittima difesa, applaudendo la norma del governo e tributando il suo personale appoggio alle dichiarazioni di Giorgia Meloni. Ma a meritare un approfondimento non è tanto la vicenda di Rondo in sé, né tantomeno il tema specifico della legittima difesa, quanto una certa deriva che ha trasformato un genere nato nel Bronx come strumento di denuncia contro il potere in una musica commerciale come le altre, che non si fa problemi a flirtare con il potere e a valutare le possibili conseguenze negative in termini di fatturato prima di prendere qualsiasi posizione.
E mentre insigni giuristi ricordano alla premier e agli esponenti del governo che non è vero che “la difesa è sempre legittima”, e che la stessa legge prevede dei limiti precisi previsti nell’articolo 52 del Codice Penale, c’è un altro paradosso che non possiamo non sottolineare. Il rap, la musica che è nata per dare voce agli ultimi in Usa come in Italia, oggi viene utilizzata per far da grancassa al governo. “Complimenti a Giorgia Meloni per aver introdotto la nuova legge sulla difesa personale nella propria abitazione. Questa sì che è una legge seria”, è il tweet accompagnato dall’hashtag “se mi entrano in casa li accoppo”.
Forse in pochi di quelli che oggi ascoltano la trap, sanno che il rap è nato alla fine degli anni ’70 in quartieri come il Bronx, dove vivevano soprattutto afroamericani, latinos e immigrati. In un contesto di disuguaglianze, violenza, disoccupazione e abbandono urbano, le prime basi create mandando in loop parti di dischi allora a disposizione, erano la colonna di sonora di mega feste di quartiere, dove i giovani sparavano parole in rima per raccontare la propria realtà e ribellarsi al silenzio imposto dal sistema. L’evoluzione porta alla nascita dei primi gruppi e alle prime hit. Al grido di “Fuck tha police” degli NWA del 1988 risponde il “Fight the power” dei Public Enemy nel 1990. Il rap antisistema fa paura all’ordine precostituito perché non riesce a governarlo. Senza mettersi a fare l’esegesi della nascita del fenomeno hip-hop in Italia – per chi volesse approfondire sono stati scritti diversi ottimi libri – la miccia che accende la curiosità nel nostro Paese per questo mondo sconosciuto è la breakdance e per molti l’omonimo film del 1984 che porta anche ai primi approcci con questa nuova cultura. E quando il rap inizia a fare la sua comparsa, sul finire degli anni ’80, a fare da teatro alla nascita del futuro movimento sono i centri sociali.
Nel giugno del 1989 al Kantiere di Bologna si esibirono i New Velvet Underground, gruppo punk bolognese con un giovane batterista che si fa chiamare Jeff, ma che presto sarà conosciuto come Neffa. Tra i gruppi dell’epoca non si possono non citare gli Onda Rossa Posse (forse i primi a includere la parola posse nel nome), gli Assalti Frontali, gli Africa Unite, i Salento Posse (diventati Sud Sound System), i 99 Posse, Lou-X, i Casino Royale, Leleprox, i Radical Stuff e gli Almamegretta. E poi gli Isola Posse All Stars, dalle cui ceneri nascono i Sangue Misto che con l’album SXM segnano, sia per i suoni, sia per i contenuti, uno spartiacque con tutto ciò che era stato prima e sarà dopo.
Il rap allora è stato come il punk alla fine dei Sessanta: distruzione di regole precostituite. C’era l’indipendenza, l’onesta intellettuale e c’erano i contenuti. Le rime non erano tutte perfette, alcuni flow si potevano migliorare e per creare dei loop, campionare dei suoni e creare delle basi decenti ci si arrangiava. Ma, complici gli anni infuocati dal punto di vista politico, si dava voce a chi era contro perché i protagonisti del movimento erano contro per natura. Non ci si vergognava a essere “politicizzati”, come si dice con disprezzo oggi. Ma parlare di politica non significa solo citare partiti e correnti, vuol dire dare visibilità a questioni sociali, a ciò che ci succede intorno, per essere dei punti di riferimento per chi oggi non ne ha.
Così come Fabri Fibra – che pure è uno che si è sempre esposto – ha sbagliato a cantare “non è rap quello dei 99 Posse” in “Faccio sul serio” tanti anni fa, fa effetto leggere le dichiarazioni molto più recenti di Emis Killa, che ha detto: “Mi fa incazzare il messaggio che mi arriva spesso, quando ci sono argomenti importanti, non solo come la guerra ma di tipo politico, in cui si dice ‘voi che siete famosi dovete farvi sentire’. Faccio un ragionamento molto onesto: ma io mi devo esporre che ho tutto da perdere?”.
Posto che la risposta breve sarebbe: “Sì, esattamente”, quella un po’ più lunga dovrebbe passare da esempi del nostro passato recente che, per gli ideali in cui credevano, non solo hanno messo in discussione ciò che possedevano, ma la loro stessa vita. Immaginatevi di rivolgere la domanda di Emis Killa a personaggi come Gandhi o Mandela, come Thomas Sankara o Pepe Mujica, o ancora Thoreau o Julian Assange. Quale credete sarebbe la risposta?





Grande Thoreau!! Un ideale inarrivabile
Che finaccia che abbiamo fatto 🙁
Emis Killa……..”ma fatemi il piacere!”