Quello della geoingegneria per la mitigazione dei cambiamenti climatici è un settore emergente che include interventi diretti sul sistema terrestre su larga scala. Al momento, però, stiamo parlando di niente più che progetti, i quali sono anche spesso controversi e ricchi di limiti tecnici, etici e ambientali tutt’altro che trascurabili. La mancanza di un quadro legislativo internazionale potrebbe ad esempio portare a conflitti e a un uso improprio della tecnologia in questione e i relativi benefici e impatti potrebbero non essere equamente distribuiti. Il tutto poi mentre poco o nulla si sa sulle potenziali conseguenze sugli ecosistemi e la biodiversità. Molti scienziati e ambientalisti sostengono pertanto che, vista l’incertezza degli effetti a lungo termine, la geoingegneria dovrebbe essere approcciata con estrema cautela, se non completamente evitata. Soprattutto su temi controversi come questo, il rispetto del principio di precauzione è infatti quanto mai fondamentale. Non solo per la difficoltà di calcolare e prevedere le possibili conseguenze ambientali, ma anche per evitare di distogliere l’attenzione dalla vera necessità: rendere più sostenibile il nostro sistema socio-economico.
La gestione della radiazione solare
Nell’ambito dei cambiamenti climatici legati all’incremento di gas serra in atmosfera, il ruolo della geoingegneria – secondo i suoi fautori – dovrebbe essere quello di invertire l’attuale tendenza di riscaldamento globale. Da un lato, le tecniche di cattura e stoccaggio del carbonio agirebbero rimuovendo la causa dell’amplificazione dell’effetto serra terrestre, i gas serra per l’appunto. Dall’altro, altre tecniche puntano invece ad alterare direttamente la radiazione solare immettendo in atmosfera gas riflettenti. Le criticità persistono in entrambi i casi, ma è guardando con più attenzione al secondo che possiamo renderci conto di quanto sia decisamente improprio vedere in questo genere di esperimenti risposte reali alla questione climatica. La gestione della radiazione solare (SRM – Solar Radiation Management) è stata proposta per la prima volta nel 2006 dal chimico dell’atmosfera Paul Crutzen. La tecnica prevede una serie di interventi di schermaggio o deviazione dei raggi solari, ma il metodo più studiato – seppur comunque in modo disorganico e su scala ridotta – è l’iniezione di anidride solforosa nella stratosfera tramite palloni aerostatici. Questi palloni sonda immettono nell’atmosfera qualche grammo di anidride solforosa, un gas dall’azione riflettente, con l’obiettivo di replicare artificialmente le conseguenze di un’eruzione vulcanica. Quando questo fenomeno naturale avviene, infatti, viene rilasciata anidride solforosa, il cui zolfo si converte in aerosol di solfati quando raggiunge la bassa stratosfera, riflettendo la luce solare. In altre parole, quel che si ottiene è un risultato opposto a quello dell’effetto serra. In teoria, così come hanno già dimostrato anche diverse grandi eruzioni del passato, la tecnica ha del potenziale concreto in fatto di raffrescamento del pianeta.

Secondo i risultati di uno studio pubblicato sul Journal of Geophysical Research: Earth Surface, questa geoingegneria potrebbe addirittura rallentare lo scioglimento dei ghiacciai. Gli scienziati hanno in particolare simulato i cambiamenti nella calotta glaciale della Groenlandia, per il periodo 1990- 2090, in tre diversi scenari: un primo, peggiore, di riscaldamento senza sosta; un secondo, intermedio, possibilmente realizzabile nelle condizioni attuali; un terzo, intermedio, cui è stata aggiunta l’iniezione di 5 milioni di tonnellate di anidride solforosa all’anno nel periodo 2020-2070. Le simulazioni hanno mostrato che l’iniezione del biossido di zolfo avrebbe un significativo effetto protettivo sulla calotta glaciale della Groenlandia. Tuttavia (tralasciando il fatto che stiamo parlando di simulazioni e nemmeno di sperimentazioni in campo), i potenziali rischi della tecnica continuano a superare ogni possibile beneficio. Questo perché della geoingegneria non è possibile, in alcun modo, prevedere le conseguenze.
Conseguenze imprevedibili
Di fatto, è impossibile testare la geoingegneria solare in modo realistico. Di conseguenza, non possiamo sapere che effetti a cascata avrebbe sul sistema interconnesso che è il pianeta Terra. Ad esempio, anche se la tecnologia si rivelasse efficace nel mitigare gli effetti dei gas serra, e quindi il surriscaldamento globale, le conseguenze su altre variabili ambientali potrebbero comportare importanti cambiamenti altrettanto deleteri. Senza contare che la potenziale efficacia sarebbe limitata al clima e non toccherebbe direttamente altri problemi, come l’acidificazione degli oceani e l’inquinamento. La geoingegneria solare potrebbe poi alimentare tensioni geopolitiche ed esacerbare ancora di più le disparità socioeconomiche esistenti, con alcuni Paesi che avrebbero un maggiore peso decisionale sull’uso delle tecnologie. Nel complesso, il rischio è quello di riporre la speranza in una falsa soluzione, che confidiamo possa risultare “miracolosa”, perdendo tempo, energie e investimenti preziosi a discapito di una vera lotta alla crisi ecologica.
La Climate Overshoot Commission, l’organizzazione internazionale istituita per affrontare le crescenti preoccupazioni relative ai cambiamenti climatici globali, ha (non a caso) invitato i governi a ignorare questi strumenti visionari e potenzialmente pericolosi e a concentrarsi piuttosto sulle strategie per abbandonare i combustibili fossili e a investire più risorse nell’adattamento alle condizioni meteorologiche estreme. D’altronde, anche gli stessi scienziati non vedono nella geoingegneria solare una soluzione alla crisi climatica. Decine di ricercatori si sono già rivolti ai leader mondiali e alle Nazioni Unite per chiedere un accordo di non-utilizzo della geoingegneria solare e, più in generale, approfondimenti su questa tecnologia, sui suoi potenziali effetti benefici e collaterali, ma, comunque, con l’impegno da parte dei governi di farsi da parte. A conferma della posizione critica della comunità scientifica, vi è anche una lettera aperta firmata da 450 scienziati che hanno espresso le loro preoccupazioni. «La ricerca non elimina le incertezze, perché l’impatto finale di queste tecnologie sarà noto solo quando verranno utilizzate su scala planetaria – ha spiegato Frank Biermann, professore di geoscienza all’Università di Utrecht – non si possono davvero eliminare tutte le incertezze con esperimenti in laboratorio, ma nemmeno gli esperimenti su piccola scala possono dirci davvero quali rischi potrebbero presentarsi quando si impiegano queste tecnologie su scala globale per molti, molti anni». Anche da parte di molti ricercatori scientifici, l’accusa mossa alla geoingegneria è quella di essere una scappatoia che ci distrae dal vero obiettivo (ridurre le emissioni di gas serra), sollevando governi e grandi aziende dalla necessità di darsi da fare per cambiare il modello di produzione.
Le istituzioni frenano, ma non troppo
A livello istituzionale, la gestione della radiazione solare è stata citata per la prima volta nel rapporto quadriennale di valutazione del Protocollo di Montreal per la protezione dell’ozono del 2022. Il rapporto del 2023 del Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (IPCC) ha invece parlato della tecnica come di una tecnologia potenzialmente efficace nel ridurre la quantità di radiazione solare assorbita dalla Terra, ma complessa, perché può avere effetto anche su altre variabili, come le precipitazioni. Ad ogni modo l’interesse sul tema è sempre più vivo. Nel 2022, ad esempio, la Commissione mondiale per la gestione dei rischi legati al cambiamento climatico ha iniziato a lavorare sulle possibili condizioni di impiego delle tecniche di geoingegneria. Anche la Commissione Europea, con una comunicazione congiunta rivolta al Parlamento Europeo e al Consiglio, ha parlato di geoingegneria mettendo in guardia dalle possibili conseguenze di un suo utilizzo nell’ambito della mitigazione dei cambiamenti climatici. «Nel contesto del riscaldamento globale accelerato – scriveva l’esecutivo UE un anno fa – un intervento deliberato su larga scala sui sistemi naturali della Terra, come la modificazione della radiazione solare, sta attirando più attenzione. Tuttavia, i rischi, gli impatti e le conseguenze impreviste che queste tecnologie pongono sono poco conosciute, e le necessarie regole, procedure e istituzioni non sono state sviluppate. Queste tecnologie introducono nuovi rischi per le persone e gli ecosistemi, mentre potrebbero anche aumentare gli squilibri di potere tra le nazioni, innescare conflitti e sollevare una miriade di questioni etiche, legali, di governance e politiche. Guidata dal principio di precauzione, l’UE sosterrà gli sforzi internazionali per una valutazione globale dei rischi e le incertezze degli interventi sul clima, compresa la modificazione della radiazione solare, e per promuovere discussioni su un potenziale quadro internazionale per la sua governance, tra cui aspetti legati alla ricerca».

Nel complesso, non sembra però esserci una chiusura totale alla questione. Infatti, il documento afferma anche che l’UE vuole «promuovere» nuovi colloqui internazionali su come governare gli sforzi in ambito di geoingegneria, nonché «sostenere» studi per comprendere meglio i rischi che tali esperimenti potrebbero comportare. Proprio l’Europa, insieme al Nordamerica, è il luogo dove maggiormente si stanno studiando le tecnologie di ingegneria del clima e dove si stanno sviluppando il maggior numero di progetti. Già a partire dagli anni Novanta, l’UE ha finanziato diversi progetti nel campo della geoingegneria, con un incremento molto importante di fondi erogati negli ultimi anni – si è passati da qualche decina di milioni di euro agli inizi di questo secolo alle svariate centinaia di milioni di oggi. Tuttavia, va precisato che, al momento, la tecnologia SRM dovrebbe essere vietata in gran parte del mondo, dato che la Convenzione ONU sulla diversità biologica ha stabilito che la geoingegneria solare non è consentita nei Paesi che hanno firmato il trattato.
Principio diverso, stesse criticità
Nel mentre, una nuova proposta di geoingegneria climatica sta provando ad affermarsi: la disidratazione della stratosfera. Sviluppata dalla statunitense National Oceanic and Atmospheric Administration e pubblicata su Science Advances, questa tecnica suggerisce che ridurre la quantità di vapore acqueo nella stratosfera potrebbe contrastare il riscaldamento globale. Questo risultato si otterrebbe “seminando” la stratosfera con particelle di triioduro di bismuto, una sostanza che favorirebbe la condensazione del vapore in nuvole. Il vapore acqueo, infatti, è un gas serra naturale che trattiene grandi quantità di calore nell’atmosfera terrestre. Si stima che questo potrebbe contribuire fino al 30% all’aumento della temperatura media globale. Il triioduro di bismuto sarebbe quindi utilizzato per indurre la nucleazione del vapore acqueo in cristalli di ghiaccio, formando così le nuvole. Tuttavia, fa notare Daniel Cziczo, chimico dell’atmosfera presso la Purdue University, se queste non riuscissero a formarsi nel posto giusto si potrebbe facilitare la nascita di nuvole alte e sottili come i cirri, che riflettono poco la radiazione solare ma assorbono quella infrarossa, contribuendo al riscaldamento. Senza contare che, di nuovo, l’impatto di una riduzione del vapore acqueo stratosferico sul raffreddamento della superficie è ancora incerto. Secondo alcune stime, tra l’altro, l’effetto di questa tecnica potrebbe compensare solo l’1,4% del riscaldamento globale accumulato durante l’era industriale. Insomma, qualunque sia il principio dietro le mirabolanti tecniche di geoingegneria per il contrasto alla crisi climatica, le criticità sono le stesse. E anche in questo caso staremmo solo agendo sui sintomi senza curare la malattia.
[di Simone Valeri]



